Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 12

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Ha l'acqua buia, l'onde bige, ed è tristo ruscello e si fa palude nel cerchio seguente. È il fiume della tristizia, che dalla concupiscenza scende mollemente (Dante e Virgilio vanno in sua compagnia) all'incontinenza d'irascibile. Flegetonte si vede subito nel primo girone del cerchio settimo[412]; si riconosce però solo nel terzo girone di esso;[413] con che si ammonisce il lettore che i peccatori così disparati del cerchietto hanno qualche cosa in comune. È di sangue che bolle. Cade poi con risonante cascata, nel cerchietto seguente; e si rivede, sotto il nome di Cocito, in fondo all'inferno, come una ghiaccia sotterranea.[414] È un fiume solo, dunque, prima tristo e fangoso, poi sanguigno e bollente, quindi ghiacciato e duro. Ora il fiume tristo tiene in sè, come appiccicati, i peccatori di tristizia; almeno questi; e il fiume di sangue fervente bolle in sè i peccatori che diedero di piglio nel sangue; e il fiume di ghiaccio serra in sè i peccatori, diciamo così per ora, freddi a ogni amore. Sono dunque, questi fiumi, pena a peccati che in qualche guisa ad essi assomigliano, o a cui essi fiumi si fanno simili, diventando brago, sangue e fuoco, gelo. Or bene, poichè sono un fiume solo, significano che via via ne' peccati, di cui sono pena, è la reità ancora di quelli di cui pena sono stati. Quindi nella violenza è l'incontinenza, nella frode è la violenza. Cioè, nella violenza è un disordine nel concupiscibile e irascibile, più un altro nella volontà; nella frode, oltre quello e questo, un terzo disordine, nell'intelletto. E così mentre l'incontinenza fa contro le virtù di temperanza e di fortezza; la violenza fa contro queste due, più contro la giustizia; e la frode fa contro la temperanza, la fortezza, la giustizia e la prudenza. E mettendo i vizi opposti a tali virtù, come sono in Beda e come Tommaso li dichiara, mettendo le quattro _vulnera_, abbiamo che nell'incontinenza è concupiscenza, “in quanto questa è destituita del suo ordine al dilettevole moderato dalla ragione„; è _infirmitas_, “in quanto l'irascibile è destituito del suo ordine all'arduo„; e nella violenza è, oltre la concupiscenza e l'_infirmitas_, la malizia “in quanto la volontà è destituita del suo ordine al bene„; e nella frode, oltre la concupiscenza e l'_infirmitas_ e la malizia, è l'ignoranza “in quanto l'intelletto (_ratio_) è destituito del suo ordine al vero„.

Non è così anche nelle tre fiere? La lonza è la concupiscenza; ma contro lei vale il rimedio che vale contro la _tristitia_ dei fitti nel fango; dunque è anche ciò “per cui l'irascibile è destituito del suo ordine all'arduo„; e che Beda chiama _infirmitas_ e Dante accidia. Il leone si sostituisce alla lonza, perchè ha in sè quello che l'altra; più, vuol fare ingiuria. La lupa si sostituisce al leone, e resta sola; sicchè ha quello che il leone e la lonza. E contro essa avrà solo forza il veltro, che ciberà “sapienza, amore e virtute„. Il che mostra che la lupa ha ignoranza invece di sapienza, malizia invece di amore (l'amore si liqua in volontà del male), concupiscenza e perciò _infirmitas_ invece di virtù. La qual ultima cosa Dante dichiara col fare che la lupa si ammogli a molti animali e col mutarla in _fuia_ o meretrice; questo per la concupiscenza; e, per l'_infirmitas_, col farla fuggire avanti il veltro.

IV.

Ma l'Acheronte? L'Acheronte è il primo fiume, o il principio del fiume, che deriva da quella fessura la quale comincia dove finisce l'oro dell'innocenza o della originale giustizia.

Continuando giù per l'inferno il suo corso, e si fa Stige e Flegetonte e Cocito, e cambia aspetto e natura, e diventa fango e sangue e ghiaccio, e cambia luogo, e scorre, per così dire, nella disposizione d'incontinenza e in quella di violenza o bestialità e in quella di frode; e queste tre disposizioni sono le tre specie del peccato attuale, come le tre fiere sono del peccato attuale, i tre simboli. E il passo d'Acheronte risponde al passo della selva; e la selva che pur continua dopo il passo, è il simbolo del peccato originale. Come non anche l'Acheronte sarà questo simbolo? Come non questo fiume col peccato originale sarà nella relazione, in cui gli altri tre, ossia il suo corso ulteriore dal triplice nome, aspetto, luogo, uffizio, sono col peccato attuale?

Non occorre ripetere gli argomenti addotti nè addurne di nuovi, mi pare. Come il peccato originale non è passibile di più o meno, perchè è tutto il peccato dell'uomo ed è causa di tutti gli altri peccati; come il peccato originale è la fonte del peccato attuale; così l'Acheronte continua per tutto l'inferno, cambiando solo nome e aspetto e luogo e uffizio, ma rimanendo sempre quello sgocciolio di lagrime che sgorga dalla fessura del gran veglio: dalla fessura che comincia dove l'innocenza o la originale giustizia finisce.[415] E l'Acheronte sta in rapporto con la porta senza serrame, come gli altri tre fiumi, con le tre rovine; i quali quattro fatti sono causati tutti e quattro dalla morte e dalla discesa agl'inferi del Redentore.

Abbiamo veduto che, vivi e morti, tutti entrano e possono entrare dalla porta “lo cui sogliare a nessuno è negato„:[416] a nessuno, vivo o morto che sia. Ma c'è una differenza. Lo sogliare è concesso anche ai vivi, sol da quando fu disserrata la porta e lasciata dischiusa. Prima non potevano entrare se non i morti. I diavoli aprivano. Solo a uno non vollero aprire: al Redentore, che in verità non era morto, per loro. Ma egli, il Possente, si aprì il varco. Da allora dunque i vivi possono entrare. A qual condizione? Che vogliano. Devono volere. Prima di quella apertura, non potevano volere. La porta era chiusa; l'arbitrio non era libero. Or dunque gli uomini possono volere. Ma non tutti vogliono. E allora, quando muoiono della morte corporale, entrano sì, perchè sono corporalmente morti, ma non possono avanzare oltre. Perchè? Perchè l'Acheronte sbarra loro il passo. L'Acheronte non si passa se non da chi muoia alla seconda morte, se è vivo, o da chi muoia della seconda morte, se è morto. Che cosa è dunque l'Acheronte? Il vivo che è entrato dalla porta, può continuare il suo viaggio e passar l'Acheronte. Da chi e da che gli è dato questo passo? La prima condizione è che egli sia entrato. È entrato, perchè la porta è aperta. Dal Redentore fu la porta lasciata senza serrame. Senza, dunque, la rottura della porta, vano sarebbe il voler passar l'Acheronte vivendo e per vivere. Insomma e l'entrar dalla porta e il passar l'Acheronte è, per i viventi, opera della Redenzione; della Redenzione, che appunto cancellò il peccato originale. È dunque l'Acheronte il peccato dei primi parenti? Non proprio. Il peccato originale è la fessura del gran veglio la quale comincia dove l'oro finisce. Che è dunque il fiume che ne deriva? La morte che deriva dal peccato originale. E la rottura della porta dice, rispetto ad essa, che, fin che vive, da che il Cristo è venuto, ognuno può volere la morte a quella morte, ossia passar l'Acheronte. Chi non vuole da vivo, non può da morto. Gl'ignavi restano e Dante passa.

Questa morte è la tenebra.

L'acqua d'Acheronte è livida, senza riflessi, bruna. Chi passa, da vivo, acquista la luce o la prudenza; e si trova tra quelli che di luce e di prudenza furono privi; chè non ebbero altro reo che un difetto. Il quale come si chiama da S. Tommaso? Ignoranza. Ignoranza quella di Virgilio? di Aristotele e di Plato? “Lume non è se non vien dal sereno: anzi è tenebra„. E da quali si diparte, chi passa l'Acheronte? Da quelli che non vollero entrare, vivendo, dalla porta aperta, dalla quale, morti, non possono uscire; da quelli che non vollero morire alla morte e perciò non possono ora morire della seconda morte. Il loro difetto di volere, il loro rifiuto di servirsi di ciò che era stato loro reso libero, è simile alla colpa di quelli in cui “l'irascibile fu destituito del suo ordine all'arduo„: si chiama quindi _infirmitas_. È colpa, dunque, pari a quella dei fitti nel fango? Non uguale, ma simile. Non uguale, perchè quale arduo è una porta aperta? Che ci voleva per salvarsi, a codesti ignavi, che non avevano avanti a sè fiere verune? che non avevano impedimento nè nelle passioni nè nei tumulti esteriori? C'è tra loro

l'ombra di colui che fece per viltate il gran rifiuto.

Chi sia, Dante non dice; ma chiaramente ci dice ch'egli rifiutò di far cosa che poteva fare senza alcun suo pericolo, senza alcun suo danno, e con sommo suo onore e vantaggio. Quindi è da lasciar da parte, anche per questa ragione, il santo eremita Pietro da Morrone. La viltà, la ignavia, la sciaurataggine delle ombre del vestibolo è un'_infirmitas_ totale; come totale è la _ignoranza_ dei sospesi nel limbo. E questi e quelli sono tra loro riposti a tal norma: che i primi ebbero quella totale _infirmitas_, non ostante che non avessero punto d'_ignorantia_; i secondi questa totalmente, sebbene quella niente affatto. Insomma gli ignavi e i sospesi rappresentano gli effetti puri e semplici del peccato originale, in sè e per sè, senza adiezione del peccato attuale, di cui esso è pur fomite. E questi due effetti Dante trovò in S. Agostino o lesse riportati nella Somma, in quell'articolo in cui erano le quattro piaghe di Beda[417]. Sono l'_ignoranza_ e la _difficoltà_, da cui nasce l'errore e il tormento (_cruciatus_). Nel che si può vedere il perchè dei mosconi e delle vespe. Or nè l'una nè l'altra possono addursi a scusa dei peccati che ne derivano, poichè[418] “Dio ci diede facoltà (opposto a _difficultas_) nei laboriosi uffizi, e la via della fede nella cecità dell'oblìo„.

Or Dante pose nel vestibolo quelli che non usarono la facoltà, non dico di bene operare, ma di operare, vinti dalla difficoltà conseguente al peccato originale, e nel limbo quelli che non seguirono la via della fede, acciecati dall'ignoranza pur conseguente al peccato originale.

V.

L'Acheronte è, dunque, la morte direttamente derivata dal peccato originale; e questa morte, quando si consideri il peccato in sè, senza mistura del peccato attuale, si riduce a “difficoltà„ e a “ignoranza„ totali e, diremo, originali. L'uomo vivo che entra dalla porta, e dal vestibolo, passando l'Acheronte, scende nel limbo, muore a questa morte; mortifica sì la “difficoltà„ e sì la “ignoranza„ originali. In vero Virgilio, sull'entrare dice:[419]

Qui si convien lasciare ogni sospetto: ogni viltà convien che qui sia morta.

La “viltà„ che rivolve co' sospetti che desta, da imprese orrevoli, come falso vedere bestia ombrosa, è la traduzione della _difficultas_ di S. Agostino. Guardando e passando, Dante continua in quest'opera di mortificazione. Nel limbo continuerà a mortificare ciò a cui è morto nel passo, o forse a seppellire ciò che nel passo ha mortificato. E questo è l'ignoranza: quella che nasconde la via della fede, secondo il detto su riportato. E sì. Egli si rivolge al maestro:[420]

Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, comincia'io, per voler esser certo di quella fede che vince ogni errore,

uscicci mai alcuno...?

Il perchè dell'inchiesta, d'un cristiano a un pagano, il perchè, dico, assegnato da Dante stesso, sarebbe pure un gramo perchè! Ma Dante vuol solo far comprendere ai suoi lettori ch'egli mortifica o seppellisce l'ignoranza di cui è figlio l'errore: l'ignoranza “originale„, come io la chiamo più su.

La viltà dunque o difficoltà, e l'ignoranza originali. Ma queste chiudono in sè, virtualmente, tutti i peccati, poichè da esse gli uomini a tutti i peccati sono disposti e condotti. Onde, come Acheronte, spicciato dalla fessura, cioè dalla “colpa umana„, continuando il suo corso, diventa Stige e Flegetonte e Cocito; così tutto l'inferno è, in potenza, nel vestibolo e nel limbo, e tutto il cammino, di Dante fuor della selva, è virtualmente nella selva stessa, e tutto il tempo passato da Dante dopo quella notte, è, virtualmente, in quella notte medesima. Il che significa il poeta con sue potenti abbreviazioni, fatte apposta per mettere fuori di via l'interprete. In vero la selva è “aspra e forte„.[421] “Aspra e forte„[422] è la via tutta dall'inferno al purgatorio. Una notte è il tempo passato nella selva: dalla profonda notte sono usciti, Virgilio e Dante, quando sono sulla spiaggia del purgatorio,[423] e per la profonda notte[424] Dante afferma di essere stato condotto da Virgilio.

E quella notte nella selva fu con “pièta„[425] e la guerra che Dante presentiva d'avere a sostenere nell'altro viaggio, era “sì del cammino e sì della pietate„.[426] Da ciò l'importanza grande che hanno le disperate strida di quelli del vestibolo e la pietà che Dante prova nel limbo. Virgilio si dipinge di pietà per l'angoscia, Dante è preso da gran duolo al cuore.[427] In quelle strida disperate e in questo gran duolo è involta tutta la disperazione e tutto il dolore della perdizione del genere umano causata dalla “umana colpa„. Chè ella procacciò agli uomini tale una infermità, cui nemmeno la redenzione in molti, o nei più, toglie, e tale un'ignoranza, per la quale nemmeno la innocenza dei parvoli e la sapienza e virtù degli spiriti magni può meritare salute: una difficoltà e un'ignoranza che prima e dopo la Redenzione furono causa di ogni reità e di ogni cecità, ma che, prima di quella, pareggiavano ogni cecità e ogni reità; sì che l'ultimo dei rei di malizia, con l'intelletto nero, con la volontà rossa, con l'appetito bianco e giallo, inordinato, insomma, in tutte le potenze dell'anima, non era più reo d'uno spirito magno e d'un parvolo innocente.

La porta dell'inferno era chiusa su tutti, e i piovuti del cielo dominavano oltre Acheronte e nel vestibolo medesimo. Ma il Redentore scrollò col suo ultimo anelito tutto l'inferno e, morto al peccato cioè alla carne, sconquassò la porta, e passò l'Acheronte. D'allora in poi tutti i viventi, che vogliano morire alla morte, possono far quello ch'esso fece: entrar da quella porta e passar l'Acheronte. Ma poichè quell'entrare e quel passare significano morire alla difficoltà o viltà e all'ignoranza originali, e in esse sono incluse tutte le deformità conseguenti al primo peccato, così ogni vivente (s'induce dall'esempio di Dante) può, volendo, prender via per le altre rovine, che sono effetto, come la rottura della porta, della Redenzione medesima, e passar gli altri fiumi che sono la continuazione dell'Acheronte, che sono l'Acheronte con altri nomi. Onde solo dei passatori dell'inferno Caron non lo tragitterà, perchè egli è il barcaiuolo, per così dire, del peccato originale, ossia della seconda morte in genere; e non può egli tragittare chi a questa seconda morte muore, invece di morirne. Gli altri sì, lo tragitteranno, perchè egli il fiume l'ha già passato virtualmente, e non valgono, quindi, contrasti più e dinieghi, quando si sappia ch'egli non lo passò morendo della seconda morte, come l'avrebbe passato se l'avesse tragittato Caron, ma morendo alla seconda morte, come lo passò il Cristo, cioè rinascendo e vivendo.

Dante dunque passerà i tre fiumi, trasportato dai loro passatori, i quali non si possono diniegare a un morto alla seconda morte. Ora questa seconda morte si assomma nella difficoltà e ignoranza originali; ma questa difficoltà e ignoranza si specificano in concupiscenza, infermità, malizia, ignoranza (in senso speciale e derivato). Passando i fiumi che rappresentano queste _vulnera naturae_, Dante muore a esse, come passando l'Acheronte muore alla _vulneratio_ primitiva. Ora là egli muore alla _vulneratio_ originale, per dir così e sebbene paia risibile detto, in due tempi. La sua viltà o infermità o difficoltà muore nel vestibolo, sull'entrare dalla porta disserrata; egli riacquista la discrezione o prudenza, ossia muore alla ignoranza, passando l'Acheronte. Succede così anche nel rimanente del suo viaggio?

VI.

L'incontinenza è, nell'inferno, tra la prima rovina e lo Stige, sino alle mura della città che ha nome Dite. La rovina è, forse, l'entrare stesso; è l'entrare stesso, per chi creda alla virtù dello stile Dantesco, di compiere a poco a poco il suo concetto.

Ma, a ogni modo, Minos, parlando di ampiezza d'entrare, segna un nuovo principio dell'inferno, che pur comincia con la porta disserrata. In vero qui comincia l'inferno del peccato attuale; e questo inferno comincia con l'incontinenza, la quale si estende sino a Dite. E l'incontinenza è di due specie; di concupiscibile, o concupiscenza; d'irascibile, o infermità. L'una è connessa con l'altra come causa ad effetto. La lonza è leggera e presta molto, come leggeri sono al vento e trascinati in rapido volo di stornelli e di gru e di colombe i peccatori carnali; ma contro lei vale il farmaco stesso che doveva valere, contro la loro infermità, ai fitti nel fango. E la femmina è, sì, inferma di tutto il corpo; ma diventa via via dolce sirena. Il fiume Stige è, nel gettarsi dal cerchio degli avari, cerchio che è d'incontinenza di concupiscibile, è sì fervido e corrente (bolle e riversa),[428] ma si fa perso e buio e fangoso. Ed è tristo, come tristi sono quelli che nella sua belletta son fitti.[429]

Or come nel proprio ingresso dell'inferno, nel vestibolo, Dante, a conforto di Virgilio, mortifica la viltà,[430] qui nel cerchio che è primo del peccato attuale e primo dell'incontinenza, cade “come corpo morto„.[431] Ma di pietà, vien meno; di quel sentimento cioè che non prova se non al cominciare, e smette poi e non deve provare nel vestibolo; sì nel limbo, e in alto grado, poichè esso è un gran duolo che gli prende al cuore. E questo sentimento è vivo anche nel cerchio della gola; pur meno che nel precedente, chè non se ne muore già! E tuttavia le parole prime di Dante a Ciacco non son senza compassione, e le altre sono pur pietose:[432]

Ciacco il tuo affanno mi pesa sì che a lagrimar m'invita.

Sono queste molto simili a quelle di Dante a Francesca:[433]

Francesca, i tuoi martiri al lagrimar mi fanno tristo e pio;

pur meno dolenti; e d'altra parte non si concludono con quella pietà per la quale Dante vien meno avanti il pianto de' due cognati. Trapassando sulla vanità di quei peccatori e pestando la sozza mescolanza dell'ombre e della pioggia, toccano “un poco la vita futura„; e Dante sa che, dopo il gran dì, quando l'ombre avranno ricoverato il loro corpo, soffriranno ancor più. Nel cerchio degli avari, la pietà di Dante scema, ma non si annulla. Egli esclama subito:[434]

Ahi giustizia di Dio, tante che stipa nuove travaglie e pene...?

E poi, dopo aver veduta meglio la ridda, egli “avea lo cor quasi compunto„. Ma nessun nome è fatto, a nessuna ombra in particolare è volta questa quasi pietà. E qui si tocca della eternità della lor pena e poi della fortuna “che i ben del mondo ha sì tra branche„.[435] E poi si scende “a maggior pièta„[436] e a tanto minor pietà. Chè al peccatore che si fa dinanzi alla barca e dice:

Vedi che son un che piango;

Dante risponde:

Con piangere e con lutto, spirito maledetto, ti rimani; ch'io ti conosco ancor sia lordo tutto.

E il maestro gli grida:

Via costà con gli altri cani!

E Virgilio abbraccia e bacia il discepolo, e ne benedice la madre, lodando il suo sdegno. E trova giusto e conveniente il disìo di Dante, di vedere attuffar nel brago il misero. E si lascia quell'infelice “che in sè medesimo si volgea coi denti„ con quelle parole di spregio che assomigliano al “dicerolti molto breve„ e al “guarda e passa„ del vestibolo:[437]

Quivi il lasciammo, che più non ne narro.

La pietà è diminuita a mano a mano da Francesca a Ciacco e agli avari, finchè avanti a Filippo Argenti è nulla: invece di pietà, sdegno; invece di pietà, gioia; invece di pietà, disprezzo. E tutto questo, sdegno e disprezzo se non gioia, si trova nel vestibolo, mentre nel limbo si prova gran duolo. C'è dunque quasi una posposizione: nell'inferno del peccato originale, prima è lo sdegno e poi la pietà; nella prima parte dell'inferno del peccato attuale, ossia tra l'incontinenza, prima è la pietà e poi lo sdegno: pietà per la concupiscenza, massima nella lussuria, minima nell'avarizia; sdegno, per che cosa? per l'infermità speciale, che è l'inordinazione dell'irascibile all'arduo. E qui ci troviamo davvero avanti all'arduo, con la nostra interpretazione; poichè i lettori e i critici fissi nell'idea che “color cui vinse l'ira„ siano i rei d'ira, chiudono gli occhi e abbassano il capo e recalcitrano.

Io ho già detto che come avarizia è la denominazione della colpa sì degli avari e sì dei prodighi nel cerchio precedente, così nella palude accidia è sì di color cui vinse l'ira, sì dei tristi che hanno mozza la parola e portarono dentro accidioso fummo. Ora dirò come l'infermità dell'irascibile, per cui esso è destituito del suo ordine all'arduo, sia non solo accidia, come è chiaro, ma sia accidia anche dove pare ira e non è. In vero la virtù che è nell'irascibile come in subbietto, è la fortezza.[438] Or la fortezza, come Dante stesso dice, “è arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione della nostra vita„.[439] Poichè “ciascuna di queste virtù ha due nemici collaterali, cioè vizii, uno in troppo, e un altro in poco„,[440] i due nemici collaterali della fortezza sono appunto l'audacia e la timidità. La timidità Dante chiama, nel luogo della Comedia, tristizia o accidia: come chiama l'audacia? Chè il contrario di quella tristizia la quale è timidità, è l'audacia, e non altro. La chiama “orgoglio„.[441]

Quei fu al mondo persona orgogliosa: bontà non è che sua memoria fregi.

E orgoglio in Dante è il rimpettire e tronfiare e rotare dei colombi,[442] e quel di Serse, a gettare un ponte sul mare,[443] e quel degli Arabi a passar l'Alpe,[444] e quel della gente nuova,[445] e quel che cade, insieme con l'uncino, a Malacoda, appena Virgilio gli ha parlato.[446] Tutte queste volte l'orgoglio è qualche cosa che cade subito, qualche cosa di vano e in sè e nell'effetto. Grazioso è il fatto dei colombi: il loro orgoglio, quella loro pettoruta e fremebonda alterigia, cessa a un tratto per una manata di becchime: beccano queti: a un tratto un sassolino che cade vicino a loro, li fa levar su in un impeto di paura. Non sono davvero forti, i cari colombi, ma orgogliosi o timidi. E passando agli uomini, orgoglio è, dunque, in Dante non tanto a indicare la grandezza del pericolo affrontato e dell'impresa assunta, quanto a significare la subita fine d'una vampa improvvisa e vana. Così è di Serse, così degli Arabi, così di Malacoda. E come non della gente nuova? E come non di Filippo Argenti?

Così inteso l'orgoglio è proprio tutt'uno con l'audacia. Nel libro di Tullio, donde prese la violenza e la frode, Dante leggeva un detto di Platone,[447] che “un animo pronto al pericolo, se è spinto da sua cupidità, non dal comun bene, deve avere piuttosto il nome di audacia che di fortezza„. Ora egli dice di Filippo Argenti:

Bontà non è che sua memoria fregi;

e ciò dice subito dopo aver mentovato il suo orgoglio. Non è lecito presumere che il pensiero di Dante sia appunto che quello dello Argenti era orgoglio od audacia per ciò che il suo animo non era spinto dal bene comune, sì che nessun bene di lui si poteva raccontare? Ma un'altra cosa certo il Poeta non ignorava, chè era del maestro di color che sanno e nella Etica la quale Virgilio a Dante dice: Tua. Aristotele, riportato nella Somma, dice che “gli audaci sono prevolanti, e volanti avanti i pericoli; ma quando ci sono dentro, si partono„.[448] I forti, dichiara il dottore, i forti invece persistono nel pericolo, perchè nulla d'impreveduto vi provano, anzi vedono il rischio minore di quel che pensavano. E sèguita: “o anche perchè affrontano i pericoli per il bene; il qual volere di bene persevera in essi, per grandi che i pericoli siano; mentre gli audaci li affrontano per la sola estimazione, la quale dà speranza ed esclude il timore„; per la sola estimazione che sia possibile la vittoria.[449] Dal che si raccoglie che l'audacia, non essendo per il bene, finisce subito in viltà.

Or non è tutto ciò in Filippo Argenti? Egli è prevolante:[450]