Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 7

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Fu questo l'impedimento[231] di cui si compianse una donna gentile nel cielo, la quale mandò Lucia a Beatrice. E da lei Beatrice sa che Dante pietosamente piange e che lo combatte la morte “su la fiumana„. La morte lo combatte; dice Lucia. “Tutti argomenti alla salute sua eran già corti„ conferma Beatrice. La “pièta del suo pianto„ è il rovinare di Dante in basso loco piangendo e rattristandosi. Nel miraggio, per cui un'azione terrestre si stampa, per così dire, nel cielo, trasfigurandosi, sì che alcuni tratti si conservano, altri si perdono, il pensiero di Dante che assomigliò la selva a un pelago dell'onda perigliosa e sè a un naufrago ansante, ha un'ombra nel cielo; e la selva diviene fiumana: ha un'eco nel cielo; ed è affermata peggiore di un pelago. E dunque Dante è ripinto verso la notte: ove il sol tace; verso la valle: in basso loco. È tornato o sta per tornare a quello stato dell'animo, in cui più non si discerne, in cui più non luce la prudenza, e con essa mancano le altre virtù; riprova l'amarezza della morte; anzi la morte ora lo combatte così, che la sua salute non può essere opera che di lassù.

Sta per ritornare alla condizione di viltà, in cui era prima del passo della selva? a quella condizione, che poi vide essere degli sciaurati che mai non fur vivi, e di cui fama non è alcuna? di quelli, per cui il lume raggiò invano sebbene fosse acceso? di quelli così simili e così dissimili ai non battezzati?

Il fatto è che in quel momento Dante si trova avanti un'ombra. È d'un magnanimo, e di uno che cantò il più nobile degli eroi. E dannati sono il poeta e l'eroe. Non ebbero battesimo, eppure fu l'uno magnanimo e l'altro eroe. E si trovano di faccia, avanti la selva del peccato originale, uno che fu da quello offeso, non ostante la sua virtù, e un altro, che sebbene non offeso da quello, sta per vivere o, meglio, per morire, senza alcuna virtù.

II.

Quali sono le fiere che Dante vide, prima una, poi due quasi insieme, e che ora sono, fantasticamente, ridotte a una?

Fu a Dante impedimento la selva selvaggia e aspra e forte, e nella quale, a detta di Beatrice, egli pareva trovare, a ogni momento, fosse e catene.[232] Paura in Dante fu della selva, sì che la si rinnovava al pensiero, e ch'ella solo dopo il _passo_ fu queta. Le tre fiere impediscono il cammino e incutono paura. Impediva il cammino la lonza; il leone veniva contro lui; la lupa lo ripingeva. Avanti la lonza, si rivolse più volte per tornare; il leone gli diede paura; gravezza gli porse la lupa con la paura che usciva da lei.[233] Consimili, dunque, effetti sono della selva e delle fiere. La selva è peccato: come non peccato le fiere? Ma la selva è il peccato originale: come le fiere non il peccato attuale? Ma la selva è la tenebra: come le fiere non l'ombra della carne e il veleno?

E la selva è raffigurata nel vestibolo e nel limbo, che hanno in sè il peccato originale, nelle sue due forme, volontaria, per così dire, e necessaria; di suprema viltà, perchè dopo il battesimo, di suprema nobiltà, sebbene e perchè senza il battesimo. E dopo il vestibolo e il limbo, sono cerchi di peccatori e di peccati diversi. Così è ragionevole che dopo la selva siano altri peccati diversi. Ora i peccati dell'inferno si riducono a tre disposizioni che il ciel non vuole.[234] Le fiere sono tre, come non credere subito, che elle sieno tre, perchè tre le disposizioni? che quelle raffigurino queste?

Le tre disposizioni che il ciel non vuole sono l'incontinenza, la malizia e la matta bestialità. D'incontinenza sono rei i dannati dei primi quattro cerchi dopo il limbo. La malizia e la bestialità sono più giù. Prima a Dante, delle fiere si presenta la lonza; poi le altre due. Non è probabile che, delle tre disposizioni, la lonza, raffiguri l'incontinenza? L'incontinenza è la più leggera delle tre:[235]

men Dio offende e men biasimo accatta.

La lonza, se non piacevole all'aspetto e agli atteggiamenti, come del resto è, con la sua snellezza e con la sua pelle gaietta, è senza dubbio meno terribile delle altre due. Dante aveva ragione di bene sperare di lei, quando sopravvennero le altre due. Questa fiera meno terribile come non è la disposizione meno biasimevole?

Le altre due disposizioni sono da Virgilio che ne parla, discorse a parte. Sono molto simili tra loro tanto che si aggruppano sotto il comun nome di malizia:[236] le altre due fiere vengono insieme, quasi nello stesso tempo, contro Dante. Sono molto simili tra loro: l'una ha rabbiosa fame, l'altra è carca di tutte brame, e dopo il pasto ha più fame di prima; dell'uno dà paura la vista; l'altra porge gravezza con la paura ch'esce dalla sua vista. Come queste due fiere che vengono insieme e sono così simili, non sono la bestialità e la malizia, che sono aggruppate insieme e tanto tra loro simili, che fanno una sola malizia? la sola malizia, che dall'aquila è chiamata veleno?

Le due ultime fiere non impediscono solamente il cammino. La lonza, sì; solo impedisce. Dante è più volte tentato di tornarsene, per quella, diremmo, noia di aver sempre avanti quella fiera. La snellezza e molta prestezza le servono, pare, per allontanarsi quand'è scacciata, e poi ritrovarsi di nuovo sulla via di colui che sale per l'erta. Il fatto è che, sebbene Dante più volte si volti per ritornare, non ci narra che in queste tante volte la lonza l'abbia mai offeso. Le altre due, e specialmente la lupa, gli si fanno incontro col proposito di offenderlo. Mentre noi supponiamo che Dante, non ostante la lonza, avanzi sempre, noi vediamo che, per via della lupa, arretra sempre. Perchè? Perchè la lupa, e anche il leone, s'intende, non impediscono soltanto, ma uccidono: la lupa

non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo impedisce che l'uccide.

La lonza impedisce, anch'ella, il cammino, ma non al punto d'uccidere: tanto è vero, che per l'ora del tempo e la dolce stagione Dante è indotto a bene sperare, e riuscirebbe a salir l'erta. Or dunque le due ultime fiere hanno il proposito di uccidere, di sbramare l'uno la rabbiosa fame, l'altra la fame insaziabile, con le carni del passeggero. Ebbene come non raffigurano esse la malizia, che ha appunto un fine d'ingiuria, che l'incontinenza non ha, e questo fine adempie o con forza o con frode? e così si distingue in violenza o bestialità,[237] che torna lo stesso, e frode?

E la violenza e la frode sono nell'inferno punite in quest'ordine: prima la violenza e poi la frode; e il leone e la lupa vengono avanti il passeggero in quest'ordine, prima il leone e poi la lupa. E la violenza è meno grave della frode:[238]

Ma perchè frode è dell'uom proprio male, più spiace a Dio.

E perchè la frode più spiace a Dio, i frodolenti “stan di sutto„. E il leone, sebbene sia rappresentato con la test'alta e con rabbiosa fame, pure oltre la paura, che male fece a Dante? dove è egli più all'ultimo? La lupa, invece, ripinge il misero, che piange e grida per lei, e finirebbe con l'ucciderlo. E la frode spiace più a Dio, perchè il suo fine d'ingiuria l'adempie col sussidio dell'intelligenza, per vie tortuose, dunque, ed inganni; mentre la violenza è senza intelletto; è matta, è bestialità. Ebbene il leone viene con la test'alta, che è un segno di sventataggine, e con fame rabbiosa, per la quale ciecamente si butterebbe a qualunque sbaraglio. L'aria teme alla sua vista o forse ai suoi ruggiti. Nel che è un'idea di superfluo e di vano e di troppo; come è (vedete Capaneo!) nella violenza. La lupa invece ha un andare guardingo, per giungere a sbramare la sua fame sempre nuova e intera, per fare ingiuria e per uccidere. Ella è senza pace; non dà tregua. “A poco a poco„ ripinge il passeggero. Non par di vederla avanzarsi tortuosamente, tacita, se il leone ruggisce, con la testa bassa, se il leone ha la testa alta, e sparire e riapparire, se il leone apertamente vien contra? E non è la frode, dunque, come la lupa? Inoltre la violenza è cieca cupidigia e ira folle cioè cieca brama di vendetta,[239] matta e bestiale brama di vendetta, e contro gli altri e sì contro sè stesso, in modo che l'uomo si fa ingiusto contro sè giusto,[240] e sì persino contro Dio, che è tanto alto e tanto sicuro! E la frode ha cupidigia di tante cose, quante vediamo essere state bramate dai tanti diversi peccatori di Malebolge e della Ghiaccia; danaro, per esempio, dai ladri, dai barattieri, dai simoniaci; grazia, per esempio, dagli ipocriti; fama, per esempio, dai pravi consiglieri; onore e podere, per esempio, dagli uccisori di Cesare. O non sono codeste brame le tutte brame della lupa? e quell'unica brama la rabbiosa fame del leone? E la lupa ha natura malvagia e ria, sì che non empie mai la sua voglia;[241] e il leone, no: questa natura non l'ha, questa voglia inesplebile non l'ha. In vero la voglia di vendetta con la vendetta si compie, se non è così matta da volgersi contro Dio;[242] chè allora è infinita anche essa; perchè inafferrabile è Dio, o folli e ciechi e bestie!

E insomma non pare a ognuno che la malvagità e reità della lupa in confronto della rabbia del leone, messe in relazione, quelle e questa, con la fame che è in tutte e due le fiere, non segnino la gradazione che è tra la frode e la violenza?

D'ogni _malizia_... ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale o con forza o con frode altrui contrista.

(Dante piange e s'attrista e grida per la lupa, non per la lonza).

Ma perchè frode è dell'uom proprio _male_ più spiace a Dio.

_Malizia_ è di tutte e due le fiere: del leone e della lupa; e di tutte e due le disposizioni: della violenza e della frode; ma la frode ha un _male_ in più, come _malvagia e ria_ è la lupa.

III.

Dante, nel ragionamento intorno all'ordine dei peccati nell'inferno,[243] ha due autori avanti al pensiero: Cicerone, per la divisione della malizia in violenza e frode, Aristotele per la triplice disposizione che il ciel non vuole. Egli le fonde insieme, facendo un po' forza, a dir vero, alla dottrina d'Aristotele; e pareggia la matta bestialità dell'Etica alla malizia, anzi ingiustizia, con forza (_vis_) del _de Officiis_. Ora questo è il luogo di Cicerone, che Dante poteva leggere ancora nel Tesoro di Brunetto e nel _Moralium dogma_:[244] “Poichè in due modi, cioè o con violenza (_vi_) o con frode, si commette ingiuria, la frode par come di volpe (_vulpeculae_), la violenza, di leone: l'una e l'altra alienissima dall'uomo (cioè straniera all'uomo, disumana); ma la frode è degna di maggior odio„. C'è qui la divisione della malizia, come Dante chiama quella che Cicerone chiama _iniustitia_, in violenza (_vim_) e frode, e anche il cenno della maggior gravità della frode. E nel medesimo trattato leggeva anche la ragione di questa maggior gravità:[245] “in ogni ingiustizia corre molto divario, se l'ingiuria si commetta per un qualche turbamento dell'animo (_animi_), turbamento che per lo più è breve e lì per lì, o a bella posta e a caso pensato. Chè sono più leggeri i torti che accadono per qualche repentino moto, di quelli che si fanno dopo premeditazione e preparazione„. Ebbene chi dirà che Dante non abbia preso a Tullio quel simbolo del leone per la violenza o malizia di cui ingiuria è il fine, cioè ingiustizia con forza? Ma poi trovava la _vulpecula_ per rappresentare la frode. E sì, avrebbe presa anche quella, come se ne ricordò per Guido da Montefeltro, di cui dice le opere “non leonine ma di volpe„, e “le volpi sì piene di froda„,[246] come se ne ricordò per la “cuna del trionfal veiculo„,[247] quando dopo l'aquila, a simboleggiare la persecuzione dei tiranni, cioè la violenza contro la chiesa, pone la volpe a simboleggiare l'eresia, la cauta e fraudolenta nemica; avrebbe presa anche la volpe, se così piccolo e vile animale, che Cicerone stesso abbassava con quel diminutivo di spregio, non gli fosse dispiaciuto. Dopo il ruggito del leone, il guaito della volpe! questo più spaventevole di quello! E far la volpe assetata di sangue umano, divoratrice di genti, porgitrice di gravezza con la paura che usciva di sua vista! Dante cercò un'altra bestia; e ne trovò, ne' bestiarii del suo tempo, una adatta anche più della volpe a significare la frode. Trovò la lupa.[248]

Il lupo, per limitarci a qualche cosa di ciò che se ne diceva, il lupo[249] è “crudele; spia l'assenza dei cani e dei pastori; insidia i chiusi delle pecore; ulula orrendamente; veduto prima che egli veda, non nuoce; vedendo egli per primo, toglie la voce„. È antica questa ultima storiella; e mi pare sia ricordata da Dante:

questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch'uscia di sua vista...

Sono quelli occhi che gravano su tutto l'essere del passeggero. E si veda come la lupa convenientemente simboleggi la frode, poichè ella è astuta e insidiosa; e, sopra tutto, “veduta prima, non nuoce„. Inoltre[250] “si dice ch'esso (lupo) viva, a volte, di preda, a volte di _terra_, anche di vento„. Come non ricordare il veltro, che della lupa è il nemico contrapposto, e non ciberà _terra_...? Non ciberà _terra_, viene a dire il poeta, come costei. E il peltro, che certo significa la ricchezza, è la _preda_, cui il veltro non vorrà e cui cerca la lupa. Tralascio tante astuzie, vere e supposte, che del lupo si raccontano in cotali libri: mi basta ora riferire queste tre cose: che si sapeva a quei tempi che “le meretrici le chiamiamo lupe, perchè devastano i beni degli amadori„; s'imaginava a quei tempi che i lupi erano così chiamati “_quasi leopedi_„, perchè nei piedi è la loro virtù, come dei leoni è altrove;[251] si affermava a quei tempi “che figura di lupo porta il diavolo, che sempre invidia il genere umano„. Con queste tre cose, noi ci possiamo spiegare come Dante dica che la lupa si ammoglia a molti animali; e, che ella è come un leone vigliacco, poichè al leone è simile nella rapacità e terribilità, e peggiore, ma viene, innanzi _a poco a poco_, e poi fugge avanti il veltro; e che infine e ciò monta più, dall'inferno “invidia prima dipartilla„. E pensiamo che il diavolo porta figura di lupo, perchè il lupo insidia i chiusi delle pecore come il diavolo le chiese dei fedeli; e sapete come il lupo si appressa ai chiusi delle pecore, e perciò il diavolo alle chiese dei fedeli? “Se ha bisogno di predare di notte, come un cane mansueto _a poco a poco_ (_sensim_) si avanza verso l'ovile„; e tante altre astuzie trova![252] _A poco a poco_, ricordiamo!

Rifiutando la _vulpecula_ ciceroniana, Dante trovò una bestia non solo, per l'astuzia, consimile alla volpe, non solo più della volpe spaventevole e rapace; ma più atta, come _leopede_, a far compagnia al leone, e, come solito simbolo del diavolo, più atta a significare quella, direm così per ora, generale corruzione, da cui doveva liberare l'umile Italia un veltro che si nutrisse di “sapienza e amore e virtute„; veltro di ben alta natura, eppure non d'altra natura che di cane quale è interpretata da quei mistici: “Medico molto è detto il cane (_salute_, almeno, degli ammalati dunque) perchè chi gli altri regge (_qui praeest aliis_), deve vegliare agli studi della _sapienza_ ed evitare a ogni modo la crapula„:[253] già deve cibare sapienza, non terra nè peltro.

E qui basti concludere che Dante ha sostituita la volpe con la lupa, non per esprimere un pensiero diverso da quello di Cicerone, ma per esprimerlo più fortemente. La volpe insidia i pollai, come il lupo gli ovili; ed avida è quella, come è questo; eppure a nessuno verrebbe in mente, se qui fosse volpe e non lupa, di dire che la volpe non significasse la frode, e significasse, mettiamo il caso, l'avarizia.

IV.

La lonza non è in Cicerone, come nè l'incontinenza. A raffigurare l'incontinenza, Dante cercò fiera meno fiera. E meno fiera delle altre due è la lonza, sia ella il leopardo o la lince o la pantera. E più speciosa, anche, poichè ella ha il pel maculato e la pelle gaietta o dipinta.[254] Si può certo interpretare diversamente questa dipintura della pelle; ma si può certo interpretare anche così: bella e graziosa d'aspetto. E la lonza è leggiera e presta molto. Anche qui le interpretazioni possibili sono tante; ma tra esse anche, per esempio, questa: che ella non ha freno al suo corso, ossia che è incontinenza. Ma un particolare intorno ad essa è tale da non ammettere se non una spiegazione ragionevole. Eccola. Dante[255]

aveva una corda intorno cinta, e con essa pensò alcuna volta prender la lonza alla pelle dipinta.

Or questa corda è più probabilmente il cingolo della castità, o più genericamente la continenza. E la continenza non è il contrario di qualsivoglia vizio o peccato, ma di soli quelli che vengono da un naturale émpito, da un soverchio amore del bene; di soli quelli che sono proprii dell'appetito, il quale, come ha bisogno di sprone, così, e più, ha bisogno di freno. E quella corda è quel freno.[256] E un altro particolare intorno ad essa non è spiegabile se non in un modo: quello della cagione che aveva Dante a bene sperare. Qual era? “L'ora del tempo e la dolce stagione„. L'unica spiegazione ragionevole è quella che Dante stesso ne dà. Invero egli fa cantare a certi fitti nel fango:[257]

Tristi fummo nell'aer dolce che del sol s'allegra . . . . . . . . . . . . . . or ci attristiam nella belletta negra.

Per pena, cioè, di essere stati tristi nell'aer dolce, rallegrato dal sole, ora ci attristiamo nella melma, in cui non è luce. La belletta è opposto all'aere; il suo nigrore, al sole. Tristi non dovevano essere nell'aere dolce e nel sole; questo e quello dovevano essere farmaco alla loro tristizia. Ora questo farmaco non è quello stesso che valse, a Dante? che gli diede speranza, e perciò impedì che egli già avanti la lonza si attristasse, come fece poi avanti la lupa?[258] Invero la cagione a bene sperare fu “l'ora del tempo„, e il tempo era dal principio del mattino e il sole montava su: era il sole, dunque. E poi era la dolce stagione, e la stagione era di primavera, e l'aere, che faceva dolce la stagione, era, dunque, dolce. A quei fitti nel fango l'aer dolce e il sole non valse; e furono tristi: a Dante sì, valse, e non s'attristò e sperò bene. Or come si chiama la tristizia di quei ranocchi gorgoglianti nel fango? Quei della palude pingue di che sono rei? Quei della palude pingue, come quelli[259]

che porta il vento e che batte la pioggia e che s'incontran con sì aspre lingue,

cioè i lussuriosi e golosi e avari con prodighi, sono appunto colpevoli di quella incontinenza la quale

men Dio offende e men biasimo accatta,

che la malizia. Contro l'incontinenza avrebbe giovato l'aere e il sole a quelli della palude; giovò, l'aere e il sole, a Dante contro la lonza. Dunque la lonza è l'incontinenza.

Ma si può dire: come il peccato di quei fitti nel fango può essere raffigurato in quella fiera così leggiera e presta? E a ogni modo, si può aggiungere, quel peccato è sì d'incontinenza, ma non è l'incontinenza. Anzi, si può domandare, che peccato è? Mettiamo tristizia, mettiamo accidia. Come la tristizia può essere in quella fiera snella? come l'accidia in quella fiera presta? Non ti si crede, si può concludere.

Bene: l'incontinenza Dante la raffigura un'altra volta in forma d'ossa e di polpe. Egli è nel monte; nella cornice dell'accidia. Ha domandato al maestro, quale offensione si purga in quel giro. Il maestro gli ha risposto prima un poco oscuro, poi ha dichiarato tutto il sistema del purgatorio, conchiudendo: Qui l'accidia; sopra noi, per tre cerchi, l'amore tripartito del bene non buono. Ora sente anime d'accidiosi dire, con rimbrotti, esempi d'accidia: gli ebrei, che non giunsero al Giordano; le donne troiane, che non vennero nel Lazio. Dicono e passano. Dante pensa; e di pensiero in pensiero, chiude gli occhi, e il suo pensamento divien sogno.

Egli pensava certo all'accidia; e sogna, che cosa? Innanzi all'alba, egli dice,[260]

mi venne in sogno una femmina balba, negli occhi guercia e sopra i pie' distorta, con le man monche e di colore scialba.

Dante la mirava, e come il suo sguardo fosse raggio di sole a un intorpidito dal freddo notturno, ecco che le scioglieva la lingua, ne drizzava la persona, le colorava d'amore il volto. Ed ella si diede a cantare; e cantava così dolcemente!

Io son, cantava, io son dolce Sirena che i marinari in mezzo mar dismago.

Ed ecco apparire una donna santa e presta, e

l'altra prendeva e dinanzi l'aprìa fendendo i drappi, e mostravami il ventre: quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa.

Ed era alto il dì: il sacro monte era pieno del sol nuovo. Ma Dante pensava a quel sogno. L'angelo, con le ali di cigno, sventolò su lui le penne, e cantò: _Beati qui lugent_. Non erano, Dante e Virgilio, ancora nel cerchio dell'avarizia, ma vi salivano. E Dante pensava sempre, e Virgilio gli dichiara il sogno dicendo che quell'antica strega è quella

che sola sopra noi omai si piagne.

Dunque è l'avarizia, gola, lussuria, che formano insieme col peccato punito nello Stige, che cosa? L'incontinenza.

Ora questa antica strega è solo quei tre peccati? Se è l'incontinenza, ha da comprendere anche quel quarto, duplice, a quel che pare, di color cui vinse l'ira e di coloro che furono tristi. Ha da comprendere; ma comprende? E sì, comprende. La femmina è balba. I fitti nel fango non possono dire il loro inno con parola integra, e lo gorgogliano nella strozza. Perchè? Perchè, dice Gregorio Nysseno,[261] c'è la tristizia che tronca la voce e si chiama accidia. Questi fitti nel fango, che del resto portarono dentro _accidioso fummo_, sono tristi e hanno tronche le parole. Ora anche le altre particolarità della femmina, sono consonanti a questa. È balba, cioè non ha la voce integra; e così non ha integra la vista, perchè è guercia; nè integro il moto, chè è distorta sopra i piedi, nè il gesto, chè ha le man monche, nè il colore e il calore, chè è scialba e intirizzata. Non può nè parlare nè vedere nè camminare nè far nulla; e non vive. Di più ha il volto smarrito, come dire, triste o spaurito. Ognun vede che è proprio l'accidia. O come dunque è l'incontinenza che si piange nei tre cerchi superiori?

La lingua si scioglie, il volto si colora, ed ella canta, ed ella è dolce sirena. Da accidia diventa concupiscenza. Or ognuno vede ancora che la balbuzie e tutto il resto sono gli effetti dell'incontinenza triplice di concupiscibile. Il pallore può essere effetto sì di lussuria e sì di gola e d'avarizia, e così l'impedimento della lingua e degli occhi, e il camminar barcollando e l'inettitudine al lavoro: più, pensiamo noi, delle due prime che dell'ultima. A ogni modo, nell'inferno Dante presenta gli avari, come stati guerci, e come risurretturi coi pugni chiusi; e i golosi pone a giacere:

elle giacean per terra tutte quante,

e li dice poco in gambe e biechi e ciechi:

gli diritti occhi torse allora in biechi: guardommi un poco, e poi chinò la testa; cadde con essa a par degli altri ciechi:

guardatura e atto e caduta di ebbro, pieno di crapula e di sonno. Sì che noi possiamo affermare che nella antica strega sono tutte le note dell'incontinenza di concupiscibile, o come effetti nella vita stessa, o come effetti, non dissimili, oltre la vita, nel luogo della pena. È dunque l'accidia, questa femmina balba; l'accidia effetto, e l'accidia causa dell'incontinenza.

È l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. E il concetto è tanto semplice quanto vero. Colui che non opera è soggetto alle tentazioni della carne; colui che cede alle tentazioni della carne, cade nell'ozio e nella inerzia, e debilita l'anima e corrompe il corpo, finchè diviene un carcame che puzza.

A questa incontinenza potenziale ed effettuale, a questa accidia causa ed effetto d'incontinenza, qual rimedio si propone? Dice Virgilio a Dante, dopo avergli significato l'essere dell'antica strega:[262]

Bàstiti, e batti a terra le calcagne, gli occhi rivolgi al logoro, che gira lo rege eterno con le rote magne.