Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 17

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Solo una volta fa di mestieri, avanti la porta chiusa dell'ingiustizia, la virtù eroica del supremamente forte e giusto. Ma, fuor di quella volta, Minos ascolta, senza contrapporre nulla, il decreto dell'onnipossente;[648] Cerbero si racqueta col pasto di terra che gli si getta;[649] il maledetto Pluto è fatto tacere col ricordo delle vendette celesti;[650] Flegias è, senz'altro domato a far la volontà di Virgilio,[651] il Minotauro è eccitato a furia tale, che gli impedisca d'impedire il passo;[652] Chiron centauro intende le ragioni di Virgilio e dà un de' suoi che porti Dante in su la groppa;[653] Gerione è fatto salir su con un inganno[654] e indotto poi a concedere i suoi omeri forti;[655] i diavoli sono in questo e quel modo schivati ed asserviti; Lucifero, consenta o no, a lui non si parla; e dei suoi peli i due si fanno scala a convertirsi ver Dio.

Sono questi, ed altri ancora, ostacoli alla via che Virgilio supera da sè, col suo figliuolo in compagnia. Ora a me pare che essi assomiglino in qualche modo ai “fantasmi„ che S. Agostino dice che ci convien cancellar dalla memoria per aver perfetta la santificazione e la vivificazione;[656] chè i fantasmi sono le traccie lasciate nella memoria dai movimenti che contrastano l'anima.[657] Ma siano o non siano codesti fantasmi, nemici sono al certo. E sono di tre specie: unicorpori, bicorpori, tergemini o tricipiti. Gli unicorpori sono fino a Dite, i bicorpori nel primo cerchietto della malizia, i tergimini e tricipiti nel secondo e terzo di questi cerchietti. E il loro significato è manifestamente palese dal fatto di Caco centauro.[658] Esso

sotto il sasso di monte Aventino di sangue fece spesse volte laco.

Dovrebbe essere dunque non tanto a guardare la riviera di sangue, quanto a bollirvi dentro: chè diè “nel sangue e nell'aver di piglio„. Ma no.

Non va co' suoi fratei per un cammino, per lo furar _frodolente_ ch'ei fece.

Ora Caco non ha sole “le due nature consorti„[659] de' suoi fratelli, ma anche[660]

sopra le spalle, dietro dalla coppa, con l'ale aperte... un draco, e quello affoca qualunque s'intoppa.

Questo draco raffigurerà, dunque, indubitabilmente ciò in cui Caco differisce dagli altri centauri. E questo è appunto il furar frodolente. E appunto questo è un male in più sull'altro male. E così il draco è una natura in più sulle altre due nature. E il furar frodolente, la frode, ha detto Virgilio, è “dell'uom proprio male„; e questo è, perchè con l'intelletto la frode si consuma, e l'intelletto è ciò che più propriamente distingue l'uomo dalle bestie. Dunque il draco raffigura l'intelletto; e dunque le altre due nature raffigurano l'appetito e la volontà: intelletto, appetito, volontà inordinati.

Questi elementi subbiettivi riconosce Dante nel peccato. Leggiamo in vero:[661]

l'argomento della mente s'aggiunge al mal volere ed alla possa.

La possa è del corpo gigantesco; e l'appetito è il più vicino al moto dal nostro corpo. Anche:[662]

giunse quel mal voler, che pur mal chiede, con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento per la virtù che sua natura diede.

Questa virtù della sua natura (si parla del diavolo) è sempre quella, per cui, ad esempio, un uomo può eseguire il male voluto dalla volontà e aiutato dall'intelletto: la possa: ciò che nella Trinità è detto sì potestà, sì virtù.[663] Dai due luoghi apprendiamo se ce n'è bisogno, che il mal volere è, per così dire, il fondo della malizia. E così comprendiamo quest'altro luogo:[664]

Se l'ira sovra'l mal voler s'aggueffa;

il che vuol dire: se ciò che nell'uomo è l'appetito irascibile s'aggomitola a quel fondo di malizia. Sempre quella possa o virtù.

Ora i fantasmi che sono nei cerchi dove si puniscono gl'incontinenti, sono unicorpori: Caron, Minos, Cerbero... Ma Minos ha la coda! Ma Cerbero ha tre teste! Checchè si dica, Dante ha concepite queste figure come une e semplici. Altro fatto è delle tre teste mitiche di Cerbero, altro delle tre mistiche di Lucifero. Il Poeta ha interpretato l'essere trifauce di Cerbero, come di chi abbia molta “gola„. E la coda non fa se non determinare l'essere di “demonio„ di codeste figure; non di mezz'uomo e mezza bestia. Anzi di demoni “bestie„. Tuttavia è un ricordo che la gola fu il primo peccato degli uomini, e in ciò Cerbero assomiglia a Lucifero che quel peccato suggerì. Minos, per quanto giudice (giudice caudato), “ringhia„, Cerbero è quale un cane e una fiera canina e un “gran vermo„, Pluto è un “lupo„.[665] Sono in ciò simili ai peccatori cui vedon da presso, scuoiano, presiedono; i quali sono come stornelli, come gru, come colombe; come cani; tali che abbaiano; ancora cani, e come porci.[666] Sono, in due parole, peccatori che seguirono “come bestie, l'appetito„.[667] Le bestie non hanno volontà nè intelletto. Nel peccato di costoro non è intelletto nè volontà: queste potenze erano sommesse al talento. Perciò fantasmi, con l'unica natura di demoni bestie, raffigurano il loro peccato.

Flegias è come il Caron di Dite; e rappresenta l'incontinenza d'ira che conduce all'ingiustizia. La ragione principale del suo uffizio è in quelle parole ch'egli pronunzia vagolando nell'inferno Virgiliano:[668]

_Discite iustitiam moniti et non temnere divos._

E anche il suo vagolare Dante interpretava facilmente per rimorso[669]; e quel gridare alle ombre, quell'ammonire di cosa che imparare era omai vano, lo faceva acconcio barcaiuolo dell'eternità. Ma, insomma, egli esce, per questo suo uffizio, dalla norma comune; al modo di Caronte.

Nel primo cerchietto della malizia sono fantasmi di due nature: Minotauro, Centauri, Arpie, cagne... Anche le cagne? Ecco: le cagne che lacerano i dissipatori,[670] sono d'origine antica, credo. Nella selva sono anche le Arpie. Ebbene le Arpie, nell'Eneide, sono sì nelle Strofadi e sì nell'Averno. Onde Servio annota:[671] “Intendi che già fossero uccise (al. morte) o che, secondo Platone ed altri, fossero là simulacri delle Arpie vive.[672] I loro simulacri bene si pongono nell'inferno; le quali (al. perchè) si dice siano anche Furie„. Invero Servio crede che “la più grande delle Furie„[673] sia l'Arpia stessa che annunzia nelle Strofadi il futuro danno ai Troiani.[674] Or dunque Dante poteva con Servio e anche con Virgilio, credere che le Arpie fossero Furie. Ed ecco che Servio afferma che le cagne ululanti al sopravenir di Proserpina[675] sono Furie; e più chiaramente,[676] che le Arpie sono Furie e perciò cagne, “di che si dice ancora che rapiscon via le mense, il che è uffizio delle Furie: di che ancora si finge che gli avari (in Dante non gli avari, ma i dissipatori, che sono molto simili ai prodighi e perciò molto affini agli avari; e non è inutile avvertire che le mense sono molta parte nella reità del sanese Lano), che gli avari soffrano delle Furie.... E che le Furie si chiamino cagne attesta pur Lucano....[677] Invero negl'inferi si chiamano Furie e cagne; presso gli Dei, _dirae_ e uccelli; in terra (_in medio_) Arpie. Sì che duplice effigie si trova di loro„. Mi pare che queste cagne, le quali sono nere e hanno furioso corso e si trovano nella selva stessa in cui si annidano le Arpie, Dante le abbia, in suo pensiero, fatte equivalenti alle Arpie stesse.

E forse egli pensava anche alle “Scille biformi„[678] che sono nello stesso verso coi Centauri. Chè Servio lo rimandava ai “bucolici carmi„, e là trovava che Scilla[679] “lacerava coi cani marini gli spauriti navichieri„. Le nere sue cagne, nel fatto, “dilacerano„ a brano a brano; e quelli che esse inseguono, fuggono forte avanti loro e s'appiattano.[680] Timidi sono, per certo. E anche così sarebbero, codeste cagne, “biformi„.

Sicchè le nere cagne non contradicono alla legge che possiamo scorgere, per la quale i mostri del cerchietto dei violenti sono bicorpori o bimembri o biformi. Perchè, se non per ciò che il peccato ivi punito ha, oltre l'incontinenza, ossia il predominio dell'appetito, anche il mal volere? Dal quale accoppiamento si forma un qualche cosa che non è più di bestia a dirittura e pur nemmeno d'uomo; un qualche cosa che non poteva essere meglio significato che dai Centauri e dalle Arpie; i quali e le quali hanno umana una parte del loro corpo, eppure sono fiere ed uccelli. E si può vedere che le nere cagne Dante non le ha meglio descritte perchè, in fine, una parte umana difficilmente poteva lor concedere.

Ed ecco sull'orlo una faccia d'uomo giusto. Si vedono però due branche pilose al suo busto. “Le dure setole per le braccia fanno mostra di animo atroce„, dice Giovenale.[681] E le branche non sono d'uomo, ma di bestia. A veder quella faccia e quelle branche, si direbbe subito che quel mostro non differisce in nulla, per esempio, dalle Arpie che hanno ale e visi umani;[682] se non in questo, che l'uno è più atroce e le altre più volastre. Sicchè, per quel che si vede, il mostro ha depravata la volontà e lo appetito; la volontà che è solo dell'uomo, l'appetito, che è anche delle bestie, e che nell'uomo è come di bestia, se non è sommesso alla ragione. Ma già Virgilio ha gridato a Dante:

ecco la fiera con la coda aguzza!

Quell'uom giusto, che ha quelle branche pilose, ha inoltre la coda, e questa coda ha una punta velenosa: l'intelletto. Invero è la froda, raffigurata come un serpente con la testa umana e con le branche bestiali. Come il serpente tentatore.[683] In vero, per limitarmi, riferisco questo luogo di Ugo di S. Vittore:[684] “Perchè con la _violenza_ non potè nuocere, si volse (il diavolo) alla _frode_... Perchè la sua _frode_ non fosse a dirittura nulla, se troppo fosse palese, non dovè venire nella sua propria forma, per non essere riconosciuto chiaramente... E nel tempo stesso, perchè non fosse troppo _violenta_ la sua _frode_, se al tutto s'occultasse... gli fu permesso di venire in forma non sua e pur tale che la sua malizia non ascondesse del tutto... Venne dunque all'uomo l'astuto nemico in forma di serpente„. Non c'è qui oltre il ravvicinamento di frode a serpe, anche la ragione propria dell'essere il Gerione Dantesco con la faccia di uomo giusto, eppure d'essere subito riconosciuto per frode che ha la coda aguzza, sebbene la coda non mostri? Dante vuol insegnare, che la prima frode fu bensì frode; ma non tale da non essere riconosciuta; sì che rei furono, a ogni modo, i pur sedotti primi nostri parenti. Posso anche aggiungere da un altro mistico, molto noto al Poeta, che così dal vizio dell'invidia la mente cade nel vizio di fraudolenza:[685] “La mente invida e superba... si volge ad argomenti astuti, mentre cerca con sommo studio e sollecitudine, in che modo possa o allargare la sua gloria od offuscare l'altrui. Comincia pertanto d'allora a fingere santità e _mediante l'ipocrisia_ darsi a ogni fraudolenza„. C'è bisogno d'altro? L'ipocrisia è il primo peccato tra i dieci di Malebolge; e la faccia d'uom giusto è proprio quest'ipocrisia, questa maschera di bontà. Ma ci sono altre ragioni. Il serpente si rivolse prima alla donna;[686] e la sedusse. La sedusse con parole di persuasione e con promesse. Ebbene, il primo peccato, per ordine di luogo, che sia sotto la dizione, per così dire, di questa bestia malvagia, è quello di Venedico e di Giasone: di Giasone che ingannò “con segni e con parole ornate„; di Venedico, che ingannò per avarizia. E il mistico nel peccato d'Eva trova l'avarizia.[687] E suggelliamo il tutto con queste parole d'un contemplante:[688] “Il serpente, che non si fidò della violenza (_violentia_), assalì l'uomo piuttosto con la frode (_fraude_)„. Come non è il serpente tentator d'Eva questa serpentina imagine di froda, che s'affaccia dall'orlo del cerchietto dove è la violenza?

Ma perchè, se è il serpente tentatore, ha questo nome di Gerione? Il fatto è che non escluso Lucifero, che si chiama Dite, tutti gli altri fantasmi hanno un nome pagano. Ci dovremmo meravigliare che Lucifero sia Dite, più di ciò che il serpe infernale sia Gerione. Ma perchè Gerione? Perchè nel suo Vangelo pagano Dante leggeva scritto:[689]

_Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae._

Quest'ombra tricorpore, così vicina agli altri mostri che Dante aveva trasportati nel suo inferno, con quella designazione misteriosa di ombra e con quella precisa determinazione di tricorpore, era singolarmente acconcia a figurare il simbolo che doveva succedere ai centauri e alle arpie e alle cagne, e avere una natura in più sulle due di quelle. È lo stesso processo logico che osservammo in Caco, a cui il poeta aggiunge il serpente, trasportandolo dal primo al secondo cerchietto.[690] Ma Gerione, che egli trovava vicino alle arpie e ai centauri, tre corpi o tre nature le aveva da sè, senza bisogno di altra giunta. E d'altra parte era uno de' vinti da Ercole, come Cerbero e come Caco: da Ercole, che è fatto in più luoghi ombra pagana della sola ed eterna potestà.[691]

E le furie col Gorgon? Le tre formano, col Gorgon in comune, un essere solo triplice o trigemino, e raffigurano certo i tre peccati dei tre cerchietti: malizia con forza, malizia con frode, malizia con tradimento. Il Gorgon è l'indurimento e accecamento che segue ai peggiori peccati; sì che la conversione da essi a Dio è pur così difficile, come Dante mostra con la difficoltà di risalir la rovina della sesta bolgia e di arrampicarsi per i peli di Lucifero, e con la legge, che chi trade come Giuda, cade subito in inferno come Lucifero[692] e ricetta, come Giuda, un diavolo nel suo corpo. Or le tre furie equivalgono al leone e alla lupa, se il leone figura la violenza e la lupa la frode; od alla lupa sola, se è vero che la lupa comprende anche il leone. E mirabilmente equivalgono; perchè nella vista delle due fiere, e specialmente dell'ultima, è un Gorgon che fa disperare. E la lupa respinge l'uomo nel basso loco e nella notte.[693]

Resta Lucifero o Dite, l'antidio, il quale ha tre faccie che rappresentano, quella di mezzo l'amor del male o cupidità che equivale a volontà iniqua, la destra la potestà o possa o virtù o appetito sensitivo, come è, sebben _metaphorice_, nei diavoli, e la sinistra la sapienza del male, ossia l'intelletto depravato, ossia l'ignoranza. Il che è intuitivo a chi consideri la disposizione della Trinità, quando nel mezzo è l'amore (cioè lo Spirito santo) come nesso.[694] E si conferma con più ragioni. Prima: Cassio è detto membruto. Ragionevole, che la bocca in cui si trova, sia quella della “possa„. Cassio era, come dice il Laneo, “lascivo e incontinente per la quale _impotenzia_ si lassò vincere al peccato, e cadde in tal difetto„. Ragionevole che la faccia, nella cui bocca egli è, sia “della incontinenza„. E invero “quegli è lussurioso che ha colore intra giallo e bianco„;[695] e bianca e gialla è quella faccia. Seconda: Bruto è filosofo; e Dante sa, con fare che si storca e taccia, che è filosofo stoico. Ragionevole che la bocca in cui è, raffiguri l'intelletto volto al male. Terza: a destra si dice sedere il Figlio, perchè la destra significa “la potestà„ di giudice. Per quanto qui si sprofondi in pieno mistero, pur s'intende che la destra è sempre del Padre ed è la potestà, e pur si dice che il Figlio siede alla destra, perchè ha ricevuto quella potestà di giudicante.[696]

Sotto i piedi di Dante è questo principio del male, travolto. Dante ha vinto. Ha vinto la lupa. Dal basso loco e di dove il sol tace egli sale a veder le stelle. Il freddo mortale di Cocito è pur simile alla paura che provò là nella deserta piaggia! La vista di Lucifero che lo rende “gelato e fioco„, è pur simile alla vista di quella bestia, malvagia come Gerione![697] E così ha prima attraversato il Flegetonte che è fervido come il leone, ed è guardato da centauri, come il leone, pronti al male. E prima ancora ha passato lo Stige, che è tristo, come trista ne' suoi effetti è la lonza. Ha passato questi tre fiumi, asservendo all'uffizio di passatori i fantasmi stessi del male. E come è riuscito ad asservirli? Così: il passaggio dell'Acheronte gli dava il diritto di passare gli altri fiumi che non sono se non l'Acheronte con nome e aspetto e uffizio mutati. E come è giunto all'Acheronte? Dalla porta cui spalancò il Redentore. E come agli altri fiumi? Da due rovine, prodotte dalla morte del Redentore. E la terza? Per essa è risalito, come è risalito per il corpo stesso del Lucifero.

È stata una guerra:[698]

la guerra sì del cammino e sì della pietate.

Egli si è configurato al Cristo. A sera, _vespere_, comincia la sua guerra. Ora il Cristo stette nel sepolcro un giorno e due notti: “dal vespro della sepoltura all'alba della risurrezione sono trenta sei ore„.[699] Vadano i miei lettori a un profondo libro di Vaccheri e Bertacchi[700] e leggano che Dante nell'inferno trascorse ore trentasei. E tralascio tutto quel che si può dire e si è detto intorno a questo “configurarsi„. Dante muore spiritualmente al peccato, ad esempio del Salvatore.[701] Egli fa e sostiene, come esso, un'_actio_ e una _passio_. Noi dobbiamo travagliarci nell'agire e nel patire;[702] com'esso che assunse appunto la carne perchè fosse “strumento della divinità, per il quale le sue passioni e azioni _operarono_ nella virtù divina a espellere il peccato„.[703] L'_actio_ di Dante è il cammino per le rovine, attraverso i fiumi, sulla barca di Flegias, sulla groppa de' centauri, sulle spallacce del serpente, per i peli di Lucifero. La _passio_ è quella pietà, che è gran duolo nel limbo, e deve essere morta già nel secondo dei tre cerchietti. Alla pietà deve sottentrare l'ira: passione a passione. L'avvicendarsi di queste due è ciò che Dante patì. Muor di pietà nel secondo cerchio; poi la pietà diminuisce, finchè è sostituita dall'ira, animatrice della fortezza, nel passo dello Stige; e poi ritorna nel secondo limbo, cioè nel cimitero; e poi s'alterna con l'ira nel settimo cerchio; e nell'ottavo dovrebbe esser morta e non è del tutto morta; morta è nel nono; e avanti Lucifero Virgilio ammonisce Dante ch'esso è all'ultimo della sua passione:[704]

Ecco Dite... ed ecco il loco ove convien che di _fortezza_ t'armi:

di fortezza o d'ira, che torna lo stesso. E così qui muore la terza volta, e se l'azione continua, la passione è finita. E Dante per risorgere non ha, se non cammino da fare. Per un cammino malvagio, entra in un cammino ascoso, si trova a piè d'un monte. Deve arrampicarsi per quello; e agire ancora e patire; ma soave è qui la pietà, e la fatica a mano a mano più lieve, finchè cessa. Non resta che attraversare un fuoco purificatore; poi rivedrà Beatrice e giungerà a Dio.

Così Gesù Cristo fu “viatore„. Il “viatore„ è chi muove al fine della beatudine. Ma Gesù era anche “comprenditore„, chè aveva la beatitudine propria dell'anima.[705] Dante comprenderà anch'esso, quando vedrà Beatrice; e d'allora in poi avrà finito il suo cammino e quieterà nel suo fine. Non sarà più viatore chi sale di spera in spera contemplando.

In tanto è viatore e guerriero. Ma per quanto egli stesso ci dica che la sua guerra fu del cammino e della pietà, non sola pietà e ira noi troviamo nella sua passione; non soli codesta ira e il molle affetto che “la censura del giudizio possono precipitare o snervare„.[706] Invero di pietà muore nel cerchio dei peccatori carnali, di timore od orrore egli nè morì nè rimase vivo avanti Lucifero. Il timore è da aggiungersi alla pietà e all'ira; all'ira animatrice della fortezza. E queste tre passioni hanno nel viaggio di Dante una parte, dirò così, mutuamente simmetrica. La viltà deve essere morta sull'ingresso; l'ira bestiale è spenta nell'entrare al primo cerchietto della malizia o ingiustizia; la pietà deve essere morta nel secondo cerchietto o Malebolge. Di pietà muore Dante nel cerchio primo dell'incontinenza; di fortezza deve armarsi prima di morire misticamente la terza volta nel fondo della Ghiaccia. Tutto ciò non è a caso; e noi ripetendo queste tre parole, fortezza, pietà, timore, ci accorgiamo che sono tre doni dello Spirito.[707]

L'ALTRO VIAGGIO

I.

A te convien tenere altro viaggio: rispose, poi che lagrimar mi vide; se vuoi campar d'esto loco selvaggio:

il qual loco è la piaggia diserta, o il mondo coperto e gravido d'ogni malizia.[708] Il viaggio lo circoscrive Virgilio stesso: sarà per loco eterno; comincerà dalle disperate strida del vestibolo e finirà coi canti nel fuoco. Egli lascerà nel suo partire Dante con anima più degna, con la quale potrà, se vorrà, salire alle beate genti.[709] Invero sulle sponde di Letè lo lascia in conspetto di Beatrice. Letè è il fiume che dal paradiso terrestre cala giù per i balzi del purgatorio e scende, non noto che per il suono del suo cadere, al centro della terra,[710]

per la buca di un sasso ch'egli ha roso.

Quattro fiumi Dante attraverserà prima di giungere a quello. E quei quattro fiumi scendono dal luogo dove gli uomini sognarono il Paradiso terrestre dal quale discende veramente il quinto. Misticamente hanno la stessa origine, e misticamente riescono allo stesso fine. E i quattro fiumi dell'inferno non sono che l'unico Acheronte il quale sgorga dalla ferita della natura umana. E il Letè va al centro della terra per una ferita ch'esso fece. E misticamente l'Acheronte e il Letè sono lo stesso fiume; e Dante passa l'uno e l'altro con circostanze simili. Invero egli cade, là, come l'uom cui sonno piglia; qua, cade vinto.[711] Là, dopo il passo, trova le tre disposizioni che il ciel non vuole, che sono le quattro ferite, contro le quali sono le quattro virtù cardinali. E queste esercita, riacquista, passando sempre quel fiume unico ne' suoi ultimi tre aspetti, che equivalgono a quattro, di fiume tristo (per le due incontinenze) e fiume di fuoco (per la violenza) e fiume di gelo (per la frode). Dopo il passo di Acheronte egli ha insomma esercitate le quattro virtù cardinali. Qua, dopo il passo di Letè, trova “quattro belle„ che, ninfe nella divina foresta e stelle nel cielo, sono le quattro virtù cardinali.[712]

L'Acheronte è, per i corporalmente morti, la seconda morte: quella inflitta dal peccato in genere, dal peccato d'origine, dal peccato che è il peccato. Ma per i corporalmente vivi, il passarlo è morire a quella morte, a quel peccato. Dunque esso cambia in certo modo natura. In vero esso è per i vivi il Letè. Nel fatto il Letè cancella pur la memoria del peccato, cioè dei peccati singoli che sono tutti insieme virtualmente contenuti nel primo. Or qual nome cristiano potremo dare al Letè? All'Acheronte questo: morte, tenebra, peccato: peccato originale in lui stesso, peccato attuale nel suo corso sotto altri nomi e con altri aspetti. A Letè, quale? Vi è una fonte che non mai potrà seccare: la misericordia, secondo la quale, a testimonianza di S. Paolo, il Cristo ci fece salvi.[713] “Nostro fonte è il Cristo Signore, onde ci abbiamo a lavare, come è scritto: Colui che ci amò e ci lavò dai nostri peccati„.[714] Or questo fonte il contemplante di Chiaravalle dice che è uno dei quattro fonti del Paradiso terreno, il quale è Gesù. E dice ancora che in essi quattro fonti sono raffigurate le quattro ferite del Salvatore.