Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 22

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un crocifisso dispettoso e fiero nella sua vista, e cotal si moria:

il suicidio di Amata. E questi sono peccati di ira? Pare. E perchè allora dubitar di chiamare ira l'_empiezza_ di coloro che sono figurati nel Minotauro; la bestialità tipica di coloro che Dante leggeva in Aristotele dilettarsi di carni umane? la contumacia e, se volete, la superbia di Capaneo, che giace _dispettoso_, come quel crocifisso, e qual fu vivo tale è morto, come quel crocifisso che “cotal si moria„? il disdegnoso gusto di Pier della Vigna, cui l'animo fece commettere un'ingiustizia contro sè giusto, un'irragionevole vendetta, un atto assurdo e di effetto vano e contrario? Come quello d'Amata, che Lavina esprime così:

Ancisa t'hai per non perder Lavina; or m'hai perduta...

IX.

L'amor del male, nel purgatorio, è il primo dei “ritrosi passi„. Amando il male del prossimo, l'uomo si torce e si allontana da Dio. La cupidità riesce a volontà iniqua.[893] E questa è che spiace a Dio più dell'incontinenza. L'offesa che con essa si fa a Dio, non è perchè propriamente Dio ne sia attinto. Dio è intangibile. Ma egli ne è offeso; e più o meno. La superbia, è fuor di dubbio, l'offende più, l'offende direttamente. Or come la superbia del purgatorio non par contro Dio? Già ogni affetto è deciso dall'odiar Dio; ma non è detto che l'amor del male, e così ancora, sebben meno, l'amor soverchio e l'amor lento del bene non vero, non offenda Dio.[894]

Di tal superbia qui si paga il fio; ed ancor non sarei, qui, se non fosse che possendo peccar mi volsi a Dio.

Se si volse, ne era torto. Se l'amor del male è un arretrar da Dio, ma più o meno, e quello che genera la superbia è un arretrar più, da che è dato questo arretrar più? Da ciò che nella definizione è detto, che alcuno spera eccellenza. Ora imaginiamo che costui arretri. Finchè egli ami il mal del prossimo, indotto da uno sperare d'eccellenza, sarà superbo. Ecco Lucifero. Che fece egli? Pensò la superbia, come dice S. Bernardo. E con la definizione di Dante possiamo dire che sperò eccellenza. Eccellenza vuol dire superiorità, primazia. Ebbene? Il male ch'egli amò fu quel di Dio; la eccellenza che sperò, fu sopra Dio. Ma è così di tutti? No: per un uomo il male che ama non può essere che del prossimo o vicino; tuttavia l'eccellenza che spera ha da essere sopra Dio; perchè Dio è sopra tutti e il superbo vuol essere lui sopra tutti. Ora Adamo fu superbo nel gustare il pomo. La superbia di lui consistè, dice S. Agostino,[895] nel voler farsi principio e Dio a sè. E ciò violando un “comandamento così lieve a osservare, così breve a ricordare, specialmente quando nessuna cupidità resisteva al volere„. Nei figli di Adamo il mangiar del pomo è sostituito da ogni azione da cui li distolga un comandamento della stessa levità e brevità. I comandamenti sono dieci. I più lievi sono i primi; cioè quelli della prima tavola e il primo della seconda. In verità gli ultimi sono contro il desiderio, e il desiderio cominciò a resistere al volere dopo l'umana colpa, e a resistere in modo quasi irresistibile. Dunque difficilissimo è osservare quei precetti, come facilissimo osservare i primi quattro. Ora nella ghiaccia sono quattro circuizioni: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca. In esse si pagano le offese al vinco dell'amore naturale e dell'aggiunto,[896]

di che la fede spezial si cria.

Quei peccatori hanno amato dunque, se poi fecero, il male del prossimo più prossimo, per così dire. Invero Caino fu _fideicida_,[897] cioè uccise il vincolo di amore e di fede speciale. “Non meraviglia se Caino insorse contro il fratello, se prima aveva ucciso la sua fede„; “morte della fede è la separazione della carità (amore)„; “tu confessi che Dio è, ma coi fatti lo neghi„; “la carità animi la fede, l'azione provi la fede„. Caino è dunque un apostata come è apostata Giuda; è fideicida prima che fratricida, e perciò dà il nome a una circuizione della ghiaccia, nell'inferno, ed è esempio d'invidia, nel purgatorio. Ora non è apostasia, oltre che di Giuda e di Caino, di tutti i peccatori che sono sotto Lucifero? Essi uccisero l'amore di che si crea la fede speciale, che è quanto dire la carità che anima e dà vita alla fede. Ma “speziale„, si dirà. Ebbene codesta fede speziale qual è? Quella, dalla Caina in fuori, che è nella patria, negli ospiti, nei benefattori, come tutti, presso a poco, dicono. Ebbene Dante dice che chi rompe il vincolo d'amore da che si crea la fede speciale che è della patria, degli ospiti, dei benefattori verso noi, offende direttamente Dio; come Giuda, al quale gli Antenorei assomigliano per patire il calcagno che Giuda levò, al quale coloro di Tolomea assomigliano per ruinare in inferno dopo la buccella intinta, al quale coloro di Giudecca non c'è bisogno di dire che assomigliano. Ma occorre ricordare che quelli di Caina temono quel calcagno che quelli di Antenora hanno nelle gote. Dunque tutti costoro, sebbene i Cainiti meno, apostatarono da Dio, ossia disertarono la fede propriamente detta nel tempo stesso e col fatto stesso che uccisero quel vincolo d'amore e di fede speziale. Questo è il fatto col quale negarono Dio; questa la bestemmia di fatto ben più grave di quella col core soltanto. Ed è, tal bestemmia di fatto, contro Dio, come non vi può essere bestemmia che contro Dio: e propriamente contro i tre primi comandamenti che riguardano la soggezione nostra a lui, principio generale dell'essere, e contro il quarto, che riflette il principio particolare e che comprende il legame a tutti i consanguinei.[898] La violazione del primo, che afferma l'esistenza di Dio e della sua primazia, è simboleggiata in Lucifero e in quelli che maciulla; la violazione del secondo, che proibisce lo spergiuro, è figurata nel tradimento di Giuda in quanto a mensa prese il sacramento in peccato, fu sacrilego, ricoverò in sè Satana invece del Cristo; la violazione del terzo, che comanda la santificazione del Sabato, è pur sempre rappresentata da questo supremo e comprensivo tradimento dell'apostata, il quale tradì nella cena pasquale, e mangiò, in disgrazia di Dio, quell'agnello che era il simbolo di colui che fu crocifisso. Oh! se par ostico al mio lettore credere che il peccato di Bocca sia, misticamente, un violare il Sabato di Dio, anzi il più santo (_erat enim magnus dies ille Sabbathi_) dei Sabati, cioè la Pasqua, una festa, anzi la più sublime delle feste, quella della passione e risurrezione di Gesù; pensi ancora che a Dante poteva essere presente il significato mistico della celebrazione del Sabato; ossia la creazione del cielo e della terra, cioè della nostra patria futura e presente e la fruizione di Dio, che sarà in patria.[899] O pensi ancora che un'operazione era lecita nel Sabato: combattere per la patria.[900] Chè i nemici vennero contro i figli d'Israele nei giorni di Sabato. E fecero strage di loro che dicevano: Moriamo tutti nella semplicità nostra! e saranno testimoni sopra noi il cielo e la terra, che voi a torto ci distruggete. Ma in fine Mathatias e gli amici di lui pensarono: “Ogni uomo, qualunque verrà a noi in guerra nel dì dei Sabati, combattiamo contro lui; e non morremo tutti, come son morti i fratelli nostri a tradimento (_in occultis_)„. E il lettore può pensare ancora a quest'altro passo:[901] “Molti di Israele consentirono a lui (ad Antioco) e sacrificarono agl'idoli e macchiarono il Sabato„. Si tratta d'un passaggio al nemico e d'una diserzione da Dio, che si assommano nella violazione del Sabato.

A ogni modo è chiaro che il tradimento è in Dante la violazione d'una fede speciale verso il prossimo, che è nel tempo stesso un'apostasia dalla fede in Dio: superbia, dunque. Per essa si va volgendo il viso da Dio e arretrando col passo per una via torta, con gli occhi levati contro Dio, nella speranza dell'eccellenza, e spinti dall'amore del male del prossimo. Se non si ha quella speranza, ci si ferma a mezza via; si resta all'invidia: con quella speranza si sdrucciola sin dove, invece d'un sasso sulla cervice, si hanno addosso tutti i pesi del mondo; perchè si finisce col trapassare il segno ultimo della nostra soggezione a Dio;[902] si finisce col levarsi di torno quel tenue velo, che vuole il minimo sforzo nostro, anzi nessuno sforzo, per istarci sotto;[903] si finisce col non vedere, mediante l'intelletto che Dio ci diede, la cosa più evidente: che da lui l'abbiamo, lo intelletto.[904]

Ma ogni ragionamento è superfluo quando si consideri che in Malebolge e nella Ghiaccia è vergogna e orror della fama, in diversa misura; più in questa che in quelle; e della Ghiaccia più nella seconda e nelle altre successive circuizioni, che nella prima. Ora l'invidia è definita:

E chi podere, grazia, onore e fama teme di perder...

e la superbia:

E chi... spera eccellenza.

Come il contrappasso non persuade ognuno che invidia fu la colpa di quei peccatori che più o meno odiano questa fama e non sperano più grazia nel mondo; e superbia quella di quelli altri che tengono il viso basso e non vogliono essere veduti nè riconosciuti nè nominati?

X.

Torniamo all'“altro viaggio„. Dante vede la espiazione di sette peccati nell'inferno e la purgazione dei medesimi sette nel purgatorio. Nell'inferno la ferita fu mortale; nel purgatorio si ricuce la piaga che mortale non fu.

Nelle cornici non troviamo peccatori, che fossero di malizia;[905] non troviamo traditori pentiti tra i superbi, e frodolenti pentiti tra gl'invidi, e violenti tra gl'iracondi. Insomma nelle tre più basse cornici si purgano la superbia, la invidia e l'ira, senz'atto d'ingiuria, il qual atto sarebbe tradimento, frode e violenza. Come mai? Dante forse ebbe la mente a un passo d'Isaia: Non noceranno e non uccideranno in tutto il monte santo mio.[906] Dante praticamente non ci ha mostrato nelle tre cornici alcuno che abbia veramente nociuto: teoricamente non ha esclusi costoro, poichè dall'antipurgatorio saliranno, quando che sia, al vero purgatorio alcuni, che nocquero sì e uccisero. Ma procediamo.

In ognuna delle sette cornici il viatore sente cantare una beatitudine. La voce delle beatitudini suona nell'uscir dalle cornici, così: _Beati pauperes spiritu_, dopo la superbia; _Beati misericordes_, dopo l'invidia; _Beati pacifici_ che son senz'ira mala, dopo l'ira; _Qui lugent..._ beati, dopo l'accidia; Quei ch'hanno giustizia a lor disiro... beati, cioè beati quelli che _sitiunt_ giustizia, dopo l'avarizia; Beati... quelli che _esuriunt_ quanto è giusto, dopo la gola; _Beati mundo corde_, dopo la lussuria.[907]

Sottinteso è sempre il premio, che è nell'Evangelista, in varie guise; e specialmente quello che si propone nella prima e nell'ultima: Beati i poveri in ispirito, chè di essi è il regno dei cieli; beati quelli dal cuore puro, chè essi Dio vedranno. Per Dante sono pronunziate tali divine parole; e Dante andrà nel regno de' cieli e vedrà Dio, così come qualunque altra di quell'anime penitenti via via. Il peccato si cancella e suona l'annunzio. Ora noi dobbiamo aspettarci (senz'essere così indiscreti da pretendere: Dante farà quel che crede!), noi peraltro dobbiamo aspettarci di trovare nel paradiso di codesti poveri in ispirito e misericordiosi e vai dicendo. Ma, prima di tutto: codeste beatitudini non sono propriamente quelle di Matteo e tutte quelle di Matteo.[908] Nel suo Vangelo, dopo i poveri sono i miti che possederanno la terra; e nella Commedia non sono. Di più, Dante fa due beatitudini d'una che è semplice: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, che saranno sazi; di più, il Vangelo ha: Beati quelli che soffrono persecuzione per la giustizia; e Dante questi non li ha. Di più, l'ordine è diverso. Quello di Matteo è questo: poveri, miti, piangenti, famelici e assetati, misericordi, mundicordi, pacifici, perseguitati. Quello di Dante abbiamo veduto che finisce coi mundicordi. E di ciò si vede la ragione. Quella beatitudine si conclude con le parole: che Dio vedranno. Orbene: la mondizia del cuore è “l'effetto della vita attiva che dispone alla vita contemplativa„: questo effetto è che “la mente non sia macchiata di passioni„.[909] “La mondizia dell'occhio dispone a veder chiaro; perciò ai mundicordi è promessa la divina visione„.[910] Vero è che un senso analogo a questa il dottore trova in quella che è veramente ultima nello Evangelista: beati i pacifici; ma Dante ha interpretata codesta, non so se a modo suo o di altri, come equivalente a quella che ha omessa: Beati i miti o mansueti. Il fatto è che tra Beatrice e lui è il muro di fuoco, e Beatrice, raggiandogli con gli occhi, lo condurrà alla visione di Dio. Per ciò Dante ha voluta ultima questa beatitudine che promette la visione. Egli riassume con essa i premi che nelle altre sono promessi variamente: veder Dio. E ciò conduce a pensare che le beatitudini egli concepisca come atti della vita attiva, per i quali l'uomo si faccia degno della contemplazione. Per contemplare, l'uomo deve essere povero in ispirito, misericorde, pacifico, piangente, sitibondo di giustizia, esuriente quanto è giusto, e infine, e per concludere, di cuore mondo: mondo è l'occhio allora, e vedrà.

Ora, secondo S. Agostino, contrari ai sette vizi o peccati sono le sette virtù o doni dello Spirito santo.[911] E il medesimo attribuisce a questi doni di Isaia le beatitudini dell'Evangelo.[912] Al che acconsente il dottore d'Aquino, dicendo che “le beatitudini si distinguono dalle virtù e dai doni, non come abiti distinti da quelle e quelli, ma come atti si distinguono da abiti.„ Sicchè di quei beati di Dante, si avrebbe a supporre che avessero in abito un dono dello Spirito santo corrispondente alle singole beatitudini. E pongo il quesito, perchè Dante, riducendo le beatitudini da otto a sette (come aveva esempi), e specialmente facendo ultima la penultima, e fondendo l'ultima dei pacifici nella seconda dei miti; e ponendo in opposizione le sette beatitudini ai sette peccati, ai quali secondo S. Agostino sono opposti i doni dello Spirito; dà a divedere che ha certo pensato a qualche cosa di simile. Poi nella visione della foresta sono sette candelabri, che sembrano questi doni.[913] Infine in ogni cornice vi è, di carità opposta al vizio, un esempio tratto dalla dolce storia di Maria.

Donde ciò? Da questo che Maria è come il simbolo del purgatorio, perchè ella ebbe duplice “purgazione„ dallo Spirito, avanti e mediante la concezione dell'uomo Dio; ch'ella fu “mondata„ dall'infezione del fomite, sì che a lei si riferiscono le parole del Cantico: Tutta bella sei, amica mia, e “macchia„ non è in te.[914] Or poichè questa sua purgazione e mondizia è opera dello Spirito, dacchè ella è “quell'unica sposa dello Spirito santo„;[915] si ha da credere che in essa valessero questi doni o spiriti o virtù; e che Dante, come vide il primo fatto, così asserisce il secondo. Tanto più che i doni sono tra loro connessi nella carità, come quelli che sono alcuni abiti che perfezionano l'uomo a ciò che prontamente segga l'istinto dello S. S.: e “lo S. S. abita in noi mediante la carità„.[916] Ora chi dice Maria, dice carità:[917]

Qui sei a noi meridiana face di caritate:

come esclama Bernardo nel paradiso.

Ma più certo indizio del pensiero di Dante è nel Convivio. “Sono alcuni di tali opinioni, che dicono, se tutte le precedenti virtù (le undici di Aristotele, che Dante nella Comedia lascia da parte per le quattro cardinali) s'accordassero sopra la produzione d'una anima nella loro ottima disposizione, che tanto discenderebbe in quella della Deità, che quasi sarebbe un altro Iddio incarnato: questo è quasi tutto ciò che per via naturale dicere si può. _Per via teologica_ si può dire, che poichè la somma Deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto apparecchiata è a riceverne. E perocchè da ineffabile _carità_ vengono questi doni, e la divina carità sia appropriata allo _Spirito Santo_, quindi è che chiamati sono Doni di Spirito Santo, li quali, secondo che li distingue Isaia profeta, sono sette, cioè, Sapienzia, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timor di Dio. Oh! buone biade! e buona e mirabile sementa!... Ov'è da sapere che il primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere fruttifero, si è _l'appetito dell'animo_, il quale in greco è chiamato _hormen_... E però vuole Santo Agostino, e ancora Aristotele nel secondo dell'Etica, che l'uomo s'ausi a ben fare e a _rifrenare le sue passioni_, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza dell'umana felicità„.[918]

Ora si ricordi che nel purgatorio si purgano le macchie che le passioni lasciarono nell'appetito dell'animo; sicchè quelli che a mano a mano le mondano e riottengono “duro e rifermato„ quel tallo, hanno poi la dolcezza, non più della caduca ma dell'eterna felicità. E quanto è probabile che quei candelabri che di lungi sembrano “arbori d'oro„, siano di queste biade che germogliano!

Si dirà: Le beatitudini equivalgono alle virtù opposte al vizio per il quale sono pronunziate. Sta bene. Un noto passo di S. Bonaventura c'insegna quali sono queste virtù.[919] Benissimo. Eppure, se intendiamo che la povertà in ispirito sia umiltà e la misericordia sia carità e la placidezza sia lenità e la mundizia di cuore sia verginità o castità; intendiamo meno come la sete di giustizia sia povertà e la fame di giustizia sia sobrietà, e meno ancora, come il pianto, beatificato nella cornice dell'accidia, sia sollecitudine. Contro la tristizia a cui si riduce l'accidia, raccomandato il pianto? Dovete essere giocondi, nell'aer dolce e nel sole: si dice nell'inferno; e si dice nel purgatorio il medesimo con l'esempio della femmina balba: e poi qui si proclamerebbe: _Beati qui lugent_? Non si intende. S'intende invece perfettamente, quando nei fatti di Maria si vedano adombrati i sette doni dello Spirito: di Maria, la quale dal suo fedel Bernardo è detta aver penetrato “il più profondo abisso della sapienza divina„ e aver conculcato “l'insipienza„, “lo stolto, il principe d'ogni stoltizia„.[920] Or la sapienza è il supremo degli spiriti; e gli spiriti sono figurati dal Poeta in candelabri raggianti.

Ma in qual rapporto sono essi con le beatitudini? S. Agostino dice che c'è congruenza tra la settiforme operazione dello Spirito Santo con le beatitudini; ma c'è ordine inverso: Isaia comincia dai più alti, Matteo dai più bassi.[921] In Isaia tali sono i doni:[922] “E poserà su lui lo spirito del Signore: spirito di sapienza e d'intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà. E lo riempirà di spirito di timor del Signore„. San Bernardo accoglie la rispondenza Agostiniana e dice[923] che lo Spirito Santo fa, mediante il timore, beati i poveri in ispirito, con la pietà i miti, con la scienza i piangenti, con la fortezza i famelici e assetati di giustizia, col consiglio i misericordi, con l'intelletto i mondi di cuore, con la sapienza i pacifici. Ora Dante ha delle beatitudini altro ordine, come s'è detto. Secondo questo, il timore farebbe beati i poveri in ispirito, la pietà i misericordi, la scienza i pacifici, la fortezza i piangenti, il consiglio i sitibondi di giustizia, l'intelletto i famelici di quanto è giusto, la sapienza i mondi di cuore. Raccolgo in vero che questi doni perfezionano le potenze dell'anima razionali e appetitive: le une ad apprendere la verità, e a giudicar la verità, le altre ad ubbidire alla ragione. E così il timore dirige l'affetto dal male a Dio; e la pietà lo dirige in ciò che riguarda il prossimo e la fortezza in ciò che riguarda noi, ed è contro il timor dei pericoli; e la scienza perfeziona la ragione pratica a giudicar rettamente, la sapienza la ragione speculativa; e così l'intelletto dirige la ragione speculativa ad apprendere la verità, e a questo medesimo fine il consiglio dirige la ragione pratica.[924] In questa dichiarazione il nostro pensiero si ferma in ciò che due doni sono per il giudicar rettamente, chè in ciò si travede la ragione dello sdoppiamento fatto dal Poeta, di famelici e assetati di giustizia. Sono, in Dante, questi assetati e famelici, quelli che abbiano mondata la macchia della avarizia e della gola. Or contro l'avarizia e la gola, possono i doni degli spiriti di scienza e di sapienza? Secondo l'ordine sopra designato, sarebbero invece il consiglio e l'intelletto. Può Dante avere mutata la teorica dell'Aquinate?

Può. Invero della sapienza egli pensa diversamente.[925] “Nella faccia di costei appaiono cose che mostrano de' piaceri di Paradiso„: negli occhi e nel riso. “E qui si conviene sapere che gli occhi della sapienzia sono le sue dimostrazioni, colle quali si _vede la verità certissimamente_; e il suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienzia sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo di _beatitudine_, il quale è massimo bene in Paradiso. Questo piacere in altra cosa di quaggiù esser non può, se non nel guardare in questi occhi e in questo riso„. Qui è la sapienza che consiste nel veder la verità, e la sapienza che è suprema beatitudine. Per limitarci, ricordiamo che l'ultima beatitudine è per Dante la mondizia del cuore, perchè promette e permette la divina visione; ricordiamo che “lo dolce Padre„ mentre Dante attraversava il fuoco, per confortarlo[926]

pur di Beatrice ragionando andava dicendo: Gli _occhi_ suoi già veder parmi.

Affermiamo, senz'altro, che il dono della sapienza corrisponde all'ultima beatitudine, e che fa che si veda la verità certissimamente. Il che si conferma da ciò che S. Gregorio dice, che la sapienza “rifà la mente intorno alla speranza e certezza dell'eterne cose„:[927] ebbene Dante, appunto ai lussuriosi, a quelli che sono per mondare il cuore e l'occhio attraverso le fiamme, dice:[928]

O anime sicure d'aver, quando che sia, di pace stato:

nel che è da notare (sottilmente!) il sottile accorgimento del Poeta, che, pur avendo tolta di posto la beatitudine dei pacifici, ne fa pur menzione nel luogo dove gli altri la pongono.[929] Con questo filo a condurci, supponiamo che Dante abbia posta, per vedere la verità, oltre la sapienza, quella che a lei trovava congiunta nel Dottore: la scienza. La sapienza si rivolge alla ragione speculativa, la scienza alla ragione pratica. Inoltre abbiamo, nello sdoppiamento della beatitudine dei sizienti ed esurienti, un indizio chiarissimo, che Dante riconosce in due doni l'aiuto a rettamente giudicare. Quali sono essi? Direi: quelli che il dottore pone insieme, come aiuti a intendere la verità: dunque, consiglio e intelletto; il consiglio, volgendosi alla ragion pratica, e l'intelletto, alla ragione speculativa.