Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 18

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Ma il Salvatore ebbe quattro ferite, due ai piedi e due alle mani, da vivo; e una quinta al costato, da morto. Quest'ultima si dice: “fonte di vita„. In sè Gesù morto, nella sua morte Gesù aprì a noi la fonte di vita. Abbiamo già detto come la fessura del gran veglio, onde sgorgano le lagrime che fanno Acheronte, figurando il peccato originale, raffigura anche virtualmente l'espiazione di quello assunta dal Cristo in sè. È ovvio dunque pensare e credere che quella fessura donde sgorgano quattro fiumi, quella _vulneratio_ che si esplica in quattro ferite, raffiguri ancora la grande ferita al costato di Gesù morto, ferita donde sgorgò la fonte di vita, e le altre quattro ai piedi e alle mani di Gesù vivo, donde sgorgarono altre quattro fonti. Or noi vediamo chiaramente il pensiero di Dante. La fessura del gran veglio è anche la ferita al costato, di Gesù. La natura umana fu assunta dal Dio: quindi in esso ella ebbe quella ferita ed esso in quella.[715] L'apriva, quella ferita, Adamo, peccando. E ne sgorgano quattro fiumi, dei quali il primo è per il peccato originale e gli altri tre per le tre disposizioni male.

Dante voleva metter d'accordo Aristotele con questi concepimenti mistici di Beda e di Bernardo. E tuttavia cinque fonti anch'esso riconosce, perchè quando Virgilio gli ha parlato dei quattro fiumi, esce a chiedere: E Letè? Letè egli fa derivare dal Paradiso terrestre e scendere giù giù sino al centro della terra a incontrare la foce dell'altro che scende da Creta. E Letè è misticamente l'Acheronte stesso, e nel tempo stesso è la quinta delle perenni fontane.

S. Bernardo[716] riconosce nella ferita al costato l'origine del fonte di vita, e nelle altre quattro i fonti di misericordia, di sapienza, di grazia e di carità. Dante nel Letè, per così dire, di Creta, ossia nel fiume di lagrime che deriva dalla fessura del veglio, ha riconosciuta la salvazione dal peccato, prima nella sua forma unica di peccato originale che tutti i peccati virtualmente comprende, poi nelle sue quattro forme, ch'egli riduce a tre, mettendo insieme le due incontinenze, di peccato attuale: la salvazione con l'opera, prima, della Redenzione o del battesimo, che è una natività nuova ed è la salute in genere; poi con l'ausilio delle quattro virtù: temperanza e fortezza, giustizia, prudenza. Il fiume di lagrime, come mitologicamente ha il nome di Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, come per i corporalmente morti ha il significato di peccato originale e di incontinenza (di concupiscibile e irascibile) e di ingiustizia col solo cuore e di ingiustizia anche con l'intelletto; ossia di assoluta inordinazione totale, e d'inordinazione, prima, nelle due passioni dell'anima sensitiva e poi anche nella volontà, e poi anche nell'intelletto; così misticamente, nel suo aspetto di Letè figurato in Creta, si chiama Redenzione, e poi temperanza e fortezza, e poi giustizia, e poi prudenza. Non dunque Dante ha seguito il contemplante in questi uffizi del quadruplice o quintuplice fonte. Ma passiamo al Letè vero, al Letè che sgorga dal Paradiso terrestre vero, non dall'Ida che lo raffigura, come il sogno la cosa.

Dante nel suo Letè fonde le due idee di S. Bernardo: le due idee del fonte di vita che dalla ferita di Gesù morto è sgorgato a farci salvi, e del fonte di misericordia, nel quale ci laviamo dai nostri peccati. Tuttavia egli ha continuato a leggere il sermone: “Ma non solo questo è l'uso delle acque; nè soltanto esse lavano le macchie, ma e la sete estinguono„. Ora nel Paradiso terrestre Dante pone anche un altro fiume, l'Eunoè. In questo Dante non è tuffato, ma vi beve:[717]

s'io avessi, lettor, più lungo spazio da scrivere, io pur canterei in parte lo dolce ber che mai non m'avria sazio.

Gli altri fonti di S. Bernardo versano acque di “discrezione„ che si bevono, per abitare nella sapienza e meditare nella giustizia; acque dolci di “devozione„ per irrigare le piante novelle,[718] acque di “emulazione„ fervide per cuocere gli affetti nostri; dolci quelle per amare la giustizia, bollenti queste per odiar l'iniquità. Che tutti questi concetti Dante assommi nello Eunoè, vedesi dal fatto che a Eunoè beve, che il bere è dolce e ravviva le virtù, e più da ciò che colui che beve ritorna dall'onda come se fosse stato irrigato:[719]

come _piante novelle_ rinnovellate di novella fronda.

Il fiume di lagrime deriva da una fessura del gran veglio. Il Letè va al centro della terra, per una buca “ch'egli ha roso„. Per questa buca Dante e Virgilio escono dalla tomba del peccato “a riveder le stelle„.[720] La fessura della statua e il foro del sasso hanno relazione tra loro, come l'Acheronte e il Letè. In verità v'hanno i fori nella pietra, che s'interpretano per le piaghe del Cristo: chè pietra è il Cristo.[721] Sono buoni fori, quelli, che ci dànno la fede della risurrezione. Da quei fori sgorga la misericordia: per quelle fessure (_rimas_) possiamo suggere il miel dalla pietra e l'olio dal sasso durissimo. Di più, il Cristo ci introdusse “_in sancta_„ per quei fori aperti. Per il foro di Letè, sale Dante a' piedi del santo monte, dove è il veglio solo, fregiato di lume dai raggi delle quattro luci sante.[722] Dante entra nella tomba con la morte del Salvatore; risorge per la buca della pietra, che dà la fede della risurrezione. Ma Bernardo oltre le “_sancta_„, ricorda le “_sancta sanctorum_„; come oltre il Purgatorio e il Paradiso terrestre, c'è il Paradiso celeste. Chi entra nel santo, vede solo le spalle del Signore; solo chi meritò di entrare in _sancta sanctorum_, vedrà la faccia di lui, stante, cioè la chiarità dell'incommutabile. E così il pensiero di Dante si riscontra con quello del contemplante, in ciò che Dante entrando dalla porta rotta dell'Inferno e passando l'Acheronte, cioè la raffigurazione mistica di quel foro nel sasso e di quel fiumicello, entra _in sancta_ e vede le spalle del Signore; e salendo poi per il foro e passando il Letè vede del Signore il viso e la chiarità. Dante invero, di cerchio in cerchio scendendo per l'inferno oscuro, va verso Dio; ma Dio dai demoni e dai dannati ha torta la faccia; sì che egli ne vede le spalle; e poi salendo di cornice in cornice per il santo monte, ha la faccia conversa, dove è conversa quella dei penitenti: a Dio; e poi a Dio con Beatrice ascenderà.

Ma che è questo entrare nel foro della pietra? questo entrare nel santo, e nel santo dei santi? È “contemplare„. E S. Bernardo distingue due gradi di contemplazione, meno e più intensa e soave: l'una intorno allo stato e felicità e gloria della città superna; in qual atto o quiete sia occupata quella grande moltitudine di celesti; l'altra intorno alla maestà, eternità, divinità del re stesso. La prima è significata nelle “caverne di macerie„, la seconda nella “pietra„.[723]

Le caverne di macerie? Ecco. S. Bernardo dà l'essenza mistica di quel versetto del cantico: “La mia colomba nei fori della pietra, nelle caverne di macerie: mostrami la tua faccia, suoni la tua voce nelle mie orecchie„. I fori della pietra sono dunque le piaghe del Salvatore. L'anima deve nelle piaghe del Salvatore fissarsi con tutta devozione, e con assidua meditazione restare in quelle. Le caverne di macerie sono i luoghi degli angeli che per la superbia caddero, lasciati quasi vuoti da loro:[724] “le quali hanno a essere riempite d'uomini, come _rovine_ da rifarsi con pietre vive„. Altrove e altre e per altra causa sono le rovine dell'inferno di Dante; sebbene siano con gli angeli caduti in qualche rapporto, e sebbene siano anch'esse destinate alla salute degli uomini. Ma perfettamente si riscontrano le rovine dantesche con quelle di Bernardo, nel loro significato mistico. Poichè le rovine nei cieli, dice S. Bernardo, “dalle studiose e pie menti non solo si trovano, ma si fanno„. In che modo? dice. “Con la meditazione e con la bramosia. Cede invero, a mo' di macerie molle, la pia macerie al desiderio dell'anima, cede alla pura contemplazione, cede alla frequente orazione„. Le fa, insomma, la mente, queste caverne; contemplando; e questa contemplazione è appunto quella meno soave delle due; quella intorno agli atti e ai riposi della moltitudine dei celesti. La più soave è invece raffigurata nel foro della pietra; e anche per questa, la mente, con la contemplazione stessa, fora la pietra.

Ora le rovine dell'inferno furono cagionate dalla morte del Redentore; non dal viatore che per esse prese via. Il foro nella pietra fu aperto dal fonte della misericordia, non da colui che per quello sale a veder le stelle. Ma ricordiamo il concepimento iniziale della discesa negli inferi e del passaggio dell'Acheronte. In Gesù l'uomo scende, in Gesù l'uomo passa. Si rinnova il terremoto stesso che alla morte del Redentore scrollò gli abissi e fece le tre rovine. Le tre rovine sono come rinnovate da colui che scende e muore in Gesù. Misticamente dunque Dante fa da sè le caverne di macerie, le rovine di contemplazione. Le quali non rappresentano, è vero, la meditazione intorno agli atti e ai riposi dei celesti; ma è anche vero che non sono nei cieli, sì negli abissi; e quindi rappresentano la contemplazione non di atti di pietà, ma di disperazione, non di riposi beati, ma di martorii crudeli; e non di celesti, ma di dannati. E così Dante ha stupendamente corretto il pensiero del veggente di Chiaravalle; perchè questa di Dante è sì, e veramente, contemplazione per la quale si vedono le spalle (_posteriora_) di Dio; chè l'inferno è popolato di aversi.[725]

Dante ha obbedito a S. Bernardo. Questi grida: “Entra nella pietra, nasconditi nella fossa... All'anima ancora inferma ed inerte si mostra la fossa della terra, dove si celi, finchè riprenda forza e profitti, sì che possa da sè scavare i fori nella pietra, per entrare nel più intimo del Verbo, con vigore e purità d'animo„.[726] E Dante s'è nascosto sotterra; il che vuol dire: egli contempla. Non basta: egli non saprebbe portare ad altri il frutto della contemplazione sua. Dice S. Bernardo che non suona la voce del contemplante, se non scava il foro da sè. Da sè scavò il foro l'autore dell'Apocalissi, che s'immerse nei penetrali del Verbo. Da sè, colui che parlava sapienza tra i perfetti, sapienza nascosta nel mistero; che giunse al terzo cielo dove udì parole ineffabili che non gli fu lecito ripetere. Ora Dante dichiara sè simile a questi due perchè egli afferma di avere avuto nel cielo comando, non che licenza, di ridire le parole della sua contemplazione. Pietro in persona lassù gli dice:[727]

Apri la bocca, e non asconder quel ch'io non ascondo!

In ciò è la singolar grandezza dell'assunto di Dante; in ciò è la confessione della piena coscienza che egli ne aveva. La voce della contemplazione sua non risonò soltanto nel segreto della sua coscienza, come il gorgoglio del fiumicello che si ode e non si vede; ma egli la gettò fra gli uomini e fece manifesta la sua visione.[728] Egli dunque, secondo la mistica espressione di S. Bernardo, da sè fece le caverne di macerie, da sè scavò il duro sasso. Il che torna a dire, che ogni uomo può salvarsi scendendo col Redentore e col Redentore risalendo; ma che a ben pochi è dato vedere quello che al veggente di Patmo e all'Apostolo delle genti e a Dante; e a ben pochi ripetere le parole del mistero, come non a Paolo e sì a Dante.

Poichè egli “abitando nella fossa sotterranea aveva tanto profittato nel sanare l'occhio interiore che a faccia aperta potè contemplare la gloria di Dio; e solo allora potè, quello che vide, parlare _fiducialiter_, piacente e di voce e di aspetto„.

_Fiducialiter_, cioè rimossa ogni menzogna. Piacente di voce, sebbene ella sia per essere molesta nel primo gusto; e piacente di faccia, perchè non poco onore a lui verrà da quel vento che percuote le cime, da quel vento che è il suo grido.[729]

II.

Il corto andare è il cammino della vita attiva o del mondo; l'altro viaggio è quello della vita contemplativa o di Deo. Virgilio guiderà Dante in questo viaggio dal passo della selva, cioè dell'Acheronte, al Letè: lo guiderà per l'oltremondo dell'espiazione e per quello della purgazione. Nel primo, Dante morrà di tre morti; alla tenebra, alla concupiscenza o alla carne, e al veleno o alla malizia. Questa divisione è nel secondo? Nel primo, Dante contemplerà gli effetti divini di tre disposizioni, di peccato attuale; dell'incontinenza, cioè, doppia, di concupiscibile e d'irascibile; della violenza o malizia con forza o bestialità, e della malizia con frode: contemplerà qualche cosa di simile anche nel secondo?

Quanto al primo quesito, il purgatorio di Dante ha in vero tre grandi parti: l'antipurgatorio, il vero purgatorio, il paradiso terrestre. Dopo la cornice della lussuria, v'ha una scala per la quale si ascende alla cima del santo monte. “Sul grado supremo„ Virgilio proclama Dante libero:[730]

libero, dritto e sano è tuo arbitrio.

Il limbo è chiamato “primo grado„[731] e “cerchio superno„. Non è forse caso. Il fatto è che nel grado superno, là, è asserita la libertà dello arbitrio; nel primo grado o nel cerchio superno, qua, è il difetto di cotesta libertà. Dall'un grado si vede il sole che riluce in fronte; l'altro è tristo di tenebre. Qua è una foresta divina; là è una selva di spiriti spessi. Qua un fiume che cancella le colpe; là un fiume che è vita ai vivi, ma morte ai morti; un fiume qua d'innocenza, là di peccato. Oltre questo, sono gli occhi belli di Beatrice, è uno splendore “di viva luce eterna„, la sua seconda bellezza, il suo riso:[732] oltre quello, oscurità e martòro. Questa parte del purgatorio è il contrario di quella parte dello inferno.[733]

La divisione mediana del purgatorio comprende sette cornici di anime che purgano le caligini del mondo,[734] che risolvono le schiume della loro coscienza,[735] che si mondano per tornar belle,[736] che ristorano qualche difetto e ricompiono qualche negligenza e indugio,[737] che si purgano e mondano, come è detto a ogni tratto; sì che al fine suona la voce, _Beati mundo corde_. Si tratta d'una macchia, o, come è anche detto con molta somiglianza, d'una cicatrice e quasi d'un rammendo.[738] Questa macchia o cicatrice o caligine o schiuma, questo, insomma, residuo del peccato, è così spiegato: “C'è come un tatto dell'anima, quand'ella si attacca, mediante l'amore, ad alcune cose. Or quando pecca, aderisce ad alcune cose contro il lume della ragione e della legge divina... onde questo danno di lucentezza, proveniente da tale contatto, si chiama, metaforicamente, macchia dell'anima„.[739] Questo è il pensiero di Dante, che fa le colpe, cioè le macchie di queste anime derivare da amore,[740] cioè da una conversione, non perciò da malizia. Or poichè la conversione è più propria dei peccati carnali, così _in certo modo_ tutta questa parte del purgatorio è carne; tanto più che ombra dai dottori è sostituita, in tali metafore, a macchia;[741] e ombra dice Dante quella della carne. E l'antipurgatorio è di anime che si rivolsero a Dio nell'ultimo della vita; e furono quindi sino allora _averse_ da Dio; sì che sono simili a quei peccatori dell'inferno nel cui peccato predominò l'aversione, ossia ai peccatori di malizia. Quindi anche nel purgatorio si può riscontrare _in certo modo_ questa divisione triplice: veleno, però cacciato; ombra della carne, che sta per isvanire, tenebra, ma al tutto fugata.

Quanto alle tre disposizioni del peccato attuale, bisogna cercarle nel vero purgatorio, e non nel suo, per così dire, vestibolo, e molto meno nella sua uscita luminosa; come nell'inferno non è peccato attuale nel vestibolo e nel limbo. Nel vero purgatorio, che ha sette cornici per sette peccati, c'è questa triplice disposizione? C'è sì una triplice divisione; ma non combacia con quella. È di amore che può errare[742]

per malo obbietto, o per troppo o per poco di vigore.

Malizia, bestialità, incontinenza non corrispondono a questo triplice errore, se non nel numero di tre. Ma osserviamo che nell'inferno la divisione Aristotelica non si svolge in modo da creare una simmetria nell'ordine dei cerchi, così che, per esempio, la malizia abbia lo stesso numero di cerchi che l'incontinenza o la bestialità; mentre la distinzione platonica del purgatorio fa che l'errore di amore per troppo abbia lo stesso numero di cornici che l'errore per male obbietto, e quello per poco stia nel mezzo tra i primi e i secondi. Ora nell'inferno la divisione Aristotelica è preceduta da un'altra, ispirata da Cicerone; ed è questa: la malizia è triplice, con forza, con frode, con tradimento. La bestialità è fatta uguale alla prima specie di malizia. La incontinenza, che poi si aggiunge, è detta essere di quattro ordini di peccatori, così nominati:[743]

quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontran con sì aspre lingue.

E nel modo di questo novero e per tante altre ragioni si vede che l'incontinenza è dichiarata dal poeta come di due specie: di concupiscibile e d'irascibile. Prendendo questa nuova divisione, che equivale a quella di Aristotele, abbiamo dunque: malizia triplice, incontinenza duplice. L'incontinenza duplice comprende tre cerchi di concupiscenza e uno di irascibile. Or dunque incontinenza triplice di concupiscibile, incontinenza d'irascibile, malizia triplice si riscontrano con la partizione del purgatorio, che è di triplice errore per troppo di vigore, unico per poco, triplice per malo obbietto? L'incontinenza prima è disordine nell'appetito concupiscibile; la seconda, disordine nell'appetito irascibile; la malizia, disordine nella volontà, nella volontà e nell'intelletto: diciamo, nella ragione. Che cosa è l'error d'amore?

L'amore che erra per malo obbietto si chiama altrove dal poeta cupidità, che è il contrario di amor che drittamente spira. Questa si “liqua„ in volontà di male o ingiusta. Nello inferno ella genera i peccati di malizia di cui ingiuria è il fine; nel purgatorio quelli di coloro che sperarono eccellenza, che temerono di perdere podere, grazia, onore e fama, che si adontarono per ingiuria ricevuta.[744] In questi peccati dunque sarebbe stata volontà iniqua, perchè vi fu cupidità. In vero la loro reità è più complessa che quella dei peccati per poco o troppo di vigore. Dice il poeta:[745]

Ciascun confusamente un bene apprende, nel qual si queti l'animo, e desira: perchè di giugner lui ciascun contende.

Se lento amor in lui veder vi tira, o a lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira.

L'animo è qui, come in Dante spesso se non sempre, appetito sensitivo. “L'amore è qualche cosa che appartiene all'appetito.„[746] E questo appetito è quello sensitivo, differente dal naturale e differente dal razionale o intellettivo, ossia volontà: è quell'appetito che negli uomini, a differenza dei bruti partecipa della ragione, in quanto alla ragione ubbidisce. E come questo appetito è concupiscibile o irascibile, così del concupiscibile è l'amore rispetto al bene assolutamente e dell'irascibile rispetto all'arduo.[747] Or questa lentezza d'amore è certo rispetto all'arduo, poichè arduo parve il bene da vedere o da acquistare, a quelle anime, sì che adesso in loro “fervore acuto„

ricompie forse negligenza e indugio da lor per tepidezza in ben far messo.[748]

Dunque in essi è un errore dell'animo o dell'appetito irascibile. E negli altri?[749]

Altro ben è che non fa l'uom felice: . . . . . . . . . . . . . L'amor che ad esso troppo s'abbandona di sovra a noi si piange per tre cerchi.

Poichè questo bene è la ricchezza, il cibo e la carne, s'intende senz'altro che in quelle anime è un errore triforme dell'appetito concupiscibile.

In queste colpe vi fu dunque un “ordine corrotto„,[750] diciamo un'inordinazione, nel correre al bene. L'inordinazione consiste nell'abbandonarvisi troppo, a codesto bene.[751] Non c'è dunque alcuna differenza tra questo amore che s'abbandona troppo al bene che non fa l'uomo felice; e l'incontinenza di concupiscibile. Non importa aggiungere come appunto per quella forma di codesto triforme amore, la quale si chiama più comunemente amore, si proclami presa e condotta a morte, Francesca. Nè alcuno vorrà trovare sostanzial divario tra la colpa di Ciacco e quella di Bonagiunta. E il papa avaro del purgatorio dichiara con proprie parole di essere stato reo come quei bruni ad ogni conoscenza dell'inferno, simili che sono agl'ignavi; chè dice:[752]

avarizia spense a ciascun bene lo nostro amore, onde operar perdèsi.

Eppure possiamo noi proprio dire che questi del purgatorio mondino peccati d'incontinenza? Sì d'incontinenza; ma mondano, non espiano; mondano la macchia lasciata da quei peccati. E quale è questa macchia? È l'amore che s'abbandona troppo. Chè l'amore si piange per quei tre cerchi.[753] E così il lento amore nella quarta cornice; e così, sotto a quelle, il triforme amore che erra per malo obbietto.[754]

Ora l'amore è il piegar dell'animo, il quale così “entra in desire„ e non ha quiete se non nella gioia del possesso. Nel purgatorio si sconta dunque quel primissimo moto, che erra; quel desire che è troppo forte o troppo fievole; non la gioia in cui s'acqueta. Questa gioia fu ripudiata dai peccatori prima di morire.

Vidi che lì non si quetava il core,

esclamava l'avaro pentito. Invero tutte “converse„ sono queste anime: dal bene che non è bene, a cui volgersi è ritorcersi da Dio, si conversero al bene immutabile; e dalla tepidezza messa in ben fare passarono ad acuto fervore.

Quell'amore è dunque la macchia; ma, s'intende, di quando è divenuto desiderio, prima di essersi fatto gioia. Il solo “piegare„ è “natura„.[755] Quella “prima voglia„ non è nè lodevole nè biasimevole.[756]

Ora, è così semplice la macchia di quelli altri erranti d'amore?[757]

È chi per esser suo vicin soppresso _spera_ eccellenza, e sol per questo _brama_ ch'ei sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e fama _teme_ di perder perch'altri sormonti, onde _s'attrista_ sì che il contrario _ama_;

ed è chi per ingiuria par che _adonti_, sì che si fa della vendetta _ghiotto_, e tal convien che il male altrui impronti.

In questi peccati, oltre la brama, l'amore, la ghiottornia, che non è del proprio bene direttamente, ma della soppressione, dell'abbassamento del prossimo e della vendetta su lui, è una speranza, un timore e tristizia, un adontamento. L'adontamento o è un timor di turpitudine[758] o una tristizia.[759] Speranza, dunque, e timore che si fa tristizia, sono in questi peccati che non sono in quei primi, accompagnate con un desiderio che non è del proprio bene soltanto. E questo sarà la cupidità. Ora diciamo subito che quelle sono passioni pur dell'appetito sensitivo.[760] E diciamo, che non si purga nelle tre cornici, di questo triforme amore la quiete del desiderio adempiuto, ma solo il desiderio stesso. E dunque la macchia appartiene, anche qui, al solo “animo„, ma è più nera e larga; poichè il desiderio è del male altrui, e si complica necessariamente con speranza e timore; speranza di eccellenza, timor di perdere podere, grazia, onore e fama, e conseguente tristizia, timor d'onta e tristizia che ne deriva. Or queste sono le caligini e le schiume d'un'inordinazione non soltanto dell'appetito, ma di parti più nobili dell'anima: della ragione, cioè della volontà e dell'intelletto. Valga il vero. Chi direbbe che questi tre peccati del purgatorio hanno cessato di essere spirituali? Spirituali sono concordemente affermati questi tre peccati, ira, invidia, e superbia. Ora, poichè ciò che in noi si distoglie da Dio è lo spirito e ciò che si volge al bene corporale è l'appetito, e nel purgatorio non si mondano che passioni dell'appetito, bisogna concludere che queste passioni siano, in essi tre peccati, residui di ciò per cui erano peccati spirituali; una macchia, dirò così, che è impressa dallo spirito nell'anima sensitiva.