Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 9

Chapter 93,906 wordsPublic domain

Il fatto è che Dante ha espressa la sua dottrina, dove ella poteva esprimersi più compitamente: dove ha messo il serpente tentatore che è a capo della frode come Lucifero è in fondo. Egli non voleva solo dire che l'incontinenza assoluta conduce a tale o tal altro peccato; ma che ella inquina o disordina la ragione. Or la ragione è volontà e intelletto. Bene: i dannati del primo cerchietto non peccarono con l'intelletto. La frode sola è dell'uom proprio male.[300] I peccati di quei violenti somigliano a quelli che può commettere anche una bestia; quelli dei fraudolenti, no. Perchè quelli dei violenti sì? Sono rei di malizia; e d'ogni malizia ingiuria è il fine. Può essere il fine in un atto di bestia? Non può essere. Il fine è l'obbietto della volontà.[301] La volontà non è nei bruti. Dunque nei loro atti non può essere il fine. E tuttavia la volontà senz'intelletto, spinta ciecamente a un fin di male, ha qualche cosa dello émpito d'una belva infuriata. Ora i violenti hanno volontà poichè hanno un fine, ma non hanno intelletto, perchè il loro non è proprio male dell'uomo. E dunque, se essi valgono a dimostrare che l'incontinenza si muta facilmente in Soddoma e Caorsa e vai dicendo, non valgono a dichiarare questa legge più generale: che alla sfrenatezza dell'appetito tien dietro la depravazione dello spirito, cioè della volontà e dell'intelletto. O non abbiamo veduto che, appunto nella lonza, Dante assegnando come rimedio contro lei l'ora del tempo e la dolce stagione, adombrava il passaggio dall'incontinenza di concupiscibile a quella d'irascibile, e il trasmutarsi della lussuria in tristizia? non vedeva egli, nella medesima lonza, come i primi peccatori carnali, portati dalla tempesta e così leggeri al vento, così gli ultimi tristi, che sono fitti nel fango? come gli stornelli e le colombe, così le bòtte che gorgogliano? La medesima sintesi è lecito credere che egli continuasse, e la continuasse con la medesima comprensione. Se si fosse fermato al Minotauro, non avrebbe detto tutto: come allora giunse sino ai tristi, così qui va sino a Gerione. Nè gli era necessario, anzi nè utile, giungere sino a Lucifero. Gerione è il serpente infernale, Lucifero è il principe dei diavoli; sono, in fondo, la stessa cosa. Ma Lucifero è l'angelo in quanto, per superbia, alzò le ciglia contro il suo fattore e diventò diavolo; e Gerione è il diavolo in quanto, mosso da invidia, indusse al peccato i nostri primi parenti.

E così torniamo alla lupa, cui dipartì dall'inferno “invidia prima„.[302] L'invidia trasformò il diavolo in serpente, e questo serpente si chiama frode. L'invidia scatenò la lupa nel mondo: mi pare sia naturale che anch'essa abbia nome frode. Ma no, ma no: si ripete. Lupo è Pluto; lupa è l'avarizia nel purgatorio: la lupa dell'inferno deve essere l'avarizia.

L'avarizia, dunque, che si purga nel purgatorio e si punisce nell'inferno? O allora le altre due bestie che cosa sono? L'avarizia è il più grave dei peccati d'incontinenza e dei peccati di soverchio amor del bene; ma è più lieve sì del peccato d'incontinenza d'irascibile, che si chiama tristizia o accidia, e sì dei peccati di malizia e di quelli ch'errano per malo obbietto. Dunque per le due fiere, che sono meno temibili e meno malvagie della lupa, non restano che i peccati d'incontinenza più lievi dell'avarizia: la lussuria e la gola. Sia lussuria la lonza; e molti ci hanno pensato, e, tutt'insieme, anche io la credo lussuria, sebbene non lussuria sola: il leone sarà dunque la gola? In vero ha fame, rabbiosa fame. Il peccato di Ciacco sarà dunque rappresentato dalla fiera che ruggisce e spaventa l'aria? E Dante della gola avrà avuto timore più che della lussuria? Eppure: se la lupa è l'avarizia, corrispondente a quella del purgatorio e perciò a quella dell'inferno, il leone non può essere che la gola. Ma il leone non può essere la gola, e dunque la lupa non può essere l'avarizia. Non può essere, ma è. Perchè Pluto si chiama lupo? Perchè si maledice, sotto il nome di lupa, all'avarizia nel purgatorio?

È e non può essere. Prendiamo l'avarizia dell'inferno, che sarà peggiore di quella del purgatorio. Ebbene, è un “mal tenere„. Vi pare che la lupa con quella fame insaziabile, con quel suo venire incontro a poco a poco, con quella gramezza che procaccia alle genti, con quella malvagità e reità, e con quel suo tanto ammogliarsi, e con quel Veltro che la deve far morire, non raffiguri se non il peccato d'un vecchietto che tenga stretti i lacciuoli della borsa? E si noti che con gli avari sono puniti i prodighi, e col mal tenere è il mal dare; e che quel mal dare non è dissipazione e che quel mal tenere non è usura o peggio: che sono, l'uno e l'altro, una dismisura nello spendio. Gli uni sono di _misera vita_, che li fa un po' simili (come, del resto, i loro contrari) agl'ignavi del vestibolo, sì che non possono essere conosciuti e nominati; gli altri, non più che spenderecci e goderecci. E sarebbero gli uni e gli altri adombrati nella lupa? No, no. La lupa non è un mal dare e mal tenere. Eppure è l'avarizia.

O vediamo. Anche la lonza è una bestia leggera e presta molto, eppure equivale alla femmina balba, guercia, zoppa, monca. Ella è, realmente, la concupiscenza; virtualmente, la tristizia o accidia che dalla concupiscenza deriva. Non potrebbe essere altrettanto della lupa? Non potrebbe ella essere il primo e l'ultimo dei peccati di malizia, come la lonza è il primo (specialmente il primo, la lussuria) e l'ultimo dei peccati d'incontinenza? O; come la lonza è peccato di concupiscibile e d'irascibile; non potrebbe essere la lupa peccato d'una e insieme d'un'altra disposizione?

In verità sull'avarizia è dissidio tra i dottori. È peccato carnale o spirituale? Chè[303] “ogni peccato consiste nell'appetito di alcun mutevole bene, che s'appetisce inordinatamente, e per conseguenza in quello, poichè s'ottiene, alcuno inordinatamente si diletta... Ora il diletto è di due specie„: animale o spirituale, come riguardo alla lode umana e simili, e corporale o carnale, per esempio il tatto. L'avarizia non ha luogo tra i peccati carnali, perchè non è corporale il diletto dell'avaro, come del lussurioso e del goloso; tuttavia si può numerare tra i peccati carnali, per questo “che la cosa da cui l'avaro ha suo diletto, è in qualche modo corporale„. Si può; ma da S. Gregorio non si vuole. S. Tommaso ne esce ponendo l'avarizia[304] “per ragion dell'obbietto, come qualche cosa di mezzo tra i peccati puramente spirituali, che cercano diletto spirituale circa obbietti spirituali (come la superbia, che è circa l'eccellenza), e i vizi puramente carnali, che cercano un diletto puramente corporale circa un obbietto corporale„.

Dante ha compreso l'avarizia tra i peccati corporali. Certo. Essa è di quella disposizione che ha in cima la definizione “i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento„ e in fondo l'altra “color cui vinse l'ira„. Ma con ciò, egli tra i carnali mette più sotto gli avari, li detesta e vitupera più degli altri. Di metterli più sotto, aveva esempi; abominarli così e dirli bruni a ogni conoscenza, egli volle per qualche suo effetto. E l'effetto è questo, di mostrare che essi sono come gl'_ignavi_ e gli _sciaurati_ di questo vizio, e che c'è, in questo vizio, qualche cosa di peggio sì, ma di men _bruno_, di più degno di come riprovazione così menzione.

Invero l'avarizia consiste nell'eccedere la misura con la quale si devono tenere le esteriori ricchezze. In ciò Dante è d'accordo con S. Tommaso.[305] O non pensò egli, col medesimo suo autore, che eccedendo, cioè acquistando e conservando più del debito, l'uomo pecca direttamente contro il prossimo, “perchè non può, rispetto alle esterne dovizie, uno soprabbondare, se ad altro non difetta„? Anche mal tenendo, si può peccare contro il prossimo. E allora il mal tenere non è più d'incontinenza, ma di quell'altra disposizione, di cui ingiuria è il fine: di malizia. E dunque l'avarizia, come è mezza, tra i peccati carnali e gli spirituali, così è mezza tra i peccati d'incontinenza e quelli di malizia. Il che è per me, da un pezzo, la stessa cosa.

E Dante poteva leggere pur nella Somma del buono frate Tommaso quest'altra faccia: anzi per certo, credo, la lesse. Lesse che l'avarizia è sì quella dismisura che abbiamo detto, e sì peggio; un'altra dismisura circa l'acquisto e il tener le ricchezze,[306] “in quanto alcuno acquista danaro oltre il dovere, sottraendo o ritenendo l'altrui; e così si oppone alla giustizia„; vale a dire è malizia; “è in questo modo è intesa l'avarizia in Ezechiele, 22, dove è detto: I principi di lui nel mezzo di lui, come _lupi_ che rapiscon la _preda_ a spargere sangue, e avaramente (cupidamente) seguire i guadagni„. Ecco la lupa di Dante, ed è sì avarizia e sì è peccato d'incontinenza, perchè ruba e depreda e uccide; e chi ruba e depreda e uccide è reo di malizia. Ma, nel cerchio quarto del Purgatorio, il Poeta con le parole di Ezechiele dice:[307]

Maledetta sie tu, antica lupa, che più che tutte l'altre bestie _hai preda_...

Perciò, a non dilungarci ancor più, perciò Dante chiama lupa l'avarizia, in quanto lupa può divenire, cioè depredatrice e rubatrice, tanto più che, anche restando semplice mal tenere, pecca quasi contro il prossimo, cioè fa quasi ingiuria, ed è perciò mezza incontinenza e mezza malizia.

E questo è il pensiero di Dante. Qual è il peccato per cui l'uomo comincia a distogliersi appena appena dal suo corpo, e a desiderare e fare il male altrui? L'avarizia, la quale essendo pure un'incontinenza e una dismisura, non è senza mal del prossimo. Ma il male lo fa, dirò così, senza intenzione; chè il mal tenere non è peccato di vera malizia. Qual è il peccato in cui comincia ad avvertirsi una cupidità di cose esterne alla propria carne? È avarizia; sebbene quelle cose esterne possano considerarsi un che di corporale. Ora se il male del prossimo è preso per fine? se questa cupidità si esercita su cose affatto esterne, affatto spirituali, come, più o meno, “podere, grazia, onore e fama„?[308] Ecco l'avarizia divenir malizia: ecco apparir la lupa carca di tutte brame. Ma dunque la lupa è l'avarizia? E no; chè invece s'avrebbe a chiamare, se si esercita sul podere e sulla grazia e sul resto, s'avrebbe a chiamare invidia, come è definita nel Purgatorio. No, no, non è avarizia. La lupa è la frode, perchè depreda e ruba; è detta anche avarizia, perchè l'avarizia è l'embrione della frode, perchè dall'avarizia si comincia, quasi involontariamente, a fare il mal del prossimo...

VIII.

Ma il mal del prossimo lo fa anche la violenza! Anzi chi depreda e uccide è punito nella riviera di sangue; sotto il segno, che ho posto, del leone![309]

Omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo

del primo cerchietto. Se la lupa è l'avarizia divenuta malizia, quest'avarizia maliziosa è raffigurata anche nel leone; e dunque il leone è la lupa. Così può dire alcuno. E rispondo: sì: in vero assomigliano. Famelico il leone, famelica la lupa; terribile in vista il leone, terribile dalla vista la lupa. E rispondo: sì: in vero il leone è dentro la lupa. Come no? guardate: dove è il leone? Dice Dante all'ombra apparsagli:

Vedi la bestia, per cui io mi volsi.

La bestia? E il leone? Sparito. E di più, dico, anche la lonza è dentro la lupa. Dove è invero la fiera alla gaietta pelle? “Vedi la bestia...„ Non ce n'è che una. Il leone e la lonza? Spariti.

La spiegazione è semplice e chiara. Se la lupa fosse puramente avarizia, figurerebbe un disordine nell'appetito sensitivo, che invece d'essere sommesso alla ragione, vincesse e sommettesse la ragione. La ragione nei peccati d'incontinenza è come non sia: non opera. Se la lupa fosse violenza, oltre il disordine nell'appetito sensitivo, avrebbe un disordine anche in altra potenza dell'anima. In quale? La violenza è compresa nella malizia, di cui ingiuria è il fine. Il fine è l'obbietto della volontà. La volontà dunque entra nella violenza. Ella corre, però, al fine “con ordine corrotto„[310] cioè al contrario di ciò che è il suo fine, cioè non al bene, ma al male; e perciò è malizia. Ma insomma la violenza ha un disordine di più che l'incontinenza; quello della volontà. Non ancora un altro? No, perchè la violenza non è dell'uom proprio male, come la frode; questa sì, ha come il disordine nella volontà, perchè è specie di malizia, così il disordine nell'intelletto, perchè persegue un male che solo l'uomo può fare, mediante ciò che più propriamente lo distingue dai bruti: con l'intelletto. Ma la lupa è la frode, come io credo d'aver provato. E riproviamo ancora. La lupa è la frode, e perciò deve rappresentare in sè un disordine nell'intelletto e un altro nella volontà; e un terzo anche, quello nell'appetito. Perchè? Perchè ella è embrionalmente avarizia, peccato d'incontinenza. Ebbene la lupa rappresenta in sè questi tre disordini? Sì, e nel modo più evidente; sì, perchè ella sola rimane, perchè le tre fiere divengono all'ultimo “la bestia„. Ella è l'incontinenza, la violenza e la frode insieme; incontinenza, perchè appetisce fuor d'ordine il bene suo; violenza, perchè ha per fine l'ingiuria cioè il male altrui; frode, perchè questo male lo fa con artifizi propri solo dell'uomo. Ella figura un disordine nell'appetito, come quella che è avarizia; un disordine nella volontà, come quella che ha un fine e questo fine è il male e non il bene; un disordine nell'intelletto, come quella che ne profitta per adempiere il male altrui che vuole, e ottenere il suo bene che appetisce. Il leone è dunque la lonza, più la mala volontà; la lupa è il leone, più l'intelletto. E così quando apparisce il leone, sparisce la lonza:[311]

sì che a bene sperar m'era cagione di quella fiera alla gaietta pelle l'ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì, che paura non mi desse la vista che m'apparve, d'un leone,

La lonza resta lontana; non se ne parla più, come non si parla più del leone, quando apparisce la lupa. Che questa è una e trina, come appunto Gerione a cui equivale, come appunto Lucifero che mandò Gerione o si mutò in Gerione per tentare Eva, e dipartì dall'inferno questa pessima fiera o in lei si mutò.

È una e trina. Chi la ucciderà o ricaccerà nell'inferno è il suo contrario. Il veltro non ciberà terra, come la lupa. Il veltro non ciberà peltro come la frode. Egli ciberà “sapienza e amore e virtute„. Non è come dire che la lupa ha il contrario di queste tre qualità? Quali sono esse? Non somigliano ai nomi delle tre persone divine?

La divina potestate, la somma sapienza e il primo amore.[312]

Non vuole il poeta dire che il veltro sarà simile a Dio? ritrarrà da Dio da cui ha da venire? E così la lupa rassomiglierà al Perverso che cadde di lassù, e ha tre capi come Dio ha tre persone: il vermiglio amor del male in mezzo al bianco e giallo appetito del proprio bene e al nero intelletto che serve al tristo fine dell'ingiuria.

IX.

Come la lonza è concupiscenza in atto e tristizia in potenza, così la lupa è avarizia in principio e frode in effetto. Il che ci è mostrato dal Poeta con sue parole, quando a papa Niccolò cupido e perciò simoniaco e quindi punito tra i fraudolenti, egli grida:[313]

la vostra avarizia il mondo attrista calcando i buoni e sollevando i pravi.

Non è certo punito quel papa che per mal tenere. L'avarizia di lui era diventata peggior male; come è facile che divenga in tutti, poichè ella da sè ha già qualche cosa d'ingiusto. Tuttavia spesso rimane un mal tenere e, aggiungiamo, un mal dare. E allora ella è colpa, come più lieve, così più vituperosa. Gli avari e prodighi semplici rassomigliano in vero agl'ignavi del vestibolo e ai tristi del brago: sono bruni a ogni conoscenza: di loro non si fa nome. E così a me pare che, anche per questa ragione, il proprio nome della lupa sia frode e non avarizia; perchè anche la lonza è concupiscenza e non tristizia. Il senso precipuo e dominante delle due fiere è dato, mi pare, nell'una dal suo principio, nell'altra dal suo effetto; perchè nell'una e nell'altra la tristizia è innominabile e inconoscibile; e la tristizia della prima è effetto, e della seconda causa.

Ora questa causa della frode è detta sì, e l'abbiamo veduto, avarizia; ma ha, e l'abbiamo pur veduto, un altro nome: cupidità o cupidigia. Si può anzi dire che questo nome non si dà mai all'avarizia che resta avarizia cioè mal tenere e mal dare. Cupidità è sempre l'avarizia germinante in colpa maggiore. Cupido è papa Niccolò, che è tra i simoniaci;[314] cupide sono le vele del nuovo Pilato, che non è certo reo di solo mal tenere;[315] cupido è l'occhio della meretrice, la quale in senso proprio è almeno almeno come Taida che non rotola pesi ma è attuffata nello sterco.[316] Cupidigia è quella di Alberto Tedesco e di suo padre;[317] e anch'essa non è quell'avarizia, certo, che fa sozzi in vita e bruni in morte. E in fine la cupidigia è un pelago in cui s'affondano i mortali,[318] e la cupidità è quella che “si liqua„ nell'iniqua volontà.[319] Inoltre è detta cieca, nel cominciarsi a parlar de' violenti,[320] e cieca, a proposito degl'italiani non disposti ad accogliere l'alto Enrico;[321] e mala,[322] a proposito dei cristiani che non si lasciano guidare dal vecchio e nuovo testamento e dal pastor della chiesa. Da tutti questi luoghi si rileva che la cupidigia è bensì peggiore dell'avarizia che resta avarizia, e tuttavia che anch'essa è un principio di male, non il male stesso. In verità Beatrice ne parla ragionando delle prime tendenze dell'animo e dello sviarsi dell'umana famiglia.[323] Dice d'essa che affonda sotto sè i mortali, ma dice ancora che chi se ne lascia condurre è “come agnel che lascia il latte„, e chi se ne lascia ammaliare è come il “fantolino„

che muor di fame e caccia via la balia.[324]

Si tratta dunque d'un lieve principio che ha grave fine. E tanto la levità del principio quanto la gravità del fine sono adombrate in questo terzetto:[325]

Benigna volontade, in cui si liqua sempre l'amor che drittamente spira, come cupidità fa nell'iniqua.

Chè l'amore, di cui qui si tocca, è non più che “sementa„; e sementa, e non altro, è dunque la cupidità.[326] L'amore che drittamente spira è quello che è “ne' primi ben diretto„ e che “ne' secondi sè stesso misura„.[327] La cupidità qual amore è? È quello che

al mal si torce, o con più cura o con men che non dèe corre nel bene?[328]

Siccome la cupidità si risolve o si manifesta (secondo la poca diversa interpretazione della parola _liquarsi_) in volontà iniqua, si deve dire ch'ella non è solamente amore che corra nel bene con più cura che non deve. Ed è pure questo amore del proprio bene. Chè lo dice la parola stessa, e lo dicono tutti gli esempi che ho riportati di cupidi, come papa Niccolò e il nuovo Pilato e la meretrice. Ma è nel tempo stesso amore che si torce al male: diciamo, che finisce con torcersi al male.

È così. Amore è il principio d'un moto dell'appetito. È il principio del desiderio. L'appetito muove e muta in qualche modo l'appetito, mostrando compiacenza; e questa compiacenza dell'appetibile determina un movimento che è desiderio e all'ultimo un riposo (_quietem_) che è gioia.[329] Cupidità è di questa fatta: eccettochè il cuore non ha il suo riposo per questa, come per l'amore che spira drittamente:[330]

Vidi che lì non si quetava il cuore!

esclama papa Adriano nella cornice dell'avarizia. Or qual era la sua colpa? Questa: che fu anima misera e partita da Dio, cioè non ebbe l'amore diretto ne' primi beni; che l'occhio suo

non s'aderse in alto, fisso alle cose terrene.[331]

Ecco:[332]

come avarizia spense a ciascun bene lo nostro amore, onde operar perdèsi, così giustizia qui stretti ne tiene.

Papa Adriano perdè operare, spento essendo il suo amore a ogni bene; fu di quelli avari bruni a ogni conoscenza e innominabili al pari degl'ignavi del vestibolo e dei tristi del brago. Papa Niccolò fu invece cupido. Il suo amore non si spense soltanto a ogni bene, ma sì corse al male. Cupidità è dunque come avarizia, fissarsi nelle cose terrene; ma tanto da torcersi al mal del prossimo, e non solo spengersi a ogni bene. Il che torna a capello con la definizione di S. Agostino riportata nella Somma:[333] “Cupidità di qualsivoglia bene temporale è veleno della carità, in quanto l'uomo disprezza il bene divino per ciò che aderisce, sta fisso (_inhaeret_), a un bene temporale„. Che cosa cantano gli avari del Purgatorio?

_Adhaesit pavimento anima mea,_

a terra, ai beni terreni. Essi però ebbero sì dentro sè il veleno, di cui parla S. Agostino; ma non ne morirono. Chè erano avari e non propriamente cupidi.

Fossero stati cupidi, non sarebbero in quella cornice, e pur non avendo quella pena di cui il monte non ha alcuna più amara, sarebbero per altro più lontani dalla divina foresta. In verità il loro amore si sarebbe torto al male; al male del prossimo. E come? Per l'aderire alle cose terrene, avrebbero in esse appetito l'eccellenza; si sarebbero in esse attristati per la superiorità degli altri e perciò avrebbero meditato o fatto ingiuria agli altri. Oppure l'ingiuria altrui avrebbero mal tollerata, correndo bramosamente alla vendetta. Insomma avrebbero pensato o commesso qualche atto d'ingiustizia. La loro cupidità si sarebbe “liquata„ in volontà iniqua. I cupidi sarebbero stati rei d'ira o invidia o superbia.

Riassumiamo. La concupiscenza può divenire facilmente tristizia: contro la lonza è farmaco “l'ora del tempo e la dolce stagione„. Chi sfrena la carne, corrompe lo spirito; cioè l'incontinenza può mutarsi facilmente in malizia. L'avarizia, con questo nome e più con quello di cupidità o cupidigia, è già quasi da sè, e facilmente si rende, ingiustizia: l'amor delle cose terrene porta sovente all'amor del male e all'ingiuria. Il concetto unico di questi diversi fatti è che chi si fissa nel bene che non è bene, si distoglie a mano a mano dal bene che è vero bene, e si torce al male. In ogni peccato è un volgere il viso verso un mutabile bene e un ritorcerlo dall'immutevole.[334] In alcuni è primo il volgere, in altri è primo il torcere; ma, salvo che nel peccato veniale, l'un atto è seguito dall'altro. Ora del peccato, considerato in genere, è una radice e un inizio: la cupidità e la superbia. Se si considera il peccato sotto lo aspetto del volgere il viso, a capo del peccato è la cupidità; se si considera, sotto l'aspetto del torcere il viso, a capo si trova la superbia.[335] Così avviene che considerando la lupa, sotto lo aspetto della conversione, cioè della sua fame, del suo agognar terra e peltro, ella è l'avarizia o la cupidità; considerandola, sotto l'aspetto dell'aversione, ossia della sua malvagità e reità, e del depredare e del far grame le genti, ella è... diciamo, la frode o la malizia. E così la lonza, sotto il primo aspetto, è concupiscenza; sotto il secondo, è tristizia o accidia. Chè accidia è rattristarsi del bene divino.[336] Or questo rattristarsi è a piccola distanza dall'aversione totale e contumace. L'occhio già si mostra disgustato: presto si volgerà altrove. E la lonza, che già è tristizia, diverrà malizia. L'incontinenza di concupiscibile insomma divien malizia, passando per l'incontinenza d'irascibile che è la tristizia. Del che abbiamo una riprova nel fatto che nel secondo girone della violenza è punito chi

piange là dove esser dee giocondo,

cioè chi uccide sè o dissipa le cose sue. Questi peccatori, in vero, da che si partirono e per qual via giunsero al loro reo? Prendiamo i dissipatori. Essi cominciarono, mettiamo, con essere prodighi; poi caddero nella tristizia di quei fitti nel fango, e piansero sotto il sole che rallegra l'aer dolce, e giunsero al loro atto violento, cioè di malizia con forza. E noi vediamo un altro peccato generarsi mediante la tristizia: l'invidia.[337]

Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira, mostrandovi le sue bellezze eterne, e l'occhio vostro pure a terra mira...