Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro
Part 2
Pure, di presenza, così acerbamente lo rimprovera, che non è meraviglia se gl'interpreti imaginano di Dante più gravi peccati che egli non confessi. Ma noi, prima di tutto, nei rimproveri della donna gentilissima, dobbiamo sceverare quelli che si riferiscono allo stato di Dante, dopo che egli ebbe incontrate le tre fiere, da quelli che si rapportano al suo errar nella selva. E poi dobbiamo considerare che i suoi sono rimproveri di chi ama a chi ama; e poi dobbiamo riconoscere che molte cose aggravano la pur piccola colpa di Dante.
Queste: Dante era nella vita nuova virtualmente capace d'ogni bella opera e per benigne disposizioni di stelle e per larghezza di grazie divine; poi aveva avuto per guida gli occhi giovinetti di Beatrice; poi aveva sperimentata la vanità delle cose umane, con la morte di Beatrice; poi si era trovato a scegliere non tra due beni quasi equivalenti, ma tra Beatrice la gentilissima, salita da carne a spirito e più bella e virtuosa che mai, e altri beni, sirene, vanità, pargolette non degne certo di essere paragonate a Beatrice viva non che a Beatrice morta. Ora il peregrino del Convivio merita ben più scusa. In vero all'anima “perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta, nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi...„ Ma la conoscenza di Dante era dottrinata e per gli abiti destri che già facevano prova in lui e per la luce di quelli occhi giovinetti; e per lo sparir d'essi oh! era anche sperta! Eppure piccioli beni a lui parevano grandi, poichè seguiva imagini di bene
che nulla promession rendono intera;
poichè si lasciava chiamare a terra, come uccellino invano ammaestrato da un primo strale dell'uccellatore, da
o pargoletta o altra vanità con sì breve uso.
Ma, pur con questi gravami, di cui l'ultimo è da Beatrice significato con l'ironico, Alza la barba! pur con questi, Dante non è detto (per ciò, almeno, che si riferisce alla selva e allo smarrimento) reo, sì ingannato. Ricordiamo:[28]
Ben ti dovevi, per lo primo strale delle cose fallaci, levar suso di retro a me che non era _più tale_.
Non ti dovean gravar le penne in giuso ad aspettar più colpi, o pargoletta o altra vanità con _sì breve_ uso.
Beatrice non era più cosa fallace; dunque era stata. Di lei era stato breve uso; dunque anche ella era stata una vanità. Dunque tra le cose fallaci, tra le vanità, tra le false imagini di bene, tra le presenti cose piene di falso piacere, ella poneva pur sè; sè viva; e _pargoletta_ è da lei detto in memoria forse di quando ella apparve a Dante nella sua giovanissima età. Ella dice: una pargoletta come me, una vanità qual era io. Pure quella pargoletta conduceva Dante _in dritta parte volto_; e le altre no, non lo condussero; come si vide. Bene: ma qual grande peccato era di Dante, se nelle altre egli credeva vedere il bene che in quella pargoletta bella e nuova, il cui viso si era nascosto e i cui occhi giovinetti non lucevano più? Non dice egli che per dieci anni fu assetato di lei? Ferito dallo strale delle cose fallaci, correva qua e là, dove vedeva balenare uno specchio d'acqua, senza trovarlo mai, sì che la sete e' non la potè disbramare che quando di nuovo ella gli apparve sul santo monte[29].
III.
Ma se l'errar nella selva significa gl'inganni cui l'anima è soggetta “nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita„, inganni e niente altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni sono causati dall'imperfezione naturale della conoscenza umana, che non è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai sì gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull'anima di chi vi erra dentro, ella
tanto è amara che poco è più morte,
e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva, non s'intende tanta paura e tanta amarezza di morte.
No: s'intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi della canzone “Le dolci rime d'Amor, ch'io solia„:
Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guata chi avea scorto il cammino e poscia l'erra, e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.
Dante dice “che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo„. E aggiunge: “Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocchè questi l'ebbe, lo suo errore e 'l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo„.[30] _Vile_ e _viltà_ in tutto questo trattato del Convivio è opposto di _nobile_ (che Dante deriva da _non vile_) e di _nobiltà_; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell'usar che faccia l'anima “li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all'ultimo suo frutto sono ordinati„.[31] Ora fortezza o magnanimità[32] è virtù di giovinezza; e il giovane che non l'abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.[33]
Se io ho ben la tua parola intesa, rispose del _magnanimo_ quell'ombra, l'anima tua è da _viltate_ offesa.
Il magnanimo è Virgilio, l'altro ingombrato da viltà, come cavallo ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che tenta fare? Si tratta d'un'impresa quale solo al più nobile degli eroi e al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo continuando dice:
di questa _tema_ a ciò che tu ti solve;
e conclude:
perchè ardire e franchezza non hai?
Il che mostra che l'idea di paura è connessa, per Dante, con viltà, anche quando viltà non è bassezza propriamente o ignominia, ma l'opposto di magnanimità, che è quanto dire di nobiltà o gentilezza, cioè di quella “grazia„ o “divina cosa„ che fa quelli che l'hanno, “quasi come Dei„.[34]
Ora nel verso
che nel pensier rinnova la paura,[35]
e nell'altro
allor fu la paura un poco queta,[36]
si sottintende il concetto di viltà, come negli altri versi,
l'anima tua è da viltate offesa, perchè tanta viltà nel cuore allette?[37]
si legge quello di paura. Vero è che Dante potrebbe dirmi,
è Cielo dovunque la Stella, ma ciò non _e converso_;[38]
e che, come nobiltà “vale e si stende più che virtù„, così viltà si stende più che paura; ma non forse vorrebbe dirlo qui, trattandosi d'un linguaggio che non è più quel del Convivio, anche quando il pensiero è lo stesso, chè nella Comedia egli parla per simboli evidenti e disegna e scolpisce figure, non scrive o dice soltanto parole. Chè, per esempio, il timore da cui è preso Dante, quando è per abbandonarsi della venuta, non è se non la mancanza di quello _spronare_ che bene ebbe _di Silvio lo parente_, sì che “sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno;„[39] ma che Dante non sentiva ancora ai fianchi del suo cavallo, cioè dell'appetito.
A ogni modo, se Virgilio, per un supposto, avesse incontrato Dante, mentre errava nella selva, qual parola crediamo noi che avrebbe usata per rimproverar Dante? non forse questa, che qui usa, di viltà? Che invero la donna gentilissima, nel rimproverarlo in cima al santo monte, di quell'errore, non dice che quella dell'amico suo fosse viltà, ma viene a dirlo, quando gli domanda quali fosse avessero attraversata la sua via, sì che egli avesse disperato di passare. Se viltà era il suo dubitare avanti l'_alto passo_, figuriamoci se non era avanti una fossa! Altro che lo spronare di Enea gli mancava! E concludo che Dante dice di sè che era, fin che fu nella selva, vile; anzi, poichè la paura fu tanta, vilissimo.
Ebbene Dante chiama, nel Convivio, vile colui “che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato„; e colui che l'ebbe, “non vile, ma vilissimo„. Il solo, dunque, fatto di non ben camminare e di _tortire_ “per li pruni e per le ruine„, e di non andare “alla parte dove dee„,[40] merita, nel fiero stile di Dante, il nome di vile; e, se chi _tortisce_, è scôrto, quello di vilissimo. E Dante prima che entrasse nella selva, era scôrto. Beatrice afferma:[41]
Alcun tempo il sostenni col mio volto; mostrando gli occhi giovinetti a lui, meco il menava in dritta parte volto.
Si smarrì. E la dolce scôrta pur rimaneva. Ella afferma ancora:[42]
Nè impetrare spirazion mi valse, con le quali ed in sogno ed altrimenti lo rivocai.
Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per quello smarrirsi, non per altro.
Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa, come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E, perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che porterebbero, a prima vista, che il _malvagio_ soltanto si può dir morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di tal sentenza: “Vivere nell'uomo è ragione usare. Dunque se vivere è l'essere dell'uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto„. Dunque morto si può dire, nel fiero stile di Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tutto il male e a tutto il brutto che è nel mondo; morto si può dire, come da lui si ricava, “chi non ragiona il cammino che far dee„; “colui che non si fe discepolo, che non segue il maestro„.[43] Ora qual maestro Dante non aveva tralasciato di seguire! e appunto quando più o meglio poteva ammaestrarlo! Perciò, era quasi morto.
IV.
Dante, come abbiamo veduto, era colpevole, nel cospetto di Beatrice, di cosa che sarebbe stata scusabile con l'età adolescente, se egli già non avesse avuto _barba_, e non fosse stato
nel mezzo del cammin di nostra vita.
Nel mezzo del cammino era quando si ritrovò nella selva, e nemmeno quando entrò nella selva era proprio adolescente; pure e Beatrice rimproverando ed esso ripetendo parlano, per ciò almeno che si riferisce all'error nella selva, di blande dilettazioni proprie dell'adolescenza, di oblìo proprio del tempo in cui l'anima intende al crescere e all'abbellire del corpo, d'inganni dell'anima che ancora semplicetta corre dietro al bene che assaporò. Perchè, domandiamo ora, l'anima per queste dilettazioni, per questo oblìo, per questi inganni viene a trovarsi in una selva oscura? perchè oscura, codesta selva? Perchè, risponde Dante stesso nel Convivio,[44] “infino a quel tempo (al venticinquesimo anno)... non puote perfettamente la razional parte discernere„. Come nella valle d'abisso, perchè era oscura, profonda e nebulosa, Dante, per guardare che facesse, “non vi discerneva„ nulla,[45] così poco o nulla egli discerneva nella selva, perchè era oscura, selvaggia e aspra e forte. Anche forte, sì, che può valere difficile a comprendersi e a vedersi, come nell'espressioni _comento forte ed enigma forte_.[46]
La razional parte dell'anima dunque non discerneva. Dante, sebbene non più adolescente e molto meno fanciullo, sì quando entrò nella selva, sì, e più, per il tempo che vi si aggirò, era tuttavia come un fanciullo. Egli in vero distingue nel Convivio la puerizia d'animo da quella d'età; e così ne ragiona:[47] “La maggior parte degli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono, perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione, li quali passano a vedere quello...„ E Dante era come la maggior parte degli uomini, allora. Non lo rimprovera Beatrice di questo, domandandogli,[48]
E quali agevolezze, o quali avanzi nella fronte degli altri si mostraro, per che dovessi lor passeggiare anzi? Non è questo un biasimo al suo non conoscer le cose “se non semplicemente di fuori„? E la sua risposta, che conferma i rimproveri di Beatrice che pur s'assommano in quel seguir imagini false di bene, e che assomma tutte le sue colpe, la sua risposta
le presenti cose col falso lor piacer volser miei passi,[49]
non è un confessare di aver avuti chiusi gli occhi della ragione e non aver conosciute le cose se non di fuori? Ed egli stava
quali i _fanciulli_ vergognando muti, con gli occhi a terra;[50]
mostrando così d'essere stato non più che un pargolo, quando Beatrice gl'intima: Alza la barba! E tutta la vergogna, che domina nel ripentire di Dante, che gli grava la fronte,[51] e che Beatrice eccita in lui ancor più, e che all'ultimo lo rende muto, e gli fa tener fermi a terra gli occhi, la vergogna, che nelle donne e nei giovani “è buona e laudabile„ e “non è laudabile nè sta bene ne' vecchi„,[52] non mostra ella che si tratta d'una puerizia d'animo, se non d'età?
E questa puerizia d'uomo che era nel mezzo del cammin della vita, non è, tutt'insieme, non ostante l'acerbo rimbrotto di Beatrice e la vergogna di Dante, così strana e imperdonabile in lui. Perchè, giova ripetere, se non allora quando si stava muto vergognando avanti Beatrice, almeno quando aveva volti i passi verso imagini false di bene, era adolescente, o almeno per tale era riconosciuto e si riconosceva. In vero il suo soverchio dilettarsi della vista della donna gentile, che avvenne più d'un anno dopo la morte della gentilissima, quando, cioè, Dante era da più d'un anno uscito di adolescenza, egli vuole che sia inteso come inganno d'adolescente; chè dice nel Convivio che “in quella„ cioè nella Vita Nuova “dinanzi all'entrata di _sua_ gioventute„ parlò; e “altro si conviene e dire e operare a un'etade, che ad altra„.[53] Nel fatto, è assai probabile che Dante volendo i suoi sentimenti e i suoi pensamenti collocare nell'ordine generale delle cose, pareggiasse, come ho detto sopra, i fatti e gli anni per fare della sua cronaca la storia dell'uomo. Così in lui Beatrice rimprovera, per quel che riguarda lo smarrimento nella selva, l'adolescente che non discerne anche quando dovrebbe discernere e quando tuttavia per solito si vede che non discerne. Ma se il fatto è solito e non mirabile, è pur sempre degno di riprensione e di vergogna; e Dante col primo verso del poema sacro esprime la sua confusione, e pare si vergogni che esso, in particolare, aspettasse troppo più tempo che non si soglia:
nel mezzo del cammin di nostra vita!
Bene: questo manco di discrezione, o, come si dice ora, discernimento, che è? Dice Dante:[54] “Lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, siccome dice Tommaso sopra al prologo dell'_Etica_, conoscere l'ordine d'una cosa ad altra, è proprio atto di ragione; e questa è discrezione„. Chi questo ordine non conosce, è come pargolo; chè essi “non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale _a debito fine è ordinata_, non veggiono„.[55] Chi manca di discrezione, vive, a guisa di pargoli, “secondo senso e non secondo ragione„, vive come se avesse la sola potenza sensitiva dell'anima. Nell'adolescenza, così è: quel _bello ramo_ non è ancora sorto o almeno non è ancora fiorito. Dante esprime questo pensiero qua e là: due luoghi già riportai, e in tutti e due si ricorre all'imagine del traviare. Leggiamo:
Se il mondo presente _disvia_, in voi è la cagione. . . . . . . . . . . .
Esce di mano a lui, che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla, salvo che, mossa da lieto fattore, volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore; quivi s'inganna, e retro ad esso corre, se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre; convenne rege aver, che _discernesse_ della vera cittade almen la torre.[56]
Ricordiamo ora qui che nel _de Monarchia_ lo imperatore è dichiarato necessario, perchè “le volontà dei mortali, per via de' lusinghevoli diletti dell'adolescenza, hanno bisogno di chi le _diriga_„.[57] Per quel meraviglioso unificatore che è Dante, tutto il mondo umano ha, in certo modo, un'anima sola, e quest'anima, finchè ha sola la potenza sensitiva, deve avere chi _discerna_ per lei, che ancora non sa: il re, l'imperatore. Se no, ella s'inganna, e quest'inganno fa disviare per sempre il mondo che diventa
di malizia gravido e coperto.[58]
E dell'anima in particolare de' singoli uomini, dice il medesimo:[59] “Dà... la buona natura a questa etade (l'adolescenza) quattro cose necessarie all'entrare nella città del ben vivere _(la vera cittade)_. La prima si è obbedienza... È dunque da sapere, che siccome quelli che mai non fosse stato in una città, non saprebbe tenere le vie senza insegnamento di colui che l'ha usate, così l'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato. Nè il mostrare varrebbe, se alli loro comandamenti non fosse obbediente; e però fu a questa età necessaria l'obbedienza„. Non ai suoi maggiori, ma a Beatrice disubbidì Dante, quando l'anima sua ancora non discerneva; le disubbidì, dopo che per alcun tempo ella coi suoi occhi giovinetti l'avea menato in dritta parte volto, le disubbidì, quando ella lo rivocava in sogno o altrimenti. E necessariamente entrò ed errò nella selva, perchè, non avendo discrezione, non poteva, senza obbedire a qualcuno, tenere il buon cammino.
V.
Ora questo manco di discrezione può condurre a ogni malizia sì il mondo sì un uomo in particolare; ma non importa già ogni malizia; anzi l'esclude. E non solo esclude ogni malizia, ma ancora ogni incontinenza. Che incontinenza è, secondo l'imagine e la definizione del Convivio, il non sottostare dell'appetito alla ragione “la quale guida quello con freno e con isproni„[60] o, secondo la comedia, il sottomettere la ragione al talento.[61] Ora, il difetto di discernimento potrà condurre a questo ricalcitrare e trascorrere, o a questa sommissione a rovescio ma non è propriamente questo e quello. Il che può essere manifesto dall'esempio che Dante stesso ci porta nella Vita Nuova del suo smarrimento quale narra nel Poema Sacro. Fu quello, dice Dante, un desiderio _malvagio_ una _vana_ intenzione, ed eccitò poi in lui pentito tale “raccendimento de' sospiri„ e tanto “sollenato lagrimare„, quale e quanto vediamo che in lui mossero poi le parole di Beatrice sul santo monte; eppure non si trattava che d'un “desiderio„ a cui il cuore, cioè l'animo o l'appetito “sì vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione„.[62] Ora la costanza della ragione che è? Se incostanza, come insegna il buon frate Tommaso, pertiene a imprudenza, costanza perterrà a prudenza.[63] E se ciò fu difetto di prudenza, non altro fu dunque se non manco di quel lume che agli uomini è dato
a bene ed a malizia,[64]
non altro fu se non manco di quel conoscimento, come definisce S. Agostino,[65] di ciò che è da appetire e di ciò che è da fuggire, non altro fu se non manco di quella virtù che illumina appunto l'anima sensitiva, di quella virtù che consiglia l'anima semplicetta che sa nulla, quando non è più di pargolo.[66]
Innata v'è la virtù che consiglia, che dell'assenso de' tener la soglia.
Questo è il principio, là onde si piglia ragion di meritare in voi, secondo che buoni e rei amori accoglie e viglia.
E che questa virtù che consiglia, sia nella mente di Dante proprio la prudenza e non, per esempio, più generalmente la ragione, apprendiamo dallo stesso Dante che dice:[67] “dalla prudenzia vengono i buoni consigli„. Or dunque se ella è la prudenza, come è, e se questa è il discernere tra ciò che è da appetire e ciò che da fuggire, e non fa ella se non accogliere e vigliare buoni e rei amori; quando uno ne è detto mancare, non si dice di lui se non che appetisca ciò che non è da appetire e che fugga ciò che non è da fuggire, e ami e desideri ciò che non è da desiderare e da amare; non si dice ancora che vada oltre il desiderio e l'amore, non si dice che faccia più e peggio che _correr retro_ a quel picciol bene di cui l'anima semplicetta _sente sapore_. L'anima “ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo„, ma, se altro non le manca che la prudenza, se ella non è (per lasciar l'allegoria) intemperante o peggio, non entra già in questo che crede “l'albergo„; sì “non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra„.[68] E così va e viene, e si smarrisce sempre più, perchè in nessun luogo entra.
E quello di Dante fu certo difetto di prudenza. Chè esso dice che fu “contra la costanzia de la ragione„ quel desiderio del suo cuore. Ora S. Tommaso appunto dice essere incostanza preferire un bene minore a un bene maggiore, come tutti i rimproveri di Beatrice, per quel che riguarda lo smarrimento, si assommano in questo, ch'egli aveva preferito altrui a lei, e le agevolezze e gli avanzi che si mostravano nella fronte degli altri al bene a cui lo menavano i suoi disiri, e le presenti cose caduche alle assenti eterne, e lei stessa viva a lei stessa morta;[69] così la viltà del suo desiderio, che racconta nella Vita Nuova,[70] si riduce a questo, ch'egli si cominciò a dilettare troppo di vedere una “gentile donna giovane e bella molto„ e a preferirla all'altra “nobilissima„ “gloriosa„ “gentilissima„. Ciò era l'incostanza della ragione, il che pertiene, come ho detto, a imprudenza: preferire un bene minore, la donna gentile, a un bene maggiore, la gentilissima Beatrice.
Ed esattamente è ancora esemplata nel trascorso di Dante, quale è a lui rimproverato da Beatrice, l'altra definizione di S. Agostino, il quale chiama la prudenza “un amore che per un certo suo fiuto (_sagaciter_) sceglie ciò che aiuta da ciò che impedisce„.[71]
Chè la gentilissima dice:[72]
Per entro i miei disiri . . . . . . . . . . . . . quai fossi attraversati, o quai catene trovasti...?
Non ne trovasti, ella viene a dire. E sèguita:
E quali agevolezze e quali avanzi nella fronte degli altri si mostraro...?
Non si mostrarono, ella intende. Dunque gli rimprovera d'aver trovati impedimenti, dove non erano, e agevolezze, dove non si mostrarono, e gl'impedimenti, nella via che conduceva al bene, e le agevolezze, dove? in una selva aspra e forte.
Era dunque il suo, difetto di quello amore che scevera le agevolezze dagli impedimenti; cioè di prudenza. E nessun'altra parola, fuor che questa d'imprudenza, alcuno potrà mettere come postilla all'ultimo rimprovero di Beatrice, quand'ella, nella sua gloria e nella sua felicità, mostra così mesta pietà per il suo amatore:[73]
Ben ti dovevi, per lo primo strale delle cose fallaci, levar suso di retro a me che non era più tale.
Non ti dovean gravar le penne in giuso ad aspettar più colpi, o pargoletta, o altra vanità con sì breve uso.
Nuovo augelletto due o tre aspetta; ma dinanzi dagli occhi dei pennuti rete si spiega indarno, o si saetta.
Ella dice: Tu fosti ferito, lo so: chi lo può saper meglio di me? Ebbene, tu ti lasciasti ferire ancora! Eppure non eri più come gli uccellini di nidio, che sino a un certo punto, per la loro curiosità, sono imprudenti. Eri già pennuto, eri uccel volastro, e dovevi avere quella ch'essi hanno: prudenza, o fanciullo con la barba!
VI.