Spagna

Chapter 21

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Tale è la moschea d'oggigiorno. Ma quale doveva essere al tempo degli Arabi! Non era chiusa intorno intorno da un muro; ma aperta, in modo che da ogni sua parte si vedeva il giardino, e dal giardino si vedeva fino in fondo alle lunghissime navate, e l'aria spandeva fin sotto le volte della Maksura la fragranza degli aranci e dei fiori. Le colonne, che ora son meno di mille, erano millequattrocento; il soffitto era di legno di cedro e di larice, scolpito e smaltato con finissimo lavoro; le pareti eran rivestite di marmo; la luce di ottocento lampade riempite d'olio odoroso, faceva scintillare come perle i cristalli dei musaici, e produceva sul pavimento, sugli archi, sui muri, un gioco meraviglioso di colori e di riflessi. Un mare di splendori,--cantò un poeta,--riempiva il misterioso recinto, e il tepido ambiente era pregno d'aromi e d'armonie, e il pensiero dei fedeli vagava e si smarriva nel labirinto delle colonne luccicanti come lancie percosse dal sole.

Federico Schack, autore d'una bell'opera intitolata: _Poesia e arte degli Arabi in Spagna e in Sicilia_, fece una descrizione della moschea in un giorno di festa solenne, che dà una immagine vivissima del culto maomettano e completa il quadro del monumento.

All'uno e all'altro lato dell'Almimbar, o pulpito, ondeggiano due stendardi, per significare che l'Islam ha trionfato del Giudaismo e del Cristianesimo, e che il Corano ha vinto l'antico e il nuovo Testamento. Gli _almnedani_ salgono sulla galleria dell'alto minareto e intuonano il _selam_ o il saluto al profeta. Allora le navate della moschea si riempiono di credenti, i quali, con bianchi vestiti e festoso aspetto, accorrono alla orazione. In pochi istanti, per tutta l'estensione dell'edifizio, non si vede più che gente inginocchiata. Per la via segreta che congiunge il tempio all'alcazar, giunge il Califfo e va a sedere al suo posto elevato. Un lettore del Corano legge una Sura sul leggìo della tribuna. La voce del _muccin_ risuona nuovamente invitando alle preghiere del mezzogiorno. Tutti i fedeli si alzano e mormorano le loro preghiere, facendo reverenze. Un servitore della moschea apre le porte del pulpito e impugna una spada, colla quale, voltandosi verso la Mecca, ammonisce che si lodi Maometto, mentre già dalla tribuna lo celebrano cantando i _mubaliges_. Sale quindi il predicatore sul pulpito, togliendo di mano al servitore la spada, la quale ricorda e simboleggia la soggezione della Spagna al potere dell'Islam. È il giorno che si deve proclamare il _Djihad_ o la guerra santa, la chiamata di tutti gli uomini atti ad andare alla guerra, perchè scendano in campo contro i Cristiani. La moltitudine ascolta con silenziosa devozione il discorso, intessuto di testi del Corano, il quale comincia così:

«Lodato sia Allà, che ha ingrandita la gloria del Islam, mercè la spada del campione della Fede, e che nel suo santo libro ha promesso al credente aiuto e vittoria.

»Allà sparge i suoi benefizii sui mondi.

»Se non spingesse gli uomini a slanciarsi armati contro gli uomini, la terra si perderebbe.

»Allà ha ordinato di combattere contro i popoli fin che conoscano che non v'è che un Dio.

»La fiamma della guerra non si estinguerà fino alla fine del mondo.

»La benedizione divina cadrà sovra la criniera del cavallo guerriero fino al giorno del giudizio.

»Armati da capo a piedi, o leggermente armati, alzatevi, partite!

»Oh credenti! Che sarà di voi se, quando vi si chiama alla battaglia, rimanete col viso rivolto al suolo?

»Preferite la vita di questo mondo alla vita futura?

»Credetemi: le porte del paradiso stanno all'ombra delle spade.

»Colui che muore nella battaglia per la causa di Dio, lava col sangue che sparge tutte le macchie dei suoi peccati.

»Il suo corpo non sarà lavato come gli altri cadaveri perchè nel giorno del giudizio le sue ferite manderanno fragranza come il musco.

»Quando i guerrieri si presenteranno alle porte del paradiso, una voce domanderà di dentro:--Che avete fatto nella vostra vita?--

»Ed essi risponderanno:--Noi abbiamo brandito la spada nella lotta per la causa di Dio!

»Allora le porte eterne si apriranno e i guerrieri entreranno quarant'anni prima degli altri.

»Su, dunque, credenti; abbandonate donne, figli, fratelli, averi, e uscite alla guerra santa!

»E tu, o Dio, signore del mondo presente e del mondo futuro, combatti per gli eserciti di coloro che riconoscono la tua unità! Atterra gli increduli, gl'idolatri, i nemici della tua santa fede! Rovescia i loro stendardi, e rimettili, con quanto posseggono, come bottino, ai mussulmani!»

Il predicatore, appena terminato il suo discorso, esclama, volgendosi alla Congregazione:--Chiedete a Dio!--e prega in silenzio. Tutti i fedeli, toccando il suolo colla fronte, seguono il suo esempio. I _mubaliges_ cantano:--Amen! Amen, o Signore di tutti gli esseri!--Ardente come il calore che precede l'imminente tempesta, l'entusiasmo della moltitudine, rattenuto prima in un silenzio meraviglioso, prorompea allora in sordi mormorii, che alzandosi come le onde e traboccando per tutto il tempio, fanno finalmente risuonar le navate, le cappelle, le volte dell'eco di mille voci unite in un sol grido:--Non v'è altro Dio che Allà!--......

La moschea di Cordova è oggi ancora, per consentimento universale, il più bel tempio mussulmano, e uno dei più ammirabili monumenti del mondo.

* * * * *

Quando uscimmo dalla moschea, era già trascorsa d'un buon tratto l'ora della _siesta_, che nelle città della Spagna meridionale fanno tutti, e ch'è una necessità il fare, a cagione dell'insopportabile calore dell'ore bruciate; e le strade cominciavano a popolarsi. Ohimè!--dicevo io ai miei compagni:--quanto sta male il cappello a staio per le strade di Cordova! Come avete cuore di appiccicare il figurino della moda su questo bel quadro orientale? Perchè non vi vestite da Arabi?--Passavano zerbinotti, operai, ragazzi: guardavo tutti con grande curiosità, sperando di trovare qualcuna di quelle fantastiche figure, che il Doré ci rappresentò come esempi del tipo andaluso: con quel bruno carico, con quelle grosse labbra, con quei grandi occhi. Non ne incontrai. Andando verso il centro della città, vidi le prime Andaluse, signore, signorine, donne del popolo, quasi tutte piccine, sottili, ben fatte, alcune belle, molte simpatiche, la maggior parte nè carne nè pesce, come in tutti i paesi. Nel vestire, all'infuori della così detta _mantilla_, nessuna differenza dalle donne francesi e nostre; gran volume di capelli finti, a treccie, a ciocche, a lunghi riccioli, e sottane succinte, a sgonfietti e increspature, e stivaletti col tacco a punta di pugnale. L'antico costume andaluso è scomparso dalle città.

Credevo che sul far della sera le strade sarebbero state affollate; ma non vidi che poca gente, e soltanto nelle strade dei quartieri principali; le altre rimasero deserte come nelle ore della _siesta_. E convien passare appunto per queste strade deserte, per goder Cordova la notte. Si vedono brillare i lumi nei _patios_; si vedono, negli angoli oscuri, le coppie amorose strette in intimo colloquio; la ragazza, per lo più, alla finestra, con una mano abbandonata mollemente fuori dell'inferriata, e il giovane accanto al muro, in atteggiamento poetico, e coll'occhio all'erta; non mai tanto però che gli riesca di staccar la bocca da quella mano, prima che se ne accorga chi passa; e si senton suoni di chitarra, mormorii di fontane, sospiri, risa di fanciulle, fruscii misteriosi....

L'indomani mattina, ancora tutto turbato dai sogni orientali della notte, ricominciai a girare per la città. Per descrivere tutto quello che v'è di notevole ci vorrebbe un volume; è un vero Museo d'antichità romane ed arabe; vi si trovano a profusione colonne militari, iscrizioni in onore degli imperatori, resti di statue e di bassorilievi; sei antiche porte; un gran ponte sul Guadalquivir, del tempo di Ottavio Augusto, ricostrutto dagli Arabi; rovine di torri e di mura, case che appartennero ai Califfi, e che serbano le colonne e gli archi sotterranei delle sale da bagno; e per tutto porte, vestiboli, scale, da far la delizia d'una legione d'archeologi.

Verso mezzogiorno, passando per una stradina solitaria, vidi scritto sul muro d'una casa, accanto a un'iscrizione romana:--_Casa de huespedes. Almuerzos y comidas;_--e leggendo, sentii lo stimolo, come dice il Giusti, di sì bassa fame, che deliberai di saziarla in quel qualunque bugigattolo al quale m'ero abbattuto. Infilai una porticina, mi trovai in un _patio_. Era un _patio_ meschino, senza marmi e senza fontane, ma bianco come la neve e fresco come un giardino. Non vedendo nè tavole nè seggiole, temetti d'aver sbagliato porta, e mi mossi per uscire. Una vecchierella, sbucata non so di dove, mi arrestò.

"Si mangia?" domandai.

"_Si señor_" mi rispose.

"Che cosa c'è?"

"_Uevos, chorizo, chuletas, pescado, naranjas, vino de Málaga._"

"_Muy bien: tráigame Usted todo lo que Usted tiene._"

Cominciò a portarmi la tavola e la seggiola, ed io sedetti e aspettai. A un tratto sentii aprire una porta dietro di me, mi voltai.... Angeli del cielo, che vidi! La più bella di tutte le più belle Andaluse, non solo di quelle vedute a Cordova, ma di tutte quelle che vidi poi a Siviglia, a Cadice, a Granata; una ragazza, mi si lasci dir la parola, tremenda, da far fuggire, o commettere qualche diavoleria; uno di quei visi che facevan gridare: oh povero me! a Giuseppe Baretti, quando viaggiava in Spagna. Stette qualche momento immobile, cogli occhi fissi nei miei, come per dire:--ammirami;--poi si voltò verso la cucina e gridò:--_Tia, despáchate!_--(Zia, spicciati); il che offrì a me l'occasione di renderle _muchas gracias_ colla lingua impacciata, e a lei il pretesto d'avvicinarsi rispondendo:--_No hay de que_--con una voce così soave, che mi sforzò ad offrirle una seggiola, sulla quale sedette. Era una ragazza sui vent'anni, alta, diritta come una palma, bruna, con due grand'occhi pieni di dolcezza, luccicanti ed umidi che pareva avessero versato allora allora una lagrima; e una nerissima capigliatura ondulata, con una rosa fra le treccie. Pareva una delle vergini arabe della tribù degli Usras, che facevano morir d'amore.

Cominciò la conversazione ella stessa.

"_Usted es extranjero, me parece?_"

"Sì."

"_Frances?_"

"Italiano."

"_Italiano? Paisano del Rey?_"

"Sì."

"_Le conoce Usted?_"

"Di vista."

"_Dicenque es un buen mozo._" (bel giovanotto).

Io non risposi, essa si mise a ridere; e mi domandò:--_Que mira Usted?_--e continuando a ridere, nascose il piede, che, sedendo, aveva messo bene innanzi, perchè lo vedessi. Oh! non v'è donna in quei paesi, che non sappia che i piedini andalusi sono famosi nel mondo.

Colsi l'occasione, tirai il discorso sulla fama delle donne d'Andalusia, e le espressi la mia ammirazione colle parole più calde del mio dizionario. Mi lasciò dire, guardando con molta attenzione dentro una fessura della tavola, poi rialzò il viso e mi domandò:

"_Y en Italia, como son las mujeres?_"

"Oh! belle, anche in Italia."

"_Pero.... seran frias!_" (fredde).

"Oh no, davvero!" m'affrettai a rispondere; "ma lei sa... in ogni paese le donne hanno un _non so che_ di diverso da quelle di tutti gli altri paesi; e fra tutti i _non so che_, quello delle Andaluse, per un povero viaggiatore che non ha ancora i capelli bianchi, è forse il più pericoloso di tutti; e c'è una parola per dire quello che penso; se non se la ricordasse, glie la direi; le direi: _Señorita, Usted es la Andalusa mas...._" (più....)

"_Salada!_" (esclamò la ragazza coprendosi il viso colle mani).

"_Salada!... la Andalusa mas salada de Córdoba._"

_Salada_, salata: tale è la parola che si usa comunemente in Andalusia per dire una donna bella, vezzosa, carina, languida, ardente, e tutto quello che volete; una donna con due labbra che dicano:--_Bebedme!_--bevetemi; e due occhi che vi costringano a mordervi il labbro di sotto.

La zia mi portò le uova, le costolette, il _chorizo_, gli aranci, e la ragazza riprese la conversazione.

"_Usted es italiano: ha visto Usted al Papa?_"

"No, mi dispiace."

"_Es posible? Un italiano que no viò al Papa! Y diga Usted: porqué le hacen tanto sufrir los italianos?_" (perchè lo fanno tanto soffrire?)

"Soffrire, in che modo?"

"_Ya! Dicen que le han cerrado en su casa y que le tiran pedradas en las ventanas!_" (e che gli tiran sassate nelle finestre).

"Ma no! non lo creda! non c'è ombra di vero, ec."

"_Viò Usted Venezia?_"

"Oh! Venezia, sì."

"_Es verdad que es una ciudad que sobrenada en la mar?_" (una città che galleggia sul mare).

E qui mi fece mille istanze, perchè le descrivessi Venezia, e le dicessi com'era fatta la gente in quella strana città, e che fa tutto il giorno, e come va vestita. E mentre io discorrevo, oltre lo sforzo che avevo a fare per esprimermi con un po' di garbo, e per mandar giù le ova mal cotte e il _chorizo_ stantìo, dovevo veder lei avvicinarsi man mano a me, forse senza accorgersene, per udir meglio; e avvicinarsi tanto da farmi sentir l'odore della rosa che aveva nei capelli, e il calore del suo respiro; dovevo, dico, far tre sforzi in una volta, l'uno colla testa, l'altro collo stomaco, e il terzo con tutto, e sentirmi anche dire di tanto in tanto:--_Que bonito!_--che significa:--Quanto è bello!--complimento che si riferiva al Canal Grande, e che mi faceva l'effetto che farebbe a uno spiantato, un sacchetto pieno di marenghi, fattogli sonar sotto il naso da un banchiere impertinente.

"_Ah! señorita!_" dissi in fine, cominciando a perdere la pazienza; "che vale che le città sian belle, alla fine dei conti? Chi ci è nato, non ci bada; e il viaggiatore.... nemmeno. Io sono arrivato ieri a Cordova, è una bella città, non c'è dubbio; ebbene: lo vuol credere? ho già dimenticato tutto quello che ho visto, non ho più voglia di veder niente, non so neanco più in che città mi trovi. Palazzi! moschee! mi fan ridere! Quando vi avranno messo un fuoco nell'anima chi vi consumi, andrete a smorzarlo nella moschea! Si faccia un po' più in là, scusi. Quando vi sentirete una smania addosso che vi farebbe stritolar un piatto coi denti, andrete a contemplare i palazzi? Creda! è una triste vita quella del viaggiatore! È una penitenza delle più dure! È un supplizio! È un..." Un prudente colpo di ventaglio mi chiuse la bocca, che andava tropp'oltre e colle parole e coll'atto. Attaccai la costoletta.

"_Pobrecito!_" mormorò l'Andalusa ridendo, dopo aver dato un'occhiata intorno; "_Son todos ardientes como Usted los italianos?_"

"Che so io! Son tutte belle come lei le Andaluse?"

La ragazza stese la mano sulla tavola.

"Nasconda quella mano," le dissi.

"_Porqué?_" domandò essa.

"Perchè voglio mangiare in pace."

"Mangi con una mano sola."

"Ah!"

Mi parve di stringere la manina d'una bimba di sei anni; il coltello cadde in terra; un denso velo si stese sulla costoletta.

A un tratto mi sentii la mano vuota, apersi gli occhi, vidi la ragazza tutta turbata, mi voltai indietro: giusto cielo! c'era un bel pezzo di giovanotto, con la giacchettina attillata, coi calzoni stretti, col piccolo cappello di velluto, oh terrore! _un torero!_ Diedi un guizzo, come se mi fossi sentito piantar nel collo due _banderillas de fuego_.

--Capisco a volo!--dissi tra me, come quel tale nella commedia _Moglie e Buoi_; e sfido a non capire! La ragazza, un po' imbarazzata, fece la presentazione:--"_Un italiano de paso por Cordoba_," e soggiunse in fretta: "che vorrebbe sapere a che ora parte il treno per Siviglia."

Il _torero_, che al primo vedermi, aveva corrugato la fronte, si rasserenò, mi disse l'ora della partenza, sedette, ed entrò amichevolmente in conversazione. Io gli domandai notizie dell'ultima _corrida_ che s'era fatta a Cordova; era un _banderillero_, mi raccontò per filo e per segno le vicende della giornata. La ragazza, in quel frattempo, coglieva dei fiori nei vasi del _patio_. Terminai la mia colazione, offersi un bicchier di Malaga al _torero_, feci un brindisi al felice piantamento di tutte le sue _banderillas_ avvenire, pagai lo scotto (_tres pecetas_, c'eran compresi i begli occhi, si capisce), e poi, fatto muso franco, anche per dissipare fin l'ombra d'un sospetto nell'anima del mio formidabile rivale, dissi alla ragazza:--"_Señorita!_ A chi parte non si nega nulla; io, per lei, sono come un moribondo, non mi rivedrà mai più, non sentirà mai più pronunziare il mio nome: può dunque lasciarmi un ricordo: mi dia quel mazzolino di fiori."

"Eccolo," mi disse la ragazza; "l'avevo fatto per lei."

Diede un'occhiata al _torero_; il _torero_ fece un atto di approvazione.

"_Le doy gracias con toda la fuerza de mi corazon,_" risposi, e m'avviai per uscire. M'accompagnarono tutti e due verso la porta.

"_Hay funciones de toros en Italia?_" mi domandò il giovane.

"Oh Dio! no. Non le abbiamo ancora."

"Peccato! Cerchi di metterle in moda anche in Italia, e io andrò a _banderillar_ a Roma."

"Farò tutto il possibile. Signorina, perch'io la possa salutare abbia la bontà di dirmi il suo nome."

"_Consuelo._"

"_Quédese Usted con Dios, Consuelo!_"

"_Váyase Usted con Dios, señor italiano!_"

E infilai la stradina solitaria.

* * * * *

Nei dintorni di Cordova non c'è notevoli monumenti arabi a vedere. Eppure tutta la valle era un tempo sparsa di stupendi edifizi. Lontano tre miglia dalla città, a settentrione, alle falde d'un monte, sorgeva Medina Az-Zahra, la _città fiorente_, una delle più meravigliose opere d'architettura del califfato di Abdurrahman III, iniziata dal Califfo stesso in omaggio a una sua favorita di nome Az-Zahra. Le fondamenta furon gettate l'anno novecentotrentasei, e diecimila operai vi lavorarono per venticinque anni. I poeti arabi celebrarono Medina Az-Zahra come la più splendida delle reggie umane, e il più delizioso giardino della terra. Non era un edifizio, ma un vastissimo congiunto di palazzi, di giardini, di cortili, di porticati, di torri. Ivi piante pellegrine della Siria, giuochi fantastici di fontane altissime, fiumicelli fiancheggiati dalle palme, e vasti bacini colmi di mercurio, che scintillavano ai raggi del sole come laghi di fuoco; porte d'ebano e d'avorio, tempestate di gemme; migliaia di colonne di preziosissimi marmi, grandi terrazze aeree, e fra la moltitudine innumerevole delle statue, dodici animali d'oro massiccio, luccicanti di perle, che schizzavan dalla bocca e dalle nari acque odorose. In questa immensa reggia formicolavano migliaia di servi, di schiavi, di donne, e accorrevano da ogni parte del mondo i musici e i poeti. E nondimeno, codesto Abdurrahman III, che visse fra tante delizie, che regnò per cinquant'anni, che fu potente, glorioso e fortunato in ogni vicenda e in ogni impresa, scrisse prima di morire che durante il suo lungo regno non era stato felice che quattordici giorni! E la sua favolosa _città fiorente_, settantaquattr'anni dopo che n'era stata posta la prima pietra, fu invasa, saccheggiata ed arsa da un'orda barbaresca, ed oggi non ne restan che poche pietre, che appena ne rammentano il nome. Di un'altra splendida città, di nome Zahira, che sorgeva ad oriente di Cordova, fatta costrurre dal poderoso Almansur, governatore del Regno, non restan neanco le rovine: una mano di ribelli la ridusse in cenere poco dopo la morte del suo fondatore.

«Tutto ritorna alla gran madre antica.»

* * * * *

Invece di fare una scarrozzata nei dintorni di Cordova, mi diedi a errare qua e là, almanaccando sui nomi delle strade, che per me è uno dei più saporiti piaceri che si possan provare in una città sconosciuta. Cordova, _alma ingeniorum parens_, avrebbe di che scrivere ad ogni angolo di strada il nome d'un artista o d'un dotto illustre nato fra le sue mura; e, sia detto ad onor suo, li ha tutti ricordati con materna gratitudine. Voi ci trovate la piazzetta di Seneca, e la casa,--se sarà quella,--nella quale nacque; la via di Lucano; la via di Ambrosio Morales, l'istoriografo di Carlo V, continuatore della _Cronaca generale della Spagna_ cominciata da Florian di Ocampo; la via di Paolo Cespedes, pittore, architetto, scultore, archeologo, autore d'un poema didattico _El arte de la pintura_, sfortunatamente non finito, sparso di stupende bellezze. Ardente di entusiasmo per Michelangelo, del quale aveva ammirato le opere in Italia, gli sciolse nel suo poema un inno di lode che è uno dei più bei tratti della poesia spagnuola; e mio malgrado, m'escon dalla penna gli ultimi versi, che ogni italiano, anche non conoscendo la lingua sorella, può intendere e sentire. Non credere, egli dice al lettore, di poter scoprire la perfezione della pittura in altra cosa

«Que en aquella escelente obra espantosa Mayor de cuantas se han jamas pintado, Que hizo[3] el Buonarrota de su mano Divina, en el etrusco Vaticano!

Cual nuevo Prometeo en alto vuelo Alzándose, estendiò las alas tanto, Que puesto encima el estrellado[4] cielo Una parte alcanzò[5] del fuego santo; Con que tornando enriquecido al suelo Con nueva maravilla y nuevo espanto, Diò vida con eternos resplandores À marmoles, à bronces, à colores. ¡O mas que mortal hombre! ¿Angel divino O cual te nomaré? No humano cierto Es tu ser, que del cerco empireo vino[6] Al estilo y pincel vida y concierto: Tu mostraste à los hombres el camino Por mil edades escondido, incierto De la reina virtud; a ti se debe Honra que en cierto dia el sol renueve.»

Mormorando questi versi, riuscii nella via Juan de Mena, l'_Ennio spagnuolo_, come lo chiamano i suoi concittadini, autore d'un poema fantasmagorico, intitolato: _Il labirinto_, imitazione della _Divina Commedia_, di gran fama ai suoi tempi; e non privo, in vero, di qualche pagina di poesia ispirata e profonda; ma, nell'assieme, gonfio di pedantesco misticismo, e freddo. Giovanni II, re di Castiglia, andava pazzo di questo _Labirinto_, lo teneva accanto al messale nel suo gabinetto, lo portava seco alla caccia; ma, vedete capriccio di Re! il poema non aveva che trecento strofe, e a Giovanni II parevan poche, e sapete per qual ragione? Per la ragione che l'anno è di trecento sessantacinque giorni, e a lui pareva che quanti sono i giorni dell'anno tante dovessero essere le strofe del poema; e pregò il poeta di comporne altre sessantacinque, e il poeta lo obbedì; lietissimo, l'adulatore! di vedersi offerto un pretesto per adulare ancora; benchè l'avesse già tanto adulato, fino al segno di pregarlo che gli correggesse i suoi versi! Dalla via Juan de Mena, passai nella via Gongora, il Marini della Spagna, non meno grande d'ingegno, ma forse anche più corruttore della sua letteratura che non sia stato della nostra il Marini, poichè guastò, stroppiò, imbastardì in mille modi anche la lingua; onde Lopez de Vega argutamente fa chiedere da un poeta gongorista al suo ascoltatore:--Mi capisci?--e questi risponde:--Sì!--e il poeta di rimando:--Menti! perchè non mi capisco neanch'io.--Non però scevro affatto di gongorismo neanche il Lopez, cui bastò l'animo di scrivere che il Tasso non era che l'aurora del sol di Marini; nè scevro il Calderon, nè gli altri più grandi. Ma basti di poesia, per non uscire di carreggiata.