Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro
Part 14
Non mi par dubbio che il Poeta delinei negli atti e nelle parole di Virgilio questa sorta di fortezza apparente; con questo, che non tanto egli la giudica apparente e non vera, quanto inferiore e non somma. Che egli conosce una nobiltà (che è la perfezione della virtù conveniente alle singole età), la nobiltà, “divina cosa„ cui quelli che hanno “sono quasi Dei„. Invero “come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica per lo testo di Omero...„[498] Il passo d'Aristotele è quello donde il Poeta ricavò la triplice disposizione che il ciel non vuole: malizia, incontinenza e bestialità, intesa a modo suo più forse che del filosofo. Egli lesse dunque: “Alla bestialità converrà dire che s'opponga la virtù sovrumana, eroica in certo modo e divina; come Omero ha indotto Priamo a dir di Ettore, perchè era assai forte (buono). E' non pareva essere figlio d'uomo mortale, sì di un Dio„.[499]
E qui ci vuole uno la cui fortezza sia eroica, e che possa chiamarsi nobilissimo e divino: il che dà alla fortezza o nobiltà di Virgilio il carattere di minore e non di falsa. Ci vuole uno che abbia veramente esperimentato il pericolo. E con questo, bisogna che si trovi nella condizione di Virgilio, per poter scendere e sia quindi “del primo grado„ anch'esso, poichè quelli, sebben di rado, fanno quel cammino del basso inferno. Inoltre deve essere tale che, essendo pur esso che vince la punga, Virgilio possa ragionevolmente aver detto: “Pur a noi converrà vincere„.
Ed ecco viene l'aspettato: il suo eroe. Pare un vento impetuoso. Tutti quei clamorosi e rissosi colpevoli contro fortezza, perchè audaci, perchè, diremmo noi, spacconi, fuggono a lui, calmo e sicuro, davanti e fanno groppo di sè “Al passo„ egli passa Stige “con le piante asciutte„. Egli è, a questi segni, il veramente forte.
E qui la riprova ch'egli è del limbo. Ecco. L'offende l'aer grasso. Mena innanzi spesso l'una mano. Parea stanco solo di quell'angoscia. Ebbene? Ricordiamo: quelli del limbo sono “sol di tanto offesi„ che desiderano l'alto sole senza sperarlo,[500] e sono in luogo tristo “di tenebre solo„.[501] Dell'angoscie infernali essi non conoscono che l'aer grasso.
È del limbo dunque. Or chi può essere tra gli spiriti magni del limbo questo supremamente forte? questo di cui Dante dice:[502]
Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo?
questo per cui Dante si volge al maestro, per dirgli alcunchè?
E quei fe' segno ch'io stessi cheto ed inchinassi ad esso.
Nel limbo, sopra il verde smalto, vide Dante molti spiriti magni. Di questi prima Elettra madre di Dardano e dei Dardanidi; prima Elettra con molti compagni,[503]
tra' quai _conobbe_ ed Ettore ed Enea,
Di nessun altro egli dice, d'averlo conosciuto; sì, veduto. Conobbe soli questi due e Cesare. È impossibile non ricordare a questo punto che a provare che il popolo Romano ha diritto all'impero, perchè è il nobilissimo dei popoli, e che è tale perchè il suo padre fu il nobilissimo degli eroi; prima di recare le prove della sua nobiltà ereditaria e di parlare, a ciò, anche dell'avola vetustissima, Elettra; Dante, a dimostrare la nobiltà propria di Enea, dice:[504] “S'ha da ascoltare lo stesso (Virgilio) nel sesto. Quivi, parlando di Miseno morto, che era stato ministro d'Ettore in guerra e, dopo la morte d'Ettore, s'era dato come ministro a Enea, dice esso Miseno _non inferiora sequutum_, facendo comparazione di Enea a Ettore cui sopra tutti Omero glorifica...„ In quel terzetto è tutto questo pensiero. Ed egli pone primi tra gli spiriti magni i fondatori dell'impero, dall'_avia vetustissima_ a Cesare; e dice d'aver conosciuto Ettore ed Enea, nonchè Cesare, perchè sono gli eroi dell'Eneide, e l'Eneide egli la sa tutta quanta. E l'Eneide è come il Vangelo profano del suo poema; e il suo eroe è messo insieme a San Paolo, quale esempio d'uomo che corruttibile ancora andasse ad immortale secolo.[505] Questo Dante crede sulla parola di Virgilio: Tu dici. Or dunque poichè questo messo è del limbo, e perchè Dante s'accorge bene di lui e si rivolge subito a Virgilio per dirgli qualche cosa riguardo, certo, a questo suo essersi accorto di lui, noi possiamo facilmente indurci a credere che sia appunto Enea. Enea ha fatto quel cammino nelle condizioni proprie di Dante, ossia di corruttibile ancora; e non in quelle di Virgilio puro spirito; perciò ha intera esperienza. Inoltre nessuno meglio di lui può attraversare con le piante asciutte la palude dei due vizi collaterali alla fortezza. Dante in vero lui, sulla fede di Virgilio, dichiara sopra tutti fornito, oltre che del freno che si chiama temperanza, anche dello sprone che si chiama fortezza;[506] di quella che egli altrove dice “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„;[507] di quello spronare per il quale “Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello inferno, contro tanti pericoli„. Ciò spiega, come egli passi la palude dell'_infirmitas_ e come i finti audaci si abbichino qua e là, come rane, fuggendo da lui. Ma c'è di più: egli apre la porta. La porta chiusa è quella della malizia che ha per fine l'ingiuria, ossia della ingiustizia. Ebbene come la palude dei vizi contrari a fortezza, è passata al passo con le piante asciutte da un supremamente forte, così la porta chiusa dei peccati contrari a giustizia, deve essere disserrata da un supremamente giusto. E questi è Enea. Dante cita le parole di Ilioneo:[508] “Re nostro era Enea, di cui nessun altro fu più giusto...„ E Virgilio dice a lui, sul primo mostrarsi:[509]
Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d'Anchise...
Enea è il giusto, per eccellenza: pensa Dante.
Ed è invero il padre dell'alma Roma e di suo impero;[510] dell'impero che è la perfezione della vita attiva o civile, quando Cesare siede nella sella. E la giustizia è la virtù che assomma le altre, con il cui uso si ottiene la beatitudine buona, se non ottima. E così Virgilio s'annunzia come il poeta dell'eroe giusto e padre dell'impero; quasi dicesse il poeta dell'attività o civiltà umana. E così Dante esce in quei ricordi così intempestivi, come sembrano, del successor di Piero e del papale ammanto. Al cantor della vita attiva Dante, _a voler dir lo vero_, con la modestia del discepolo, col rispetto all'infelice, soggiunge: la qual vita attiva o civile è preparazione all'altra, alla contemplativa o spirituale. Nè a caso è ricordato con Enea, Paolo: il primo scese agl'inferi, l'altro salì ai cieli; l'uno per la giustizia, che assomma le virtù cardinali, l'altro per la fede, che assomma le virtù sante; l'uno per il cammino del mondo, l'altro per quello di Deo. Ma basti per ora. Tuttavia chiediamo a Dante un altro perchè. Perchè quelli “del primo grado„, quelli che senza speme vivono in desìo, fanno, di rado bensì, ma qualche volta fanno, il cammino per il quale va Virgilio? Si muovono, cioè, per l'inferno, al contrario degli altri dannati, che sono confinati nel luogo della lor pena? Discendono per li cerchi dell'incontinenza ed entrano dalla porta della malizia e giungono infino all'ultimo dei tre cerchietti? Hanno, cioè, il passo per tutti i cerchi del peccato attuale? Risponde, per ora, il poeta: Perchè essi non si vestirono le tre virtù teologali, ma[511]
senza vizio conobber l'altre e seguîr tutte quante.
Ebbero, cioè, le virtù contrarie alle tre disposizioni.
Ora dal limbo scende, come vento impetuoso, alcuno, “passando per li cerchi senza scorta„; per li cerchi dell'incontinenza di concupiscibile. Come non è questi il modello che Dante pone, di temperanza, anche dove quel personaggio non ha attinenza così grande con l'argomento del libro, che è il Convivio? Dove dice: “Quanto raffrenare (cioè l'uso del freno che dicesi temperanza) fu quello, quando avendo ricevuto da Dido tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo trattato si dirà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partì, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneide è scritto!„ E poi lo pone a modello di fortezza, dicendo: “Quanto spronar fu quello, quando esso Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno... contro a tanti pericoli, come nel sesto della detta storia si dimostra!„. In quel “senza scorta„ chi non vede sottinteso il pensiero “nemmeno con Sibilla questa volta, ma solo affatto?„ Se era modello di fortezza entrando solo con Sibilla, chi non vede che il poeta qui lo presenta solo affatto, senza scorta, senza la sua scorta, perchè ne vuol fare l'esempio della fortezza assoluta? Chi non vede? I ciechi, o quelli che chiudono gli occhi, per non vedere la fiammolina della lucerna ch'altri accenda. Ma ognuno deve vedere, col ricordo dell'Acheronte, col ricordo dell'alto sonno che è un alto passo e somiglia al passo della selva la quale è una riviera; col ricordo che passar l'Acheronte è morir la morte da esso fiume significata; deve vedere che passar lo Stige, passarlo al passo, con le piante asciutte, vale aver morta la morte significata da esso fiume: la morte dei vizi collaterali alla fortezza. E qui abbiamo una gradazione innegabile. Virgilio e Dante lo passano sulla barca di Flegias: il Messo, a piedi, al modo che e Virgilio e Dante passano il fiumicello del limbo come terra dura.[512] Quel fiumicello significa appunto scienza o ignoranza, secondo chi lo passa o no. È ignoranza per gl'ignoranti che non lo possono passare; è scienza per chi sa, a cui è terra dura. Così Acheronte e Stige sono morte e vita: morte, lo Stige per esempio, ai non forti, vita ai forti. E i non forti non possono andar oltre, e i forti sì. Ora poichè quelli del limbo sono corporalmente morti e Dante è corporalmente vivo, si dovrebbe attendere il solito divario tra il vivo e i morti. Ma no. Dante fa la questione se quelli del limbo possano o no scendere nell'inferno basso, passare per i cerchi, scendere dalle rovine, entrar dalle porte che gli avversari chiudono, passare i fiumi che solo a certe condizioni si passano; ed ha risposta, che sì, possono. Dunque quelli del limbo sono eccettuati, e, fuori che per il primo passo, per quello d'Acheronte, essi scendono ed entrano e passano alle condizioni de' corporalmente vivi. E ho detto il perchè: perchè ebbero le virtù opposte alle tre disposizioni, cioè la vita opposta a quelle tre morti. Mancò loro solo la vita opposta alla morte dell'Acheronte. Ma questa morte comprende tutte le altre morti: la mancanza di battesimo involve tutto il peccato, tutta la tenebra, tutta la morte. E così? Così Catone dirà di Marzia che[513] “di là del mal fiume dimora„; misticamente dimora, mentre, localmente, dimora di qua, di qua dell'Acheronte, non di là. Chè quelli del limbo sono morti della seconda morte, della morte totale, perchè non adorarono debitamente Dio: morti della _vulneratio_; e sono nel tempo stesso vivi delle altre morti, vivi delle tre disposizioni, vivi delle quattro ferite, perchè ebbero le quattro virtù.
La nobiltà o virtù o fortezza eroica o divina del Messo vale ad aprire la porta di Dite, cioè la porta dell'ingiustizia: vale per la giustizia. Ora l'Enea del Convivio è il tipo della temperanza e della fortezza; ma si noti ch'egli è tale “nella parte dell'Eneida ove questa età si figura, la quale parte comprende il quarto e 'l quinto e 'l sesto libro dell'Eneida„.[514] Dante avrebbe trattato di lui nel seguito del Convivio, perchè egli promette di parlarne “nel settimo Trattato„. Il Convivio restò interrotto; ma il poeta ne parla invece nel _Monarchia_ e nel Poema sacro. E ne parla per dire ch'egli è il nobilissimo padre del popolo Romano e ch'egli è “il giusto figliuol d'Anchise„, che
fu dell'alma Roma e di suo impero nell'empireo ciel per padre eletto.
La sua vittoria, che fu l'istituzione del perfetto stato di vita civile, come a dire, il trionfo della giustizia, fu cagionata dalle cose che intese negl'inferi. C'è, mi pare, un processo di proporzione evidente tra Enea e il Messo. Enea è portato ad esempio di perfetta temperanza e fortezza, e poi è detto giusto per eccellenza e instauratore della giustizia; il Messo è dimostrato supremamente temperante e forte, per la sua discesa senza scorta dai cerchi della concupiscenza, e poi è detto aprire la porta della ingiustizia. E le prime parole ch'egli dice ai diavoli e tutte le altre suonano questo senso: Perchè vi ribellate alla giustizia di Dio? Chè malizia per eccellenza, cioè ingiustizia, è la opposizione a Dio.
E il Messo apre con una verghetta. Apre con essa la porta di Dite. Avanti la porta arcuata che interrompe le mura ferree della casa di Dite (che Dante forse confuse e a ogni modo fuse con la porta e le mura del Tartaro) l'Enea Virgiliano figge il ramo d'oro, che il poeta chiama “_venerabile donum fatalis virgae_„.[515] O non è quella verghetta? Come si doveva Dante rappresentare quell'Enea ch'egli diceva di non essere, ma di cui imitava ora il viaggio, se non con la verghetta in mano? Ma nell'Eneide la verghetta non serve ad aprire e passare. Eppure nel testo di Virgilio Dante leggeva:[516]
_Occupat Aeneas aditum . . . . . . . . ramumque adverso in limine figit;_
e leggeva in Servio: _ingreditur, sicut supra diximus_. E _supra_[517] leggeva la medesima espressione per dire proprio: entra. E più sopra[518] leggeva che mediante quella “fatale verga„ si faceva traghettare da Caronte. Insomma, o trasformasse o frantendesse, nell'Eneide aveva la ispirazione o il modello di quest'uffizio del ramo d'oro. E non basta. In Servio il Poeta leggeva: “accostarsi alle sacre cerimonie di Proserpina non poteva se non preso il ramo„; e celebrare i misteri di Proserpina Servio dichiara come “andare agl'inferi„. Sapeva dunque il Poeta tutta la virtù simbolica del ramo in relazione a Proserpina. E chi non resta qui colpito dallo strale della verità, quando ripensa che in questo episodio è mentovata “la regina dell'eterno pianto„, e poco dopo “la donna che qui regge„?[519] O non è qui Proserpina richiamata dalla “verghetta„, dal ramo? Il qual ramo, infine, è detto da Servio simbolo di ciò “che si devono seguire le virtù„.[520] Che più? E anche un'altra particolarità ha il Messo che ha anche l'Enea di Virgilio. Il Messo è noiato “dall'aer grasso„, traversando lo Stige. Enea, entrando, come Dante forse interpretava, prima di figgere la verga, o forse, come egli ancora interpretava, prima di battere con essa alla porta, “sparge il corpo d'acqua recente„. E Dante leggeva in Servio: “_Recenti; semper fluenti, dixit hoc propter paludem Stygiam_„. Leggeva, o non aveva bisogno di leggere: “_spargit aqua; purgat se nam impiatus (al. inquinatus) fuerat aspectu Tartari_„.
Dante si spiegava un po' grossamente quel lavacro lustrale: come se Enea fosse tinto dall'aria tinta, dall'aer grasso. E così fa che il suo Messo senta quella noia. Or come non è Enea che la risente? E il Messo parla. Non è Enea che ricorda il discorso di Caronte, la prima volta che discese?[521] “Egli venne a legare il custode del Tartaro...„: chè dice: Cerbero vostro. E in quel medesimo discorso Proserpina è chiamata “la signora„. Come non se ne ricordò Dante allor che disse “la signora dello eterno pianto„? E ancor più significativo, e adatto ad Enea, eroe pagano, come la menzione di Cerbero, è quel verso:[522]
Che giova nelle _fata_ dar di cozzo.
Dante aveva presente il _Desine fata deum_ della Sibilla; aveva presente, sopra tutto il comento di Servio alle parole “verga fatale„; comento che si riduce a richiamare il _si te fata vocant_.[523] Anche la forma “fata„ è importante; come importantissimo è il notare che il verso
ond'esta tracotanza in voi s'alletta?
è la traduzione d'un esametro virgiliano seguito a poca distanza dall'altro pur tenuto presente:[524]
_unde haec... tibi tam dira cupido? . . . . . . . . . . . . . Desine fata deum flecti sperare._
Mirabile, e degno di attento studio, è questo appropriare che Dante fa del linguaggio alle sue persone: da Nembroto che parla la sua lingua inintelligibile, a Virgilio che a Sordello si rivela con la prima parola del suo epitafio: Mantova (meglio, forse, _Mantua_), che doveva, mi pare, seguire con _me genuit_.[525]
La prima volta: ho detto; ho detto: risente. Invero si meditino queste poche parole[526] pronunziate dalla Sibilla, parole alle quali perciò Dante poteva attribuire un senso misterioso: “Se hai tanto affetto e desìo
_bis Stygios innare lacus, bis nigra videre Tartara_:„
parole di quel discorso dove sono la porta sempre aperta e la facile discesa all'Averno, e le selve e il ramo d'oro, e la verga che rinasce dove fu svelta, e altro ancora, che Dante tenne a mente. Dunque _bis_ passare lo Stige, _bis_ vedere il Tartaro (che in Dante è la città di Dite, sia perchè fuse o sia perchè confuse): _bis_, due volte. Non egli mise d'accordo qui il suo vangelo profano coi suoi libri sacri? non la Comedia qui dichiara e corregge la Tragedia? Enea, per Dante, è nel limbo. Ma Virgilio, per bocca della Sibilla, dice che due volte egli è per vedere lo Stige e il Tartaro. Una volta li vide in quella andata. La seconda, quando? Chè morendo, nel limbo andò; non passò lo Stige nè vide (si noti la precisione!) il Tartaro più. Dunque? Questa volta, dunque. Oh! potessi evocare Dante! Chè questo ci vorrebbe, solo questo basterebbe, per certi increduli o pervicaci o ciechi! Dante padre, non è vero che tu al maestro, quando ti volgesti, volevi dire: “Ora vedo come tu hai detto che due volte costui, il tuo eroe, avrebbe passato lo Stige e veduto il Tartaro o Dite„? Non è vero, Dante padre?
Ma continuano e continueranno a dire che quel Duca,[527] cieco d'occhi, era cieco anche di mente, quelli, e son tanti, che hanno gli occhi e non vedono!
IX.
Dante e Virgilio entrano in Dite “senza alcuna guerra„. La guerra c'era stata e l'ira c'era voluta, e un'alta ira animatrice d'una eroica fortezza: la fortezza di lui che già nella Eneide presentava la spada nuda alle ombre e ai mostri dell'Averno; di lui pio, le cui parole sono sante.[528] Ora sono, al medesimo piano, presso a poco, della palude stigia, lungo gli spaldi della città roggia, in un cimitero.[529] I coperchi delle arche sono alzati: nessuno fa guardia. È il fatto, per una parte, degl'ignavi del vestibolo, che non escono sebbene la porta sia aperta. E per l'altra è il fatto del limbo, anzi del nobile castello; chè qui sono grandi e sapienti, e nessun male di loro si può raccontare, salvo che uno: _mala luce_.[530] In verità sono eresiarche; e sono di loro i seguaci d'Epicuro[531]
che l'anima col corpo morta fanno.
Quelli del limbo ebbero il lume che è tenebra. Peccarono per l'ignoranza originale. Questi ebbero mala luce. Dio splende a loro sin laggiù. Si direbbe ch'essi il lume che vien dal sereno, l'avessero avuto; che fossero redenti, insomma: in vero Farinata nomina il secondo Federico e il Cardinale, e si vede il Cavalcanti, e su un grande avello è il nome d'un papa; e la parola eresiarche porta a pensare a cristiani dissidenti, e non a pagani.
Pur v'è Epicuro.[532] Dante forse lo considera come un eresiarca di quelle scuole filosofiche, che pur avanti il Cristianesimo, pur non potendo vedere l'alto Sole, avevano qualche lume, dirò, riflesso da Dio: quel lume che è simboleggiato nel fuoco e nella luce del nobile castello. Gli eresiarche, con quel barlume da Dio che splende loro anche nell'inferno, vedono ciò che è lontano e ciò che s'appressa o “è„, non vedono. Nella vita era il medesimo; e così in loro si osserva il contrappasso. Vedevano ciò che è lontano: erano in vero prudenti e savi imperatori, papi, uomini di parte e di guerra, dotti: ciò che è tanto vicino a noi che è in noi, non vedevano. In che differiscono dai sospesi nel limbo? In questo che essendo dentro Dite è punita in loro la malizia, di cui ingiuria è il fine; e non v'è fine senza volontà. Quella _mala_ luce implica dunque l'inordinazione della volontà. Ma anche il difetto degli spiriti magni è volontario. Sì, ma quasi, ma in un certo modo, ma nel primo parente. In questi è del tutto e assolutamente e personalmente volontario, e si tratta del medesimo lume che è tenebra: ossia d'ignoranza. Ignoranza dunque volontaria. Però senza ingiuria. Gli eresiarche se avessero commesso ingiuria, sarebbero, per esempio, tra quelli che fecero forza nella Deitade[533] o tra gli autori di scismi o anche tra i traditori. Il loro fu peccato omninamente speculativo.
Di loro non si ragiona nella partizione che fa Virgilio dei peccati e delle pene. E così non si ragiona, in quella, degl'ignavi del vestibolo e dei sospesi del limbo. D'un dei peccatori si dice che fu di quelli “che a ben far poser gli ingegni„, e che fu sì degno.[534] A questo Dante desidera parlare, e da tempo, e gli mostra riverenza e ammirazione e anche pietà.[535] Tutto ciò e con proprie parole e sopra tutto col fare dell'Uberti il più sublime e del Cavalcanti il più affettuoso de' peccatori infernali; col persuadere a noi la riverenza e l'ammirazione e la pietà per loro. Inoltre lo sdegnoso è chiamato “magnanimo„[536] cioè forte. Ed ecco che Farinata e gli altri sono il proprio contrario dei non forti che schiamazzano e gorgogliano alle falde della città; come Virgilio, pur magnanimo,[537] e gli altri spiriti magni sono il proprio contrario degli sciaurati che corrono e gridano oltre il fiume. In verità gli sciaurati e i sospesi sono al loro posto, per la _difficultas_ o infermità originale i primi, per l'ignoranza pur originale i secondi; e qui i fangosi sono fuor di Dite per l'infermità attuale, che li rese inetti alla giustizia, e i sepolti sono dentro Dite per ignoranza attuale o volontaria o mala, non ostante la loro giustizia.
Nel limbo Dante vede la “scuola di quel signor dell'altissimo canto„; ha dai grandi poeti, dopo che essi hanno un po' ragionato con Virgilio, un salutevol cenno; è fatto della loro schiera, parla con loro di cose[538]
che il tacere è bello sì com'era il parlar colà dov'era.
Avanti la tomba di Farinata egli apprende il proprio esilio,[539] e la vanità del tentativo di ritorno. Gloria e dolore, connessi insieme, connettono il nobile castello e il cimitero. E del resto anche qui si parla di altezza d'ingegno.[540] E come là si ragiona di fede, qui si parla di Beatrice:[541]
La mente tua conservi quel ch'udito hai contra te: mi comandò quel saggio: ed ora attendi qui! E drizzò il dito.
Quando sarai dinanzi al dolce raggio di quella, _il cui bell'occhio tutto vede_, da lei saprai di tua vita il viaggio.
A me basti osservare che qui come nel primo cerchio, si ricorda una sapienza massima; e che quel cerchio è il luogo tristo di tenebre, e che queste arche hanno un barlume che si ha a spegnere nel giorno dell'ira. E qui Virgilio dà al discepolo un consiglio di prudenza: ricordarsi ciò che ha udito quivi ma aspettar lume da Beatrice. E qui Virgilio prudentemente fa sostar Dante[542]
sì che s'ausi prima un poco il senso al tristo fiato;
e qui l'ammaestra intorno ai peccati e alle pene, e gli ricorda i suoi studi, la sua Etica, la sua Fisica, e lo rimprovera dolcemente delle sue dimenticanze. C'è per i dannati, in questo cerchio, l'ignoranza, e per Dante la prudenza.
E si scende nel cerchietto dai tre gironi, dove è punita la malizia con forza o violenza. Nel primo girone, contro gli uomini; nel secondo, contro sè e contro le cose sue; nel terzo, contro Dio, la natura e l'arte. Per scendere c'è una rovina guardata da un'“ira bestiale„. Virgilio dice di averla spenta.[543] Come la spense? Il savio grida ver lui, lo chiama bestia, gli ricorda la sua morte sotto la mazza di Teseo, gli ricorda lo scorno della sua sorella, gli ricorda le sue e altrui pene. Egli come toro ferito e non finito, non sa più gire; saltella qua e là, sì che mentre è in furia, Dante può scendere. L'ira quando è portata al sommo grado, rende impotente l'uomo.