Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro
Part 26
Si noti. Egli leggeva nel suo testo che i secondi sette anni sono le beatitudini. Si persuadeva, leggendo qua e là, per esempio in Ugo di San Vittore,[1070] che le beatitudini erano opposte ai sette peccati capitali, perchè esprimono il premio proposto a sette virtù contrarie a quelli. In poche parole, codesto Padre indica il legame tra questi cinque settenari, ciò sono vizi, petizioni della preghiera dominicale, doni, virtù, beatitudini.[1071] “I vizi sono cotali languori dell'anima o ferite dell'uomo interiore: l'uomo è come un malato; Dio è il medico; i doni dello Spirito sono l'antidoto; le virtù la salute; le beatitudini il gaudio della felicità„. È inutile ammonire il lettore della grande somiglianza di questo concetto con quello di Beda, che indicò quattro ferite dell'anima, corrispondenti, come vedemmo, alle tre disposizioni Aristoteliche, delle quali una, l'incontinenza, è duplice. Ora è ben certo che nel purgatorio Dantesco si ricuciono sette piaghe, che sono le macchie lasciate dai sette peccati capitali. Come non accogliere, dopo i lunghi miei ragionamenti, il pensiero che i sette peccati, sette e non più, in cui si risolvono le tre disposizioni o quattro ferite dell'inferno, siano pur i sette peccati capitali corrispondenti a quelli del purgatorio, come ferita corrisponde a cicatrice? Ma procediamo.
S. Agostino stesso induceva Dante a pensare ai sette peccati; perchè i precetti simboleggiati dai sette e sette anni di servaggio a Laban, se da una parte erano esortazioni a virtù, e, cioè, povertà di spirito e mitezza e vai dicendo, dall'altra erano divieto di peccato: salvo il primo, onora il padre e la madre; salvo il primo che Dante, come abbiamo mostrato, sceverava, d'accordo coi teologi, dagli altri della seconda tavola e metteva, come attinente a _pietas_, nella prima, con gli altri precetti attinenti a _religio_. Erano dunque divieti di peccato; e così Dante trovava nel tradizionale numero settenario dei peccati, qualche cosa di meglio e di più compito che i sei comandamenti di giustizia, col settimo di pietà! Al qual uopo parli finalmente il Sene che fu l'ultima guida di Dante. Egli dice che “sette impedimenti ci ritardano da ubbidire ai dieci precetti„. I suoi non sono propriamente i sette peccati mortali; ma sette sono, e sono opposti a dieci. E il dieci si trova col sette non solo nel Paradiso di Dante, ma e nell'inferno e nel purgatorio.[1072] E aggiungo che S. Bernardo contro i sette impedimenti invoca “il settiforme ausilio dello Spirito Santo„.
Nè aggiungo altro. Posso ripetere che usando della libertà concessa ai mistici, Dante interpretò e numerò a suo modo le beatitudini, fondendo quella dei pacifici in quella dei mansueti, e ponendola per terza contro l'ira; ponendo seconda quella dei misericordi, contro l'invidia; e sopratutto pronunziando ultima quella dei puri di cuori, perchè a questi è ripromessa la visione. E posso concludere che ognuno può ripudiare i miei argomenti in tutto o in parte, e credere o non credere quel che vuole intorno alle virtù e ai vizi e alle disposizioni e alle ferite; ma una cosa non può ripudiare, una cosa deve credere, che il numero di sette per i peccati dell'inferno, numero affermato nell'enumerazione di Virgilio e Dante, è di necessità: che sette e non più sono, perchè sette e non più devono essere, sette e sette essendo gli anni del servaggio di Giacobbe per Rachele.
III.
Continuo a riassumere e citare dalla fonte.
Oh! l'uomo vorrebbe, senza alcuna fatica, che si ha da abbracciare “_in agendo patiendoque_„[1073] giunger subito alle delizie della bella e perfetta sapienza; ma questo non è possibile nella terra dei morenti.[1074] Il che è significato dalle parole di Laban, che non è usanza del paese maritar le minori avanti le maggiori. In verità, quanto a tempo, è primo il travaglio di operare il giusto che la voluttà di intendere il vero. A ciò si riferisce il detto (_Eccl. 1, 33_): Hai bramato sapienza; osserva i comandamenti, e il Signore te la darà. I comandamenti, che pertengono a giustizia; la giustizia che è secondo fede.[1075]
E a quel detto equivale quest'altro: se non crederete, non intenderete; sì che si mostra che la giustizia pertiene a fede e l'intendere a sapienza. “In coloro che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo studio (_studium_) ma è da rivocare all'ordine, sì che dalla fede cominci e coi buoni costumi si sforzi di pervenire là dove è avviato„.[1076] _In eo quod versatur_ (_al. quod adversatur_) è virtù laboriosa; in ciò a cui tende, è “luminosa sapienza„. Che c'è bisogno di credere ciò che non si vede palese? può dire alcuno. Mostrami il principio delle cose. Desiderio naturale quanto ardente; ma si deve rispondere: Prima Lia va a nozze, e poi Rachele.[1077] Godeste ardore (sempre quello _studium_) valga a ciò, che non si ricusi l'ordine, ma piuttosto si tolleri. Se no, non si arriva a ciò che si ama con tanto ardore. “Una volta arrivati, ecco che si avrà in questo secolo, non solo avvenente intelligenza, ma anche laboriosa giustizia„.
Pertanto due sono le mogli di Giacobbe libere: ambedue sono le figlie della “remission dei peccati„, cioè dell'imbianchimento, cioè di Laban. Una è amata, l'altra è tollerata. Ma quella che è tollerata, è fecondata prima e più, in modo che, se non per sè, almeno è amata per i figli. E i figli della giustizia o dei giusti sono quelli che i giusti, predicando il Vangelo tra molte tentazioni e tribolazioni, generano per il regno di Dio. Poichè c'è un discorso di fede, con cui si predica la crocifission del Cristo e tutto ciò che della sua umanità si comprende più facilmente e non turba i pur deboli occhi di Lia.[1078]
Ma anche a Rachele, dapprima sterile (perchè chi contempla virtù e divinità eterna di Dio vuol essere lontano da ogni operazione), vuol partorire. Perchè? “Perchè vuol insegnare ciò che sa„. Ed è gelosa di Lia. Perchè? “Perchè si duole che gli uomini corrano a quella virtù, per la quale si provveda a loro infermità e necessità, piuttosto che a quelle donde imparino alcunchè di celeste e immutabile„.
Nel principio Rachele dà a suo marito l'ancella Baia, che s'interpreta _inveterata_, per aver figli almen di quella. E ciò vuol dire che la dottrina di sapienza si adatta a insinuare i suoi profondi insegnamenti per mezzo di imagini e similitudini corporee. Che “dalla vecchia vita dedita ai sensi carnali si sollevano imagini anche quando si ascolta parlare della spirituale e immutabile sostanza della divinità„.
E pure Rachele partorisce anch'ella, ma appena. Chè rarissimo è che una verità, quale, per esempio “Nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo„, si comprenda pur in parte a dovere, senza il fantasma del pensiero carnale.
E anche Lia ha un'ancella, Zelfa, che s'interpreta _os hians_, e significa la predicazione buona a parole, se non a fatti. E Lia ottiene, con un dono di pomi di mandragora, per sè una notte maritale di Rachele. E ciò significa che gli uomini nati per la vita attiva, se anche si sono dati alla contemplativa, devono per l'utilità comune prendersi l'esperienza delle tentazioni e il peso delle cure; “che alla dottrina stessa di sapienza, cui si dedicarono, non si dia biasimo e mala voce„.
Questa la fonte. Così una sottil vena d'acqua tra roccie aspre, facendosi via tra sassi, diventa a mano a mano, coi botri e coi ruscelli e coi fiumi che di qua e di là scendono ad alimentarla, la grande fiumana imperiale che irriga la pianura e regge le navi e scorre per lungo tratto, distinta di dolcezza, nel mare infinito.[1079]
LA MIRABILE VISIONE
I.
LA DONNA GENTILE E LUCIA
La Donna Gentile che è nel cielo, significa per certo la Misericordia di Dio. Ella si compianse dell'impedimento del viatore, e frangeva il duro giudizio che di lui si faceva. Era la Misericordia che tratteneva la Giustizia. Ed è certo che la Donna, in cui la Misericordia s'impersona, si chiama Maria. Qual Donna può chiamarsi “gentile„ o nobile, per eccellenza, se non quella che “nobilitò„ l'umana natura? Qual Donna può compiacersi del male d'una creatura e frangere il giudizio a lei avverso, se non quella la cui[1080]
benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al domandar precorre?
se non quella in cui è “misericordia„ e “pietate„? Ma sopra tutto che ella si chiami Maria, si rileva da ciò che, Maria, come si discerne facilmente, ha in tutta la Comedia una parte precipua. Dante dalla tenebra della selva giunge alla visione di Dio. Questa via fa seguendo l'istinto dello Spirito. Maria che dallo Spirito concepì, l'unica sposa dello Spirito, è, ragionevolmente, quella che la via gl'impetra. Così se Dante vedrà Dio, da Maria vi sarà disposto. Così, se Dante ha i doni dello Spirito, per i quali ottiene nel paradiso i premi proposti alle sette virtù nel purgatorio; è l'“_ancilla dei_„ col suo esempio che glieli ottiene. Così dunque, se quando rovina in basso loco, ha un soccorso dall'alto, è Maria che glielo porge, chiamando Lucia e mandandola a Beatrice, che manda Virgilio.[1081] E Dante era devoto del bel Fiore che sempre invocava e mane e sera.[1082]
Lucia, la nostra fonte ci dice apertamente, chi è. È la Grazia della remission de' peccati; è Laban, cioè _dealbatio_. Dante stesso dichiara la ragion del suo nome. Egli dice: “bianchezza è un colore pieno di _luce_ corporale, più che null'altro„.[1083] Lucia, dunque, senza più verun dubbio, è questa “bianchezza di _luce_„, cioè _dealbatio_, cioè Laban, cioè Grazia della remission dei peccati, cioè Grazia senz'altro. E così Dante è _fedele_ o servo di Lucia, come Giacobbe di Laban.[1084] E, come Giacobbe, serve alla “Bianchezza di luce„, cioè alla Grazia della remission dei peccati, durante sette e sette, non anni, ma peccati; mortali e veniali, e così acquista sette virtù, alle quali sono ascritti sette premi, che poi vedrà godere e godrà.
Lucia è nemica di ciascun crudele; e invero a Beatrice parla pietosamente dello smarrito laggiù.[1085] È lei che trasporta Dante addormentato dalla valle amena alla soglia del purgatorio; ed è assomigliata a un'aquila che discende dal cielo come folgore; e nel cielo rapisce l'uomo che dorme; e nel cielo ardono tutti e due, sì che il sonno dell'uomo si rompe. Ed ella dice, mentre l'anima di Dante dentro dormiva sopra i fiori:[1086]
Io son Lucia: lasciatemi pigliar costui che dorme, sì l'agevolerò per la sua via.
Infine ella siede nel Paradiso “contro al maggior padre di famiglia„, cioè dirimpetto a Adamo, che è alla sinistra di Augusta, cioè della Donna Gentile o nobile per eccellenza, dell'umile e perciò alta più che creatura, di Maria.[1087] Ella invero si muove a un cenno di Maria, perchè dalla Misericordia di Dio proviene la Grazia.[1088]
La Grazia si distingue dai dottori in operante e cooperante, preveniente e susseguente, che rende grato e che è data gratis.
Alcuno può dire che la grazia preveniente si fonde con la misericordia, e che perciò Maria è la grazia preveniente, e Lucia la susseguente; e ancora, che la grazia operante si riferisce a Dio e perciò alla sua misericordia e quindi a Maria, e che in conseguenza Lucia è solamente la grazia cooperante, in cui la mente nostra non è solamente mossa dall'inspirazione divina, ma anche movente. Può dir questo e può dir altro, e recar molti lumi e far molto buio. Sta bene in fatto che sia la misericordia che precorra e prevenga:
liberamente al domandar precorre;
ma come la misericordia sebben sia di Dio, è non Dio stesso, sì Maria, o, insomma, la _misericordia di Dio_, così questo precorrere è non la Misericordia, ma la Grazia di Dio. Come in mitologia se si riconosce, metti il caso, che Athena, è il senno di Zeus, non ne seguita che Athena sia Zeus, così in questa mitologia (sia detto senza alcuna irreverenza) cristiana e Dantesca, nè la Misericordia di Dio va confusa con Dio, nè la sua Grazia con la sua Misericordia. E in Lucia, s'ella è la Grazia, è molto probabile si trovino le note che alla Grazia assegnano i teologi. Di vero ella previene, quando va a Beatrice (è la Donna Gentile che previene; ma il suo prevenire si chiama _Gratia praeveniens_); sussegue, quando trasporta Dante; opera la prima volta; coopera la seconda, come ella dice chiaramente:
sì l'agevolerò per la sua via.
L'uomo è per la via del bene e del pentimento o della purgazione: la Grazia, cooperando con lui, l'agevola. Chè la Grazia è necessaria sì al principio della conversione, sì al progresso e alla perseveranza.[1089] E ricordiamo la definizione di S. Agostino, maestro e autore in questa materia. Eccola: la Grazia è “un certo aiuto di bene operare aggiunto alla natura e alla dottrina per inspirazione d'una sopra modo accesa e luminosa carità„.[1090] Or sappiamo non solo perchè la Grazia si chiami Lucia, ma anche perchè l'aquila che la simboleggia, dopo essere scesa come folgore e aver rapito Dante _infino al foco_,[1091]
ivi pareva ch'ella ed io ardesse, e sì l'incendio imaginato cosse...
Or perchè è _nimica di ciascun crudele_? In questa espressione, comunque interpretata, è certo l'idea di mitezza e di dolcezza. Lucia è mite e dolce, sia che la vogliamo nemica di tutti i crudeli, sia che nemica d'ogni crudeltà. Orbene la Grazia, secondo il medesimo maestro e autore, è la manna, è _benedizione di dolcezza_[1092] “per la quale avviene in noi che ci diletti e che desideriamo, ossia amiamo, ciò che ci comanda„; la Grazia “è significata con le parole latte e miele; chè la è dolce e nutriente„,[1093] è significata dalla _copia di latte_,[1094] poichè “emana dall'abbondanza dei visceri materni e con dilettevole misericordia è infusa _gratis_ ai pargoli„:[1095] della quale imagine materna è traccia in Dante che trasportato in sogno dall'aquila, si raffigura, quando è desto, in Achille,
quando la madre da Chiron a Sciro trafugò lui dormendo in le sue braccia,
che è proprio l'atteggiamento di Lucia che _tolse_ Dante e lo _posò_, come mamma la sua creatura, il suo lattante. E tralascio molte altre cose sul potere illuminante della Grazia e sulla sua dolcezza, perchè quel che basta, basta. Io non voglio, almen qui, dissertare sulle idee di Dante e dei dottori e dei padri: voglio riconoscere quali sono codeste idee.
È dunque nemica di ciascun crudele, perchè è manna e miele e latte. Inoltre è tale che nessun duro cuore la respinge, e toglie ogni durezza di cuore, toglie il cuor lapideo, cioè la volontà più dura e ostinata contro Dio.[1096]
Ed ora c'è egli bisogno di dichiarare che Lucia è anche _gratum faciens_ e _gratis data_? Ammiriamo! Dante è il primo poeta, nel mondo, dopo quei primigenii che non hanno nome, dopo quei nuovi della terra e del sole e delle stelle e degli alberi e degli animali, che agli altri scopersero queste cose belle, significandole con parole e imagini. Essi mettevano il nome delle cose piccole alle grandi e delle vicine alle lontane e delle reali alle sognate. E Dante fu come essi un mitologo primitivo; il mitologo del mondo spirituale cristiano.
Vedete: Lucia parla a Beatrice:
Beatrice, loda di Dio vera;
s'insinua con un elogio:
chè non soccorri quei che t'amò tanto;
ne ricerca il cuore memore:
che uscio per te della volgare schiera?
ne tenta l'amor proprio:
Non odi tu la pietà del suo pianto?
la esagita, la rimprovera:
Non vedi tu la morte che il combatte;
la sollecita:
su la fiumana ove il mar non ha vanto?[1097]
la spaventa. Beatrice, a questa preghiera in cui è tutto l'artifizio dell'oratoria ingenua, con quelle interrogazioni, con quelle anafore, _Non odi tu? Non vedi tu?_, Beatrice, _dopo cotai parole fatte_ (la quale espressione si riferisce non solo a ciò che fu detto ma al come fu detto), balza dal _beato scanno_, e scende a visitar l'_uscio dei morti_. Va bene? Ma il bello e il grande di Dante non è nell'aver fatto qui un discorsino ben concinnato, secondo e le regole nell'oratoria e i dettami dell'amor che spira; sì è in tale sublime etopeia dell'astratto, in tale precisa significazione d'un mito spirituale: _La Grazia che rende grato_. Nè meno mirabile è la traduzione in imagine dell'altro concetto teologico: _La Grazia data gratis_. Abbiamo visto come esprime S. Agostino questa intima inspirazione divina, superiore, e di gran lunga, ai nostri meriti, per la quale un pescatore diventa un apostolo, senz'altra manifesta sua operazione che quella di lasciar fare. Oltre evidente, è assai soave la sua espressione: la Grazia scende nel cuore, come il latte nella bocca del pargolo, oh! gratuitamente davvero. Ma Dante ha più larga imagine, cioè ne ha due, e non è meno soave nella seconda delle due, come è più preciso nel complesso di entrambe. L'aquila che scende come folgore ricorda la colomba e le lingue di fuoco che fanno di pescatori apostoli: _Gratia gratis data_, che empie di fervore e d'ebbrezza i cuori. Ma poi ci è Lucia che giunge presso il dormiente. Dante dorme: come avrebbe potuto salire? Non solo non moveva i passi, ma dormiva. E Lucia lo porta su, come una madre il suo piccolo, e dice d'agevolarlo soltanto. Nel che è da vedere un altro concetto teologico, che in noi anche la penitenza è opera di Grazia; da noi, non ci sapremmo nemmeno pentire! Dio ci perdona, se ci pentiamo; ma non ci pentiamo, se non ce lo da lui, il pentire. Si può esser più buoni di così? si può dare più _gratis_, quello che si dà?
Aggiungiamo che Lucia dipende da Maria che è misericordia e “carità„. Ella ha attinenza a un'altra virtù teologica, alla “speranza„. Chè “sotto la Grazia è speranza, come timore sotto la Legge„.[1098] La Giustizia pronunziava il suo giudizio. Maria lo franse e chiamò Lucia. In tanto Dante perdeva “la speranza dell'altezza„.
II.
VIRGILIO
Nel gorgoglio della piccola fonte ho inteso il nome misterioso di Lucia. Lucia è “bianchezza di luce„, Lucia è “Grazia„. Ella è la dolce madre che prende l'anima in collo, e le fa suggere il latte, senza chiederle compenso, contristandosi se non c'è chi lo voglia. Domandiamo alla fonte, che sa tante intime cose della mente di Dante, se sa il nome del dolcissimo padre; e se questo è quello che già andava per le bocche della gente, come quel della dolce madre. E la fonte mi pispiglia quel nome di mistero. E quel nome non era ancor andato per le bocche della gente, perchè sonava soltanto nel chiocchiolìo appartato della fonte ignota. Quel nome è “_Studium_„.
“In quelli„ dice la fonte umile e grande “in quelli che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo _studio_, ma s'ha da rivocare ad ordine, in modo che cominci dalla fede e con la bontà de' costumi si sforzi di giungere là dove aspira„. Virgilio apparisce a Dante che già rovina in basso loco. Questi ha avanti sè la lupa che raffigura e assomma tutta la malizia. E Virgilio non crede che Dante possa riuscire a vincere codesta malizia e salire al colle. Al colle salirebbe Dante con l'esercizio delle quattro virtù che assommano le virtù morali: con la bontà dei costumi. Ma quelle e questa non basterebbero. La bestia lo ucciderebbe. Quindi gli propone altro viaggio. Questo viaggio è pur sempre una guerra contro la medesima bestia che assomma le altre due, contro Lucifero tricipite, di cui riescono, Dante e Virgilio, vincitori, mettendo il capo ov'egli ha le gambe; o contro le tre fiere, contro la lonza gaietta in sè e trista negli effetti, contro il leone violento, che è ira bestiale, e contro la lupa insaziabile, che è invidia infernale e infernale superbia; o contro le tre Furie, che rappresentano quest'ira e invidia e superbia, e che hanno un Gorgon che dà la disperazione e non fa più tornar su; ed è una guerra che si combatte con l'armi stesse che l'altra: con la temperanza e la fortezza e la giustizia e la prudenza; ossia con le virtù morali, ossia _bonis moribus_. Ma la guerra non è più nella deserta piaggia. Dante con la sua guida s'è inabissato, è morto. E quando risorge, sempre con la sua guida, ascende e ascende, sempre con quelle armi purificando ogni traccia di male; e giunge così _bonis moribus_, giunge là dove aspira. Chi lo guida e incuora e sostiene e reca in braccio e, insomma, l'accompagna, è lo _studio_, salvo che una volta al cantore si sostituisce l'eroe, e un'altra, al dolce padre la dolce madre.
Virgilio è dunque lo studio che “con la bontà de' costumi si sforza di giungere là dove aspira„.
E “comincia dalla fede„. Dante dubita di lui. Avanti il pericolo imminente della lupa, sì, gli si affida. Sa la virtù sua. Lo conosce, lo ama. Per fuggire quel male e peggio, acconsente a seguirlo. Si muove Virgilio, e Dante gli tien dietro. Ma viene la sera. Nel silenzio delle cose, il nuovo pellegrino si abbandona del venire. E quell'ombra, per far che l'uomo si solva dalla sua tema, gli dice che è mandato da Beatrice. Non basta: gli dice che Beatrice fu mossa da Lucia. Non basta: gli dice che Lucia fu mandata da Maria, della quale egli non pronunzia il nome, come non pronunzia quello del Possente figliuol di lei. Quando sa che Virgilio viene per parte di tre donne benedette della corte del cielo, allora Dante si sente tornare il buon ardire nel cuore, e gli dice: Tu duca, tu signore, tu maestro! È questo invero studio _non improbandum_, perchè comincia dalla fede. Nè ciò basta. Per restringerci al poco ed essenziale, il lettore ricordi che quando l'ombra e l'uomo sono nel limbo, tra gli spiriti magni, in mezzo alle scuole poetiche e filosofiche dell'antichità pagana o non credente, là dove lo studio per un'anima pia è più pericoloso, l'uomo cristiano si volge all'ombra pagana:[1099]
Dimmi, maestro mio, dimmi, signore.
E sono le parole di prima, ripetute con una intenzione. Ebbene il cristiano al pagano domanda del Cristo Redentore. E perchè?
Per voler esser certo di quella _fede_ che vince ogni errore.
Allo studio, pur fatto di filosofi e poeti pagani, si deve chiedere conferma della fede.
Perchè lo studio, per un uomo del tempo di Dante, s'intende che era di autori latini. Boezio e Tullio sono gli autori che Dante legge, nella sua tanta tristizia, e v'entra “tant'entro, quanto l'arte di grammatica, ch'_egli_ avea, e un poco di _suo_ ingegno potea fare„.[1100] Or se uno d'essi autori valeva a impersonare tale studio, questi era Virgilio.[1101] Già ai tempi di Quintiliano e prima “Virgilio era il primo libro latino che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento elementare che al superiore„. E così continuò per un pezzo;[1102] e nei tempi oscuri di mezzo[1103] “dove regnò la grammatica, ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi„. E ciò valeva, più che per qualunque altro, per Dante, il quale già nella Vita Nuova, quando per il suo ingegno “molte cose, quasi come sognando, già vedea„,[1104] citava prima e più diffusamente di ogni altro poeta Virgilio, a dimostrare che i poeti devono parlare “non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d'aprire per prosa„.[1105] Si aggiunga a ciò che Virgilio cantò la giustizia di Enea; che visse ai tempi d'Augusto, quando “esistendo perfetta monarchia, il mondo d'ogni parte fu quieto„;[1106] che portava, sì dietro sè, ma tal lume che stenebrava altrui, essendo egli quasi un profeta, inconscio, di Gesù;[1107] che oltre aver cantata la discesa agl'inferi d'Enea, ed essere perciò come l'evangelista dell'eroe della vita attiva, aveva acquistato nei tempi di mezzo fama di mago. Ma il concetto precipuo di Virgilio è “studio„, quello studio che s'iniziava con la grammatica. Dante dice d'aver tolto da lui lo bello stile. Prima Dante ebbe da lui l'arte del dire, poi la via dell'oltremondo. Così Stazio a Virgilio stesso dice:[1108]
Tu prima m'inviasti verso Parnaso a ber nelle sue grotte, e poi appresso Dio m'alluminasti.
Facesti come quei che va di notte...