Spagna

Chapter 2

Chapter 23,606 wordsPublic domain

La cattedrale di Barcellona, di stile gotico, sormontata di torri ardite, è degna di stare accanto alle più belle di Spagna. L'interno è formato da tre vaste navate, divise da due ordini di altissimi pilastri di forma snella e gentile; il Coro, posto nel mezzo della chiesa, è ornato d'una profusione di bassirilievi, di filigrane, di figurine; sotto il Santuario s'apre una cappella sotterranea, sempre illuminata, in mezzo alla quale è la tomba di sant'Eulalia, che si vede a traverso di alcune piccole finestre, aperte intorno al Santuario. La tradizione narra che gli uccisori della santa, ch'era bellissima, prima di darle la morte, vollero vedere il suo corpo nudo; ma mentre stavan per toglierle l'ultimo velo, una fitta nebbia l'avvolse e la nascose a ogni sguardo. Il suo corpo è sempre intatto e fresco come quando era viva, e non v'è occhio umano che ne possa regger la vista; onde un vescovo incauto, che sulla fine del secolo passato, volle scoperchiare la tomba, e scoprire la salma sacra, nell'atto che vi fisse lo sguardo, acciecò. In una piccola cappella a destra dell'altar maggiore, rischiarata da molte fiammelle, si vede un Cristo in croce, di legno colorito, un po' piegato sur un fianco; si narra che quel Cristo fosse sur una nave spagnuola alla battaglia di Lepanto, e che si sia contorto così per scansare una palla da cannone che vedeva venir dritta al suo cuore. Alla vôlta della stessa cappella è sospesa una piccola galea, con tutti i suoi remi, costrutta ad imitazione di quella su cui Don Giovanni d'Austria combattè contro i Turchi. Sotto gli organi, di fattura gotica, coperti di gran tappeti pitturati, pende una enorme testa di Saraceno, colla bocca spalancata, dalla quale, in altri tempi, piovevan confetti ai bambini. Nelle altre cappelle vi è qualche bella tomba di marmo, e qualche pregevole dipinto del Villadomat, pittore barcellonese, del XVII secolo. La chiesa è oscura e misteriosa. Le sorge accanto un claustro, sorretto da grandiosi pilastri formati di sottili colonne, e sormontati da capitelli sopraccarichi di statuette che rappresentano fatti dei due Testamenti. Nel claustro, nella chiesa, nella piazzetta che le si stende dinanzi, nelle stradicciuole che le girano intorno, spira come un'aura di pace melanconica, che nello stesso punto alletta e rattrista, come il giardino di un Camposanto. Un gruppo di orrende vecchie barbute custodisce la porta.

Dentro la città, dopo visto la Cattedrale, non restano a vedere altri grandi monumenti. Nella piazza della Costituzione, son due palazzi chiamati _Casa de la Deputacion_ e casa _Concistorial_, il primo del decimosesto secolo, l'altro del decimoquarto, i quali conservano ancora qualche parte degna di nota; l'uno la porta, l'altro il cortile; dall'uno dei lati della _Casa de la Deputacion_ una ricca facciata gotica della cappella di San Giorgio. V'è un palazzo dell'Inquisizione, con un angusto cortile, e finestrine dalle grosse inferriate, e porticine segrete; ma è quasi interamente rifatto sull'antico. Rimangono alcune enormi colonne romane, nella strada del Paradiso, perdute in mezzo a case moderne, circondate di scale tortuose e di oscure stanzuccie. Non c'è altra cosa che richiami l'attenzione d'un artista. In compenso, fontane con colonne rostrali, piramidi, statue; viali fiancheggiati di ville, di giardini, di caffè, d'alberghi; un circo di tori capace di diecimila spettatori; un borgo che si stende su un braccio di terra che chiude il porto, costrutto colla simmetria d'una scacchiera, e popolato da diecimila marinai; molte biblioteche, un museo d'istoria naturale ricchissimo, e un archivio che è uno dei più vasti empori di documenti storici dal secolo IX ai tempi nostri, cioè dai primi Conti di Catalogna alla guerra d'indipendenza.

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Fuor della città, una delle cose più notevoli è il Cimitero, a una mezz'ora di carrozza dalle porte, in mezzo a una vasta pianura. Visto di fuori, dalla parte dell'entrata, pare un giardino; e fa sollecitare il passo con un sentimento di curiosità quasi allegra. Oltrepassata appena la soglia, si è dinanzi a uno spettacolo nuovo, indescrivibile, affatto diverso da quello a cui si era preparati. Si è in mezzo a una città silenziosa, attraversata da lunghe strade deserte, fiancheggiate da muri di uguale altezza, diritte, chiuse in fondo da altri muri. Si va oltre, si arriva a un crocicchio, e di là si vedono altre strade, altri muri in fondo, altri crocicchi lontani. Par di essere a Pompei. I morti son messi dentro ai muri, per lungo, e disposti in varii ordini, come i libri nelle biblioteche. A ogni cassa, corrisponde sul muro una specie di nicchietta, nella quale è scritto il nome del sepolto; dove non c'è sepolto alcuno, la nicchia porta scritta la parola: _Propriedad_, che vuol dire che il posto è stato comprato. La maggior parte delle nicchie sono chiuse da un vetro, altre da inferriate, altre da una rete sottilissima di fil di ferro, e contengono una varietà grande di oggetti postivi dalle famiglie in omaggio dei morti: come ritratti in fotografia, altarini, quadri, ricami, fiori finti, e sovente anco ninnoli che loro furono cari in vita, nastri, monili di donne, giocattoli di ragazzi, libri, spille, quadretti; mille cose che rammentan la casa e la famiglia, e indicano la professione di coloro cui appartenevano; e non si possono guardare senza tenerezza. Di tratto in tratto si vede una di codeste nicchie sfondate, e dentro buio: segno che ci si ha da mettere una cassa nella giornata. La famiglia del morto deve pagare un tanto all'anno per quello spazio: quando cessa di pagare, la cassa vien tolta di là e portata nella fossa comune del camposanto dei poveri a cui si giunge per una di quelle strade. Mentre ero là, fu fatta una sepoltura: vidi in lontananza mettere la scala, e sollevar su la cassa, e tirai via. Una notte un pazzo si cacciò in uno di quei fori vuoti: passò un guardiano del cimitero con una lanterna, il pazzo mandò un grido per fargli paura, e il pover'omo cadde a terra come fulminato, e fece una malattia mortale. In una nicchia vidi una bella treccia di capelli biondi, che erano appartenuti a una ragazza di quindici anni, morta annegata, e c'era cucita una cartolina con su scritto:--_Querida!_--(Cara!)--A ogni passo, si vede qualcosa che colpisce la mente ed il cuore: tutti quegli oggetti fanno l'effetto d'un mormorìo confuso di voci di madri, di spose, di bambini, di vecchi, che dicano sommessamente a chi passa:--Son io! Guarda!--Ad ogni crocicchio sorgono statue, tempietti, obelischi, con iscrizioni in onore dei cittadini di Barcellona che fecero opere di carità durante l'infierire della febbre gialla nel 1821 e nel 1870.

Questa parte del Cimitero, fabbricata, se così può dirsi, a città, appartiene alla classe media della popolazione; e confina con due vasti recinti, uno destinato ai poveri, nudo, piantato di grandi croci nere; l'altro destinato ai ricchi, più vasto anche del primo, coltivato a giardino, circondato di cappelle, vario, ricco, stupendo. In mezzo a una foresta di salici e di cipressi, s'innalzano da ogni parte colonne, cippi, tombe enormi, cappelle marmoree sopraccariche di sculture, sormontate da ardite figure d'arcangelo che levan le braccia al cielo; piramidi, gruppi di statue, monumenti vasti come case che sovrastano agli alberi più alti; e fra monumento e monumento, cespugli, cancellate, aiuole fiorite; e nell'entrata, tra questo e l'altro campo santo, una stupenda chiesuola di marmo, cinta di colonne, mezzo nascosta dagli alberi, che prepara nobilmente l'animo al magnifico spettacolo del di dentro. All'uscire da questo giardino, si riattraversano le strade deserte della necropoli, che paiono anche più silenziose e più triste che al primo entrare. Varcata la soglia, si risaluta con piacere le case variopinte dei sobborghi di Barcellona sparse per la campagna, come avantiguardie messe là ad annunziare che la popolosa città si dilata e si avanza.

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Dal Camposanto al caffè, è un bel salto; ma viaggiando se ne fanno anche di più lunghi. I caffè di Barcellona, come quasi tutti i caffè della Spagna, sono un solo vastissimo salone ornato di grandi specchi, con tanti tavolini quanti ce ne posson capire; dei quali è raro che rimanga libero un solo, neanco per una mezz'ora, in tutta la giornata. La sera son tutti pieni, affollati, da dover molte volte aspettare un bel pezzo per avere un posticino accanto alla porta; intorno a ogni tavolino, v'è un crocchio di cinque o sei _caballeros_, colla _capa_ sulle spalle (un mantello di panno oscuro, munito d'un'ampia pellegrina, che si porta in vece del nostro pastrano); e in ogni crocchio si giuoca al domino. È il giuoco più in voga presso gli Spagnuoli. Nei caffè, dall'imbrunire sino a mezzanotte, si sente un rumore fitto, continuo, assordante, come il rumor della grandine, di migliaia di tessere volte e rivolte da centinaia di mani, che quasi bisogna alzare la voce per farsi sentire da chi vi è accanto. La bevanda più usuale è il cioccolatte, squisitissimo in Spagna, portato per lo più in piccole chicchere, denso come conserva di ginepro e caldo da scorticare la gola. Una di queste tazzine, con una goccia di latte, e una pasta particolare, che si chiama _bollo_ (boglio), morbidissima, è una colezione da Lucullo. Fra un _bollo_ e l'altro, feci i miei studii sul carattere catalano, discorrendo con tutti i _Don Fulanos_ (nome sacramentato in Ispagna come il Tizio fra noi) che ebbero la bontà di non pigliarmi per una spia mandata da Madrid a fiutar l'aria della Catalogna.

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Gli animi, in quei giorni, erano molto eccitati dalla politica. A me occorse parecchie volte, parlando innocentissimamente d'un giornale, d'un personaggio, d'un fatto qualsiasi col _caballero_ che m'accompagnava, o nel caffè, o in una bottega, o al teatro; mi occorse, dico, di sentirmi toccare la punta del piede e mormorare nell'orecchio:--Badi, questo signore alla sua destra è un Carlista.--Zitto, quello lì è un repubblicano.--Quell'altro là è un sagastino.--Questo accanto è un radicale.--Quello laggiù è un cimbrio.--Tutti parlavano di politica. Trovai un carlista arrabbiato in un barbiere, il quale, accortosi dalla mia pronunzia ch'ero un _conciudadano del Rey_, tentò, così alla larga, di tirarmi nel discorso. Io non dissi parola, perchè mi stava radendo, e un risentimento del mio orgoglio nazionale ferito avrebbe potuto far correre il primo sangue della guerra civile; ma il barbiere insistè, e non sapendo per qual altra via venire all'argomento, uscì a dire con accento gentile: "_Sabe Usted, caballero, si hubiera la guerra entre Italia y España, España no tuviera miedo_ (non avrebbe paura)."--"Ne sono persuasissimo," risposi, badando al rasoio. Poi mi assicurò che la Francia avrebbe dichiarato la guerra all'Italia non appena avesse pagato la Germania; _no hay escapatoria_. Non risposi. Allora egli stette un po' sopra pensiero, e poi disse maliziosamente: "_Cosas grandes van à acontecer_ (accadere) _dentro de poco!_" Piacque però ai Barcellonesi che il Re si fosse presentato a loro in atto confidente e tranquillo, e la gente del popolo ricorda la sua entrata in città con ammirazione. Trovai simpatia per il Re anche in alcuni che mormoravano a denti stretti:--_no es español,_--o come mi domandò un tale: "Pare a lei che starebbe bene a Roma o a Parigi _un rey castellano_?"--domanda a cui si risponde:--"_No entiendo de politica,_"--ed è discorso finito.

Ma i veramente implacabili sono i Carlisti. Dicon della nostra rivoluzione roba da cani in buonissima fede, essendo la maggior parte convinti, che il vero re d'Italia sia il Papa, che l'Italia lo voglia, e che abbia chinato il capo sotto la spada di Vittorio Emanuele, perchè non c'era modo di far altrimenti; ma che aspetti l'occasione propizia per liberarsene, come ha fatto dei Borboni e degli altri. E può giovare a provarlo il seguente aneddoto che io riferisco, come l'ho sentito narrare, senza neanco un'ombra d'intenzione di ferire la persona che n'è attore principale. Una volta un giovane italiano, che io conosco intimamente, fu presentato a una delle più ragguardevoli signore della città, e ricevuto con una squisita cortesia. Erano presenti alla conversazione parecchi italiani. La signora parlò con molta simpatia dell'Italia, ringraziò il giovane dell'entusiasmo che mostrava d'avere per la Spagna, mantenne, in una parola, una viva e gioviale conversazione coll'ospite riconoscente per quasi tutta la serata. A un tratto gli domandò: "E tornando in Italia, in che città s'andrà a stabilire?"

"A Roma," rispose il giovane.

"Per difendere il Papa?" domandò la signora con la più schietta franchezza.

Il giovane la guardò, e rispose sorridendo ingenuamente: "No, davvero."

Quel _no_ scatenò una tempesta. La signora scordò che il giovane era italiano, e suo ospite, e proruppe in una tale sfuriata d'invettive contro il Re Vittorio, il governo piemontese, l'Italia, risalendo dall'entrata dell'esercito in Roma fino alla guerra delle Marche e dell'Umbria, che il mal capitato straniero diventò bianco come un cencio di bucato. Ma fatto forza a sè stesso, non rispose parola, e lasciò agli altri italiani, ch'erano amici di vecchia data, la cura di sostener l'onore del loro paese. La discussione durò un pezzo, e fu accanita; la signora s'accorse poi d'essersi lasciata andare tropp'oltre, e fece capire che n'era dolente; ma una cosa apparve chiarissima dalle sue parole, ed è ch'ella era convinta, e con lei chi sa quante! che l'unificazione d'Italia si fosse fatta contro la volontà del popolo italiano, dal Piemonte, dal Re, per avidità di dominio, per odio alla religione ec.

Il basso popolo, però, repubblicaneggia, e come ha la reputazione di essere più pronto ai fatti di quello che non sia largo a parole, è temuto. Quando in Spagna si vuol sparger la voce d'una prossima rivoluzione, si comincia sempre dal dire che scoppierà a Barcellona, o che sta per scoppiarvi, o che v'è scoppiata.

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I catalani non vogliono esser messi a mazzo cogli Spagnuoli delle altre provincie; siamo Spagnuoli, dicono, ma, intendiamoci, di Catalogna; gente, vale a dire, che lavora e che pensa, e all'orecchio della quale è più gradito il rumore degl'ingegni meccanici che il suono delle chitarre. Noi non invidiamo all'Andalusia la fama romanzesca, le lodi dei poeti, e le illustrazioni dei pittori; noi ci contentiamo di essere il popolo più serio e più operoso della Spagna. Parlano in fatti dei loro fratelli del mezzogiorno, come i piemontesi parlavano una volta, ora meno, dei napoletani e dei toscani: «sì, hanno ingegno, immaginazione, parlan bene, divertono; ma noi abbiamo per contrapposto maggior vigore di volontà, maggiore attitudine agli studi scientifici, maggior istruzione popolare.... e poi.... il carattere....» Intesi un catalano, un uomo chiaro per ingegno e dottrina, lamentare che la guerra d'indipendenza avesse troppo affratellato le diverse provincie di Spagna, ond'era seguìto che i catalani contraessero una parte dei difetti dei meridionali, senza che questi acquistassero nessuna delle buone qualità dei catalani. Siamo diventati, diceva, _mas ligeros de casco_, più leggeri di testa, e non se ne sapeva dar pace. Un bottegaio al quale domandai che pensasse del carattere dei castigliani, mi rispose bruscamente che, a suo avviso, sarebbe una gran fortuna per la Catalogna, che non ci fosse strada ferrata tra Barcellona e Madrid, perchè il commercio con quella gente _corrompe_ il carattere e i costumi del popolo catalano. Quando parlano d'un deputato parolaio, dicono:--Eh! già... è un andaluso.--Poi mettono in ridicolo il loro linguaggio poetico, la pronunzia sdolcinata, la gaiezza infantile, la vanità, l'effeminatezza. Quelli, per contro, parlano dei catalani come una signorina capricciosa, letterata e pittrice, parlerebbe d'una di quelle ragazze massaie, che leggono di preferenza la _Cuciniera genovese_ che i romanzi di George Sand. Son gente dura, dicono, tutta d'un pezzo, che non ha il capo ad altro che all'aritmetica e alla meccanica; barbari, che farebbero d'una statua del Montanes un frantoio e d'una tela del Murillo un incerato; veri Beoti della Spagna, insopportabili con quel loro gergaccio, con quella musoneria, con quella gravità di pedanti.

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La Catalogna, infatti, è forse la provincia di Spagna, che conta meno nella storia delle belle arti. Il solo poeta, non grande, ma celebre, che sia nato in Barcellona, è Giovanni Boscan, che fiorì sul principio del secolo decimosesto, e introdusse pel primo nella letteratura spagnuola il verso endecasillabo, la canzone, il sonetto, e tutte le forme della poesia lirica italiana di cui era ammiratore appassionato. Da che dipende una grande trasformazione, come fu questa, di tutta la letteratura d'un popolo! Dall'esser andato a stare il Boscan a Granata, quando v'era la Corte di Carlo V, e aver conosciuto là un ambasciatore della repubblica di Venezia, Andrea Navagero, che sapeva a memoria i versi del Petrarca, e glieli recitava, e gli diceva:--Mi pare che potreste scriver così anche voialtri; provate!--Il Boscan provò; tutti i letterati di Spagna gli gridaron la croce addosso. E che il verso italiano non sonava, e che la poesia di Petrarca era una sdolcinatura da femminette, e che la Spagna non aveva bisogno di strascicar l'estro sulla falsariga di nessuno. Ma il Boscan tenne duro: Garcilaso della Vega, il valoroso cavaliere, amico suo, che ricevette poi il glorioso titolo di Malherbe della Spagna, lo seguì; il drappello dei riformatori s'ingrossò a poco a poco, divenne esercito, vinse e dominò l'intera letteratura. Il vero consumatore della riforma fu il Garcilaso; ma il Boscan ebbe il merito della prima idea, onde a Barcellona l'onore d'aver dato alla Spagna chi fece mutar il viso alla sua letteratura.

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Nei pochi giorni che rimasi a Barcellona, solevo passar la sera con alcuni giovani catalani, passeggiando sulla riva del mare, al lume della luna, fino a notte avanzata. Sapevan tutti un po' d'italiano, ed erano amantissimi della nostra poesia; così che per ore e per ore non si faceva che declamar versi, essi dello Zorilla, dell'Espronceda, del Lopez de Vega, io del Foscolo, del Berchet, del Manzoni; intercalati, con una sorta di gara, a chi ne diceva di più belli. È un sentimento nuovo quello che si prova dicendo versi dei nostri poeti in un paese straniero. Quando vedevo i miei amici spagnuoli tutti intenti al racconto della battaglia di Maclodio, a poco a poco scotersi, infiammarsi e poi afferrarmi pel braccio ed esclamare con un accento castigliano che mi rendeva più care le loro parole:--Bello! sublime!;--mi sentivo rimescolare il sangue, tremavo; se fosse stato giorno, credo che m'avrebbero visto diventar bianco come la carta. Mi recitarono dei versi in lingua catalana. E dico lingua, perchè ha una storia e una letteratura propria e non fu relegata allo stato di dialetto che dal predominio politico assunto dalla Castiglia che impose l'idioma suo come idioma generale dello Stato. E benchè sia una lingua aspra, tutta parole tronche, ingrata, sulle prime, a chi abbia nulla nulla l'orecchio delicato, ha nondimeno dei pregi notevolissimi, dei quali i poeti popolari si valsero con ammirabile maestria, prestandosi essa particolarmente all'armonia imitativa. Una poesia, che mi recitarono, di cui le prime strofe imitano il rumore cadenzato d'un treno di strada ferrata, mi strappò un grido di meraviglia. Ma senza spiegazioni, anche per chi conosca la lingua spagnuola, il Catalano non è intelligibile. Parlan presto, coi denti stretti, senza aiutar la voce col gesto, così ch'è difficile cogliere il senso d'un periodo anche semplicissimo, ed è un gran chè se s'intende qualche parola di volo. Anche la gente del popolo, però, parla, quando occorre, il castigliano, stentatamente e senza grazia; ma sempre assai meglio che non si parli l'italiano dal basso popolo delle Provincie settentrionali d'Italia. Neanco le persone colte, in Catalogna, parlano perfettamente la lingua nazionale; il castigliano riconosce il catalano alla prima, oltre che alla pronunzia, alla voce, e sopratutto alla _illegittima frase scarsa_. Per questo uno straniero che vada in Spagna coll'illusione di saper parlare la lingua con garbo, può, fin che sta in Catalogna, serbar la sua illusione; ma quando penetri nelle Castiglie, e senta per la prima volta quello scoppiettío di frizzi, quella profusione di proverbi, di modi, d'idiotismi arguti ed efficacissimi, che lo fan rimanere a bocca aperta, come l'Alfieri dinanzi a Monna Vocaboliera quando gli discorreva di calzette, addio illusioni!

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L'ultima sera andai al Teatro del Liceo, che ha fama di essere uno dei più belli d'Europa, e forse il più vasto. Era pieno zeppo di gente dalla platea alla piccionaia, che non ci sarebbe più capito un centinaio di persone. Dal palco in cui ero io, si vedevan le signore della parte opposta piccine come bimbe; e a socchiuder gli occhi, non apparivan più che tante strisce bianche, una ad ogni ordine di palchi, tremolanti e luccicanti come immense ghirlande di camelie imperlate di rugiada e agitate dal zeffiro. I palchi, vastissimi, sono divisi da un assito che s'abbassa dal muro verso il parapetto, lasciando scoperto tutto il busto delle persone sedute sulle prime seggiole; in modo che, all'occhio, il teatro par fatto tutto a gallerie, e n'acquista un'aria di leggerezza che fa un bellissimo vedere. Tutto sporge, tutto è scoperto, la luce batte in ogni parte, ogni spettatore vede tutti gli spettatori, le corsie son spaziose, si va, si viene, si gira a tutt'agio da ogni lato, si può contemplare ogni signora da mille punti, passare dalle gallerie ai palchi, dai palchi alle gallerie, passeggiare, far crocchio, bighellonare tutta la sera di qua e di là, senza urtar nel gomito anima viva. Le altre parti dell'edifizio sono proporzionate alla principale: corridoi, scale, pianerottoli, vestiboli da gran palazzo. Vi son sale da ballo ampie e splendide, nelle quali si potrebbe piantare un altro teatro. Eppure, anche qui dove i buoni Barcellonesi non dovrebbero pensare ad altro che a ricrearsi dalle fatiche della giornata nella contemplazione delle loro belle e superbe donne, anche qui i buoni Barcellonesi comprano, vendono, giocano, trafficano, come anime dannate. Nei corridoi è un andirivieni continuo di agenti di banca, di commessi d'uffizio, di portatori di dispacci, e un continuo vocìo da mercato. Barbari! Quanti bei visi, quanti begli occhi, quante stupende capigliature brune in quella folla di signore! Anticamente i giovani Catalani innamorati, per cattivarsi il cuore delle loro belle, si inscrivevano nelle confraternite dei flagellanti, e andavano sotto le loro finestre con una sferza metallica a farsi spicciare il sangue dalle carni, e le belle gl'incoraggiavano, accennando: "Batti, batti ancora, così, ora t'amo e son tua!" Quante volte avrei esclamato quella sera: "Signori, per carità, datemi una sferza metallica!"

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