Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 3

Chapter 34,016 wordsPublic domain

E lo smarrimento nella selva esattamente raffigura il difetto di prudenza. La prudenza è virtù dirigente, e il suo medio è la rettitudine della ragione.[74] Dante aveva smarrita la _diritta_ via. La prudenza è, secondo l'espressione stessa di Dante, _lume_.[75] Ed egli si trova in una selva _oscura_. Il prudente, secondo la dichiarazione di S. Agostino, accolta nella Somma,[76] è _porro videns_, chi vede innanzi sè: e Dante non sa come entrasse nella selva, quasi avesse gli occhi abbacinati dal sonno, e vi si aggira al buio, e notte è il tempo che vi passò. Della prudenza è propria la notturna guardia e la diligentissima vigilanza.[77] E Dante era pien di sonno quando entrò, e assonnato vi rimase, sì che notte egli chiama quel decenne errore, che cominciò col sonno e finì con un risveglio:[78]

Guardai in alto...

gli occhi di lui si aprono: è mattino.

In fine egli era quasi morto, nella selva che

tanto è amara che poco è più morte.

Orbene è dottrina dei filosofi cristiani che la prudenza s'infonda col battesimo, sì che ella si trovi, secondo abito se non secondo atto, nei bambini battezzati, anche quando non hanno l'uso di ragione;[79] e non si trovi nei pagani, quand'anche siano spiriti magni. Essa è il lume che mostra all'anima sensitiva ciò che è da fuggire e ciò che da seguire. Essa è il principio,[80]

là onde si piglia ragion di meritare,

e perciò non possono meritare nè i parvoli non battezzati, nè quelli, che pur innocenti di vita,[81]

non adorâr debitamente Dio,

per essere stati dinanzi al cristianesimo. Tanto questi che quelli sono morti a Dio, perchè il peccato originale, che il battesimo in essi non cancellò, è morte dell'anima. Con esso la morte entrò negli uomini. Ora quelli che questa prudenza infusa che in loro è in abito, non riducono ad atto, non hanno nemmen essi quella ragione di meritare che manca ai non battezzati; e sono come loro, morti; quasi morti, peraltro; perchè la prudenza infusa può in essi mostrarsi alfine, e dirigere e illuminare l'anima sensitiva. Perciò Dante, che non aveva prudenza, è come morto; e la selva oscura che è simbolo di questo difetto di lume, è perciò

tanto amara che poco è più morte.

In verità assomiglia alla morte in quanto è un sonno profondo, una notte lunga d'oblìo. È una morte dalla quale uno si può destare.

Ma Dante non dice solo che a noi fu dato _lume a bene ed a malizia_; sì, che in conseguenza ci fu dato anche _libero volere_:

lume v'è dato a bene ed a malizia e libero voler...

E poco oltre dichiara:[82]

Innata v'è la virtù che consiglia, che dell'assenso de' tener la soglia.

Questo è il principio, là onde si piglia ragion di meritare in voi, secondo che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo s'accorser d'esta innata libertate... Da quella virtù scende dunque la libertà, innata l'una, innata l'altra. E la virtù che consiglia è quel lume. Il quale chi non ha, non è dunque libero: è servo. Sicchè Dante nella selva oscura, oltre quasi morto, era anche quasi servo. E come no? Non lo dice egli a Beatrice, quand'ella nell'Empireo si allontana da lui, ed esso comprende in un'orazione tutto il bene che ebbe da lei:[83]

Tu m'hai di servo tratto a libertate?

e non lo dice a lui Virgilio avanti l'Eden, quando, poco prima di allontanarsi, riassume tutto il bene che gli fece:[84]

libero, dritto, sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno?

Virgilio fu lo strumento di Beatrice, e da Beatrice Dante riconosce il bene che ebbe pur da Virgilio; e questo bene è la libertà, che prima non aveva. Il qual difetto è pur raffigurato nella selva, la cui mancanza di lume arreca servitù.

In vero le parole,

tu m'hai di servo tratto a libertate,

esprimono o i due punti estremi del cammino di Dante, la selva e l'empireo, o i due punti estremi della missione di Virgilio, quando gli apparve e quando lo lasciò. In tutti due i casi l'idea di servitù si fonde nella imagine della selva; chè (per non parlare che del secondo caso) Virgilio apparve a Dante, quand'esso era ripinto dove il sol tace,[85] cioè nell'oscurità, quand'esso rovinava in basso loco, cioè nella valle, quand'esso ritornava a tanta noia, cioè nella selva amara.

Dante era dunque come un non battezzato, finchè stette nella selva e quando era per ritornarci: era servo e quasi morto. In fatti quando poi, passato Acheronte; si trova nel limbo, tra le anime dei non battezzati, prova, diremmo noi, come un'allucinazione. Che è? che non è? dove si trova? ma è ancora nella selva? nella selva oscura, simbolo del manco di lume, e perciò di libertà, e quasi di vita e di battesimo? Virgilio gli ha confermato il fatto della discesa del possente, portatore di libertà. E Dante narra:[86]

Non lasciavam l'andar, perch'ei dicessi,

dicesse di questa liberazione,

ma passavam la selva tuttavia...

come la selva? la selva della servitù? Sì:

la selva, dico, di spiriti spessi.

Dante non si trastulla con le parole! Dante sa quel che dice! Se la selva significa la mancanza di libertà del volere, il limbo che tiene in sè i non battezzati è una selva anch'esso. Mirabile linguaggio!

Ed è oscura questa selva. Dante vede infatti un foco,[87]

ch'emisperio di tenebre vincia.

Il fuoco risplendeva nel mezzo alle tenebre, senza sperderle e allontanarle. Quel luogo è[88]

non tristo da martiri, ma di tenebre solo.

Anche la selva oscura, nella quale Dante si ritrovò smarrito, in comparazione di ciò che egli ha a soffrire avanti le fiere, si può dire che sia trista solo di tenebre. Ma Dante continua:[89]

Non era lunga ancor la nostra via di qua dal _sonno_...

Di qua dal _sonno_? Già: _sonno_ e non _sommo_ lessero gl'interpreti antichi e dànno moltissimi codici. E lessero e dànno bene; e questa paroletta _somno_ o _sonno_ invece di _sommo_ deve essere una delle più certe per sceverare i migliori codici danteschi dai peggiori. Sì: dal sonno! Come Dante ha intraveduta la selva oscura nel limbo dei non battezzati, la selva della servitù nel tempo stesso che Virgilio parlava di liberazione; così qui ricorda il sonno col quale cominciò la sua notte di servitù e di tenebre. Nel limbo, la prudenza non era stata infusa col battesimo; nella selva, la prudenza infusa col battesimo, non raggiando nell'atto, giaceva sonnolenta nell'oscurità dell'abito. Si tratta di quasi medesimo effetto scendente da quasi medesima causa: difetto di prudenza per via del peccato originale non deterso o come se deterso non fosse.

Perchè, come il poeta fa dire a Beatrice,[90]

ben fiorisce negli uomini il volere; ma la pioggia continua converte in bozzacchioni le susine vere:

il che non altro significa, se non che libera è bensì la volontà per opera della redenzione; che il fiore c'è bensì, ma non lega, e cade senza dar frutto, come se mai non sia stato.

VII.

Dante entrò nella selva, secondo esso dice nella Comedia, tosto che Beatrice mutò vita. Ci si ritrovò,

nel mezzo del cammin di nostra vita,

dieci anni dopo. La sua sete fu decenne. Dieci anni egli cercò Beatrice dove non era. Questi anni sono una sola notte per lui, cominciata col sonno e finita col risveglio. Tuttavia, da un luogo dell'Inferno e da un altro del Purgatorio, si rileverebbe che la notte che passò _con tanta pietà_, fosse una delle notti nostre, da un tramonto a un'alba. Dante dice a Forese:[91]

Di quella vita mi volse costui che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda vi si mostrò la suora di colui

(e il sol mostrai)...

E Virgilio in Malebolge dice al discepolo:[92]

E già iernotte fu la luna tonda: ben ten dee ricordar, chè non ti nocque alcuna volta per la selva fonda.

Dobbiamo credere che Dante imaginasse una notte decenne illuminata dal plenilunio? Dobbiamo affermare che egli chiami notte tutto il tempo passato nella selva, perchè v'entrò col sonno e vi errò nell'oscurità; e che poi ragioni dell'ultima notte che vi passò, e dica che quest'ultima era illuminata dal plenilunio; sì che egli potè ritrovarsi, nella selva?

Nè l'una nè l'altra cosa dobbiamo credere. Credere dobbiamo questo: lo smarrimento e l'errore è nel poema stesso spiegato da Beatrice, qual fosse. E Beatrice e Dante dicono che fu di dieci anni.[93] Or quando il poeta afferma, che fu come una notte sola, parla in modo diverso da quando ode parlare Virgilio e da quando esso parla a Forese di luna tonda. Prima parla per metafora, poi parla propriamente.

Il suo incontrarsi con Virgilio, dopo uscito dalla selva, è sì imaginario, ma narrato per vero. Non è invece narrato per vero che si smarrì pien di sonno e che assonnato visse una notte nell'errore; poichè questo corrisponde alle parole di Beatrice e sue, che dicono che il sonno cominciò dalla morte di Beatrice e durò per una notte di dieci anni. Ma il fatto è che il poeta poi traduce il suo linguaggio figurato in vero, e della notte metaforica fa una notte reale. E questa notte ha la luna piena. E la luna piena alcuna volta riluceva tra i folti sterpi della selva fonda, senza però che la selva stessa cessasse nella sua generalità di essere oscura.

Nè fu l'alba del giorno che condusse fuori l'errante. Egli era già fuori della bassura o, diremo, della profondità della selva, quando si trovò al piè d'un colle, e guardando in alto, vide di quello le parti alte illuminate dai primi raggi del sole. A uscire dalla profondità della selva gli giovò la luna:

non ti nocque alcuna volta per la selva _fonda_.

Ora che simboleggia questa luna? questa luna piena? Dante mette altrove in relazione la luna che riguarda il fratel suo per diametro, con la serenità mattutina. “Simile„ dice[94] “a Feba che contempla il fratello diametralmente dal purpureo della mattutina serenità„. Anche parlando a Forese, ricorda che la luna è la suora del sole, e la dice tonda; e a quel plenilunio successe un mattino sereno. E se Feba esprime là qualche cosa di perfetto, esprimerà anche qua una perfezione di splendore. Or vediamo in un altro luogo del medesimo trattato qual sia il significato mistico della luna rispetto al sole: ella, nel pensier di Dante, “a meglio e più virtuosamente operare riceve dal sole, che ha luce sovrabbondante, la luce di grazia„.[95] Nella selva fonda, poichè ell'era piena e contemplava per diametro il fratello, questa luce di grazia la luna riceveva come in nessun'altra fase. Or non è questa luce di grazia che trasse Dante dal profondo della valle e lo condusse al piè d'un colle, dove si vedevano i primi raggi del mattino?

E i teologi parlano di “lume di grazia„ che scende da Dio “giustificante„.[96] E che è la giustificazione? È un moto per il quale l'anima è mossa da Dio e portata dallo stato di peccato allo stato di giustizia; consiste nell'infusione della grazia, ed è chiamata da giustizia piuttosto che da fede o carità, perchè giustizia importa generalmente la rettitudine di tutto l'essere umano a Dio.[97]

Or questo lume di grazia come non è appunto il lume al bene ed a malizia, la prudenza infusa, che ci mostra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, e che vien da Dio? Per essa, Dante ridivenne prudente, cioè _porro videns_, nella selva: non gli nocque.

Or questa interpretazione è confermata da quel luogo, imperfettamente inteso, del Paradiso, di cui più su riportai il principio. Quel luogo è come la sintesi del poema sacro. Dice:

Ben fiorisce negli uomini il volere; ma la pioggia continua converte in bozzacchioni le susine vere.

Fede ed innocenzia son reperte solo nei parvoletti; poi ciascuna pria fugge che le guance sien coperte.

Tale balbuziendo ancor, digiuna, che poi divora, con la lingua sciolta, qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuziendo, ama ed ascolta la madre sua, che, con loquela intera, disira poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca, nera, nel primo aspetto, della bella figlia di quei ch'apporta mane e lascia sera.

Tu, perchè non ti facci maraviglia, pensa che in terra non è chi governi, onde si svia l'umana famiglia.

Noi dobbiamo intendere: La redenzione ha bensì liberato il volere umano; ma è come libero non fosse: il fiore non lega e cade prima di divenir frutto. Subito dopo la puerizia, il volere ridiventa servo. L'adolescenza non ubbidisce più. Il lume di grazia si oscura subito. E, non essendoci chi governi e insegni la strada, la umana famiglia svia. Così presso a poco Marco Lombardo.[98] Anch'esso parla del libero volere, anch'esso del difetto di prudenza che è nell'adolescente, anch'esso della necessità conseguente di chi governi; anch'esso del mondo presente che disvia, come Beatrice conclude con lo sviare dell'umana famiglia.

Ora io dico che nelle parole di Beatrice lo oscuro terzetto, _Così si fa la pelle_, si riferisce, come già vide il Buti, alla luna, e al lume di grazia, e alla prudenza.[99] Raccolgo in vero dalla Somma[100] che gli uomini cominciavano a computare dalla luna piena, sì che ella si poteva chiamare prima. E S. Tommaso, contro le ragionevoli dichiarazioni di S. Agostino, il quale diceva che la luna era sempre piena, riteneva che la luna “fu creata piena„. Or mi sembra probabile che “nel primo aspetto„ voglia appunto dire “nel suo principio„ cioè quando è tonda. Il che è reso più che probabile dal modo con cui Dante qui circoscrive il sole: “quei che apporta mane e lascia sera„. Chè in quel medesimo articolo si legge: “la luna, quando è perfetta, nasce di sera e cade a mane; e così presiede alla notte„. Si veda quanto il difficile terzetto si renda piano, col compierlo: “Così, nel suo bel cominciare (quando è piena), si oscura la candida superficie della luna che splende da sera a mane, come il sole da mane a sera„. E ciò significa, ricavandone il senso mistico, mirabilmente opportuno tra la menzione dell'adolescenza subito traviata e quella della mancanza di chi governi; ciò significa: “Così incontanente a principio della nostra vita si oscura quel lume che ci fu dato a illuminare la notte dei sensi, a guidare l'anima sensitiva che sa nulla. Così avviene che, mancando chi la diriga bene per lei, la famiglia umana disvia„. Disvia e poi affonda nella cupidigia:[101]

O cupidigia, che i mortali affonde sì sotto te, che nessuno ha potere di trarre gli occhi fuor delle tue onde!

Ma verrà, verrà, quando che sia (così Beatrice conclude[102]), chi raddrizzerà il genere umano, curando l'adolescenza, avviando per la diritta via l'appetito dei mortali, sì che il fiore della volontà non sia, subito nella primavera, guasto dalle pioggie, e cada senza legare. La redenzione non sarà stata invano; il volere non invano sarà stato franco;

e vero frutto verrà dopo il fiore:

il bene dopo la libertà.

VIII.

Dante, dunque, adolescente e poco oltre la soglia della seconda età, essendosi chiusi quelli occhi giovanetti, che menavano al bene la sua anima sensitiva, la quale allora, come di adolescente, aveva bisogno di chi la guidasse e cui obbedisse, cominciò a essere ingannato dal cuore o appetito. Esso si faceva talora avversario della ragione, e vedeva il bene dove non era e non lo vedeva dove era. Lo vedeva nella fronte di altri e non lo vedeva più in Beatrice salita da carne a spirito. Minor bene preferiva a maggior bene: la donna gentile, per un esempio, alla donna gentilissima, Beatrice viva e di sì breve uso a Beatrice morta e immortale. Il cuore non andava più ver lei, quasi trovasse ostacoli per la sua via: ombrava, come cavallo restio: era vile. E si volgeva ad altri, come attirato dalla voce e dall'aspetto del bene e di Beatrice. Ma il bene e Beatrice non era là, dove il cuore andava. E allora si cominciava “_dolorosamente_ a pentere de lo desiderio a cui sì _vilmente_ s'avea lasciato possedere„. Il dolore era sempre legato all'estremo della viltà. E il dolore era suscitato dal pensiero e dal ricordo e dal sogno della vera Beatrice. La viltà nasceva dal desiderare del cuore contro la costanza della ragione; cioè contro la prudenza, contro il lume di grazia che c'è dato per discernere bene da male, e maggior bene da minor bene. La prudenza, che in Dante era infusa col battesimo, di quando in quando riappariva; ed egli allora si ritorceva dalla falsa imagine di bene; ma tornava a seguirne altre.

Quando finalmente piena si rifece la prudenza, egli era nel mezzo del cammino di sua vita. Si sentì men vile e s'apparecchiò a più non essere.

Egli era stato, per tutto questo tempo, quasi morto; chè vivere è dell'uomo ragione usare; ed egli non usava ragione, perchè, a tratti soltanto, vedeva quel lume e ubbidiva a quel consiglio, che mostra e dà la prudenza, facendo al cuore discernere ciò che ha da fuggire e ciò che ha da cacciare. Or non era più morto. Ora egli cominciava a usare ragione. Il cuore fuggiva fuggiva dalla sua vita passata, e si avviava a miglior meta.

Fu come se ingombro di sonno si fosse smarrito in una selva; e vi avesse passato chi sa quanto tempo, ma che era quasi una sola notte. Ed egli, cercando la sua via si metteva per questo o quel tragetto, e poi se ne ritornava, e poi si cacciava per un altro; e di qua, dove forse era il buon cammino, si rivolgeva, come avesse incontrato fossi e catene, e per là, dove certo era il folto della selva, si metteva dietro qualche inganno di via agevole. Ma quand'era nel più profondo, ecco che un raggio della luna, che era tonda bensì essa, ma selvaggia e aspra era la selva, ecco che un suo bagliore gli mostrava che s'internava invece di uscire e si perdeva invece di salvarsi. E così finalmente verso l'alba si trovò avanti un colle illuminato dal sole nascente.

Quanta paura aveva fatto balzare il suo cuore nella selva! Ora la paura s'era quetata un poco. E anelando il cuore fuggiva fuggiva; mentre Dante posava un poco, per riprendere le forze: fuggiva il cuore dalla selva e tendeva al colle.

Così ogni uomo, che ebbe col battesimo il lume del discernimento, ha bensì in abito la prudenza, ma finchè è adolescente non l'ha in atto. Anzi il suo stato d'imprudenza dura spesso oltre l'età in cui è perdonabile. La puerizia di anima continua un pezzo dopo che cessò la puerizia d'anni. La prudenza, che è in lui in abito, mostra bensì di quando in quando qualche raggio, ma tardi si svela piena e a lui rivela gl'inganni dell'appetito sensitivo. E allora si apparecchia a vivere la vera vita dell'uomo.

Così il genere umano che in Adamo ebbe il lume di grazia per il quale l'animo poteva discernere tra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, in lui lo perdè. Brancolò al buio, senza poter meritare, finchè questo lume fu riacceso dal Redentore, e allora il genere umano uscì dalla selva del peccato originale, in cui non era luce di prudenza e perciò libertà di volere.

Questo il senso, che via via si chiarirà meglio, della selva: senso allegorico e anagogico. Ed è mirabile considerare, come le necessarie imperfezioni in tale figurazione unica di concetto molteplice, siano dal poeta dissimulate e sanate. A chi dicesse che non sta il figurare, nel senso allegorico, la notte dei sensi con una notte di plenilunio, risponderebbe il poeta, sì, che sta; chè per un battezzato non c'è notte buia, perchè il lume di grazia brilla per lui; ma che appunto a far vedere che il lume può non essere da lui veduto e usato a suo cammino, egli mise l'errante in una selva oscura per la sua foltezza, in una selva selvaggia. E a chi allora gli replicasse che la medesima figurazione non torna per significare la tenebra del genere umano dopo la colpa umana, perchè la luna non spuntò subito dopo il tramonto del sole; Gesù non venne subito dopo Adamo; egli anche risponderebbe, che sì, subito dopo il peccato spuntò la luce di grazia, e che Adamo appunto credè per primo al Cristo venturo.

E col senso morale è unito e fuso il senso politico o, vogliam dire, sociale. Essendo la luna la virtù che consiglia l'anima[103] sensitiva, ella è anche l'autorità imperiale; perchè l'imperatore è colui che deve indirizzare al bene l'anima semplicetta del genere umano. Altissimo è questo uffizio che, a noi disavvezzi da certe idee e da certi raziocini, può parere strano e piccolo. Pensiamo. Dante ritiene bensì cancellata col battesimo la macchia originale; ma gli effetti di lei crede estendersi per gran parte dell'età degli uomini e anche per sempre. L'imperatore compie, per lui, il Redentore; e l'autorità imperiale è come la sanzione del battesimo. Senza essa il genere umano è invano redento, e vivrebbe, come avanti Gesù, nel peccato e nella tenebra.

E così ognun vede che se io sono stato, in tale interpretazione, più forse esatto dei miei antecessori, non però sono solo a vedere, piccolo omicciuolo, ciò che gli altri non videro. Siffatta solitudine mi farebbe diffidare d'ogni mio più severo argomentare. Ma no: tutti hanno nella selva veduto o intraveduto il peccato, e il disordine morale e politico, e la perdizione, e la morte. E tuttavia tutto ciò non è se non per il difetto di quella virtù che il battesimo infonde e a cui vedere gli occhi dell'adolescente si serrano immergendosi nel sonno; per il difetto o per l'oscurarsi della prudenza. Or la prudenza è tra le virtù morali virtù precipua, ed è loro conducitrice, come dietro i filosofi afferma Dante: “e senza quella esser non possono„.[104] Sicchè nella selva non essendo prudenza, non è alcuna virtù. E così tutti gli interpreti hanno sempre pensato; ma errano se aggiungono che ci sono tutti i vizi. Che lo stato di chi è nella selva, ed è pur senza alcuna virtù, e senza alcun lume, e perciò senza alcun freno, e pur servo e in peccato, e nell'inferno, e quasi morto; tale stato è più simile a quello d'un parvolo innocente che muore avanti il battesimo che a quello d'un uomo colpevole della più lieve delle reità. Ricordiamo la gradazione stessa quale Dante sente dire all'aquila, nel cielo di Giove:

è tenebra, od ombra della carne o suo veleno.

L'ombra della carne è incontinenza, il veleno è malizia. Bene: la selva è tenebra e solo tenebra.[105]

È, per conchiudere con altro luogo della Comedia, è lo stato dell'animo che “confusamente apprende„ il bene, nel quale quietarsi. Egli non è ancora o non è più “diretto„, ma al bene aspira. I disiri di Beatrice, in vero, al bene menavano l'amatore. Ma egli non era “diretto„; era fuori della “diritta via„. Or ciò non vuol dire che il suo animo errasse “per malo obbietto„; poichè cercava il bene; nè “per troppo o per poco di vigore„; poichè il bene non lo trovava, e l'amor suo non era mai nel caso di misurar sè stesso, perchè non raggiungeva ciò che seguiva, e ciò che seguiva era un'imagine falsa e una vanità.[106] Nella tenebra dove Dante errava, non era alcuna virtù, ma non era alcun vizio.

IL VESTIBOLO E IL LIMBO

I.

Una porta è, senza serrame.[107] Dopo la porta un grande spazio dove l'aria è tinta e il lume è fioco.[108] Quello spazio, che digrada, ha per limite una riviera: un fiume grande, da parer palude, con acqua limacciosa e opaca. Una nave s'appressa per lo stagno livido. Fiammeggiano da essa, come uniche scintille in tutta questa opacità d'acqua e d'aria, due occhi di bragia. Sono d'un nocchiero vecchissimo.[109]

A ogni momento nella ripa s'affolta gente. Il nocchiero appressa la barca, gridando parole d'eterna sanzione. Nella gente, cioè tra le anime, sorge uno strepito di denti e di bestemmie e di pianto. E s'avanzano in quel barlume verso la riviera e verso i due occhi di fuoco. Formano quasi un grappolo, un ramo, un albero. Da esso si staccano a una a una le anime, foglie che appena si tengano al ramo per il picciuolo mortificato, cui assalgano i primi venti freddi dell'autunno.

Guardando verso la palude, si scorge però che non si staccano da sè, ma via via per cenni del demonio barcaiuolo. E allora non sembra più quello lo sfogliarsi e il mondarsi d'un ramo. Quel formicolìo d'anime sembra uno stormo di uccelli, dei quali ognuno, l'un dopo l'altro, si butti a terra per il richiamo di quell'orribile uccellatore.