Chapter 17
E appunto la tradizione della guerra d'indipendenza costituisce nel popolo spagnuolo una forza intima immensa. Chi non sia vissuto o poco o molto in Spagna non può credere che una guerra, per quanto fortunata e gloriosa, possa lasciare in un popolo una così profonda fede nel valor nazionale. Baylen, Victoria, San Marcial sono tradizioni per la Spagna assai più efficaci che non siano per la Francia Marengo, Jena, Austerlitz. La stessa gloria guerriera degli eserciti di Napoleone, veduta a traverso la guerra d'indipendenza che vi stese su il primo velo, appare agli occhi della Spagna assai meno splendida che a ogni altro popolo d'Europa. L'idea di una invasione straniera desta negli Spagnuoli un sorriso di sdegnoso disprezzo; non credono alla possibilità d'esser vinti nel loro paese; bisognava sentire con che tòno parlavan della Germania quando correva voce che l'imperatore Guglielmo fosse risoluto a sostenere colle armi il trono del duca d'Aosta. E non c'è dubbio che, se avessero a combattere una nuova guerra d'indipendenza, forse combatterebbero, con meno fortunato successo, ma con prodezza e costanza pari a quella maravigliosa che spiegarono allora. Il 1808 è il 93 della Spagna; è una data che ogni spagnuolo ha dinanzi agli occhi scritta in carattere di fuoco; se ne gloriano le donne, i ragazzi, i bambini che cominciano a scioglier la lingua; è il grido di guerra della nazione.
E quella stessa alterezza l'hanno dei loro scrittori e dei loro artisti. L'accattone invece di dir _España_, vi dice qualche volta _la patria de Cervantes_. Nessun scrittore al mondo ebbe mai nel suo popolo la popolarità che ha in Spagna l'autore del _Don Chisciotte_. Io credo che non vi sia un contadino, un pastore, dai Pirenei alla Sierra Nevada, dalla costa di Valenza ai colli d'Estremadura, che interrogato di chi sia il Cervantes, non risponda con un sorriso di compiacenza:--_El imortal autor del Quijote._--La Spagna è forse il paese dove si celebrano più anniversarii di grandi scrittori: da Juan de Mena all'Espronceda, ognuno ha il suo giorno solenne, nel quale si offre alla sua tomba un tributo di canti e di fiori. Nelle piazze, nei caffè, nei carrozzoni della strada ferrata, per tutto occorre di sentir citar versi di poeti illustri, da ogni sorta di gente; chi non ha letto, ha sentito leggere; chi non ha sentito leggere, ripete la citazione come un proverbio, per averla udita da un altro; e quando uno dice un verso, tutti drizzan gli orecchi. Chi conosca per poco la letteratura spagnuola, può fare un viaggio in quel paese colla sicurezza di aver sempre di che discorrere e di come ispirar simpatia, dovunque capiti, in chiunque s'abbatta. La letteratura nazionale è là veramente nazionale.
Il difetto degli Spagnuoli che colpisce fin dalle prime lo straniero, è questo: che nell'estimare le cose, gli uomini e gli avvenimenti del loro tempo e del loro paese, sbagliano, se così può dirsi, la misura; ingigantiscon tutto; vedono ogni cosa come a traverso una lente che ne dilata spropositatamente i contorni. Non avendo avuto da lungo tempo una partecipazione immediata nella vita comune d'Europa, mancò loro l'occasione di paragonarsi cogli altri Stati, e di giudicar sè stessi dal paragone. Perciò le loro guerre civili, le guerre d'America, d'Affrica, di Cuba, sono per loro quello che son per noi, non la piccola guerra del 1860 e 61 contro l'esercito papale od anche la rivoluzione del 1860; ma la gran guerra di Crimea, quella del 1859, quella del 1866. Dei combattimenti, sanguinosi senza dubbio, ma non grandi, che illustrarono le armi spagnuole in quelle guerre, parlano come i Francesi di Solferino, i Prussiani di Sadowa, gli Austriaci di Custoza. I Prim, i Serrano, gli O'Donnell, sono generali che mettono al lato dei più insigni degli altri paesi. Mi ricordo del chiasso fatto a Madrid per la vittoria riportata dal general Morriones su quattro o cinque mila Carlisti. I deputati, nella sala di conversazione delle Cortes, esclamavano enfaticamente:--_Eh! La sangre española!_--; alcuni dicevan persino che se un esercito di trecentomila Spagnuoli, si fosse trovato in luogo dei Francesi nel 1870, sarebbe corso difilato a Berlino. E certo non si può dubitar del valore spagnuolo, che diede di sè tante prove; ma è lecito il supporre che fra Carlisti disordinati e Prussiani stretti in corpi d'esercito, fra soldati d'Europa, per farla più larga, e soldati d'Affrica, fra grandi battaglie campali, dove la mitraglia miete le vite a migliaia, e combattimenti di diecimila soldati per parte, con disparità grande di armamento e di disciplina, ci corra. E come parlan di guerra, parlan d'ogni altra cosa; non già il popolo solo, ma la gente colta. Agli scrittori si prodigano lodi sperticate; si dà di _grande poeta_ a molti, il cui nome non è mai uscito di Spagna; gli epiteti di inarrivabile, di sublime, di meraviglioso, sono moneta corrente che si spende e si riceve senza il menomo dubbio sulla bontà della lega. Si direbbe che la Spagna guarda e giudica ogni sua cosa, piuttosto come un popolo americano, che come un popolo europeo; e che invece dei Pirenei, la separi dall'Europa un oceano, e la congiunga all'America un istmo.
Del resto, quanto son simili a noi! A sentir parlare il popolo di politica, par d'essere in Italia; non si discute, si sentenzia; non si censura, si condanna; ad ogni giudizio basta un argomento, e per foggiare un argomento basta un indizio. Il tal ministro? Un furfante. Il tal altro? Un traditore. Quell'altro tale? un ipocrita; una fitta di ladri tutti; uno ha fatto vendere gli alberi dei giardini d'Aranjuez, l'altro ha portato via dei tesori dall'Escuriale, un terzo ha vuotato le casse dello Stato, un quarto ha venduto l'anima per un sacchetto di dobloni. Negli uomini che hanno avuto mano in tutti i rivolgimenti politici da trent'anni in qua, non hanno più fede; anche nel popolo minuto serpeggia un sentimento di sconforto, del quale s'intende l'espressione ad ogni tratto e in ogni lato:--_Pobre España!_--_Desgraciado pais!_--_Desdichados españoles!_
Ma l'esacerbamento delle passioni politiche e il furore delle lotte intestine non ha mutato il fondo dell'antico carattere spagnuolo. Solamente quella parte della società alla quale si dà il nome di mondo politico, questa solamente è corrotta; il popolo, benchè pur sempre inchinevole a quei ciechi e talora selvaggi impeti di passione che tradiscono la mescolanza del sangue arabo col sangue latino, è buono, leale, capace di sensi magnanimi e di sublimi slanci d'entusiasmo. La _honra de España_ è ancora un motto che fa battere tutti i cuori. E poi hanno modi franchi e gentili; forse men fini, ma certo più amabilmente ingenui, di quelli onde van lodati i Francesi. Invece di farvi un sorriso vi porgono un sigaro, invece di dirvi una garbatezza vi stringon la mano, e sono più ospitali a fatti che a offerte. Nondimeno le formole di saluto serbano l'antica impronta cortigianesca; l'uomo dice alla donna:--Ai suoi piedi;--la donna dice all'uomo:--Le bacio la mano;--gli uomini, fra loro, sottoscrivon le lettere col Q. B. S. M.,--_que besa sus manos,_--come da servo a signore; gli amici soli si dicono addio e il popolo ha il suo saluto affettuoso di _Vaya Vsted con Dios_ che val più di tutti i baci sulle mani.
Con codesta natura calda e espansiva della gente, è impossibile stare un mese a Madrid senza farsi cento amici, anche senza cercarli. Figuratevi quanti se ne può far chi li cerca. Questo era il caso mio. E non posso dir proprio amici, ma conoscenti ne ebbi tanti che non mi pareva più di essere in una città straniera. Anche gli uomini illustri sono di facilissimo abbordo e però non c'è bisogno, come altrove, di un monte di lettere e d'imbasciate d'amici per arrivar fino a loro. Ebbi l'onore di conoscere il Tamayo, l'Hatzembuch, il Guerra, il Saavedra, il Valera, il Rodriguez, il Castelar, e molti altri chiarissimi quali nelle lettere e quali nelle scienze, e li trovai tutti a un modo: aperti, cordiali, focosi; uomini coi capelli bianchi, ma con occhi e voci di giovani ventenni; appassionati per la poesia, per la musica, per la pittura; allegri, gesticolanti, ridenti d'un riso fresco e sonoro. Quanti ne vidi leggendo dei versi del Quintana o dell'Espronceda, impallidire, piangere, balzare in piedi come scossi da una scintilla elettrica, e mostrar tutta l'anima negli sguardi raggianti! Che giovanili anime! Che ardenti cuori! Come mi compiacevo, vedendoli ed ascoltandoli, di appartenere a questa povera razza latina, di cui diciamo ora le sette pèste, e come mi rallegravo pensando che più o meno siamo tutti fatti su quello stampo, e che, perdio, potremo abituarci a poco a poco a invidiare lo stampo degli altri, ma non riusciremo a perdere il nostro mai!
Dopo tre mesi e più di soggiorno a Madrid, dovetti partire per non lasciarmi poi cogliere dall'estate nel mezzogiorno della Spagna. Ricorderò sempre quella bella mattina di maggio, ch'io abbandonai, forse per sempre, la mia cara Madrid. Partivo per andar a vedere l'Andalusia, la terra promessa dei viaggiatori, la fantastica Andalusia della quale avevo tanto inteso decantare le meraviglie in Italia e in Spagna, dai romanzieri e dai poeti; quell'Andalusia per la quale posso dire che avevo impreso il viaggio; eppure ero tristo. Avevo passato tanti bei giorni a Madrid! Ci lasciavo tanti cari amici! Per andare alla stazione della strada ferrata del mezzogiorno, attraversai la strada d'Alcalà, salutai da lontano i giardini di Recoletos, passai davanti al palazzo del Museo di pittura, mi fermai a guardare ancora una volta la statua del Murillo, e arrivai alla stazione col cuore stretto.--Tre mesi?--domandavo a me stesso pochi momenti prima che il treno partisse;--son già passati tre mesi? Non è stato un sogno? Eppure sì, gli è come se avessi sognato! Non rivedrò forse mai più la mia buona padrona di casa, mai più la bambina del signor Saavedra, mai più il viso dolce e sereno del Guerra, mai più gli amici del caffè Fornos, mai più nessuno! Ma che! Non potrò tornare?... Tornare! Oh no! Lo so bene che non potrò tornare! E allora... addio, amici! Addio, Madrid! Addio, o mia piccola stanza di strada dell'Alduana!--Mi pare che in questo momento mi si strappi una fibra nel cuore, e sento il bisogno di nascondere il viso.
VI.
ARANJUEZ.
Come arrivando per la via del settentrione, così partendo da Madrid per la via del mezzogiorno, si percorre una campagna disabitata che rammenta le provincie più povere dell'Aragona e della Vecchia Castiglia. Son vaste pianure giallastre e secche, nelle quali par che il terreno, a picchiarci su, debba risuonare come un uscio, o screpolarsi come la crosta d'una torta abbrustolita; e pochi villaggi meschini, dello stesso colore del suolo, che pare dovrebbero accendersi come un mucchio di foglie inaridite, solo ad avvicinare un fiammifero allo spigolo d'una casa. Dopo un'ora di strada, la mia spalla cercò la parete del carrozzone, il mio gomito cercò un sostegno, la mia testa cercò la mano, e caddi in un profondo sopore, come un membro dell'_Ateneo d'ascoltazione_ di Giacomo Leopardi. Pochi minuti dopo che avevo chiuso gli occhi, fui riscosso da un disperato gridío di donne e di ragazzi, e balzai in piedi chiedendo ai vicini che cosa fosse seguito. Ma prima che avessi finito la domanda, una risata generale mi rassicurò. Un drappello di cacciatori sparsi per la campagna, vedendo arrivare il treno, s'eran messi d'accordo per far un po' di paura ai viaggiatori. In quei giorni si parlava della comparsa d'una banda di Carlisti nelle vicinanze di Aranjuez: i cacciatori, fingendo d'essere l'avantiguardia della banda, mentre passava il treno, avevan gettato alte grida come per avvertire il grosso degli armati che accorressero, e gridando, avevan fatto l'atto di sparare contro i carrozzoni; onde lo spavento e le grida della gente; e poi avevan tutt'a un tratto voltato i fucili col calcio in aria, per far vedere che l'era stata una burla. Passata la tremerella, chè n'ebbi per un momento un pochino anch'io, ricaddi nel mio sopore accademico; ma ne fui scosso daccapo, di là a pochi minuti, in una maniera assai più gradevole che la prima volta.
Guardai intorno: la vasta campagna deserta s'era trasformata come per incanto, in un immenso giardino pieno di boschetti leggiadrissimi, percorso in tutti i sensi da larghi viali, sparso di casine campestri e di capanni fasciati di verzura; e qua e là zampilli di fontane, e recessi ombrosi, e prati fioriti, e vigneti, e sentierini, e un verde, un fresco, un odor di primavera, un'aura di letizia e di piacere, da imparadisare l'anima. Eravamo arrivati a Aranjuez. Discesi dal treno, infilai un bel viale ombreggiato da due file di alberi giganteschi, e mi trovai dopo pochi passi in faccia al palazzo reale.
Il ministro Castelar scrisse pochi giorni sono nel suo _memorandum_ che la caduta dell'antica monarchia spagnuola fu predestinata il giorno che una turba di popolo colle ingiurie sulle labbra e l'ira nel cuore invase il palazzo d'Aranjuez per turbare la tranquilla maestà dei suoi Sovrani. Io ero appunto su quella piazza dove il 17 marzo del 1808 seguirono gli avvenimenti che furono il prologo della guerra nazionale, e come la prima parola della sentenza che condannò a morte l'antica Monarchia. Cercai subito cogli occhi le finestre dell'appartamento del Principe della Pace; me lo raffigurai quando fuggiva di sala in sala, pallido e scapigliato, in cerca d'un nascondiglio, all'eco delle grida della moltitudine che saliva le scale; vidi il povero Carlo IV deporre colle mani tremanti la corona di Spagna sulla testa del Principe delle Asturie; tutte le scene di quel terribile dramma mi si presentarono dinanzi agli occhi; e il silenzio profondo del luogo, e la vista di quel palazzo chiuso e abbandonato, mi misero freddo al cuore.
Il palazzo ha la forma d'un castello; è fabbricato di mattoni, con contorni di pietra bianca, e coperto di un tetto d'ardesia. Tutti sanno che lo fece costruire Filippo II dal celebre architetto Herrera, e che quasi tutti i re successivi lo abbellirono, e vi soggiornarono nella stagione estiva. V'entrai: l'interno è splendido: v'è una stupenda sala pel ricevimento degli ambasciatori, un bel gabinetto chinese di Carlo III, una mirabile sala di toeletta di Isabella II; e una profusione d'oggetti d'ornamento preziosissimi. Ma tutte le ricchezze del palazzo non valgono il colpo d'occhio dei giardini. L'aspettazione non è delusa. I giardini d'Aranjuez (Aranjuez è il nome della piccola città che giace a poca distanza dal palazzo) sembrano stati fatti per una famiglia di re titanici, ai quali i parchi e i giardini dei nostri re dovessero parer aiuole da terrazze o campicelli da presepio. Viali a perdita d'occhio fiancheggiati da alberi di smisurata altezza, che consertano i rami inclinandosi gli uni verso gli altri, come incurvati da due venti contrari, percorrono in tutti i sensi una foresta di cui non si vedono i confini; e a traverso questa foresta, il Tago largo e rapido descrive una maestosa curva formando qua e là cascatelle e bacini; e una vegetazione fitta e pomposa, lussureggia fra un laberinto di vialetti, di crocicchi e di sbocchi; e in ogni parte biancheggiano statue, vasche, colonne, schizzi d'acqua altissimi che ricascano a sprazzi, a fiocchi, a goccie, in mezzo a ogni maniera di fiori d'Europa e d'America; e al fragore maestoso della cascata del Tago, s'unisce il canto d'innumerevoli usignoli che vibrano le loro allegre note nell'ombra misteriosa dei sentieri solitarii. In fondo ai giardini sorge un piccolo palazzo di marmo, di modesta apparenza, che racchiude tutte le maraviglie della più magnifica reggia; e nel quale si respira ancora, per così dire, l'aura della vita intima dei Re di Spagna. Qui le stanzine segrete di cui si tocca il soffitto colla mano, la sala da biliardo di Carlo IV, la sua stecca, i cuscini ricamati dalla mano delle regine, gli orologi musicali che rallegravano gli ozii degli infanti, le scalette, le finestrine che serban cento piccole tradizioni dei capricci principeschi; e infine il più ricco luogo comodo d'Europa, dovuto a un ghiribizzo di Carlo IV, che racchiude in sè solo tante ricchezze da tirarne di che fare un palazzo, senza togliergli la nobile primazia di cui va altero fra tutti i gabinetti destinati allo stesso scopo. Di là da questo palazzo, e tutt'intorno ai boschi, si stendono vigneti e oliveti e piantagioni d'alberi fruttiferi e ridenti praterie. È una vera oasi circondata dal deserto, che Filippo II scelse in un giorno d'allegro umore quasi per temperare con una gaia immagine la cupa melanconia dell'Escurial. Tornando dal piccolo palazzo di marmo verso il grande palazzo reale, per quei lunghissimi viali, all'ombra di quegli alberi sterminati, in quella profonda quiete di foresta, pensavo agli splendidi cortei di dame e di cavalieri che un giorno vi si aggiravano dietro ai passi di giovani monarchi folleggianti o di regine capricciose e sfrenate, al suono di musiche amorose e di canti che narravan la grandezza e la gloria della invitta Spagna; e ripetevo malinconicamente col poeta di Recanati:
«.... Tutto è pace e silenzio E più di lor non si ragiona....»
Ma pur guardando certi sedili di marmo mezzo nascosti fra i cespugli, e figgendo lo sguardo nel buio di certi sentieri lontani, e pensando a quelle regine, a quegli amori, a quelle follie, non potevo trattenere un sospiro, che non era di pietà, e un segreto senso d'amarezza mi pungeva il cuore; e dicevo come il povero Adan nel poema il _Diablo mundo_:--Come son fatte codeste grandi dame? Come vivono? Che fanno? Parlano, amano, godono, come noi?--E partii per Toledo fantasticando l'amor d'una regina come un giovane avventuriere delle _Mille e una notte_.
VII.
TOLEDO.
Quando ci si avvicina a una città sconosciuta, bisognerebbe aver accanto qualcheduno che l'avesse già vista, e ci potesse avvertire del momento opportuno per metter la testa fuori e coglierne l'aspetto con un colpo d'occhio. Ebbi la fortuna di essere avvertito per tempo. Un tale mi disse:--Ecco Toledo!--ed io saltai al finestrino, e feci un'esclamazione di meraviglia.
Toledo sorge sur un'altura rocciosa e dirupata, ai piedi della quale scorre il Tago descrivendo un'amplissima curva. Dal piano non si vedon che roccie e mura di fortezza, e di là dalle mura le cime dei campanili e delle torri. Le case son nascoste, la città vi par chiusa e inaccessibile, e meglio che d'una città vi presenta l'aspetto di una rôcca abbandonata. Dalle mura alla sponda del fiume non c'è una casa, nè un albero; tutto è nudo, secco, irto, ripido; non vi si vede anima viva; direste che per salire bisogna arrampicarsi, e vi sembra che al primo apparir d'un uomo su quei dirupi gli debba cadere addosso dall'alto delle mura una tempesta di freccie. Scendete dal treno, montate in una carrozza, arrivate all'imboccatura di un ponte. È il famoso ponte d'Alcantara, che accavalcia il Tago, sormontato da una bella porta araba in forma di torre, che gli dà un aspetto ardito e severo. Passato il ponte, vi trovate in un'ampia via che sale a larghi serpeggiamenti fino alla sommità della montagna. Qui vi par proprio di essere sotto una città forte del medio evo, e di trovarvi voi stesso nei panni d'un arabo o d'un goto o d'un soldato di Alfonso VI. Da tutte le parti vi pendon sul capo roccie scoscese, mura diroccate, torri, e rottami di antichi bastioni; e più su, l'ultimo muro di cinta della città, nero, coronato di merli enormi, aperto qua e là da grandi breccie, dietro le quali fan capolino le case prigioniere; e via via che salite, vi par che la città si ristringa e si nasconda. A mezzo la salita, incontrate la _Puerta del Sol_, un gioiello di architettura araba, composta di due torri merlate, che si congiungono sur una graziosissima porticina ad arco doppio, sotto la quale passa la strada antica; e di là, se vi voltate indietro, vedete giù il Tago, la pianura, i colli. Passate oltre, trovate altre mura e altre rovine; e finalmente le prime case della città.
Quale città! Sul primo momento mi sentii mancare il respiro. La carrozza aveva infilato una stradina tanto stretta che i mòzzi delle ruote toccavan quasi i muri delle case.
"Ma perchè passate di qui?" domandai al vetturino.
Il vetturino si mise a ridere, e rispose: "Perchè non c'è altra strada più larga."
"O che tutta Toledo è fatta così?" ridomandai.
"Tutta fatta così!" rispose.
"È impossibile!" esclamai.
"Vedrà!" soggiunse.
In verità non lo credevo. Scesi a un albergo, buttai in una stanza la mia valigia, e scesi le scale a precipizio per andar a vedere questa stranissima città. Un fattorino dell'albergo mi fermò sulla porta, e mi domandò sorridendo: "Dove va _caballero_?"
"A veder Toledo" risposi.
"Solo?"
"Solo; perchè no?"
"Ma è già stato qui altre volte?"
"Mai."
"Allora non può andar solo."
"E perchè?"
"Perchè si smarrirà."
"Dove?"
"Appena uscito."
"O la ragione?"