Spagna

Chapter 18

Chapter 183,827 wordsPublic domain

"La ragione è questa;" rispose, accennandomi un muro al quale era affissa una pianta di Toledo. M'avvicinai e vidi un garbuglio di linee bianche sur un fondo nero che pareva uno di quei ghirighori che fanno i ragazzi sulla lavagna per consumare il gesso a dispetto del maestro. "Non importa," dissi, "voglio andar solo; e se mi smarrirò, mi troveranno."--"Non farà cento passi," osservò il fattorino. Uscii e infilai la prima strada che vidi, tanto stretta che, allargando le braccia, toccavo tutti e due i muri. Fatti cinquanta passi, mi trovai in un'altra strada più stretta della prima, e da questa riuscii in una terza, e via così. Mi pareva di girare, non per le strade d'una città, ma per gli anditi d'un edifizio; e andavo oltre coll'idea di dover riuscire da un momento all'altro in un luogo aperto.--È impossibile,--pensavo,--che la città sia tutta costruita in questa maniera; non ci si potrebbe vivere.--Ma via via che procedevo, mi sembrava che le strade si facessero più strette e più corte; ogni momento dovevo svoltare; dopo una strada curva, veniva una strada a zig-zag, dopo questa un'altra fatta ad uncino, che mi riconduceva nella prima, e così giravo per un pezzo sempre in mezzo alle stesse case. Di tratto in tratto riuscivo in un crocicchio di parecchi vicoli che scappavano in direzioni opposte, e quale si perdeva nel buio d'un portico, quale urtava, dopo pochi passi, contro il muro d'una casa, quale scendeva giù come per sprofondarsi nelle viscere della terra, quale s'arrampicava per un'erta salita; alcuni, larghi appena tanto da dar passo ad un uomo; altri stretti in mezzo a due muri senza porte e senza finestre; tutti fiancheggiati da edifizii di grande altezza, che lasciavano apparire appena una sottile striscia di cielo fra tetto e tetto; con poche finestre munite di grosse inferriate, con grandi porte tempestate di chiodi enormi, con cortili angusti ed oscuri. Camminai un pezzo senza incontrar nessuno, fin che riuscii in una delle strade principali, tutta fiancheggiata da botteghe e piena di contadini, di donne, di ragazzi; ma poco più larga d'un corridoio ordinario. Ogni cosa è proporzionato alla strada: le porte paion finestre, le botteghe paion nicchie, e vi si vedon dentro tutti i segreti della casa: la tavola apparecchiata, i bambini in culla, la madre che si pettina, il padre che si cambia la camicia; tutto è lì sulla strada; non par di essere in una città, ma in una casa abitata da una sola grande famiglia. Svolto in una strada meno frequentata, non vi si sente il ronzìo d'una mosca, il mio passo risuona fino al quarto piano degli edifizii, qualche vecchierella fa capolino alla finestra. Passa un cavallo, par che passi uno squadrone: tutti s'affacciano a guardar che cosa segue. Il più leggero rumore echeggia in ogni parte; un libro che cade in una stanza al secondo piano, un vecchio che tosse in un cortile, una donna che si soffia il naso non so dove; si sente tutto. In qualche punto cessa ad un tratto ogni rumore, siete soli, non vedete più segno di vita: son case da streghe, crocicchi da congiure, chiassuoli da tradimenti, angiporti da delitti, finestrine da colloquii d'amanti infami, porte sinistre che fanno sospettare scale macchiate di sangue. Ma pure in tutto questo laberinto di strade non ce n'è due che si somigliano; ognuna ha qualcosa di proprio; qui un arco, là una colonnetta, più oltre una scultura; Toledo è un emporio di tesori d'arte; per poco che si scrostino i muri, si scoprono in ogni parte dei ricordi di tutti i secoli: bassorilievi, arabeschi, finestrine moresche, statuette. I palazzi hanno porte munite di lastre di metallo incise, di martelli istoriati, di chiodi colle teste cesellate, di scudi, di emblemi; e formano un bel contrasto colle case moderne dipinte a ghirlande, medaglioni, amori, urne, animali fantastici. Ma questi abbellimenti non tolgono nulla all'aspetto severo e tristo di Toledo. Dovunque volgiate lo sguardo, v'è qualche cosa che vi rammenta la città forte degli Arabi; per poco che la vostra immaginazione lavori, riesce a ricomporre, coi tratti rimasti qua e là, tutto il disegno del quadro cancellato, e allora l'illusione è completa; rivedete la gran Toledo del medio evo; e dimenticate la solitudine e il silenzio delle sue strade. Ma è un'illusione di pochi istanti, dopo la quale ricadete in una trista meditazione, e non vedete più che lo scheletro della città antica, la necropoli di tre imperi, il grande sepolcro della gloria di tre popoli. Toledo vi rammenta i sogni fatti da giovanetti dopo la lettura di leggende romanzesche del medio evo. Voi avrete visto molte volte, nei sogni, delle città oscure, cinte di fossi profondi, di mura altissime, di roccie inaccessibili; e sarete passati su quei ponti levatoi, e sarete entrati in quelle strade torte ed erbose, ed avrete respirato quell'aria umida di prigione e di tomba. Ebbene, avete sognato Toledo.

La prima cosa a vedersi, dopo l'aspetto generale della città, è la Cattedrale, che vien considerata a giusto titolo come una delle più belle del mondo. La storia di questa Cattedrale, stando alla tradizione popolare, rimonta sino ai tempi dell'Apostolo Santiago, primo vescovo di Toledo, che avrebbe designato il luogo dove venne innalzata; ma la costruzione dell'edifizio tal quale oggi si ammira, fu cominciata nel 1227, sotto il regno di San Ferdinando, e terminata dopo duecento e cinquant'anni di lavoro quasi continuo. L'aspetto esterno di questa immensa chiesa non è nè ricco nè bello come quello della cattedrale di Burgos. Davanti alla facciata si stende una piccola piazza, ed è il solo punto d'onde si possa abbracciare collo sguardo una vasta parte dell'edifizio; tutt'intorno corre una stradicciuola, dalla quale, per quanto si torca il collo, non si vede che l'alto muro di cinta che chiude la chiesa come una fortezza. La facciata ha tre grandi porte, chiamate l'una del _Perdono_, l'altra dell'_Inferno_, la terza del _Giudizio_; ed è fiancheggiata da una robusta torre, che termina in una bella cupola ottagona. Per quanto, girando intorno all'edifizio, si sia visto che è immenso, al primo entrare si è colpiti da un senso profondo di meraviglia; e subito dopo da un altro vivissimo piacere, che vien da quella freschezza, da quella quiete, da quell'ombra soave, e da una misteriosa luce, la quale penetrando per le vetrate a colori di innumerevoli finestre, si frange in mille raggi azzurri, gialli, rosei, che guizzano qua e là lungo gli archi e le colonne come striscie d'arcobaleno. La chiesa è formata da cinque grandi navate divise da ottantotto pilastri enormi, composti ciascuno di sedici colonne fusate, e strette come un fascio di lancie; una sesta navata taglia ad angolo retto queste cinque, passando fra l'altar maggiore ed il coro; e la volta della navata principale si alza maestosamente sull'altre, che sembrano curvarsi come per renderle omaggio. La luce variopinta e il color chiaro della pietra danno alla chiesa come un'aria di raccolta letizia che tempera l'aspetto malinconico dell'architettura gotica, senza nulla togliere alla sua gravità austera e pensosa. Passar dalle strade di quella città fra le navate di quella Cattedrale, gli è come passar da una segreta a una piazza: si guarda intorno, si respira, si risente la vita.

L'altar maggiore, a volerlo considerar per la minuta, richiederebbe altrettanto tempo che la chiesa intera; è una chiesa, è un visibilio di colonnine, di statuette, di fogliami, d'ornamenti svariatissimi, che sporgon lungo gli spigoli, s'alzano sopra gli architravi, serpeggiano intorno alle nicchie, si sostengono l'un l'altro, si ammontano, si nascondono, presentando in ogni parte mille profili, e gruppi, e scorti, e dorature, e colori, e ogni maniera di artifiziose leggiadrie, che porgon tutte insieme l'aspetto di una magnificenza piena di decoro e di grazia. Di fronte all'altar maggiore è il coro, diviso in tre ordini di seggiole meravigliosamente scolpite da Filippo di Borgogna e dal Berruguete, con bassorilievi rappresentanti fatti storici, allegorici, sacri, che si considerano come uno dei più insigni monumenti dell'arte. In mezzo, in forma di trono, è il seggio dell'arcivescovo; intorno, un giro di enormi colonne di diaspro; sugli architravi, delle statue colossali d'alabastro; ai due lati, degli enormi pulpiti di bronzo con suvvi dei messali giganteschi, e due smisurati organi, l'uno di fronte all'altro, dai quali par debba prorompere da un istante all'altro un torrente di note da far tremare le volte.

Il piacere dell'ammirazione, in queste grandi cattedrali, è quasi sempre turbato dai ciceroni importuni che vogliono ad ogni costo che vi divertiate a modo loro. E per mia disgrazia mi ebbi a persuadere che i ciceroni spagnuoli sono i più ostinati della razza. Quand'uno di costoro s'è fitto in capo che voi avete da passar la giornata con lui, è finita. Potete scrollar le spalle, non rispondere, lasciar che si sfiati senza neanco voltare il viso, girare per conto vostro come se non l'aveste veduto: è tutt'uno. In un momento d'entusiasmo, dinanzi a un quadro o a una statua, vi sfugge una parola, un gesto, un sorriso: basta, siete legato, siete suo, siete preda di questa implacabile _pieuvre_ umana, che come quella di Victor Hugo, non lascia la vittima che a tagliarle la testa. Mentre stavo contemplando le statue del Coro, vidi colla coda dell'occhio uno di codeste _pieuvres_, un vecchietto mezzo sfatto, che mi si avvicinava a lenti passi, di sbieco, come un sicario, guardandomi coll'aria di dire:--Ci sei.--Io continuai a guardar le statue; il vecchio mi venne accanto, e si mise anch'egli a guardare; poi ad un tratto mi domandò: "Vuol che l'accompagni?"

"No," risposi, "non m'occorre."

Ed egli senza scomporsi: "Sa chi era Elpidio?"

La domanda era così strana, che non potei trattenermi dal domandare alla mia volta: "Chi era?"

"Elpidio," rispose, "fu il secondo vescovo di Toledo."

"E con questo?"

"E con questo.... fu il vescovo Elpidio che ebbe l'idea di consacrare la chiesa alla Vergine, che è la ragione per la quale la Vergine venne a visitare la chiesa."

"O come si sa?"

"Come si sa? si vede."

"Volete dire che s'è visto."

"Voglio dire che si vede ancora: abbia la bontà di venir con me."

Ciò dicendo si mosse, ed io, curiosissimo di sapere qual fosse questa prova visibile della discesa della Vergine, lo seguii. Ci fermammo davanti a una specie di tabernacolo, vicino a uno dei gran pilastri della navata del mezzo. Il cicerone mi mostrò una pietra bianca incastrata nel muro, coperta da una rete di ferro, e con intorno questa iscrizione:

«Quando la reina del cielo Puso los pies en el suelo En esta piedra los puso.»

"Dunque," domandai "la Santa Vergine ha messo proprio il piede su questa pietra?"

"Proprio su questa pietra," mi rispose, e fatto passare un dito tra i fili di ferro della rete, e toccata la pietra, si baciò il dito, si fece il segno della croce e mi accennò come per dirmi: "A lei."

"A me?..." risposi; "oh in verità, _amigo_, non posso."

"_Porqué?_"

"_Porque no me siento digno de tocar aquella piedra divina._"

Il cicerone capì, e guardandomi fisso con uno sguardo serio, mi domandò: "_Usted no cree?_"

Io guardai un pilastro. Allora il vecchio mi fece cenno che lo seguissi, e si mosse verso un angolo della chiesa, mormorando con aria di tristezza: "_Cadauno es dueño de su alma._" Ciascuno è padrone dell'anima sua. Un chiericotto ch'era là vicino, e che aveva indovinato la cosa, mi lanciò uno sguardo che pareva una frecciata, e brontolando non so che, s'allontanò dalla parte opposta.

Le cappelle sono quali convengono a una tal chiesa; quasi tutte racchiudono qualche bel monumento; nella cappella di sant'Jago, dietro l'altar maggiore, sono due magnifiche tombe d'alabastro, che contengono i resti del connestabile Alvaro di Luna e di sua moglie; nella cappella di sant'Idelfonso, la tomba del cardinale Gil Carillo di Albornoz; nella cappella _de los Reyes nuevos_, le tombe di Enrico II, di Giovanni II, di Enrico III; nella cappella del Sacrario, una stupenda corona di statue e di busti di marmo, d'argento, d'avorio, d'oro, una collezione di croci e di reliquie d'inestimabile valore, i resti di santa Leucadia e di santa Eugenia chiusi entro due casse d'argento cesellate con finissimo lavoro.

La cappella _Mozarabe_, che corrisponde alla torre della chiesa, e fu costrutta per perpetuare la tradizione del primitivo rito cristiano, è forse la più meritevole d'attenzione. Una delle pareti è tutta coperta da un dipinto a fresco, gotico, rappresentante un combattimento fra i mori e i toledani, meravigliosamente conservato fin nelle più delicate sfumature. È un dipinto che vale un libro di storia. Vi si vede Toledo di quei tempi, con tutte le sue mura e le sue case; le assise dei due eserciti, le armi, i volti, ogni cosa eseguito con una finitezza ammirabile e non so quale speziosità, di colorito, che risponde perfettamente alla idea vaga e fantastica che ci formiamo di quei secoli e di quella gente. Altri due dipinti a fresco, laterali al primo, rappresentano i navigli che portan gli Arabi in Spagna, e anch'essi offrono mille minuti particolari della marina medioevale e quell'aria, se così posso dire, dei tempi, che fa pensare e veder mille cose non rappresentate nel quadro, come una musica lontana quando si guarda un paesaggio.

Dopo le cappelle si va a veder la sacrestia, nella quale sono accumulate tante ricchezze che basterebbero a restaurar di punto in bianco le finanze della Spagna. V'è tra le altre una vastissima sala, nella cui vòlta si vede un dipinto a fresco di Luca Giordano, che rappresenta una visione di paradiso, con una miriade di angeli, di santi, di figure allegoriche che spaziano nell'aria o sporgono, che paion scolpite, fuor della cornice delle pareti, in mille atteggiamenti arditissimi, e mosse e scorci da far sbalordire. Il cicerone, accennandovi _aquel prodigio de imaginacion y de trabajo_, che a detta di tutti gli artisti, per servirmi d'una curiosissima espressione spagnuola, è di un _merito atroz_, (d'un merito atroce); vi suggerisce di guardare attentamente il raggio di luce che scende dal mezzo della volta fin contro la parete. Voi guardate, e fate, guardando, un giro per la sala, e dovunque vi troviate, vi pare che quel raggio vi cada a piombo sul capo. Da quella sala passate in una stanza pure mirabilmente dipinta a fresco dal nipote del Berruguete, e da questa in una terza dove un sacrestano vi spiega sotto gli occhi i tesori della Cattedrale: gli enormi candellieri d'argento, le pissidi scintillanti di rubini, gli ostensorii tempestati di diamanti, i paramenti di damasco ricamati in oro, le vesti della Vergine coperte di rabeschi, di fiorami e di stelle di perle, che ad ogni ondeggiamento del tessuto mandan bagliori e lampi di mille colori, a cui regge lo sguardo a fatica. Un'ora vi riesce scarsa per veder di sfuggita tutta quella mostra di tesori, che basterebbero a saziar l'ambizione di dieci Regine e ad arricchir gli altari di dieci basiliche; e quando il sacrestano, dopo avervi fatto vedere ogni cosa, cerca negli occhi vostri l'espressione della meraviglia, non vi trova che quella d'uno stupore attonito, che accusa l'immaginazione vagante altrove, lontano, nelle reggie favolose delle leggende arabe, dove i genii benefici accumulano tutte le ricchezze sognate dall'ardente fantasia dei Sultani innamorati.

Era la vigilia del _Corpus Domini_, e nella sacrestia si preparavano le robe per la processione. Nulla di più sgradevole, e di più sconveniente alla queta e nobile maestà della chiesa, che quell'affaccendamento da teatro che vi si vede in quelle occasioni. Par proprio di essere dietro le quinte d'un palco scenico la sera d'una prova generale. Dall'una all'altra sala della sacrestia andavano e venivano con grande strepito monelli scamiciati, portando gran bracciate di camici, di stole e di piviali; qui un sacrestano di cattivo umore apriva e sbatteva imposte d'armadi; là un prete tutto rosso in viso chiamava con voce stizzosa un chierico che non sentiva; altri preti attraversavano la sala di corsa, coi paramenti metà indossati, metà strascicanti; chi rideva, chi strillava, chi parlava da una stanza all'altra ad alta voce; per tutto si sentiva un fruscìo di sottane, un respirare affannoso, un pestìo, un tramenìo da non dirsi.

Andai a vedere il claustro; ma poichè era aperta la porta della chiesa per la quale ci si va, lo vidi prima d'entrarvi. D'in mezzo alla chiesa si scorge una parte del giardino del claustro, un gruppo di grandi alberi frondosi, un boschetto, un mucchio di rigogliosa verzura che par che chiuda la porta, e si mostra come inquadrato sotto un arco elegante e in mezzo a due svelte colonne del portico che ricorre tutt'intorno. È una vista deliziosa che fa pensare ai giardini orientali, veduti tra mezzo alle colonne delle moschee. Il claustro è vasto, e circondato di un portico di forme leggiadre e severe; i muri sono coperti di grandi dipinti a fresco. Qui il cicerone mi consigliò di riposare un poco per prepararmi a salire sul campanile; m'appoggiai a un muricciuolo, all'ombra d'un albero, e stetti là fin che mi risentii in forze per fare, come si dice volgarmente, un'altra camiciata. Intanto il mio _duca_ mi celebrava in un linguaggio ampolloso le glorie di Toledo, spingendo l'impudenza dell'amor di patria fino a chiamarla _una gran ciudad comercial_ che poteva rivender Barcellona e Valenza, e una città forte da stancare, a un bisogno, dieci eserciti tedeschi, e millanta batterie di cannoni Krupp. Ad ogni sua spacconata, io rincaravo la dose, e il buon uomo ci si coccolava con un gusto infinito. Quanto c'è da divertirsi, a saperli far cantare! Finalmente, quando l'altero Toledano si sentì gonfio di gloria da non capir più dentro al claustro, mi disse:--_Podemos ir,_--e s'avviò verso la porta del campanile.

Arrivati a metà altezza, ci fermammo per pigliar fiato. Il cicerone bussò a una porticina, e uscì un cazzabubbolo di sacrestano che aperse un'altra porta e mi fece entrare in un corridoio, nel quale vidi una schiera di giganteschi fantocci bizzarramente vestiti; quattro dei quali (mi disse il cicerone) rappresentavano l'Europa, l'Asia, l'America, l'Affrica, e due altri la Fede e la Religione; ed eran fatte in modo che un uomo potesse nascondervisi dentro e sollevarli da terra. "_Se sacan_" (si tiran fuori), soggiunse il sacrestano, "_en ocasion de las fiestas reales_, e si portano in giro per la città;" e per farmi veder in che modo, s'infilò sotto le gonnelle dell'Asia. Poi mi condusse in un angolo dove era un mostro enorme che, toccato non so come, scoteva un lunghissimo collo, e una testaccia orribile, facendo un rumore assordante. Ma non mi seppe dire che cosa quel brutto arnese significasse, e m'invitò invece ad ammirare la meravigliosa immaginazione spagnuola che creò _tantas cosas nuevas_ da venderne a tutti i mondi che nuotano nell'infinito. Ammirai, pagai, e ripresi la salita colla mia _pieuvre_ toledana. Dall'alto del campanile si gode un colpo d'occhio stupendo: la città, i colli, il fiume, un vastissimo orizzonte, e sotto, la gran mole della Cattedrale che pare una montagna di granito. Ma v'è un'altra altezza, poco lontano di là, dalla quale si vede meglio ogni cosa; e però mi trattenni sul campanile pochi momenti, tanto più che in quell'ora splendeva un sole ardentissimo che confondeva tutti i colori della città e della campagna in un oceano di luce.

* * * * *

Dopo la Cattedrale, il mio cicerone mi condusse a vedere la famosa chiesa di _San Juan de los Reyes_, posta sulle rive del Tago. La mente mi si turba ancora a pensare ai giri e rigiri che dovemmo fare per andarvi. Era mezzogiorno, le strade deserte; via via che ci allontanavamo dal centro della città, la solitudine si faceva più trista; non si vedeva una porta nè una finestra aperta, non si sentiva il più leggero rumore. Un momento ebbi il sospetto che il _cicerone_ fosse di balla con qualche assassino per tirarmi in un luogo appartato e farmi spogliare; una faccia sospetta l'aveva; e poi guardava qua e là coll'aria sospettosa, di chi medita un delitto. "C'è ancora molto?" domandavo io di tratto in tratto; ed egli rispondeva sempre: "_Aqui está_," e non si arrivava mai. A un certo punto la mia inquietudine si cangiò in spavento: in una stradetta tortuosa si aperse una porta, usciron due uomini barbuti, salutarono con un cenno la _pieuvre_, e ci vennero dietro. Mi tenni per spacciato. Non c'era che un mezzo di salvamento: menare un pugno al cicerone, da sbatterlo in terra, passare sulla sua carcassa e pigliar la corsa. Ma per dove? E d'altra parte mi vennero in mente gli sperticati elogi che prodiga il Thiers alle _jambes espagnoles_ nella sua _Storia della guerra d'Indipendenza_; e pensai che lo scappare non sarebbe stato che un espediente per farmi piantare il pugnale nella schiena invece che nello stomaco. Ohimè! morire senza veder l'Andalusia! Morire dopo aver preso tanti appunti, dopo aver dato tante mancie, morire colle tasche piene di lettere di raccomandazione, col portamonete gonfio di dobloni, col passaporto coperto di firme, morire tradito! Come Dio volle, alla prima svoltata, i due barbuti sparirono, e fui salvo. Allora, tocco dal pentimento d'aver sospettato che quel povero vecchio fosse capace d'un delitto, passai alla sua sinistra, gli offersi un sigaro, gli dissi che Toledo valeva due Rome, gli feci mille finezze. Finalmente arrivammo a _San Juan de los Reyes_.

È una chiesa che pare un palazzo reale. La parte più alta è coperta da una terrazza circondata d'un parapetto traforato e scolpito, sul quale si innalza una corona di statue di re; e nel mezzo sorge una bella cupola esagonata che completa con bella armonia l'edifizio. Dai muri pendono lunghe catene di ferro che furon tolte ai prigionieri cristiani dopo la conquista di Granata, e che insieme al color fosco della pietra, danno alla chiesa un aspetto severo e pittoresco. Entrammo, attraversammo due o tre grandi stanze nude e senza pavimento, ingombre di mucchi di terra e di rottami, salimmo una scala, e riuscimmo sur un'alta tribuna dentro la chiesa, che è uno dei più belli e nobili monumenti dell'arte gotica. È una sola grande navata, divisa in quattro vòlte, i cui archi s'incrociano sotto ricchi rosoni. I pilastri sono coperti di ghirlande e di rabeschi; i muri, ornati d'una profusione di bassorilievi, con enormi scudi dalle armi di Castiglia e d'Aragona, aquile, chimere, animali araldici, fogliami, iscrizioni emblematiche; la tribuna, traforata e scolpita con ricca eleganza, gira tutto intorno; il coro è sostenuto da un arco arditissimo; il colore della pietra è grigio chiaro, e ogni cosa è ammirabilmente finito ed intatto, come se la chiesa fosse stata fabbricata pochi anni prima, invece che sul finire del secolo decimoquinto.

Dalla chiesa scendemmo nel claustro che è una vera meraviglia d'architettura e di scultura. Colonne svelte e gentili, che si potrebbero spezzare in due con un colpo di martello, somiglianti a fusti d'alberelli, sostengono i capitelli sopraccarichi di statuette e di ornamenti, dai quali si spiccano, come curvi rami, archi ornati di fiori, d'uccelli, d'animali grotteschi e d'ogni maniera di fregi. I muri sono coperti d'iscrizioni in carattere gotico, frammiste a fogliami e rabeschi delicatissimi. Dove sia che si guardi, si trovan congiunte la grazia e la ricchezza con un'armonia che innamora; in un eguale spazio, non si poteva accumulare, con arte più squisita, una maggior copia di cose più gentili e più belle; è un lussureggiante giardino di scultura, è una gran sala addobbata di ricami, di trapunti e di broccati di marmo, un gran monumento maestoso come un tempio, magnifico come una reggia, delicato come un giocattolo, grazioso come un mazzo di fiori.