Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 20

Chapter 203,795 wordsPublic domain

“Non è ira codesta; è bestialità (_feritas_)„[783] leggeva, par certo, Dante in Seneca. E leggeva che Seneca confutava quest'asserzione dei peripatetici, dicendo: “E che, dunque? L'origine di questo male è l'ira la quale pose in oblìo la clemenza e ripudiò ogni umano patto e finì col mutarsi in crudeltà„.[784] Ira, dunque, la bestialità; e non quel semplice moto che ubbidisce alla ragione, come quando “uno si crede leso, vuol vendicarsi, ma, dissuadendolo una causa, sbollisce„.[785] Ira per Seneca è non il moto solo, ma l'impeto e l'abbrivo; è quella che “varca d'un salto la ragione, e porta via seco l'uomo„; è quella “concitazione dell'animo che va alla vendetta _con la volontà e il giudicio_„.[786] Per altro, non è nei medesimi libri, ira la sola ferita: ira è anche quella che Dante punisce nello Stige. Invero “dell'iracondia è compagna la tristizia e in essa ogni ira si muta o dopo la penitenza o dopo la ripulsa„.[787] Ebbene, Dante chiamava ira peccato codesta iracondia? No: egli quivi ricordava il maestro e pensava come lui che si battagliasse di parole. L'iracondia di cui è compagna la tristizia non è in sè e per sè peccato, poichè egli non mette soltanto nel fango dello Stige la tristizia vicina all'ira, ma anche in Virgilio; chè lo fa tornare indietro dalla porta di Dite con le ciglia rase di ogni baldanza e parlante tra i sospiri. Or in Virgilio come nè la tristizia così nè l'ira è peccato. E in ciò contradice a Seneca il quale nega che la virtù debba mai essere irata, perchè “l'ira non è della dignità della virtù più che l'attristarsi„.[788] Dante dunque, per questo rispetto, corregge Seneca.

E qui e altrove. Per esempio, quando Seneca dice che il sapiente, se avesse ad avere l'ira, sarebbe assai infelice, chè per tutto all'ira troverebbe motivo, quando, per esempio, vedesse il foro pieno piuttosto di fiere che di uomini, di uomini anzi peggiori delle fiere, di uomini che “_mutua laceratione satiantur_„;[789] Dante corregge questo che è certo un suo autore, dicendo: E sì, il sapiente deve appunto aver qui la sua ira, che partita dalla medesima passione che quella, non è peccato ma virtù, e deve anche godere di tal vista, quando quella mutua lacerazione sia di giustizia.

Dante fa suo prò di tante asserzioni e osservazioni di Seneca, riducendole però alla sua norma peripatetica. Eccone alcune altre. “Che c'è di più insulso dell'iracondia che tumultua in vano?„[790] È l'orgoglio di Filippo Argenti. “L'iracondia aiuta i leoni„.[791] Se il leone è simbolo di violenza, è nel tempo stesso atto a significare l'ira. “Semplici (perchè esposti a ricevere il male) sono gl'iracondi in comparazione dei frodolenti e degli astuti„.[792] In vero Dante pone in comparazione dei frodolenti, come rei di peccato meno complicato, i violenti: non forse i violenti sono iracondi? “Languido, si dice, è l'animo senz'ira. Bene: se però non ha nulla di più valido che l'ira. Non si deve essere nè predone nè preda; nè pietoso nè crudele. Quello ha l'animo troppo molle, questo troppo duro: il sapiente ha da essere temperato. Alle azioni forti usi non l'ira, ma la forza (_vim_)„.[793] E qui Dante correggeva: proprio l'ira, che è la cote della fortezza o il _calcar_ della virtù. Senz'ira non si può entrare in Dite, esclama Virgilio. “I gladiatori scherma l'arte, espone (_denudat_) l'ira... Che mai levò di mezzo quel rovescio di Cimbri e Teutoni venutici di su l'Alpi... se non ciò che avevano ira per valore?„.[794] Quest'ira dei Cimbri e dei Teutoni mi sa dell'[795]

orgoglio degli Arabi che diretro ad Annibale passaro l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Quelle _tot millia_ erano _superfusa Alpibus_. E qui pure corregge Dante: Sì: ira fu la loro; ma la passione non generò che orgoglio; non fortezza. “Nessun altro affetto è più cupido _vindicandi_, che l'ira, e per ciò stesso inabile _ad vindicandum_, troppo avventato e pazzo; come ogni cupidità impaccia sè stessa nel suo fine„.[796] E questo è il fatto del Minotauro che, correndo alla vendetta (_vindicare_ non è vendicare; ma tant'è), “gir non sa„.[797] È l'ira che lo fiacca e lo fa morder sè stesso e poi lo manda in furia; sì che Dante può passare. Sicchè l'infamia di Creti, come di bestialità, è acconcio simbolo d'ira. “Se l'ira fosse un bene, non si troverebbe ella nei più forti? Eppure i più iracondi sono gl'infanti e i vecchi e i malati. Ogni impotenza è querula„.[798] E non si deve qui ricordare l'Argenti, che dice: “Vedi che son un che piango„?[799] Ma anche qui Dante corregge: L'ira dei fanciulli e dei vecchi e dei malati non genera fortezza, sì qualche cosa che contrasta alla fortezza, come la timidità: l'audacia, l'orgoglio. “L'ira... tanto è lontana dalla grandezza d'animo, quanto l'audacia dalla fortezza, l'insolenza dalla fiducia, la tristizia dall'austerità, la crudeltà dalla severità. C'è molta differenza tra un animo sublime e uno _superbo_... L'ira mi sembra propria d'un animo letargico e infelice, consapevole della sua debolezza, che spesso si rammarica, come i corpi esulcerati e malati, che gemono al più lieve tocco. Così l'ira è sopra tutto vizio di donne e di fanciulli...„ Gl'irati dicono certe frasi, come quella: Mi odiino, pur che mi temano! E il filosofo osserva: “Questa non è grandezza, si immanità! Non c'è da credere alle parole di quelli che s'adirano, di cui sono grandi e minaccevoli strepiti, e dentro l'anima timidissima... Niente è nell'ira di grande, nemmeno quando pare veemente e sprezzatrice di dei e d'uomini; niente v'è di nobile...„[800] E qui noi vediamo i rissosi del brago, che sono detti ignudi tutti, forse o senza forse, per quelle parole di Seneca _ira denudat_,[801] vediamo Filippo Argenti orgoglioso e vediamo Capaneo superbo, e tutti e due per l'ira! Ma c'è di più. L'ira “volge i suoi morsi contro sè„.[802] Così Filippo Argenti. L'uomo irato deprime “ciò che non si può sommergere se non con chi lo sommerge„.[803] Non c'è un ricordo di questa idea e di questa imagine, combinata con ciò che lì si legge poco prima, che l'ira è secondo Aristotele, sprone della virtù; non c'è un ricordo di queste parole nell'esclamazione di Dante:[804]

O cieca cupidigia, o ira folle, che sì ci _sproni_ nella vita corta e nell'eterna poi sì mal _c'immolle_?

Seneca descrive gl'irati che hanno il viso quale in nessun'altra passione è peggiore, aspro e fiero, e ora pallido ora sanguigno, con le vene gonfie e gli occhi ora mobili ora fissi. E Dante raccoglie il tutto nelle parole “con sembiante offeso„. E il filosofo continua parlando “dei denti arietati tra loro e bramosi di mangiare qualcuno„, e delle mani che si frangono e del petto che si picchia.[805] Certamente ad ognuno viene subito in mente:[806]

Questi si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e co' piedi, troncandosi coi denti a brano a brano.

Or a chi s'affrettasse a concludere da certi passi che i fangosi sono dunque rei d'ira, io direi che in Seneca Dante trovava rei d'ira, anche, non solo i bestemmiatori o spregiatori degli Dei, come abbiamo veduto, ma i suicidi (a quanti l'ira nocque da sè. Altri, nel soverchio bollore, ruppero le vene... Non c'è altra via più breve per giungere alla follia...);

ma i dissipatori, congiunti nei libri del filosofo ai suicidi, così come nel canto del poeta: “l'ira si pose sotto i piedi l'avarizia, che è il più duro e il meno pieghevole dei vizi, spingendosi a dissipare le sue sostanze o ad attaccar fuoco alla sua casa e alle sue cose in un mucchio„.[807] Questo luogo è ben decisivo, o lettori! E che cosa dobbiamo concludere da tali raffronti? Almeno questo: che la ferità o bestialità trovava Dante in Seneca, sia che conoscesse questi libri in parte o in tutto, o direttamente o per citazione, essere ira;[808] e che superba era detta codesta ferità o ira.[809] Si raccoglie ancora che Dante, a somiglianza di Seneca, potesse dichiarare rei d'ira peccato, i simili all'Argenti? No: egli mostra più volte di assentire ad Aristotele, cui Seneca contradice; e di credere che ci sia un'ira passione, sprone della virtù, e un'ira pur passione che conduce al male, senza essere per altro una ferità o bestialità. Si può essere certi che leggendo egli: “Combatti contro te stesso: se non puoi vincere l'ira, ella comincia a vincer te„[810] intendeva della passione e non del peccato. Ma sopra tutto questa asserzione di Seneca: l'ira è “quella concitazione che va alla vendetta con la volontà e il giudicio„;[811] doveva muovere Dante che pensava: Quella di Filippo Argenti, quella di color _cui vinse l'ira_, non è ira, non è l'ira proprio peccato; poichè coloro cui vinse l'ira, sono incontinenti; e gl'incontinenti non peccano con la volontà, bensì con l'appetito. Questa considerazione dovrebbe bastare a solvere il nodo. Per quanto il peccato di violenza sia detto “bestialità„, pur non è così bestiale, come quello dei cani e dei porci dello Stige. La violenza è minotauro, centauro, arpia, semifero e semiuomo. L'ira, per il Dottore, anche se è incontinenza, partecipa in qualche modo della ragione, “in quanto l'irato tende a vendicare un'ingiuria a lui fatta, il che in qualche modo è la ragione che detta...„[812] Ora, secondo il medesimo, l'incontinenza d'ira, che per certi rispetti è meno turpe che quella di concupiscenza, è però più grave “perchè conduce a cose che pertengono a nuocere al prossimo„. E come dunque il peccato col quale alcuno “per violenza in altrui noccia„, e che non è incontinenza soltanto, perchè è con volontà; non si deve pensare essere questa incontinenza medesima che abbia seguitato il suo andare? Ma sia ira anche questa: sarà ira d'incontinenza o incontinenza d'ira; l'altra, ira di volontà o volontà d'ira. Si dice ira anche di Dio o di uomo il quale “non per passione, ma per giudizio di ragione, infligge la pena„;[813] e allora è un'ira appartenente all'appetito intellettivo, alla volontà.[814] Dante afferma manifestamente che infliggere la pena e “spietati danni„ non per giudizio di ragione, ma per passione, è atto della volontà e non impeto solo dell'appetito sensitivo. Ora è per lo meno probabile che egli quest'atto chiamasse ira; come è ira il suo proprio contrario.

VI.

E la chiama! Il Minotauro è detto “ira bestiale„.[815] Esso raffigura l'ira “mala„ in tutte le sue gradazioni:[816]

Quando vide noi sè stesso morse, sì come quei cui l'_ira_ dentro fiacca.

Ha dunque l'ira del bizzarro che sè medesimo mordeva. Mordeva sè per non potersi vendicare. L'ira lo fiaccava dentro. Così il Minotauro. Virgilio accende quest'ira. La bestia sembra un toro che si slacci. Vorrebbe offendere; ma non può per la ridondanza dell'ira stessa. Col fatto che l'ha accesa, Virgilio l'ha spenta. Ma l'ira che a principio era quella del bizzarro, all'ultimo è bestiale.

De' Centauri Nesso ebbe ed ha la voglia sì tosta; e vorrebbe tirar l'arco da lontano, subito; e poi fe' di sè la vendetta egli stesso.[817] Folo fu sì pien d'ira.[818] Chirone, che non poteva essere taciuto tra i centauri de' quali è il più famoso, “nudrì Achille„.[819] È un ricordo dell'ira funesta? O Dante sapeva ancora che Chirone volle morire? I dannati che piangono nel bollor vermiglio gli spietati danni, sono certo tali che non si guardarono dall'ira nel punire:[820] concetto noto a Dante.[821] Sin qui mi pare che nulla osti a credere che i peccati compresi sotto l'esclamazione,

O cieca cupidigia, o ira folle,

abbiamo come il nome Ciceroniano di violenza e l'altro Aristotelico di bestialità o ferità, così quello tanto volgare quanto teologico di ira. L'ira di Dio è _voluntas vindicandi_ o _puniendi_; l'ira degli uomini è _cupiditas_ o _libido ulciscendi_. Qui abbiamo spietati punitori e inordinati vendicatori. Ma ira può dirsi quella dei suicidi e dei dissipatori? Il Dottore dice seguendo Aristotele, che “tutti i motivi d'ira si riducono a disprezzo (_parvipensio_)„,[822] ed è disprezzo, per esempio, l'oblivione ed esultanza negl'infortuni, il contristare alcuno col ricordargli i suoi guai, il mostrar letizia nelle sue disgrazie, l'impedirgli d'ottenere il suo proposito. Il qual disprezzo mostra Virgilio al Minotauro, esattamente, per farlo montare in furia, per mutare l'ira sua da tal che fiacca, in bestiale. Invero gli grida:[823]

Forse tu credi che qui sia il duca d'Atene, che su nel mondo la morte ti porse?

C'è in queste parole “l'impedimento di adempiere la sua volontà„. Ah! vorresti vendicarti? Niente: non potrai. E c'è il ricordo dell'infortunio. E Virgilio grida ancora:

Partiti, bestia!

E qui c'è la contumelia e l'oblìo del suo essere; chè bestia non è veramente il Minotauro, come riconosce, per maggior ludibrio, il suo insultatore:

chè questi non viene ammaestrato dalla tua sorella. Era dunque figlio di donna anch'esso; e questo riconoscimento è col ricordo della sua sventura, alla quale partecipò chi non doveva. E Virgilio conclude:

Ma vassi per veder le vostre pene.

E questa è l'esultanza nel suo infortunio. Or bene a questa _parvipensio_ accenna Pier della Vigna:[824]

L'animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir _disdegno_, ingiusto fece me contro me giusto.

Ricordandoci che l'ira riflette il bene della giustizia; che l'ira appetisce il male altrui _sub ratione_ di giusta vendetta, che l'ira è per rispetto a quelli rispetto ai quali è la giustizia e l'ingiustizia;[825] noi troveremo che in quel terzetto è con perfetta evidenza delineato il concetto di ira. I dissipatori, abbiamo veduto come anche Seneca faccia rei d'ira. La qual ira Dante significa col contrappasso. Chè essi sono dilacerati a brano a brano dalle cagne che sono un'altra forma delle arpie, al modo stesso che quelli dilacerarono le cose loro.[826]

Ma nel terzo girone sono i violenti o bestiali contro Dio. Rei d'ira anche questi? Sì: e solo con intendere la violenza o bestialità per ira, si vede un nesso tra i peccatori del terzo e quelli degli altri due gironi. Invero diciamoli senz'altro violenti contro Dio, tali, con l'esempio di Capaneo, che volessero fare forza a Giove. In che Capaneo differisce dai giganti legati? Non si direbbe anzi che violenti fossero più presto coloro che menarono le braccia facendo “paura ai dei„?[827] Quando noi invece consideriamo che l'uno era dominato dall'ira, da quel peccato semiferino, e che gli altri, no, mettevano, contro gli dei, con la possa e il mal volere anche l'argomento della mente, e così o fabbricavano una torre o ingegnavano una battaglia coi suoi accorgimenti oltre che co' suoi èmpiti e assalti; allora comprendiamo. Capaneo è peccator d'ira, e l'ira gli resta a sua pena. Già abbiamo veduto che Seneca parla d'un'ira “veemente e sprezzatrice di dei e d'uomini„.[828] Egli riferisce il fatto d'un Capaneo vero, fatto che mi pare impossibile non fosse conosciuto dal nostro. “Gaio Cesare... adirato col cielo, perchè i tuoni disturbavano i pantomimi... e perchè la sua festa era atterrita da fulmini (invero poco ben diretti!), sfidò a battaglia Giove, e senza quartiere, pronuziando quel verso Omerico: O tu me o io te. Quanta demenza! Egli credè o che nemmeno Giove poteva nuocere a lui o che esso persino a Giove poteva nuocere!„.[829] E codesta di Caligola è ira. Ira, per altro, che sembrerebbe avere un che di grande. Ma no, dice l'autore: non è grandezza quella, è gonfiezza. “Tutti quelli cui l'animo malvagio e truce solleva sui pensieri proprii dell'uomo, credono di spirare un che d'alto e di subblime: del resto non c'è nulla di saldo sotto, ed è inchino a rovinare ciò che crebbe senza fondamento. L'ira non ha dove fondarsi... È ventosa e vana...„[830] E aggiunge, come ho già riferito: “C'è una grande differenza tra un animo sublime e uno superbo„. È chiaro come Virgilio possa chiamar “superbia„ quella di Capaneo, anche a non ammettere che Dante usi oltre le mura di Dite questa parola a indicare l'_aversio_ da Dio che è in tutti e tre i cerchietti e non è nei cerchi dell'incontinenza, che men Dio offende; salvo che già un poco si mostra nello Stige, dove è la preparazione alla malizia o ingiustizia; l'_aversio_ da Dio o il peccato generale che si scinde in tre e poi si spicciola in molti.

S'intende, dunque, meglio che quella di Capaneo sia ira (ira superba se si vuole) di quello che sia violenza, se il suo peccato ha da assomigliare a quelli degli altri due gironi. La cosa è più chiara se ragioniamo anche degli altri peccatori contro le cose di Dio, natura ed arte. Come violenti, al mo' di Capaneo, oltre i sodomiti, gli usurieri? Bestiali sono i sodomiti (Dante lo imparava dal filosofo), come i sanguinari: ma perchè bestiali anche gli usurieri? Violenti siano questi ultimi perchè forzarono il danaro a fruttare senza lavoro: violenti forse anche gli altri, perchè forzarono la natura a dare quel che non può e non deve? No: la malizia del loro abito o atto è nel proposito d'impedire la generazione; e non di averla, stolidamente, per altre vie; ma sia. E allora di costoro, usurieri e sodomiti, la forza in che assomiglia a quella dei predoni e dei tiranni? Non si trova, mi pare, un sostrato uguale a tutte queste diverse reità; se non si dice che ira è il peccato di tutti, tiranni, suicidi, sodomiti, usurieri.

Dante dichiara la propria ragione di Caorsa, facendo dire a Virgilio:[831]

Da queste due,

cioè dalla natura accomodata da Dio alle necessità umane, e dall'arte degli uomini stessi,

Da queste due, se tu ti rechi a mente lo Genesi dal principio, conviene prender sua vita ed avanzar la gente.

E perchè l'usuriere altra via tiene, per sè natura, e per la sua seguace _dispregia_; perchè in altro pon la spene.

Ora dispregiare la natura in sè e nell'arte è dispregiare Dio, perchè la natura prende il suo corso dall'intelletto e dall'arte di Dio; è come dispregiare Dio naturante e artefice.

Invero[832]

puossi far forza nella Deitade col cor negando e bestemmiando quella e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi spregiando Dio col cor favella. Dunque si fa forza contro Dio negando o bestemmiando o spregiando la deità, la natura, la bontà di Dio. Chiaramente, con l'accenno alla bontà di Dio, è richiamato lo Genesi, anche se Dante non si fosse fatto ammonir da Virgilio a recarselo a mente. Chè nello Genesi è detto:[833] “Prese dunque il signore Dio l'uomo e lo pose nel paradiso deliziano, perchè operasse e lo custodisse„. E questo precetto di operare veniva dalla bontà di Dio che fece l'uomo simile a sè, intelligente e operante. “E l'operare non sarebbe stato faticoso, come dopo il peccato, ma giocondo per lo sperimento della virtù naturale„.[834]

Come ora un uomo spregerebbe in tal precetto la bontà di Dio? come, rispetto a ciò, farebbe forza in Dio? Non, mi pare, col solo non operare; ma in qualche modo analogo al modo di Capaneo, che come spregi Dio, si vede, mi pare, senz'altro. Ebbene, Capaneo mostra il disdegno che ha di Dio e il poco pregio che fa di lui, dicendo che s'egli lo saettasse ancor laggiù, come fece lassù[835]

non ne potrebbe aver vendetta allegra.

Ora Capaneo è un punito da Dio, e uno che chiama vendetta la punizione che riceve o è per ricevere, e uno che minaccia ancor resistenza contro la vendetta. E questo è appunto il caso degli usurieri, se ci rechiamo a mente lo Genesi dal principio. L'uomo peccò, e Dio lo scacciò dal paradiso, dicendogli: “Maledetta la terra nell'opera tua! Nelle fatiche mangerai da quella tutti i giorni della tua vita! Spine e triboli ella a te germinerà, e mangerai l'erbe della terra! Nel sudore del tuo volto ti ciberai del tuo pane, finchè tornerai nella terra dalla quale fosti preso; perchè polvere sei e in polvere tornerai!„. Ecco dunque il precetto di bontà divenire intimazione di pena: ecco che per il fatto di dovere operare ogni uomo è nella condizione di Capaneo: di punito. Ed ecco che gli usurieri ricusando di operare e di mangiar nelle fatiche e di cibarsi nel sudore del lor volto, sono ribelli, per così dire, a Dio, come Capaneo. E ciò è tanto più evidente, in quanto Capaneo si ribella stolidamente a una pena che è proprio compresa in quella maledizione: “tornerai nella terra dalla quale fosti preso!„ Oh! Capaneo è sotterra, negli abissi, ed esclama “qual fui vivo tal son morto„. Ma questo dispetto è la sua pena maggiore. Sei morto, o Capaneo! Sotterra sei!

E come gli usurieri, sono nella condizione di puniti anche i peccatori di Soddoma. Oltre quel precetto di operare, dalla bontà di Dio l'uomo ne aveva avuto un altro: questo: “Crescete e moltiplicate e riempite la terra e sommettetela e dominate....„ Ciò disse il Signore, dopo aver creato l'uomo a imagine e somiglianza sua, a imagine di Dio, e averli creati maschio e femmina; e nel benedirli. Ora questo precetto di bontà diventò intimazione di pena. “Moltiplicherò le tue doglie e i tuoi concepimenti: nel dolore partorirai i figli...„. Ed è pena la libidine nella quale si genera; libidine che non ci sarebbe stata, se non ci fosse stata la colpa. Solo la procreazione dei figli appartiene alla gloria del connubio e non alla pena del peccato.[836] Ebbene anche i sodomiti sono ribelli a una pena, e, come gli usurieri, percepiscono solo come segno della giustizia ciò che è pur prova della bontà di Dio; segno della pena, cioè della vendetta. Così, dunque, a Dio che dice, Morrai, e, Moltiplicherai, e, Lavorerai; si risponde, No.

Questa è la nota comune nella reità del terzo girone; e con questa s'intende come colui che si lecca il naso, abbia parentela con l'eroe che assise Tebe. E la nota comune non si ricava solamente dalla menzione dello Genesi; ma da tutto il concepimento della Comedia. Chè lo inferno è corso tutto da quel fiume dei molti nomi che sgorga dal peccato originale; e Lucifero è in fondo, e nel penultimo cerchietto è il serpe infernale, cioè Lucifero divenuto Gerione, cioè la superbia diabolica divenuta invidia; e nel terzultimo cerchietto echeggia distintamente il primo dramma umano; e nei cerchi della incontinenza sono puniti i vizi delle parti dell'anima, cioè dell'ira e della libidine,[837] le quali “nel paradiso prima non erano viziose„, e servivano invece di comandare.

VII.

Or questo “no„ degli spregiatori di Dio e delle sue cose, è ira, il peccato d'ira. Tutti i motivi d'ira si riducono, abbiamo detto, alla _parvipensio_. Perchè questa operi, è necessaria l'illusione della propria grandezza. Dice il Dottore: “Quanto alcuno è più eccellente, con più ingiustizia si dispregia (_parvipenditur_) in ciò in cui egli eccelle„.[838] Or bene Capaneo è detto “grande„, ed è dei “regi che assiser Tebe„;[839] i sodomiti sono “cherci e letterati grandi e di gran fama„,[840] e altri, d'altra masnada che Brunetto, sono pur tali che hanno “fama„ tennero grado alto e fecero “col senno assai e con la spada„, e la lor voce “nel mondo su dovria esser gradita„ e i lor nomi sono “onorati„;[841] gli usurieri hanno una tasca stemmata,[842] e tra loro ha da venire un “cavalier sovrano„. Tutti nobili, cotesti usurieri. Sono dunque tutti quanti, quelli del terzo girone, mostrati eccellenti in alcunchè; e non è caso o preferenza solo di poeta o di giustiziere, che dei bestemmiatori ci sia mostrato sol un eroe e re, e degli usurieri nessuno che non sia nobile. Dante vuol dire che la _parvipensio_ poteva in loro.