Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro
Part 16
Perchè se' tu sì ingordo, di riguardar più me, che gli altri brutti?
E anch'egli confessa le sue lusinghe, dopo che Dante ha detto il nome di lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell'orsa; e dopo l'invettiva di Dante springava coi piedi,[590]
o ira o coscienza che il mordesse.
Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col ronciglio tra le chiome![591] Nè vergogna mostrano i due frati godenti; ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l'intenzione di nascondere la loro reità:[592]
frati godenti fummo e bolognesi; io Catalano e questi Loderingo nomati, e da tua terra insieme presi,
come suole esser tolto un uom solingo per conservar sua pace, e fummo tali, ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl'innocenti uomini solinghi:[593]
O frati, i vostri mali...
Ma Caifas si distorce e soffia “nella barba co' sospiri„.[594] Non vuol essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dice la sua patria, la sua condizione, la sua reità e il suo nome:[595]
Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fera.
Vita bestial mi piacque, e non umana, sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
O dunque? codesta vergogna propria di quella disposizione di cui è proprio l'intelletto, dov'è? È qui. Dante dice: “Aspetti un poco questo vantatore. Come è quaggiù sì basso, se non era che un uomo di sangue e di crucci? Ci ha a essere altro, ch'egli non confessa„.[596]
E il peccator, che intese, non s'infinse, ma drizzò verso me l'animo e il volto e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: “Più mi duol che tu m'hai colto nella miseria dove tu mi vedi che quando fui dell'altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi; in giù son messo tanto, perch'io fui ladro . . . .
Vanni non si vergogna fin che si tratta di dire della sua vita bestiale e d'uom di sangue: si vergogna per la giunta. E confessa, sì, senza infingersi, questa giunta; ma perchè “non può negare„; e tuttavia vuol mostrare la sua orribile audacia, e drizza “l'anima e il volto„; ma
di trista vergogna si dipinse.
Vanni è reo anche con l'intelletto; e tuttavia non dice la bugia affermando d'essere stato, e d'essere perciò, anche bestiale; della bestialità di Capaneo che non è maturo, com'esso è acerbo; e tuttavia vuol ingannare. Non dice tutta la verità sulle prime; e quando è costretto dal fato comune dei dannati di Dante a non infingersi, allora si sparge nel suo volto di bestia la vergogna dell'uomo. Non dice la bugia affermando d'essere bestiale. Si può supporre con certezza che molti di questi ladri sono coi predoni della riviera rossa nella relazione in cui Caco è coi centauri che là saettano. Hanno una inordinazione di più, quella dell'intelletto, come il centauro dell'Aventino ha in più che gli altri un draco “che affoca qualunque s'intoppa„.[597]
Nell'ottava bolgia non è la vergogna così forte come nelle altre. Sono eroi e guerrieri per cui la frode fu arte. E del resto sono coperti nella fiamma; e Ulisse e Diomede ubbidiscono a questo scongiuro:[598]
non vi movete, ma l'un di voi dica dove per lui perduto a morir gissi.
Che mi pare valga: Non v'interrogherò intorno alle vostre colpe, sicchè non ha luogo il “mucciare„. Così Dante per Vanni Fucci, come Virgilio per i due eroi sembrano temere che fuggano per non essere costretti a rivelarsi. E alcuni invero fuggono “chiusi„, pur non tanto che il Poeta non li riconosca.[599] E Guido di Montefeltro non dice il suo peccato se non perchè crede di parlare a un morto:[600]
s'io credessi che mia risposta fosse a persona che mai tornasse al mondo, questa fiamma staria senza più scosse.
Non ha “tema d'infamia„ e pure il suo nome non dice. E il rimorso di costoro è significato anche dall'errar continuo, come lucciole nella vallea.
Nella nona bolgia gli autori di scandoli e di scismi si nomano: il primo d'essi, però, Maometto, perchè crede Dante dannato; e Pier di Medicina, per predire malanno ad altri. E questi e il Mosca e Beltram del Bornio mostrano pure desiderio che di loro vadano novelle nel mondo.[601] Nel che credo si debba vedere speranza, più di nuovi scandoli e scismi, che di fama. Il fatto di Geri del Bello è quel di tutti; e Dante così suol parlare, una volta per tutte.[602] Geri del Bello vorrebbe che la discordia continuasse e che il suo sangue rifermentasse. E anche i falsificatori si governano in vario modo ed o con sè nomano altri o si dichiarano rei di altra colpa di quella che fu loro apposta, e questa colpa, come l'alchimia, è tale da ammettere alcun vanto.[603] C'è, insomma, più o meno vergogna in tutti i dannati di Malebolge; e in alcuni, se volete, punta; ma tutta la trattazione di questa specie di peccatori si conclude (e per me non è caso) con un suggello suo proprio; che è un grande vergognare di Dante. Al quale Virgilio (e non è caso nemmeno questo) parla con ira.[604] Non è caso. Dante non racconta una passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche il duca trova eccessivo:[605]
Quand'io senti' a me parlar con ira, volsimi verso lui con tal vergogna, ch'ancor per la memoria mi si gira:
e qual è quei che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare, sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;
tal mi fec'io, non potendo parlare, che desiava scusarmi, e scusava me tuttavia, e nol mi credea fare.
Dante qui insegna, come sempre. Insegna qui che in vita abbiamo, per non cadere in certi falli o per risorgerne poi, questa vergogna, testimonio della coscienza; vergogna che se non abbiamo da vivi, con frutto, avremo da morti in vano.
XI.
E l'ira? Virgilio in questo cerchietto s'è rissato un'altra volta davvero col suo discepolo. Gli ha detto:[606]
Ancor se' tu degli altri sciocchi? Qui vive la pietà quando è ben morta:
chi è più scellerato che colui che al giudicio divin compassion porta? Drizza la testa, drizza...
E qui come nelle altre bolgie è Virgilio stesso che invita Dante a guardare e a compiacersi della vendetta di Dio; mentre all'ultimo lo rimprovera d'una “bassa voglia„ nell'udire i due in quel piato volgare. Al duca Dante piace, quando e' canta quelle note al papa simoniaco.[607] Dopo avergli fatto vedere Iason che ritiene ancora aspetto reale e avergli raccontato di lui il bene e il male (l'esserci di lui il bene, oltre il male, ammorza il disprezzo), il duca vuole che osservi ancora la sozza scapigliata fante;[608] e si offre a lui per interrogar questi e consiglia a lui di domandar quelli, con particolar cura, che diremmo quasi crudele. Quella volta, nella quarta bolgia, Dante vedendo gli indovini così difformi, piangeva.[609]
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto di tua lezione, or pensa per te stesso com'io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine da presso vidi sì torta, che il pianto degli occhi le natiche bagnava per lo fesso.
Certo i' piangea...
E così la sua scorta lo rimbrotta. La pietà qui vive col morire.
Abbiamo veduto che la pietà diminuisce via via e s'annulla, rispetto ai peccatori d'incontinenza a mano a mano che l'incontinenza offende, quasi inconsapevolmente, la giustizia, o alla giustizia, per la rea inerzia, non basta; e che, rispetto ai peccatori di violenza o bestialità, è più o men viva, secondo che nel peccato predomina la incontinenza o la malizia. Qui abbiamo la conferma del pensiero di Dante. La pietà deve essere morta avanti quelli la cui malizia fu aiutata anche dall'intelletto, e fu proprio mal dell'uomo. Deve essere morta; eppur non sempre è morta; e anche qui è più o men viva: viva, per esempio avanti gl'indovini, morta e ben morta avanti, per esempio, i simoniaci. Così la vergogna in quali è grande, in quali è minore, in quali, poniamo, nulla. C'è un filo che ci conduca?
Il fatto è che nell'altro cerchietto della frode la pietà scema ancora e la vergogna cresce. I traditori tengono il viso basso.[610] Subito uno di Caina,[611]
pur col viso in giue disse: Perchè cotanto in noi ti specchi?
Non vorrebbe esser veduto; ma pur conta degli altri, e finisce col dir di sè:
sappi ch'io fui il Camicion de' Pazzi ed aspetto Carlin che mi scagioni.
Dante s'avanza nella seconda circuizione e qui narra:[612]
Se voler fu o destino o fortuna non so; ma passeggiando tra le teste forte percossi il pie' nel viso ad una.
Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi allora rivela quanti più può compagni di pena e d'ignominia: quel da Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello. Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano, colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C'è tra loro uno “che parla ed è disciolto„:[613] gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione a Dio fu, diremo noi, con più d'intelligenza, a Nembrotto, Virgilio dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità alcuna. Eppure sì dell'uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:[614]
Natura certo, quando lasciò l'arte di sì fatti animali, assai fe' bene... . . . . . . . . . . . . .
chè dove l'argomento della mente s'aggiunge al mal volere ed alla possa, nessun riparo vi può far la gente...
Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè? Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615] sì contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616] La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi poi:[617]
Del contrario ho io brama; levati quindi e non mi dar più lagna, che mal sai lusingar per questa lama.
E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra passione,[618] e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto non sa trovare il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci, che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma quella del traditore che rode;[619] e perciò risponde, e dice subito il suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de' Pazzi e di tanti di Malebolge.
Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio lo proclama, dell'altro, Dante lo legge.[620] C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo; dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui il dolce poeta fu preso una volta.[621] Certo è che l'inordinazione dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per bocca di Virgilio:[622]
dove l'argomento della mente s'aggiunge al mal volere ed alla possa;
si deve, dunque, dire che la vergogna è maggiore dove è maggiore l'inordinazione della mente posta al servigio del mal volere. E si può così definire quest'inordinazione, considerando in che consista la frode e che parte vi abbia l'intelletto. Frode è dell'uom proprio male, cioè con la mente. Per questo essere con la mente, rimorde la coscienza, perchè la mente vede chiaramente il male che fa o aiuta a fare. Si usa in colui che si fida e in chi non si fida. Il primo de' due modi uccide l'amor naturale e lo speciale; il secondo, solo quel primo vincolo dell'amore che ci lega a tutte le creature. Ora, secondo il Poeta, la mente, in tali peccatori, è inordinata per ciò che sa e vede l'un vincolo e l'altro, e pur l'oblìa e l'uccide.[623] È inordinata, non accecata. Se cieca fosse e come non fosse, Lucifero sarebbe Capaneo, e Fucci sarebbe nella riviera di sangue. Chè il vincolo che fa natura, lo spezzarono gli omicidi e i predoni; eppure non sono rei di ciò che rimorde ogni coscienza. L'argomento della mente fa peggiore la reità non perchè i fraudolenti usino arti sottili, ma perchè essi sono coscienti del vincolo che li stringe a quelli, contro cui le usano. In vero questo uso medesimo mostra in loro che c'è la mente; e perciò la coscienza. Il che Dante dice nel suo solito modo così evidente e così non veduto. I viatori sono nella sesta bolgia, dove è la rovina. C'è un crocifisso in terra con tre pali: Caifas, il consigliere della morte di Gesù. Perchè non è esso tra i rei direttamente contro Dio? Perchè[624]
consigliò i farisei che convenia porre un _uom_ per lo popolo ai martiri.
Caifas in Gesù vedeva l'uomo e non il Dio. C'era in lui dunque tanto di mente, da vedere che egli infrangeva il vincolo di natura, non tanto da vedere che obliava anche l'altro “di che la fede spezial si cria„.
Sicchè tanto è dire che il rimorso de' fraudolenti e la loro vergogna è in proporzione della loro mente, quanto, che in proporzione della loro coscienza. Quindi è minimo in Vanni Fucci e massimo in Caifas e nel papa simoniaco, in Malebolge; minimo nel conte Ugolino, di cui si vede laggiù un “bestial segno„;[625] e massimo in Bocca e in Bruto. Il quale si storce tra le mascelle di Lucifero, come soffia nella barba Caifas.
Ora la pietà in questo regno della frode vive ancora, un poco, nel secondo dei tre cerchietti; è spenta nel terzo, dove non si esercita se non una volta; e per i figli di Ugolino, non per lui, per il quale è quasi ammessa la crudel pena[626] che ebbe a soffrire. Ma nel secondo va ancora in volta. Dante piange, quando Virgilio gl'intima, che la pietà lì vive quando è morta.[627] Il momento è solenne e significativo. Dante si rivolge al lettore, che prenda frutto di sua lezione; come a lui si rivolge Virgilio, poichè la sua visione gli frutti. I dannati della bolgia hanno il volto tornato dalle reni. È lor tolto il veder dinanzi. Chi vede dinanzi è _prudens_, cioè _porro videns_.[628] Assomigliano essi a quelli che hanno mala luce, e vedono ciò che è lontano, e ciò che è presso non vedono.[629] Qui Virgilio, oltre l'ammonimento ch'esso fa a Dante e Dante fa al lettore, espone a lui l'origine di Mantova lungamente, e conclude:[630]
la verità nulla menzogna frodi:
la verità che è il bene dell'intelletto. E ricorda “l'alta sua tragedia„ e ricorda che il suo discepolo “la _sa_ tutta quanta„.[631] E infine, con uno splendore che illumina tutti i miei poveri argomenti e tutte le mie umili giravolte dietro il viatore del mistero raggia “la luna tonda„ che significa la prudenza.[632]
Dante ha sanata la ferita della concupiscenza nel secondo cerchio, venendo meno di pietà avanti Francesca; quella dell'infermità passando lo Stige e respingendo Filippo Argenti; quella della malizia attraversando il primo cerchietto; quella dell'ignoranza, per sè, nel cimitero degli eresiarche; quella dell'ignoranza complicata con la ingiuria, nei due ultimi cerchietti. La libertà e la prudenza innate ha riacquistate nel vestibolo e nel passo d'Acheronte e nel limbo; la temperanza e la fortezza passando lo Stige; la giustizia passando Flegetonte: la prudenza avanti i mal veggenti delle arche e avanti i dietro veggenti della bolgia quarta.
La pietà della quale vien meno al principio, qui all'ultimo deve essere morta, come morta ha da essere la viltà sul proprio entrare dell'inferno.
XII.
È una guerra, questa di Dante: quella guerra che è ad ogni tratto inculcata, contro i vizi. “Non si comanda sui vizi senza conflitto„[633] dice S. Agostino: il quale trova tale guerra raffigurata nello sterminio che Moisè ingiunse, degli adoratori dell'aureo vitello.[634] E soggiunge: “Contro i vizi ci comanda d'infierire il salmo (4, 5) quando dice, _Irascimini et nolite peccare_. Contro i vizi ci comanda d'infierire l'Apostolo (_Col._ 3, 5) quando dice, Mortificate le vostre membra che sono sopra la terra etc.„ Questa guerra il medesimo Padre ci dice con quali armi si combatta. Ce lo dice in un luogo, che è impossibile non fosse noto a Dante; luogo che conferma tutta l'interpretazione che sin qui diedi del Poema Sacro. Eccolo.[635] “Dio diede all'anima umana la mente, in cui la ragione e l'intelligenza, finchè l'uomo è infante, è in cotal modo assopita, come non ci sia„. Dante pone il suo smarrimento avanti che l'età sua _fosse piena_; e ho dimostrato che quello smarrimento non era che difetto di prudenza, la quale non è nei pargoli; e pargoli sono gli uomini per ben più tempo che non duri la pargolezza! Ho detto che tale stato, di chi difetti di prudenza, è simile a quello di chi non abbia avuto il battesimo; è simile a quello di chi nasce col peccato originale, di chi nasce (e poi ancor vive), secondo le parole di S. Agostino medesimo, “con la cechità dell'ignoranza e con i tormenti della difficoltà„; sì che “prima erriamo non sapendo che dobbiam fare„.[636] Occorre ricordare la pièta della selva, e la sua asprezza e fortezza? Occorre ricordare gli analoghi _cruciatus_ che fanno guaire gli sciaurati, e sono pure mosconi e vespe? Occorre ricordare che la selva era oscura? che il limbo è, analogamente, pieno di tenebra? Occorre soggiungere che Dante esprime la condizione sua dalla quale si partì, col chiamarla di “servo„, ossia di mancante di libero arbitrio, e con chiamarla “di cieco„, ossia di mancante di lume, senza cui non è libertà?[637]
Il Padre continua:[638] “E questa mente ha da svegliarsi e trarsi fuora, col crescere dell'età (_aetatis accessu_)„. Quando l'età sia piena, dice Dante: almeno allora, sembra dire.[639] E continua: “E si deve far capace di scienza e dottrina, e abile a percepire la verità e l'amor del bene, sì che ella attinga la sapienza e si orni di virtù, con le quali _prudenter, fortiter, temperanter et iuste_, combatta contro gli errori e i vizi, e vinca...„ Le quattro virtù (ho dimostrato) Dante esercita o vede esercitare e riacquista nel suo scendere agli abissi. Ma ascoltiamo dallo stesso Padre come queste quattro virtù conducano a bene il guerriero e il viatore; chè guerra e viaggio sono le imagini che si presentano a lui in tale trattazione.[640] Con la temperanza l'anima “si leva dall'amore della inferior bellezza, debellando e uccidendo la sua consuetudine che milita contro lui„, la consuetudine che si chiama, nelle divine scritture, carne.[641] La fortezza è “quell'affezione per la quale nessuna avversità nè morte teme l'anima„; quelle avversità e quella morte che la minacciano, mentre “in codesto cammino s'avanza„. E la giustizia è “quell'ordinazione per la quale ella non serve che a Dio solo, a nessuno desidera essere agguagliata che alle anime più pure, su nessuno dominare che sulla natura _bestiale_ e corporea„.[642] E la prudenza è ciò “per cui l'anima s'intende dove ell'ha da quetarsi; al che ella s'inalza mediante la temperanza, ossia, conversione dell'amore in Dio, che si dice carità, e aversione da questo secolo; la quale la fortezza e la giustizia ancora accompagnano„.[643] Con queste armi, dunque, la guerra; con questa scorta, la via: la guerra contro il peccato; la via verso Dio.
Chè in Dio è la pace, alla quale il Poeta aspira.[644] E a Dio egli va, risalendo per i peli di Lucifero e mettendo il capo dove il diavolo ha le gambe. La via a Dio è per il contrario di quella del peccato. Il che il mistico Ugo di San Vittore dichiarò in un luogo che mi par certo che Dante conoscesse.[645] “Il diavolo è alla nostra destra, quando colui che cadde dal cielo, assoggettandoci nel consentimento al peccato, sale su noi. Quando noi cadiamo, il diavolo sta ritto (_erigitur_); quando noi sorgiamo egli è abbattuto„. E così Lucifero sta eretto per i peccatori:[646]
Lo 'mperador del doloroso regno da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;
ma Dante, di lì a poco, lo vede “le gambe in su tenere„.[647] Dante ha trionfato di lui. E nello scendere di grado in grado, ha sempre avuto lui alla sinistra; al contrario dunque che l'avrebbe avuto, se fosse stato peccatore; e in ciò è un continuo contrasto, un continuo battagliare col principio del male; che è alla destra di chi pecca, e alla sinistra di chi si converte. Ma non in solo ciò s'ha a vedere il segno di questa guerra. Come Dante finisce col salir sul diavolo e vederlo arrovesciato sotto sè, il che è il trionfo ultimo, così passa i fiumi inguadabili, e mediante il parlare ornato di Virgilio, si fa lasciare il passo dai demoni, e cavalca i mostri dell'abisso.