Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 19

Chapter 193,752 wordsPublic domain

L'amor del male, dell'inferno, è dunque con la malizia, del purgatorio, nella stessa proporzione che il troppo e il lento amor del bene con l'incontinenza di concupiscibile e d'irascibile. Vi è però un divario. Quelli che nel purgatorio mondano le colpe, poniamo, di troppo amor del bene, incontinenti furono; come non pare si possa dire che furono maliziosi quelli che purgano il triforme amore del male. Rispondo qui sol questo: certi peccatori dello antipurgatorio, per esempio Manfredi di cui furono orribili i peccati,[761] e il nasuto “onde Puglia e Proenza già si duole„,[762] quel Carlo che faceva così sanguinose “ammende„,[763] quando potranno salire al monte, in qualche cornice pur si staranno; e il nuovo Dante che ve li trovi, non potrà già dire che non furono rei di malizia, sebbene purghino soltanto l'amor del male!

Ma qui risorge una questione. Vi sono nel purgatorio rei di malizia, che sono in una cornice di amor soverchio del bene. Sono quelli che gridano Soddoma. Nell'inferno quelli che offesero di ciò, sono nel primo cerchietto, terzo girone, della malizia. Come? La ragione esatta è, mi pare, oltre che nel proprio modo di quel cerchietto che è mezzo tra l'incontinenza e la malizia, nel proprio modo di quella parte di girone, in cui[764]

saper d'alcuno è buono; degli altri fia laudabile tacerci, chè il tempo saria corto a tanto suono;

in cui i peccatori sono aggruppati in masnade che non si debbono confondere tra loro.[765] Il rimbombo stesso del fiume della violenza che cade nel giro della frode, e accompagna la vista d'un dei gruppi, ha certo valore simbolico, e significa certo che di quei peccatori alcuni hanno più d'incontinenza, altri più di malizia. Sono anche nell'inferno sodomiti in cui la prima radice del loro peccato è più nell'appetito che nella volontà. C'è anche nel girone del peccato contro natura, un divario tra gru e stornelli; quel divario che nel cerchio della lussuria mi par manifesto tra i vinti d'amore e i rotti a vizio.

III.

Il vero purgatorio ha sette peccati in sette cornici. C'è poi un antipurgatorio, che come, per un verso, corrisponde al “veleno„ della grande divisione dell'aquila, così, per un altro, corrisponde all'inferno del peccato originale, cioè al vestibolo e al limbo. Si riesce invero all'antipurgatorio per un foro nel sasso che equivale misticamente alla porta senza serrame. Nella tomba del peccato si entra dalla porta cui aprì la misericordia di Dio; se ne esce per un foro che la misericordia di Dio scavò nel duro sasso. Chi poi dall'antipurgatorio salga nel purgatorio trova una porta, serrata questa. Chi dall'antinferno scenda nell'inferno trova una rovina. Nell'inferno una porta aperta e una rovina; nel purgatorio un foro nel sasso e una porta chiusa. Nè manca la riviera nè manca il navicellaio. La porta dell'inferno, dopo la discesa del Cristo, è a tutti concessa: lo suo sogliare a nessuno è negato. La porta del purgatorio non si apre se non a chi voglia, a chi lo chieda, a chi si dia tre fiate nel petto.[766] Ma la stessa misericordia che abbattè quella, apre questa. Chi entra deve lavare sette piaghe. Chi scende dalla rovina, che corrisponde a questa porta, dalla rovina che è un entrare, dove è un Minos demonio, come qui è un giudice angelo; quanti peccati trova? Sette. I cerchi sono più delle cornici; ma i peccati sono sette. Virgilio dice che nei tre cerchietti ultimi dell'inferno sono punite la violenza o malizia con forza; la malizia con frode in chi non si fida; la malizia con frode in chi si fida o tradimento: tre specie di peccatori in tre cerchi. Dante chiede degli altri peccatori, ed enumera, quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia, e che si sgridano a vicenda: quattro specie di peccatori, in quattro cerchi: tre più quattro fanno sette. In queste sette specie si risolve la duplice divisione di incontinenza e malizia, che diventa trina, se consideriamo l'incontinenza d'irascibile distinta da quella di concupiscibile. Ciò nell'inferno. Nel purgatorio, in sette specie d'anime pentite si risolve la divisione di amore che erra per malo obbietto, per poco e per troppo di vigore. Poichè le due divisioni sono tra loro proporzionali, sì che, come non c'è dubbio alcuno, l'incontinenza di concupiscibile corrisponde all'amor che erra per troppo di vigore, e l'incontinenza d'irascibile, come dovrebbe già parer certo, al lento amore, e la malizia, come deve parer probabile, al triforme amor del male; poichè queste due divisioni si spicciolano ognuna in sette peccati; come non si deve concludere che questi peccati, tenuto conto che in quelli d'inferno è il “reato„ e che in quelli di purgatorio è la “macchia„; e in quelli d'inferno è, oltre la conversione a un bene mutevole, anche l'aversione dal bene immutabile, e in quelli del purgatorio l'aversione o non fu mai o non è più, e non c'è se non conversione; come non concludere che questi peccati sono gli stessi e si chiamano con lo stesso nome?

Invero coloro cui porta il vento, sono detti rei di lussuria o perduti da amore; coloro cui batte la pioggia, sono puniti per la dannosa colpa della gola; coloro che s'incontran con sì aspre lingue furono tali che in loro l'avarizia mostrò il suo soperchio, sono e avari e prodighi rei di spendio “senza misura„, come appunto quelli del purgatorio, in cui fu ora avarizia e ora troppo poco d'avarizia, la “dismisura„ insomma.[767] E come questi ultimi, così quei primi espiano nell'inferno e sanano nel purgatorio la stessa colpa, che là è piaga mortale e qua piaga che si ricuce. Dei tre peccati di concupiscenza la somiglianza è perfetta: sono lussuria, gola, avarizia con prodigalità nell'inferno e nel purgatorio. E gli altri quattro?

Prima di tutto, ciò che mondano, poniamo, i peccatori delle tre prime cornici è sì lussuria gola e avarizia, ma non oltre il desiderio; eppure il loro peccato ha lo stesso nome di quello che espiano con pena eterna i peccatori del secondo, terzo e quarto cerchio dell'inferno. Nulla impedisce quindi che anche ciò che purgano i peccatori delle ultime tre cornici abbia lo stesso nome del peccato che espiano i violenti, fraudolenti e traditori: o a dir meglio, che questo abbia il nome di quello, sebbene di quello non rimanga che il desiderio e la speranza, il desiderio e la tristizia, il desiderio e l'adontamento. Come il “desire„ è dei peccati di lussuria, gola e avarizia il primo motivo, così dei peccati spirituali il primo motivo è quel desiderio unito a quella speranza o a quella tristizia o a quell'adontamento; desiderio che si chiama cupidità. Or sono questi primi motivi che dànno il nome ai peccati. Ciò tanto è vero che le teste del “dificio santo„,[768] le teste che sono certo i peccati capitali, e sono non solo sette com'essi, ma distinte in quattro e tre, come i peccati capitali, cioè quattro carnali e tre spirituali, quattro d'incontinenza e tre di malizia; quelle teste hanno un corno e due corni, uno le quattro e due le tre; e i corni, unici e duplici, indicano, senza dubbio, la composizione elementare dei peccati che elle significano; e i peccati sono certo mortali, eppure sono indicati, come i veniali del purgatorio, per quell'unico “desire„ che è il primo movente dei primi quattro, e per quel “desire„ con speranza o tristizia o adontamento dei secondi tre. E la spiegazione è, ripeto, senza alcun dubbio. Nel purgatorio il poeta distingue i sette peccati in due gruppi di quattro e tre, secondo che sono contro il proprio corpo o anche contro gli altri; secondo che hanno troppo o troppo poco amor del bene ovvero hanno un malo obbietto; sicchè in più i tre hanno questo torcimento al male, che è appunto quella speranza d'eccellenza, quel timore di perdere il proprio podere e onore, quell'adontamento per l'ingiuria ricevuta. E quindi dividendoli, secondo che sono contro sè o contro il prossimo, noi dobbiamo vedere perchè quelli hanno un corno e questi due. Or chi direbbe che questo medesimo simboleggiare non dovesse valere anche per peccati da inferno? Tutta la malizia e l'ingiustizia è fatta dal Poeta, che segue S. Agostino, uguale a cupidità; ma cupidità non è che una tendenza dell'anima sensitiva: è il seme, non la pianta; pure col nome del seme si può indicare la pianta. Or Dante, più per la sua finzione di essere un discepolo che via via si scaltrisce, di quel che per vana pompa, con questi suoi modi di chiamar la pianta per il seme, ci ha tratti lungamente in inganno: come con quella parola “ira„, che è passione, e buona e mala, ed è peccato. Lo stesso è di quest'altra parola “avarizia„ che è passione, significando “desire„ di ricchezza o di bene materiale, e valendo anche peccato speciale. Così quando dice al papa che springa con le piote:[769]

chè la vostra _avarizia_ il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi;

usa codesta parola nel senso di passione dell'anima sensitiva; della passione speciale che genera lo speciale peccato di avarizia; della passione speciale che combinandosi poi con la speranza d'eccellenza o con la tristizia causata dal timore di perdere il proprio, o con l'adontamento per ingiuria, diventerebbe l'altra speciale passione detta cupidità. La qual cupidità sarebbe seme di speciali peccati. E così gli altri nomi di peccati, sono ora presi nel senso di peccato, ora di passione. Così la superbia. C'è superbia peccato e superbia principio di peccato. Superbia principio di peccato è speranza di eccellenza e desire di soppressione del vicino. Superbia peccato è questa passione in atto. Orbene quando Virgilio a Capaneo dice:[770]

in ciò che non s'ammorza la tua superbia tu se' più punito;

lo dice forse reo di superbia peccato? Per lo meno, non si deve affermar subito. Il Poeta dice che c'è in lui desiderio di sopprimere e speranza d'eccellenza: c'è il principio del peccato di superbia. E come non il peccato? Non il peccato: chè, se ci fosse, egli non sarebbe stato in nulla dissimile da quei giganti “alla pugna di Flegra„ che sono puniti altrove per essere stati sperti di lor “potenza contra il sommo Giove„,[771] contro quel Giove appunto ch'egli invita a stancare il suo fabbro e che fulminò lui come i giganti. E questo medesimo desiderio di male questa medesima speranza di eccellenza si mostra in quel ladro, che di trista vergogna si dipinse; onde per tale somiglianza di ladro ad eroe, a Dante viene in mente Capaneo e la sua superbia:[772]

per tutti i cerchi dell'inferno oscuri spirto non vidi in Dio tanto superbo, non quel che cadde a Tebe giù dai muri.

Ma la somiglianza è apparente. Ahimè, che speranza d'eccellenza è questa del ladro! di essere creduto “bestia„! È una favilluzza questa sua superbia, che subito si spenge, sì che egli fugge via subito:[773] non è il suo peccato. E non sarebbe il suo peccato, nemmeno se assomigliasse veramente a quello dell'eroe che assise Tebe. Una favilla: come Ciacco dice, oltre la superbia, anche l'invidia e l'avarizia:[774]

Superbia, invidia ed avarizia sono le tre faville ch'hanno i cuori accesi.

E qual fiamma ne è sorta? Violenza, frode e tradimento: la malizia o l'ingiustizia, per dirla in una parola; chè questa parola echeggia in quel contrapposto:[775]

giusti son due, ma non vi sono intesi.

E con ciò non si dice che Ciacco abbia fatto tradimento uguale a superbia, frode a invidia. Dove sarebbe la violenza, che pure è detta dominare in Firenze?[776]

Dopo lunga tenzone verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l'altra con molta offensione:

E dominare con la frode:[777]

Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli; e che l'altra sormonti con la forza di tal che testè piaggia:

come dicesse, con la violenza d'un fraudolento. Dove sarebbe la violenza? E c'è, se noi prendiamo quei tre nomi quali non di peccati, ma di faville o semi di peccati. Avarizia è desiderio di beni temporali; invidia ha in più il timore di perdere il proprio e perciò quel semplice desiderio del proprio si muta in desiderio che altri non abbia; superbia ha in più la speranza d'eccellenza, cioè di vincere ognuno al paragone; e perciò ha ancora il desiderio di sopprimere gli altri. E chi non vede che quest'ultima favilla può dare l'incendio della violenza? E di più: come non può essere originata la frode da questa medesima favilla? Come quegli che “piaggia„ non può avere avuto il desiderio di soprastare a tutti? Come, anzi, non ognuno che tema di perdere il proprio in confronto d'un altro, ha questo desiderio? Soprastare a ognuno via via, come non è il desiderio di soprastare, in fin fine, a tutti?

Ma questo è appunto il pensiero di Dante, quando chiama superbia la violenza di Capaneo, quando chiama superbo il fraudolento: il pensiero che ci sia nella violenza e nella frode quella favilla, quella passione. E di più, mostra che ci sia anche nei peccatori dello Stige, quando dice orgogliosa la persona di Filippo Argenti; con questo che orgoglio non è proprio superbia; ma un che di tronfio e di vano: il tubare dispettoso del colombo a confronto del ruggito del leone. Ma, insomma, anche il cavalier Adimari con quella sua grande vita e grande burbanza e molta spesa voleva sopraffar gli altri, sebbene avesse “poca virtude e valore„.[778] Invero nel brago c'è, come lo scolaticcio della concupiscenza, così il seme dell'ingiustizia. C'è, senza dubbio, chi spera eccellenza, e c'è chi s'attrista per il timore di perdere il suo, e c'è chi s'attrista per l'onta della ingiuria che non osa vendicare. Non avere fortezza, sì vana audacia e inerte timidità, significa avere quella speranza e quel timore e quella tristizia. Non avere la fortezza, che ausilia la giustizia, vuol dire stare ai piedi della ingiustizia, sia che l'ingiuria si mediti e non si faccia, sia che l'ingiuria non si respinga. E ciò significa essere incontinenti d'ira e nel tempo stesso non rei di malizia. Il lento glutine della palude impedisce l'ira; che così nè si fa cote della fortezza e perciò propugnatrice della giustizia, nè si fa seme dei peccati attivi d'ingiustizia. Vi è, sì, nella palude, e superbia e invidia e ira; ma passioni tutte e tre, non peccati.

Ora si domanda se il trovarsi queste passioni in quattro peccati, incontinenza d'irascibile, violenza, frode e tradimento, impedisca che il primo d'essi si chiami accidia e il secondo ira, e il terzo invidia, e il quarto superbia.

IV.

Per l'accidia non v'ha dubbio. Nel brago è punito il difetto di fortezza. Nella reità dei peccatori è l'ira e l'invidia e la superbia, passioni. Poichè il timore, donde vien la tristizia, le inceppa e le rende vuote d'effetto, quella reità si chiama accidia. Dante lo dice così per incidente, come non dice apertamente e dottrinalmente che sia lussuria o gola o avarizia il peccato delle tre sottospecie dell'incontinenza di concupiscibile. Un altro nome ha quel difetto di fortezza: infermità. E infermità (originale) è il difetto degli sciaurati del vestibolo. Ad essi somigliano sì i rissosi, sì i fangosi dello Stige. Già lo Stige è il vestibolo di Dite o basso inferno; e ha il suo Caron che è Flegias. Poi, sono puniti in modo analogo: là è suon di mani, qua si percotono non pur con mano; là sono sospiri e pianti e lagrime, qua è un che piange; là accenti d'ira, qua un'ombra furiosa; là sono cattivi, qua sono tristi; là corrono perpetuamente, qua (appunto quelli che per alcuni non sarebbero accidiosi) sono in continuo moto. Dei primi non si racconta alcun reo, qua non si racconta alcun bene: quelli visser senz'infamia e senza lodo, di questi bontà non fregia, la memoria. Sono sdegnati e quelli e questi: non ragioniam di loro; più non ne narro; guarda e passa; sarei vago di vederlo attuffare. Invidiosi sono i primi d'ogni altra sorte. Filippo Argenti, perchè tende le mani al legno, se non per passare? È invidioso anch'esso d'ogni altra sorte. Lassù son angeli, quaggiù gran regi; lassù uno che fece un gran rifiuto e che non si nomina; quaggiù una persona orgogliosa, il cui nome non è fatto da Dante, sebbene egli lo conosca come conosce l'altro. E cosa più notevole ancora, sono accennati, sì per i primi sì per i secondi, tutti i peccati d'ingiustizia. Nei primi, la superbia è accennata col ricordo degli angeli ribelli, l'invidia con le parole “invidiosi son d'ogni altra sorte„, l'ira (e anche qui dobbiamo pensare e meravigliare di tanto sottile provvidenza del poeta), l'ira apertamente e formalmente, come nello Stige (cui vinse l'ira): accenti d'ira. O sono iracondi gli sciaurati? Già, come i fangosi. Infine gli sciaurati guaiscono e fanno pozze di sangue e lagrime e vermi a' lor piedi; e i fangosi sono cani e porci e stanno nel putrido fango. Misero modo di tutti e due! e bassa vita di tutti e due! Infermità di tutti e due; pei primi avanti la giustizia, originale, degli altri avanti la giustizia attuale.[779]

Dopo costoro, dentro l'inferno superiore e dentro il basso, si vedono i peccatori, meno e più volontari d'ignoranza; dell'ignoranza originale e della attuale: quelli che non vollero vedere o si diniegarono a vedere Dio, il sommo e incommutabile bene; che fecero contro la prudenza, infusa e abituale. Tanto i primi quanto i secondi non entrano nel novero che fa Virgilio dei peccati e peccatori dell'inferno. Nel qual novero pur non entrano gli sciaurati del vestibolo, come quelli che, non essendo morti della seconda morte ed essendo disdegnati sì dalla misericordia e sì anche dalla giustizia di Dio, non sono in verità nell'inferno. Questo silenzio, col quale si omettono sì i sospesi del limbo e sì i sepolti nelle arche, li pone in una certa relazione con gli sciaurati e con i fangosi, che sono il loro proprio contrapposto nella vita piena in quelli di attività e nella morte piena di gloria, come inerte e ingloriosa fu l'una e l'altra di questi; e nel tempo stesso risponde a un altro concetto. Per il primo, noi vediamo che i sepolti, i quali si trovano allo stesso piano dei fangosi, vengono a integrare con essi il concetto d'accidia, che non è solo in acquistare ma anche in vedere il sommo bene.[780]

Se lento amore in lui (il bene) veder vi tira, o a lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira.

Qual cornice? La quarta. La quale, se si esclude il limbo, i cui sospesi sono pur taciuti nel novero, corrisponde al cerchio appunto dei fangosi e al cerchio degli eresiarche che sono, tutti e due insieme, il quarto dalla lussuria in giù. Nè bisogna qui dimenticare l'indubitabile raffronto dell'antinferno (vestibolo e limbo) con l'antipurgatorio. Gli scomunicati e i negligenti sono pur somiglianti agli sciaurati e ai non battezzati: e la somiglianza è duplice.

Gli scomunicati furono esclusi dal meritare; e in ciò somigliano più ai sospesi che agli sciaurati; furono messi fuori della chiesa, e in ciò somigliano più agli sciaurati che ai sospesi. I negligenti indugiarono fino alla fine i buoni sospiri, e in ciò ricordano gl'ignavi che non osarono nemmeno sulla morte mettersi nel gran passo, e nemmeno morti possono ora più varcarlo. Di più, nel luogo a loro designato è anche una valletta amena; e questa, che ricorda il nobile castello, ha la virtù di fare simili i principi negligenti agli spiriti magni. Quelli ebbero ogni valore, questi hanno onrata nominanza, sono eroi, sapienti, poeti. Ma con le somiglianze ci sono le differenze. Basti che la tenebra è totale per quelli del limbo, e che qui la tenebra notturna fa a mezzo con la luce del sole; e che pur la tenebra del limbo non impedisce agli eroi e ai poeti di errare per i due regni della concupiscenza, infermità, malizia e ignoranza, poichè essi ebbero le quattro virtù opposte alle quattro piaghe; mentre la tenebra dell'antipurgatorio impedisce l'andar su, se non il tornar giù. Ora perchè indugiano i principi della valletta? Perchè, essendo cristiani e non avendo perciò la _difficultas_ e la tenebra originali, ed essendo principi, e avendo però il _posse_ quanti altri mai e quanti altri mai il dovere della giustizia, furono nella loro giustizia ottenebrati alquanto da quella _cupiditas_ che qui si presenta sotto le forme sue primitive di serpente. La loro giustizia possibile e facile e debita, ebbe “contrarietà nel _velle_„, perchè la loro volontà non era sincera da ogni cupidità, e perciò sebbene giustizia fosse in loro, tuttavia non c'era “nello splendore di sua purezza„.[781] Perciò sono tra i negligenti. E perciò assomigliano ai fangosi e ai gran regi che staranno nel brago: perchè quel po' di cupidità che altro è se non il residuo dei due vizi collaterali alla fortezza? se non dismisura d'ira? dell'ira che è cote della fortezza? che è necessaria a giustizia? Onde non senza perchè, qui, dove la volontà è tutta volta al bene, Dante mostra un Giudice[782]

segnato della stampa nel suo aspetto di quel dritto _zelo_, che _misuratamente_ in core avvampa.

L'_ira per zelum_, la passione che genera la fortezza e perciò propugna la giustizia, è ora in lui; non sempre fu, nè certo mai in quell'alto grado eroico che fu in Enea il giusto. Ma il lungo tema mi caccia. Basti ancora accennare l'analogia che è tra i sepolti nell'arche e i sospesi tra la tenebra e non solo i principi della valletta ma anche gli scomunicati. Le due specie di peccatori dell'antipurgatorio sono così trattate e disposte e colorite dal poeta, perchè da qualunque delle due si cominci, si trovi una rispondenza con i due ordini dell'antinferno e dell'antidite. Ma la rispondenza è a ogni modo più netta all'inverso. Nell'antinferno è prima la _difficultas_, seconda l'_ignorantia_, originali; nella antidite prima l'_infirmitas_, seconda l'_ignorantia_, attuali: nell'antipurgatorio, prima quella che risponde all'ignoranza originale e attuale nella proporzione in cui sta uno scomunicato pentito a un miscredente e a un non battezzato, seconda quella che risponde all'infermità o negligenza o viltà attuale nella proporzione in cui un Belacqua e anche un principe negligente sta a un non mai vivo che corre e a un re che grufola. Or è caso ed è scorso di penna quell'ordine delle parole nella definizione dell'accidia che si purga nella quarta cornice?

Se lento amore a lui veder vi tira o a lui acquistar...

Primo è nominato il lento amore a vedere: quello degli scomunicati; secondo, il lento amore ad acquistare: quello di Belacqua, di Buonconte, di Nin gentile. E l'accidia della quarta cornice è negligenza, tepidezza, indugio. Nel purgatorio dunque è un antipurgatorio e una quarta cornice che contengono il primo una ignoranza e una infermità, la seconda una negligenza e un indugio a vedere ed acquistare il bene, corrispondenti all'ignoranza e difficoltà originali, all'ignoranza e infermità attuali; ma in ordine inverso.

E concludo che il peccato dello Stige e quello d'oltre Stige è proprio il peccato d'accidia in acquistare, di qua, in vedere, di là, il bene.

V.