Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro
Part 15
Si direbbe che il Minotauro potrebbe rappresentare il vizio di Filippo Argenti, che volge i denti contro sè medesimo. Potrebbe; se Dante non avesse saputo di che cibo si pasceva quella bestia uccisa dal duca di Atene. Il Minotauro sta a rappresentare un altro effetto della passione ira: una cieca cupidigia e ira folle; diciamo, una “violenza„ per la quale alcuno “noccia„.[544] Diciamo in fine, la passione dell'ira che genera la “matta bestialità„. Chè questo è altro nome di quella che si chiama malizia con forza e violenza. Così omettendo il cerchio sesto degli eresiarche, il quale per tante ragioni dette e da dirsi, sta a parte, Enea, il nobilissimo ha, per la sua temperanza disceso i cerchi della concupiscenza, per la fortezza ha passato a piedi asciutti la palude dei due vizi contrari a fortezza; per la giustizia ha disserrata la porta dell'ingiustizia; per la virtù eroica ha dischiuso il cammino a ciò che della virtù eroica è l'opposto: alla bestialità.
Ma la violenza è proprio bestialità? Invero nell'Etica Nicomachea il concetto di bestialità sembra differire da quello di Dante, se Dante chiama bestialità la violenza. Pure anche lì,[545] con i cannibali e altri depravati, sono messi quelli che violano la natura ne' loro piaceri; e tra altri dementi e morbosi è ricordato Falari, il cui bue Dante conosceva. Or nel primo girone sono i tiranni e nel terzo i sodomiti. Ma con un'altra opera Aristotele può aver suggerito al Poeta non solo che violenza, ossia la prima specie della malizia o ingiustizia, è bestialità; ma che la bestialità tipica è quella appunto dei tiranni, che primi Dante vede nella riviera di sangue. E troviamo in quel passo il leone, che può benissimo essere il nesso che nel pensiero di Dante collegò la vis Ciceroniana con la bestialità Aristotelica. A proposito di questa il filosofo osserva: “chi ha fatto più mali, tra un leone e Dionisio o Falari e Clearco e simili malvagi uomini?„[546] Dove è da osservare che dopo Alessandro, nell'enumerazione che fa il Poeta, dei tiranni, è Dionisio fero: fero, cioè bestiale; chè _feritas_ trovava egli per bestialità a ogni tratto.[547] Or quando si pensi che la violenza è la prima specie dell'ingiustizia, si troverà che certamente egli la chiama ancora bestialità, da chi consideri queste parole: “Il nome di sevizia e ferità si intende dalla somiglianza delle fiere che si dicono ancora _saevae_. Chè siffatti animali _nocciono_ agli uomini, per pascersi de' loro corpi, non per alcuna causa di _giustizia_, la cui considerazione pertiene alla ragion sola. E perciò, a parlar propriamente, ferità o sevizia si dice secondo che alcuno, nel _punire_, non considera la colpa di colui che è punito, ma solamente questo, ch'e' si diletta nel tormentare gli uomini. E così è palese che è una specie di bestialità; chè tale diletto non è umano, ma bestiale„.[548] E s'aggiunge, che questa ferità o sevizia non si oppone a clemenza, ma a quella sopraeccellente virtù che il filosofo chiama eroica e divina. Bestialità è dunque la prima specie d'ingiustizia; e perciò i tiranni e i masnadieri che scannarono e taglieggiarono non solo sono i primi che si vedano, ma sono in Flegetonte. Questo è il fiume che corrisponde alla rovina guardato dalla “ira bestiale„. Or negli altri due fiumi del peccato attuale, sono puniti i rei della sorta più rea della disposizione. Lo Stige nel suo fango invischia gl'incontinenti d'irascibile, il Cocito nel suo ghiaccio serra i fraudolenti in chi si fida. Abbiamo visto che degl'incontinenti i peggio trattati sono appunto quelli del pantano; vedremo quelli di Cocito. Ora perchè il Flegetonte non bolle nel suo sangue i più rei, sì i meno? Certo Dante trovò più appropriato il bollor dell'onda rossa a quelli che dieder di piglio nel sangue; forse Dante era ispirato dalla fossa piena di sangue cui Annibale disse bello spettacolo;[549] sì che trovò giusto fare che le anime non possano svellersi più dalla vista che al loro “ciglio„ fu sì gradita.[550] Vero o probabile che ciò sia, Dante mostra per chiari indizi che egli diverge dalla sua norma, qui; poichè avendo stabilito che il fiume sia d'una pena e d'un peccato l'un estremo come la rovina è l'altro, qui finge che esso riconosca Flegetonte solo all'ultimo, quando egli è nell'ultimo girone che punisce la colpa più grave, ossia la violenza contro Dio, mentre la riviera rossa e' l'ha veduta nel primo.[551]
Maestro, ove si trova Flegetonte?
Ma egli attese, oltre che a tutto il resto, anche a dichiarare che la violenza o malizia con forza o bestialità era un peccato contro la giustizia; e ciò non poteva meglio dimostrare che immergendo nel bollor vermiglio quelli dei violenti che in esercitar la giustizia non avevano servato ordine. La giustizia; o la vendetta, che sono sovente la stessa cosa e hanno, sì presso Dante e sì presso i dottori, lo stesso nome. Ora noi dobbiamo ricordare che avendo il Poeta accolto (come ormai ha da essere poco dubbio) la teorica delle quattro ferite, qui sarebbe la ferita a cui è contraria la giustizia: la ferita della malizia in genere. Ed esso pur dovendo, per gli altri suoi concetti morali e poetici, qui collocare un peccato in cui non è intelletto e c'è solo, di ciò che è peculiare agli uomini, la volontà; sa pure seguire l'altra norma facendo della violenza o bestialità l'ingiustizia tipica. E ciò non solo, ponendo così in vista, a bella prima, i tiranni e i loro imitatori, ma con altre chiare parole. Pier della Vigna riassume e dichiara la sua colpa così:[552]
l'animo... ingiusto fece me contro me giusto.
Lo fece dunque peccar d'ingiustizia contro sè. Ed ecco la sanzione eterna:[553]
chè non è giusto aver ciò ch'uom si toglie.
Un altro di quei peccatori esclama:[554]
Io fei giubbetto a me delle mie case:
il che è quanto dire (giubbetto è _gibet_) feci di me una giustizia ingiusta. Quando il Poeta è per trattare del terzo girone, dice subito:[555]
dove si vede di giustizia orribil arte;
e di lì a poco grida:[556]
O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ciò che fu manifesto agli occhi miei!
Nè è senza perchè la menzione della “diversa legge„ posta a questi infelici, rei di peccato contro la giustizia. E c'è di essi uno che la giusta pena non pare che senta; e invece Virgilio dichiara che nella sua contumacia è la sua pena maggiore:[557]
O Capaneo, in ciò che non s'ammorza la tua superbia, se' tu più punito.
E qui, in questo girone, Virgilio spiega l'uffizio dei fiumi infernali, ministri dell'eterna giustizia, che vengono da Creta dove con Saturno regnò la giustizia e donde l'inferno ha il suo giudice: dove è il gran veglio che con la sua posizione da oriente a occidente mostra qual sarebbe per la natura umana lo stato di giustizia, e col piede di terra cotta, lo stato d'ingiustizia o malizia presente. E non si deve dimenticare il discorso di Brunetto, in cui la parola “malizia„ sembra riassumere quei tre peccati della gente fiorentina che è “avara, invidiosa e superba„;[558] e non si deve dimenticare la risposta di Dante alle tre ombre:[559]
La gente nuova e i subiti guadagni orgoglio e dismisura han generata:
chè orgoglio e dismisura, ponendo che siano il peccato punito nello Stige, o i due puniti l'un nello Stige e l'altro nel quarto cerchio, sono il fomite dell'ingiustizia; poichè l'avarizia è da sè un po' ingiusta e dà origine al peggio, e l'orgoglio con la timidità è al piede dell'ingiustizia della città roggia. Infine gli usurieri, finitimi, per così dire, alla frode, e assomigliati, per non essere quasi conoscibili e nominabili, e perchè con loro i ragionamenti hanno a essere corti, gli avari,[560] per l'una e per l'altra ragione sono ben dichiarati ingiusti.
Il concetto di giustizia domina dunque in tutto questo cerchietto; sì che le parole di Virgilio con le quali dice d'avere spento[561] l'ira bestiale del Minotauro, hanno nella nostra mente un'eco, e a un tratto, distinta. Quelle parole significano un ammonimento per ciò che il Poeta dice altrove:[562] “Quanto all'abito, la giustizia ha contrasto alcuna volta nel _velle_; chè, quando il volere non è sincero da ogni cupidigia, sebbene la giustizia ci sia, non tuttavolta c'è nel fulgore della sua purezza; come quella che ha in qualche modo una pur menoma resistenza nel suo subbietto; per il che bene sono respinti quelli che tentano _passionare_ il giudice„. L'ira bestiale non raffigura certo un minimo, sì un massimo di cupidigia che appassiona i giudici, siano essi d'altrui, siano di sè e di Dio; è la passione chiamata di lì a poco “cieca cupidigia e ira folle„; la quale deve essere spenta in ogni nostro giudicare.
È una passione e ha sede, perchè tale, nell'animo o nell'appetito; in quell'_animo_ che fece ingiusto Pier della Vigna; in quel _core_ che ha tanta parte nel peccato di Capaneo;[563] in quell'appetito sensitivo dove stagna la tristizia di chi[564]
piange là dove esser dee giocondo.
E perciò questa violenza, che è pur l'ingiustizia tipica, è una cotale incontinenza; è media tra l'incontinenza e la malizia. E in ciò si ha la riprova ch'ella sia dal Poeta chiamata ancora bestialità; chè la bestialità è per Aristotele[565] “un'incontinenza per metafora e non assolutamente„. Il che ci dà finalmente l'ultima ragione dell'aver Dante in questo cerchietto posto una rovina, difficile bensì a scendersi e per le mobili pietre e per la guardia bestiale, ma tale che Dante ne scende, come per la prima dell'incontinenza, e non vi risale, come per l'ultima della malizia.
E vediamo ora la pietà. Nel regno proprio dell'incontinenza, Dante mostra pietà più o meno viva, ma viva, per i peccatori vinti dall'appetito; e più o meno morta per quelli ch'ebbero un principio di ingiustizia. Comincia col lagrimare e finisce col disprezzare quelli che non ebbero la giustizia originale; ha il cuore quasi compunto nel vedere la ridda degli avari e poi si appaga del non poterne conoscere alcuno; disprezza e respinge il loro pianto e si diletta a vedere attuffare quelli dello Stige che non ebbero la fortezza necessaria alla giustizia. Nel primo cerchietto dell'ingiustizia tipica, ma che tale è per un'incontinenza d'ira bestiale, mostra pietà più o meno viva per quelli in cui l'incontinenza predominò; più o meno severità per quelli in cui predominò l'ingiustizia. Nessun cenno di pietà per gli omicide e predoni: essi sono i rei più significativi di mala giustizia e d'inordinata vendetta. Grande pietà per il suicida fatto ingiusto dall'_animo_. Carità, ma del natio loco più che di lui stesso, per colui che fe' giubbetto a sè delle sue case. Nel terzo girone Capaneo è aspramente rimbrottato, gli usurieri sono pienamente spregiati. Ma riverenza, pietà, amore mostra il Poeta della rettitudine per quelli che sono tra Capaneo e gli usurieri; sebbene lerci d'un brutto peccato. Dunque nel peccato di Brunetto e delle tre ombre vede predominare l'incontinenza, in quello degli altri l'ingiustizia.
Ma come? Due volte, nell'esporre il peccato dei violenti contro Dio, Virgilio dice “col core„, cioè con l'appetito.[566] Egli dice “col core„: dunque, per incontinenza, vuol dire. E dunque l'incontinenza deve in questo peccato predominare e meritargli pietà. Sì; ma questo peccato è pur detto di malizia, di malizia con forza, cioè d'ingiustizia violenta. Dunque l'aggiunta “col core„ non significa un attenuamento d'esso rispetto ai peccati d'incontinenza, la quale men Dio offende che la malizia; sì un attenuamento rispetto al genere a cui appartiene; attenuamento dichiarato ancora con ciò che la forza non è, come la frode, dell'uom proprio male. È ingiustizia, sì, dice Virgilio, ma è col core solo, non con l'intelletto. Or come nel concetto d'ingiustizia è implicita la volontà, Virgilio dice: col core e con la volontà, non con l'intelletto. Non c'è nel Poema sacro cosa più certa. Dunque la violenza offende più Dio che l'incontinenza; ed è più lieve che la frode, perchè solo col core è consumata. Ma perchè dire “col core, col core„ solo di questa violenza contro Dio, che è la più grave delle tre? O chi non vede ch'esso è un ammonimento a non scambiare questo peccato che è pur contro Dio, col massimo dei peccati, che è quello che a Dio direttamente si oppone? col peccato di Lucifero? Peccato contro Dio: dice Virgilio; ma bada, discepol mio: col core! Non è quello pessimo, sebbene, per quest'essere contro Dio, assomigli. Ma non è. E tuttavia Virgilio poi a Capaneo rimprovera appunto quello, di peccati: la superbia. E Dante la superbia ravvisa in quel ladro, che cerca di darsi per un Capaneo anch'esso.[567] Come? come? Mi basti qui osservare che a capo della disposizione di violenza è quella cupidigia che è anche ira: passioni: la qual cupidigia è in cima come la superbia in fondo[568]; e che, in questo senso, come nè cupidigia, così non superbia è peccato speciale; ma principio di peccato, ma peccato generale. Dunque la superbia reale di Capaneo e apparente di Vanni Fucci, è quel non volersi sottomettere a Dio,[569] che si trova certo nel peccato di Lucifero, ma non è quel peccato e tutto quel peccato. Se io dicessi che codesta superbia di Capaneo si chiama _aversio_? che è precipua in tutti i peccati di malizia? che è l'altro aspetto, il rovescio, della cupidità, alla quale perciò equivale; come una moneta è la stessa, tanto se è veduta dalla lettera, quanto se dalla testa? e che questo nome di superbia è data all'_aversio_ o alla cupidigia o all'ira bestiale, solo a proposito di questi peccatori, perchè questi sono più manifestamente _aversi_? ma che di essi il peccato non è la superbia di Lucifero, perchè nella superbia peccato di Lucifero è sì la superbia passione; ma c'è altro che nel peccato di cotestoro non c'è? che la superbia di Lucifero è così poco bestiale e così poco simile a quella di Capaneo e di Vanni Fucci bestia; che Lucifero è pura intelligenza e non ha l'appetito o animo, o core, se non _metaphorice_?
Se Dante non mostra pietà per Capaneo, è segno che nel suo peccato predomina l'ingiustizia. L'incontinenza c'è, e in buon dato, ma non riesce ad attenuare il peccato che è di malizia con forza contro Dio stesso; che è tanto grave da somigliare al gravissimo. E quello di Brunetto e delle tre ombre? Quello è tale in cui l'incontinenza vi potè più che l'ingiustizia. La quale consisteva in ciò che nella loro reità era proposito d'impedire la generazione. E l'incontinenza era d'irascibile o di concupiscibile? Vediamo che i sodomiti nel purgatorio sono nella cornice della lussuria. Dunque l'incontinenza di Brunetto e degli altri era di concupiscibile. Ma come mai il loro peccato, che è di violenza contro una cosa di Dio, ha pure a capo quell'ira bestiale o cupidigia cieca o _aversio_ o superbia, se dir si vuole; che non appartiene al concupiscibile, sì all'irascibile, anzi è l'irascibile stesso, l'ira stessa? La risposta è facile per chi consideri il verso:[570]
e piange là dov'esser dee giocondo.
Con questo verso si dice che nei violenti contro sè e la sua facultade è quella tristizia dello Stige, che è come l'avanzo della concupiscenza, al modo che lo Stige è lo scolaticcio del fiume che non visto se non all'ultimo, passa per i cerchi dell'incontinenza carnale; al modo che la dolce sirena è nel tempo stesso la femmina balba; al modo che contro la lonza leggiera e presta molto è dato come rimedio l'aer dolce che è rimedio ai tristi. Ebbene, se in altri mai, quella tristizia aveva a essere nei violenti contro natura. Dalla concupiscenza passarono alla tristizia, dalla tristizia all'ira bestiale, dall'ira bestiale alla violenza contro Dio. Jacopo Rusticucci afferma:[571]
e certo la fiera moglie più ch'altro mi nuoce.
Parole non ci appulcro.
E concludo, che avanti l'arche, nel cimitero di color che hanno mala luce, Dante ha esercitato la virtù di quel lume che si chiama la prudenza; e che nel cerchietto della prima specie d'ingiustizia, ha esercitato la virtù di giustizia; e che là fu riverente e pio sebbene non senza alcuno sdegno, mentre qua si mostra combattuto dalla pietà dove l'incontinenza predomina, e tratto a sdegno dove predomina l'ingiustizia. Di che darò la riprova nel capitolo seguente. E infine ripeto che in questo cerchietto s'è spenta l'ira, l'ira bestiale, che è tanto nemica alla giustizia, quanto le è amica e propugnatrice l'ira di zelo, che disserrò le porte dell'ingiustizia, dopo aver varcata senza scorta i cerchi della concupiscenza e passata a piedi asciutti la palude della non fortezza o dismisura nell'irascibile.
X.
E siamo di nuovo alla quarta ferita; di nuovo all'ignoranza o alla depravazione dell'intelletto. La trovammo, questa ignoranza, due volte, nel limbo e nel cimitero. Lasciamo la prima, che è il lume che è tenebra: l'ignoranza originale: l'ignoranza di Aristotele e di Plato. La ignoranza attuale la trovammo un'altra volta. O, a dir meglio, la trovarono un'altra volta Virgilio e Dante. Virgilio guidava.[572]
E poi ch'alla man _destra_ si fu volto, passammo tra i martiri e gli alti spaldi.
I due viatori prendono sempre a sinistra; quella volta presero a destra. Perchè? Si può dire che quello fu come un deviare, un uscir dal solito cammino. Ma il deviare accade una altra volta: appunto nella circostanza dello scendere a trovare quell'altra ignoranza. Gerione è venuto a proda; e sta sull'orlo. Sul dosso di quella fiera hanno a scendere.[573]
Lo duca disse: Or convien che si torca la nostra via un poco infino a quella bestia malvagia che colà si corca.
Però scendemmo alla _destra_ mammella, e dieci passi femmo in su lo stremo...
Ho io bisogno d'aggiunger verbo? Il rivolgersi a destra per andare alle arche e per venire a Gerione non è per ciò che hanno di comune la froda e l'eresia? E questo non è la depravazione dell'intelletto? La quale non è nell'incontinenza assoluta e nell'incontinenza complicata col mal volere.
Invero se nell'inferno Dante volge quasi sempre a sinistra e nel purgatorio a destra, egli obbedisce al concetto comune che alla destra di Dio sono quelli che a lui si convertono e alla sinistra quelli che da lui si ritorsero; a destra gli agnelli, a sinistra i capretti.[574] Il qual concetto ritrovava poi nell'_ypsilon_ di Pitagora, nella qual lettera la parte sinistra è la via del vizio e la destra quella della virtù.[575] Dante per il suo cammino nell'inferno va a Lucifero. Il cammino è a sinistra. Lucifero, come si dice comunemente del diavolo, che è alla nostra sinistra al modo che l'angelo è alla destra, è dunque sulla man manca. E qual faccia di lui vedrà prima il viatore? La nera; ossia la ignoranza, la depravazione dell'intelletto, l'intelletto volto al male. Due volte però torce a destra. Dunque si torce dal diavolo. E chi incontra a destra? Dio. Quale (si parla misticamente), quale delle sue faccie o persone? Quella che siede a destra. Ed è? La Sapienza. Chè il Cristo siede alla destra del Padre, sebbene questa sessione non si abbia a prendere materialmente.[576] E, appunto, come s'ha a prendere? In questo modo: che la destra significa la potestà nuova di quell'uomo suscetto da Dio; il qual uomo venne prima ad esser giudicato per venir poi a giudicare.[577] È la potestà di giudicare, insomma che è dimostrata da questo essere alla destra; la potestà giudiziaria perchè “il Padre non giudica alcuno, sì diede ogni giudizio al Figlio„.[578] Chi non troverà un cenno a questa potestà nel discorso, che si fa tra Dante e Farinata, sulle leggi e sui decreti degli uomini?[579] e più che un cenno, nell'esposizione della terribile pena, inflitta da Dio, in cui è così esatto contrappasso?[580] Chi fece l'anima morta col corpo abbia anima e corpo sepolti in una tomba eterna, dopo che l'uomo Dio avrà giudicato: chi vide lontano e non vicino e non in sè, veda ora lontano e non vicino, e poi non veda più, dopo il gran giudizio. Ma, sopratutto, chi non affermerà presente allo spirito di Dante questo concetto nell'esclamazione:[581]
O somma _Sapienza_, quanta è l'arte che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo e quanto _giusto_ tua virtù comparte;
esclamazione che prorompe avanti il supplizio dei simoniaci? Chi non dirà che Dante abbia voluto riconoscere un'arte, dirò così, speciale della somma Sapienza nella giustizia che si fa di quelli che corruppero l'intelletto, o solo o con le altre potenze dell'anima?
Chè un elemento nuovo si scorge in questi peccatori ultimi: la vergogna. Già in Farinata e Cavalcante si può osservare una sollecitudine per i vivi; per i suoi sbandati, in Farinata, per il figlio, alto d'ingegno, in Cavalcante; che è infinitamente tormentosa per chi giace in tal letto ed è chiuso in tal sepolcro. Non è l'intelletto, il quale nonostante la sua umana eccellenza fu così vano nel dolce mondo; e che ora li tormenta laggiù? Ed è certo l'intelletto che da Malebolge al fondo del basso inferno, aumenta il cruccio dei dannati; come enunzia Virgilio con quel verso che pare ad alcuni un riempitivo:[582]
La frode ond'ogni coscienza è morsa;
e invece echeggia all'altro “frode è dell'uom proprio male„, come effetto a causa. Nella reità degli altri peccatori è la pervicacia stolida, come in Capaneo; l'incoscienza animalesca prodotta da un abito che più non si depone, come nei fangosi, e negli avari, e anche nei rei della colpa della gola; il dolore acuto di chi vinto da un punto, smarrì la ragione, come in Francesca: nei fraudolenti è la vergogna. E qui devo notare, tornando un passo addietro, una particolarità dei bestiali del primo cerchietto. Sono essi tra l'incontinenza e l'ingiustizia, partecipi dell'una e dell'altra in varia misura. Quelli in cui l'incontinenza predominò, è ragionevole supporre che Dante li rappresenti, per questo rispetto del dolersi nel luogo della pena, come i peccatori d'incontinenza. Vediamo invero che ai violenti contro Dio è posta “diversa legge„.[583]
Supin giaceva in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, ed altra andava continuamente.
Quelli che vanno, sono i sodomiti. E vien subito in mente la rapina dei lussuriosi. Ma c'è altro. L'andare continuamente ha un senso mistico; significa essere agitato dallo stimolo della coscienza.[584] “Non siede, non giace, ma cammina (_deambulat_) colui che è inquietato dal rimorso della sua coscienza„. In vero Capaneo che giace non è maturato dal fuoco, e colui del sacchetto bianco, che siede, distorce la bocca e trae fuori la lingua, come soleva. Ora quelli che camminano, riconoscono, il loro fallo, sì per bocca di Brunetto che chiama “lerci„ i pari suoi, sì per quella di Iacopo Rusticucci che parla del “dispetto„ che può ispirare la loro miseria e il “tinto aspetto e brollo„.[585] E di più, con altra voce e altro cuore, costui apporta una scusa del suo peccato, come Francesca. Amore fu, dice l'una; la fiera moglie mi nuoce, dice l'altro.[586] Il che è segno come d'un vano risveglio dopo un oscuramento della propria ragione vinta dai sensi. Si trova quindi che il rimorso è nei dannati, in cui la ragione fu sopraffatta dal talento, e in quelli, in cui l'intelletto ebbe parte, dirò così, attiva nel peccato.
Ed è in effetto al tutto diverso e contrario; chè nei primi è senza vergogna e senza orror della fama e con un'invocazione alla pietà del vivo e dei vivi; e con la vergogna e con l'orror della fama e col dispetto per il vivo e per i vivi si manifesta nei secondi. Là è l'intelletto sano, come era in Brunetto Latini, che insegnava come l'uom si eterna; come era nelle tre ombre, a cui si voleva esser cortese;[587] l'intelletto sano che, troppo tardi, emerge dalla tristizia del senso: qua l'intelletto depravato che ricorda d'essere stato volto a raggiungere il male. Ma è l'intelletto in questi e in quelli che genera il vario e a ognun più convenevole rimorso.
Quello dei fraudolenti è vergogna. Subito nella prima bolgia è Venedico Caccianimico:[588]
E quel frustato celar si credette celando il viso.
E “mal volentier„ confessa il suo fallo. Nell'altra bolgia uno sgrida:[589]