Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro
Part 23
Il supposto, ecco, si colorisce alla luce. La scienza è il dono o lo spirito che conduce la ragion pratica a veder la verità. Corrisponde alla beatitudine dei pacifici; quindi è il dono contro la passione dell'ira. Questo deve riscontrarsi in Dante, se il rapporto è vero. Sì: tra il fumo che acceca, e che, come è in relazione col fuoco infernale della violenza o bestialità o ira, così è in relazione col fuoco purgatoriale della lussuria, fuoco che affina il lussurioso e monda il cuore e aguzza l'occhio alla visione; tra quel fumo, tra cui Dante è tratto in visioni estatiche;[930] a lui parla Marco Lombardo.[931] Ebbene, costui “del mondo seppe„. E invero insegna a Dante che due sono le strade, quella del mondo e quella di Deo; e dimostra perchè il mondo è cieco e perchè il mondo disvia. È “scienza„ codesta di Marco, perchè riguarda la ragion pratica e la vita attiva. Ed è mirabile osservare come qui si ripeta dalla bocca di costui l'imagine dell'anima che come un fanciullo va da picciol bene a più grande. Chè l'imagine è del Convivio:[932] “Onde vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo... e poi... uno uccellino, e poi... bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande e poi più grande e poi più„. Or bene questo paragone è quivi indotto, parlandosi del desiderio di “scienza„. Ma ben altra è la parte della “scienza„ in questa cornice che purga l'ira! Non si parla che di “vedere„ e d'“occhi„,[933] in questo girone, in cui Dante entra “con le luci vaghe„!
Il consiglio è il dono o lo spirito che conduce la ragione pratica a “giudicare„ rettamente della verità. Corrisponde alla beatudine dei sizienti: quindi è il dono contro l'avarizia. Ora, come nei canti dell'ira è sempre parola di occhi e di vedere, così nei canti dell'avarizia è discorso come di sete, per la beatitudine, così di giustizia, per il dono. Giustizia fa, con la speranza, men duri i soffriri; giustizia merge a terra l'occhio degli avari; giustizia li tiene stretti: e Dio che tutto “giuggia„ deve far vendetta; e c'è chi fa ben malvage ammende; e c'è la “verace corte„ di Dio.[934] Quanto a sete, Dante ne è preso nel sentire il tremar del monte; ed è sete naturale che mai non sazia (in ciò simile a quel che Dante afferma della scienza oltre che delle ricchezze, nel Convivio);[935] ed è sete che si fa men digiuna con la speranza; e quanto ella è grande, tanto si gode del bene; finchè la sete si trova insieme con la giustizia, nelle parole dell'angelo.[936] Ebbene? E dov'è il consiglio? Prima di tutto, la sete di cui si parla, e che è in relazione col _sitiunt_ della beatitudine, non è sete di giustizia. Di che? Di sapere! di sapere alcunchè, onde confermare o riformare un qualche giudizio che s'è avviati a fare. Invero si attenda. Il papa avaro dà il consiglio della via; e questa via deve essere a destra: consiglio di rettitudine.[937] E Dante chiede al medesimo il perchè della pena, e il papa spiega il perchè e dice quanto sia giusto perchè.[938] E Dante parla d'un “dritto rimorso„;[939] e l'avaro di ciò lo corregge. E ad altro si volge, a chiedere altro perchè; e pur questi lo corregge, questi che è re come quello fu papa.[940] E nel suo discorso Dante apprende a giudicar rettamente di Bonifazio, che pur nell'inferno assevera simoniaco: ma simoniaco, quanto si vuole, il papa, traditore e crudele fu verso lui il nuovo Pilato.[941] E poi si sente il tremuoto, e qui tutti e due i viatori restano immobili e sospesi. Dubita Dante, ed ha intensa voglia di sapere, e sì incerto è esso avanti l'ombra di Stazio, e sì l'ombra di Stazio riguardo lui; e così per le parole di Virgilio e per le parole di Stazio l'uno e l'altro sono messi in grado di giudicare veracemente.[942] Sì che Virgilio conchiude:[943]
Omai veggio la rete che qui vi piglia, e come si scalappia, per che ci trema e di che congaudete.
Si rende ragione di tutto... Cioè, no: vuol sapere chi è Stazio e come sia lì da tanto tempo.[944] E già nel parlare di Stazio, sorge una nuova occasione di dubbio. E Stazio non interpreta a dovere il lampeggiar di riso che dimostra Dante, e questi non ha dichiarata la vera cagione del suo ammiccare, e non ha palesato che la sua scorta è Virgilio, che già Stazio si inganna ancora e per un momento dismenta la sua vanità e giudica cosa salda ciò che è ombra. E risuona la voce: _Sitiunt_. Se tutto questo trattato dichiara che nell'avarizia è il principio dell'ingiustizia, e che l'ingiuria dei papi e dei re, o meglio la loro cupidità, è il malanno del mondo; se dimostra limpidamente che anche nel purgatorio la lupa è meglio ingiustizia che avarizia; dice, ancora, questo trattato che il consiglio è il dono contro l'avarizia; perchè ci fa giudicar rettamente nella via pratica.
E si passa senza transizione al dono che ci fa giudicar rettamente nella via speculativa: all'intelletto. Subito dopo la voce dell'angelo, Virgilio è preso da un dubbio, da una tentazione, diremmo, di giudicar malamente di Stazio. Come mai Stazio fu avaro? E Stazio comincia col principio generale:[945]
Veramente più volte appaion cose, che dànno a dubitar falsa matera, per le vere ragion che sono ascose.
L'intelletto le deve scoprire, queste vere ragioni. E così Stazio corregge il giudizio di Virgilio; e ricorda in questo suo nuovo discorso, un verso di Virgilio, per il quale si ricredè del suo errore di prodigo, e in questo verso... a caso, lettore?... in questo verso è la “fame„. Prima tanta sete, ora la fame; prima _Sitiunt_, ora “esuriendo„.[946] Ed è appena dileguato il dubbio di Virgilio, che gia in lui ne sorge un altro: come fosti cristiano, se la Tebaide ti mostra pagano?[947]
qual sole o quai candele ti stenebraron sì?
E l'altro gli dice che fu, dopo il lume di Dio, una lucerna che Virgilio stesso teneva, ma dietro sè! A Virgilio quel dono era mancato. La conversazione continua tra i due; e Dante[948]
ascoltava i lor sermoni ch'a poetar _gli_ davano _intelletto_.
E vedono l'albero della vita e poi l'albero della conoscenza del bene e del male. E di qui innanzi di fame e di cibo e di vivande e anche bevande si parla a ogni tratto; come è naturale, trattandosi della colpa della gola punita con l'odore di quei primi dolci pomi. E mentre continua questo dubbiare e questo ingannarsi e questo ricredersi, sì che Dante non crederebbe che “l'odor d'un pomo sì governasse„, e ammira “per la ragione ancor non manifesta„, e non avrebbe riconosciuto al viso e sì lo riconosce alla voce, il suo Forese, e Forese chiede a lui delle due ombre, ed esso all'altro, “che sì lo spoglia„, e Dante avrebbe pensato “trovar laggiù di sotto„ l'amico; e l'amico non sa rendersi conto dell'andar di Dante, “che _gli_ si cela„; e Bonagiunta, che riconosce in Dante colui che cantò “donne che avete _intelletto_ d'amore„, solo ora, _issa_, vede il nodo che lo ritenne fuori del dolce stil nuovo; si giunge all'altro albero, del bene e del male, e la gente prega verso lui, come bramosi fantolini, e poi si parte “come ricreduta„. Un inganno, dunque, ancor quivi; e tale che bene fa vedere il nesso tra la colpa della gola e il dono dell'intelletto. Chè gli alberi sono due: quel della vita e quel della scienza del bene e del male. Ad Eva il diavolo promise: Non morrete! E promise: Sarete come Iddio sapendo il bene e il male! Ed i primi parenti gustarono del pomo, il che fu in sè una colpa della gola; e la morte entrò nel mondo, e una grave ignoranza oscurò il prima limpido intelletto. Or il Poeta, avanti il vizio della gola, ricorda sì il misero guadagno che fece la natura umana da quel pomo, ossia la morte per la vita, e l'ignoranza per la conoscenza del bene e del male, e la sfrenata concupiscenza per la deità promessa; e sì ricorda lo spirito che ci fu dato, contro quel difetto: lo spirito per il quale la ragione speculativa può rettamente giudicare. E così il Poeta tratterà della risurrezione dei corpi, la quale sarà un nuovo tormento per quelli di cui morì l'anima e una nuova gioia per quelli di cui l'anima, mercè quel dono, visse del cibo degli angeli. E parlerà anche dello stato intermedio dell'anima nel regno della pena e del premio, quando non ha più il corpo della prima natività nè ancora quello della seconda.[949] E così Stazio, in questa cornice, risponderà al dubbio tutto speculativo di Dante:[950]
Come si può far magro là dove l'uopo di nutrir non tocca?
La quale quistione è il nesso che congiunge Ciacco al Dottore angelico. E in questa cornice risplende la luna della prudenza.
Nella cornice della superbia è sottinteso il dono del timore, in quella della invidia quello della pietà, in quella dell'accidia quello della fortezza. Appena in questa è Dante, ecco:[951]
“O virtù mia, perchè sì ti dilegue?„ tra _sè_ stesso dicea, che _si_ sentiva la possa delle gambe posta in tregue.
Questa spossatezza lo conduce a chiedere un ragionamento al maestro:[952]
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone.
Così l'anima si avvantaggerà della debolezza del corpo. Dante crede che Virgilio patisca anch'esso d'un po' d'accidia e che “lo troppo domandar„ gli gravi, e perciò non apre il suo “timido„ volere.[953] Nè è da omettere che il ragionamento si riduce poi a discorrere della libertà dell'arbitrio, il cui difetto produce la totale accidia, la _difficultas_ originale, contro la quale è appunto il dono della fortezza. E la luna anche qui risplende “come un secchione che tutto arda„, e così riporta il nostro pensiero alla selva e al sonno; al sonno della selva e al sonno del limbo; e Dante sta “come uom che sonnolento vana„.[954] E gli esempi che sono ferza e gli esempi che sono freno, e gli atti degli accidiosi, si appuntano manifestamente nell'idea di fortezza.
Nè meno chiara è la presenza del dono di pietà nella cornice dell'invidia: tanto più quando pensiamo che la pietà ci perfeziona nei doveri verso gli altri, come la fortezza in quelli verso noi, contro il timor dei pericoli, quali erano quelli che fecero sostare nella lor via gli Ebrei di Moisè e le donne di Enea.[955] E la pietà si può dir tutt'uno con la misericordia e con la carità; ed è inutile insistere che alla beatitudine dei misericordi corrisponde il dono della pietà. E tuttavia giova ricordare che gl'invidi sono figurati come orbi mendicanti; in atto di sollecitare “pietà„, e che Dante fu punto per compassione di loro, e munto di grave dolore.[956]
E come in questa cornice domina la pietà, così nell'altra più bassa, il timore. “Il timore _preme_ la mente„ dice S. Gregorio;[957] e Dante si volge ai superbi dicendo:
di che l'animo vostro in alto galla?
E ammonisce di chinare il viso. E parlando di quella pena, dice:[958]
Troppa è più la _paura_ ond'è sospesa l'anima mia, del tormento di sotto, che già l'incarco di laggiù mi pesa.
E in essa si volge al lettore:[959]
Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che il debito si paghi.
Non attender la forma del martìre: pensa la succession; pensa che, al peggio, oltre la gran sentenza non può ire.
È un consiglio a misurare il timor di Dio, questo. Chè dei doni si può fare anche mal uso,[960] come afferma S. Gregorio, il quale, per esempio, dice che bisogna pregare “affinchè il timore, mentre più del giusto trepida, non c'immerga nella fossa della disperazione„. Chi vorrà dubitare, dopo questo raffronto, della presenza qui degli spiriti? Ma sopratutto è da notare che qui le anime orano col Padre Nostro.[961] Ora questa preghiera vale per un fine generale e per un fine particolare. Per quest'ultimo, fa vedere che quei pentiti hanno il dono del timore: chè si conclude con le parole: _libera nos a malo_. Or Dio è temuto non come male, ma perchè infligge il male della pena. E si noti che le ultime parole:[962]
quest'ultima preghiera, signor caro, già non si fa per noi, chè non bisogna, ma per color che retro a noi restaro;
rispondono a questo pensiero: “Il timore induce l'amore, a volte; in quanto l'uomo che teme di essere punito da Dio, osserva i comandamenti di lui; e così comincia a sperare; e la speranza induce l'amore„.[963] Non bisogna quella preghiera per loro, perchè essi, sotto il greve carico, hanno la certa speranza del perdono e del premio, non temono più di essere puniti da Dio, e perchè l'amore (che essi significano con quel “signor caro„) già ha altre cause che il timor di quella pena, la quale, invece, lodano e amano. Ma il timor della pena domina in tutta la cornice sì che resta a Dante anche dopo che n'è uscito; come abbiamo veduto, che l'incarco di laggiù gli pesava anche nella cornice superiore. E Virgilio, mentre tutti e due andavano leggieri, dice al suo discepolo:[964]
Volgi gli occhi in giue: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto delle piante tue.
E il duro pavimento, nel quale Dante deve fissarsi, e che è storiato di superbia punita, somiglia a pietra di sepolcro, che infonde salutare timore.
Ma il _paternoster_ qui recitato, nella prima delle sette cornici, attesta più generalmente il possesso dei sette doni. Invero il mistico Ugo dice che quella orazione contiene sette petizioni contro i sette vizi, alle quali petizioni rispondono i sette spiriti.[965]
XI.
Ora è ben giusto che nel paradiso siano dati i premi che sono annunziati nel purgatorio. E così le sette beatitudini si trovano lassù. E ragionevole pare che siano lassù anche i doni, perocchè “perfettissimamente saranno in patria„, come afferma S. Tommaso seguendo S. Ambrogio. In Gerusalemme, città di Dio, lo Spirito Santo scorrerà “fervido per lo sbocco delle sette spirituali virtù„.[966] Il dono della sapienza che corrisponde alla beatitudine del cuore purificato dal fuoco, è quello che dà la visione e il paradiso. Dante ascende con gli occhi fissi in quelli occhi che erano di là da quel fuoco. Nel salire, già Dante vuol sapere come salga; e da Beatrice lo sa. E si congiungono “con la prima stella„.[967] Essa è lucida, ma è una nube. E Dante vuol sapere il perchè delle macchie lunari; e da Beatrice lo sa. Egli apprende verità speculative sin qui. Lo dice:[968]
Quel sol che pria d'amor mi scaldò il petto, di bella verità m'avea scoperto, provando e riprovando, il dolce aspetto.
E dopo aver veduto Piccarda, due dubbi lo affamano. Vuol sapere, perchè la violenza altrui scemi il merito di chi la sofferse, e se è vera la sentenza di Platone che le anime tornano alle stelle.[969] Chiarito di questi due punti, domanda “d'un'altra verità„.[970] E quella che perfettamente vede,[971] illustra anche questa. E parla della libertà del volere.
Salgono ancora. Sono nella stella di Mercurio, più limpida, non però perfettamente limpida. Gli splendori che vi sono dentro, sembrano pesci in acqua tranquilla e pura. Un velo c'è, per quanto trasparente.[972] Qui Dante apprende la storia dell'Aquila Romana. Siamo nella vita attiva. È la ragion pratica che è illuminata.[973] E poi gli si solve il dubbio intorno alla giusta vendetta che fu giustamente vendicata.[974] E siamo anche qui nella giustizia, che è la virtù massima dell'attività. Si può concludere che domina la sapienza nella prima stella e la scienza nella seconda?
Ma l'uno è un pianeta macchiato, e l'altra è una stella “che si vela ai mortal con altrui raggi„.[975] Solo in Venere le anime sono come faville in fiamma, e luce in luce.[976] Molti qui sono gli accenni al vedere e antivedere e discernere e mostrare verità, sino a quel verso:[977]
Dio vede tutto, e il tuo veder s'inluia
che è la propria definizione della sapienza. Ora non deve sfuggire ad alcuno che questo splendore cresciuto è in rapporto con l'amore — non folle — che raggia di quella stella;[978] e che la visione è concessa al cuore che si monda attraverso il fuoco, laggiù nella somma cornice. Non è qui il dono della sapienza? Qui Carlo Martello dice a Dante:[979]
S'io posso mostrarti un vero, a quel che tu domandi terrai il viso come tieni il dosso.
E così lo mostra. E qui Dante fa prova di riflettere ciò che pensa in uno di quegli spiriti.[980] Ma sale ancora. Egli si volge al lettore che invita a levar la vista:[981]
Or ti riman, lettor, sopra il tuo banco, retro pensando a ciò che si preliba, s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t'ho innanzi; omai per te ti ciba...
Comincia così una lunga parte del paradiso, in cui domina la nota del cibo e del convivio. È la spera del sole. Qui è
la quarta famiglia dell'alto padre che sempre la _sazia_;
qui si parla di “vin della sua fiala„, qui parla un “degli agni della santa greggia„
che Domenico mena per cammino, u' ben _s'impingua_, se non si vaneggia;
e il mondo “gola„ di saper novella d'un altro. E si parla di sete e di dolce e di dolcezza e di frutto e di “peculio ghiotto d'altra vivanda„ e di pecore “di latte vote„, e di “agricola„, di vigna, di ricolta.[982] E tre volte torna quel “s'impingua„, con forse il ricordo della pinguedine del “bue muto„; e, in fine, tutto si dichiara con l'espressione “amor della verace manna„,[983] e col ricordo di Eva e del suo palato, e col ragionare intorno alla incarnazione e alla risurrezione.[984] Impossibile è negare che qui sia l'eco della beatitudine di quelli che hanno fame, e l'ombra dei due alberi, uno di vita, l'altro di scienza di bene e di male. E dietro il dottore di Aquino, rivestito della carne gloriosa e santa,[985] apparisce lo spettro di Ciacco, con la sua carne e sua figura;[986] sotto la pioggia e la grandine e tra i vermi, l'uno; e l'altro nel ciel del Sole. Non fu il dono dell'intelletto che valse contro la bassa concupiscenza?
E come nel ciel del Sole è fame, sete è nel ciel di Marte. Si direbbe che è data, codesta sete, “dall'affocato riso della stella„, che era “più roggio che l'usato„.[987] Cacciaguida invero afferma:[988]
il sacro amore, in che io veglio con perpetua _vista_, e che m'_asseta_ di dolce desiar....
E Dio invero fu solo che li “allumò ed arse col caldo e con la luce„.[989] E Dante solve un digiuno, che può essere di bevanda, e sazio vuol essere d'un nome, come si può essere di acqua.[990] E Beatrice vuole che Dante[991]
_s_'ausi a dir la sete, sì che l'uom _gli_ mesca;
e Dante, gusta un discorso, in cui è temprato “col dolce l'acerbo„, e ne prepara un altro che a molti può sapere “di forte agrume„.[992] L'eco del _sitiunt_ è così distinta nella spera di Marte, come dell'_esuriendo_ in quella del Sole. E l'oggetto sì di quella sete e sì di quella fame, oggetto che è la giustizia, si vede chiaro nell'una e nell'altra spera; chè là si parla di tali che fuggono o coartano la scrittura[993] e di genti, che per dar retta a quelli, sono troppo sicure nel giudicare. Si legga:[994]
Non sien le genti ancor troppo sicure al giudicar, sì come quei che stima le biade in campo pria che sien mature:
ch'io ho veduto tutto il verno prima il prun mostrarsi rigido e feroce, poscia portar la rosa in su la cima;
e legno vidi già dritto e veloce correr lo mar per tutto suo cammino, perire al fine all'entrar della foce.
Non creda donna Berta o ser Martino...
Come non istupire della coincidenza con tutto quel ricredersi della cornice della gola? Ora il ricredersi è per il dono dell'intelletto, che guida la ragione speculativa a rettamente giudicare. Ma nella spera di Marte Cacciaguida descrive il tempo in cui Fiorenza “si stava in pace sobria e pudica„ e nessuna dismisura, che già per sè è ingiusta, e peggio diventa, la offendeva.[995] E come il martirio per la croce è l'opposto dell'amor di cosa che non duri, e perciò questa spera è il contrario del cerchio e della cornice dell'avarizia, e perciò quivi sono maledetti coloro che cambiano e mercano;[996] così e qui e là è sottinteso quel dono del consiglio, che guida la ragion pratica a giudicar bene delle cose terrene, governate da tale il cui giudizio è occulto. E qui Dante chiede e ha dal suo avolo il grande “consiglio„.[997]
E il dono della fortezza è nella giovial facella, in cui è quella gioia, quella consolazione, che è data in premio a coloro _qui lugent_. Qui tutto è letizia. I beati sono come augelli “congratulando a lor pasture„, e a forma d'uccello si dispongono, e questo uccello fa tali movimenti,[998]
quasi falcon che uscendo dal cappello, muove la testa, e con l'ale si plaude, voglia mostrando e facendosi bello;
e ancora
quale sovr'esso il nido si rigira, poi che ha pasciuto la cicogna i figli;
e ancora tali altri,
quale allodetta che in aere si spazia prima cantando.
Qui è “dolce frui„, qui sono “fiori di letizia„ qui è “eterno piacere„. E come tal gioia è consolazione di quel pianto, così l'amore ardente e il caldo amore e il fuoco di vero amore è proprio il contrario di quel poco o lento amore, di quella tepidezza. E le parole scritte nell'aquila _diligite iustitiam_, si oppongono, la prima, a questa pochezza e lentezza e tepidezza d'amore, la seconda al diniego della giustizia, alla viltà che laggiù laggiù nel brago dello Stige rissa e gorgolia. E i gran regi, che staranno laggiù, quassù sono designati. Or non leggeremo noi in questo cielo la parola _fortitudo_? “O milizia del ciel„[999] esclama il Poeta. E l'aquila se rende imagine di giustizia, ha, per ciò che ho detto, spirito di fortezza: di quella fortezza che fa alcuni uomini divini, come voleva Aristotele; di quella virtù eroica o divina che i dottori cristiani dicevano appunto, interpretando a modo loro Aristotele, ispirazione dello Spirito Santo, mediante i suoi doni.[1000]
E troveremo la scienza nel cielo di Saturno? Certo v'è la beatitudine dei pacifici. Già Saturno “sotto cui giacque ogni malizia morta„ bene nomina il cielo che è opposto al primo cerchio della malizia, dove Virgilio spense quell'ira bestiale. E sono contemplanti i pacifici che lassù godono. Ma è in questa spera indizio di quel dono per il quale la ragion pratica è condotta ad apprendere la verità? Sì. In questa spera a una domanda sulla predestinazione si risponde:[1001]
Ma quell'alma nel ciel che più si schiara, quel serafin che in Dio più l'occhio ha fisso, alla domanda tua non satisfara;
però che sì s'inoltra nell'abisso dell'eterno statuto quel che chiedi, che da ogni creata vista è scisso.
Ed al mondo mortal, quando tu riedi, questo rapporta, sì che non presuma a tanto segno più mover li piedi.
La mente che qui luce, in terra fuma.
Così è dichiarato un limite alla scienza. E poi Pier Damiano parla della corruzione dei moderni pastori. E sembra questo discorso essere in proporzione a quello che tra il “fumo„ fa Marco Lombardo, sulla reità del mondo. Benedetto parla delle badie fatte spelonche e delle cocolle fatte sacca. Marco Lombardo ha dichiarata la malizia della strada del mondo, questi l'altra dell'altra: di quella di Dio.[1002]
E nel cielo delle stelle fisse è la beatitudine dei misericordi e il dono della pietà, ed è l'opposto quindi dell'invidia. Dante vi si volge con gli eterni Gemelli, e così vede “l'aiuola che ci fa tanto feroci.„[1003] In verità l'occhio dell'invido “pur a terra mira„,[1004] e per quel mirare l'animo si fa feroce. Laggiù l'aiuola dell'invidia, quassù il dono della pietà e la beatitudine dei misericordi. Ad accertarne, potrebbe bastare quella comparazione dell'augello,[1005]
posato al nido de' suoi dolci nati.
Ma “ecco le schiere del trionfo di Cristo„, o della misericordia divina, come si potrebbe dire: di quella “sapienza e possanza„[1006]
ch'aprì le strade intra il cielo e la terra.