Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Part 11

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Altrove: cioè nel cerchio dei lussuriosi. Altro Virgilio non sa nè può sapere, e anche della ruina prima non si rende ragione se non ora, veduta la ruina seconda. Ora, dunque, se ne rende ragione. Alla morte del Redentore l'inferno tremò. Parve venuto il caos, che è prodotto dall'amore degli elementi simili per i loro simili. Parve che l'inferno si annullasse in una rovina totale. Così come la morte del Redentore spezzava la porta dell'abisso, frangeva e colmava l'abisso. Or come il disserrar della porta significa la liberazione del peccato originale, questo rovinar delle roccie significherà la liberazione del peccato attuale. Ma come la porta fu per molti o per i più infranta in vano, così la roccia fu per molti o per i più invano rotta. Onde il lamento e le bestemmie dei peccatori carnali avanti la ruina, come degl'ignavi avanti la porta.

Ma vi è una terza rovina. È in Malebolge. Malacoda lo dice, e dice anche il tempo della rottura:[388]

giace tutto spezzato al fondo l'arco sesto . . . . . . . . . . . . . Ier, più oltre cinqu'ore che quest'otta, mille dugento con sessanta sei anni compiè che qui la via fu rotta.

Anche questa rovina fu dunque causata dal medesimo terremoto, che l'altra, cioè le altre. Ma se per questo il diavolo dice il vero, non dice il vero in altro. Chè, come quegli che è bugiardo e padre di menzogna,[389] fa credere a Virgilio che uno dei ponticelli della bolgia sia intero: il che Virgilio non trova. Dice a lui in vero uno degl'ipocriti della bolgia sesta:[390]

più che tu non speri s'appressa un sasso, che dalla gran cerchia si muove, e varca tutti i vallon feri;

salvo che a questo è rotto e nol coperchia: montar potrete su per la mina, che giace in costa e nel fondo soperchia.

Una cerchia dunque di scogli fa ponte tra bolgia e bolgia, girando su tutte e dieci, salvo ch'ella è interrotta nella bolgia sesta, che è quella degl'ipocriti, dove è crocifisso Caifas.

Sono dunque tre rovine: la prima tra il limbo ed il primo cerchio degl'incontinenti; la seconda tra gli spaldi di Dite e il cerchietto dei violenti: una terza nel cerchietto secondo, che è dei fraudolenti, dei fraudolenti in chi fidanza non imborsa. Dunque la prima è in un cerchio d'incontinenza, la seconda in un cerchio di malizia con forza o violenza o bestialità, la terza in un cerchio di malizia con frode. Dunque le tre rovine rispondono alle tre disposizioni che il ciel non vuole e perciò alle tre fiere che queste raffigurano. E tanto più rispondono, in quanto che esse rovine, sono nel primo dei cerchi dell'incontinenza, a capo dell'unico cerchio di bestialità, nel primo dei due cerchietti di frode.

E di questo cerchietto primo di frode, la rovina è pure, per così dire, a capo; perchè la bolgia sesta, in cui ella si trova, è la bolgia precipua delle dieci. Ciò per tre indizi: perchè vi è crocifisso Caifas, l'ipocrita giudice del Cristo; e così la bolgia risponde al luogo proprio dove è punito il traditore del Cristo; cioè, alla bocca di Lucifero; perchè nell'enumerazione che Virgilio fa dei peccati di Malebolge, l'ipocrisia, che è il peccato della sesta bolgia, è prima:[391]

onde nel cerchio secondo s'annida

_ipocrisia_, lusinghe e chi affattura, falsità, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura:

infine perchè, a proposito di questa bolgia, si fa sperimento della natura del diavolo che è

bugiardo e padre di menzogna.

In verità bugia è il nocciolo della frode; e la prima bugia del diavolo fu la causa della dannazione del genere umano; sì che la bugia domina tutta quest'ultima parte dell'inferno, che ha a capo Gerione, il serpe cioè l'invidia infernale; in fondo, Lucifero, la infernale superbia. E si veda, come, raccogliendo i frammenti che il poeta ha sparso del suo pensiero, questo pensiero si mostri forte ed esatto. Il primo peccato, che è di superbia, dell'angelo pravo il quale alzò le ciglia contro il Signore, fu poi seguìto da un altro, che è d'invidia, col quale indusse Adamo o il genere umano al peccato; e quest'ultimo peccato poi si espiò dal Cristo che in sè l'accolse e punì. I primi due peccati dell'angelo sono dunque la causa della morte dell'uomo Dio, come la colpa è la causa della pena, e l'ingiuria della vendetta. Essi condussero, mediante il disobbedire dei primi parenti, al peccato di Giuda e a quello di Caifas, chè Giuda e Caifas furono i rei e volontari strumenti precipui della pena e della vendetta, che l'innocente Dio scontò in sè per redimere il reo Adamo. Or Giuda è maciullato nella bocca di Lucifero, e Caifas è crocifisso nella bolgia degli ipocriti. E poichè l'ipocrisia o la bugia e la menzogna sono l'elemento precipuo del peccato del diavolo contro Adamo, e Lucifero è il peccato stesso del primo angelo contro Dio, e l'un peccato e l'altro sono tra loro connessi, chè Lucifero “fu superbo e perciò invido„;[392] noi vediamo che Dante pone l'espiazione del Cristo come ombra, per così dire, gettata dalla ribellione dell'angelo, e che fa il peccato pena del peccato; e che, quando ci persuadessimo che il peccato di Caifas si riduce a invidia e quello di Giuda a superbia, questa pena è data da un peccato simile e identico: superbia punisce superbia, e invidia, invidia.

La seconda e la terza rovina sono a Dante via nel suo cammino oltremondano.

Era lo loco, ove a scender la riva venimmo, alpestro... cotal di quel burrato era la scesa.

. . . . . . . . . . . . . Così prendemmo via giù per lo scarco di quelle pietre...[393]

Questo per la seconda rovina. Per la terza:[394]

Montar potrete su per la ruina che giace in costa e nel fondo soperchia. . . . . . . . . . . . . . . levando me su ver la cima

d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia, dicendo: sopra quella poi t'aggrappa; ma tenta pria se è tal ch'ella ti reggia.

Insomma Dante aiutato da Virgilio sale su faticosamente “di chiappa in chiappa„. È ragionevole indurre che anche per la prima rovina Dante prendesse via, nello scendere dal limbo al secondo cerchio; e che Dante non lo dica ma voglia che s'intenda, per quell'intenzione del suo stile di spiegar le cose a poco a poco, come egli stesso finge di conoscerle o capirle a poco a poco. E per la seconda scende non agevolmente, chè alpestro era il luogo e simile a frana orribile; e le pietre spesso movevansi sotto i suoi piedi. Il montar per la terza è poi più difficile ancora: Dante ha bisogno dell'aiuto di Virgilio, e se non era che lo “scarco„ delle pietre faceva un rialzo nel fondo della bolgia, e che l'argine al quale saliva, era più basso, perchè Malebolge pende verso il bassissimo pozzo, sì che il tratto da salire era ivi più corto; egli sarebbe ben vinto.[395] C'è dunque una gradazione di malagevolezza dalla seconda alla terza rovina. Or se Dante è disceso dal limbo al secondo cerchio per la via della prima rovina, si comprende chiaramente che questa via era meno difficile di quella tra il sesto cerchio e il settimo. In vero Dante non ci racconta la fatica o pericolo ch'egli provasse o corresse in quella scesa; e Minos a lui grida:[396]

non t'inganni l'ampiezza dell'entrare.

Ora s'egli era entrato per la rovina, Minos accennerebbe che questa rovina, essendo ampia, dava facile e quasi insensibile la discesa. E accennerebbe anche che era grande, questa rovina, più delle altre. E poichè le tre rovine sono opera del tremuoto che avvenne alla morte del Redentore, si conclude che più grande rovina e più ampia avvenne in questo punto che negli altri due.

Ma, con le rovine, la morte del Redentore causò nell'inferno altro sconquasso: la rottura della porta.[397] Quella rottura significa tre cose: che il genere umano fu redento, ossia che fu liberato il volere e riaperta la fonte del meritare; che vana fu per molti o per i più la Redenzione, sì che molti o i più devono nell'inferno patire il grave dolore, peggior d'ogni tormento, di vedere d'aver facilmente potuto, e non poter più, salvarsi; che, per la Redenzione, chi vuole, fin che è corporalmente vivo, può fare quello che il Redentore, scendere com'esso per salire, e morire per vivere. Le rovine hanno lo stesso significato? Sì. Per il primo punto, osservo che le rovine furono causate dal tremuoto, dirò così, della redenzione: da quel tremuoto che si rinnova, a figurare l'antico, nel passaggio che Dante fa dell'Acheronte; per il secondo, che i peccator carnali[398]

quando giungon davanti alla ruina, quivi le strida, il compianto e il lamento, bestemmian quivi la virtù divina;

quanto al terzo, che Dante scende probabilmente per la prima rovina; e prende via certamente per la seconda e per la terza; come è entrato dalla porta senza serrame.

II.

Il camminare, dunque, per lo scarco delle pietre, significa quel che entrar dalla porta aperta, per un vivente: avere come salvarsi; salvarsi da ciò appunto che è punito, senza più redenzione possibile, in quelli che vedono quel pendìo per cui non è possibile più riascendere, come non è più permesso uscire dalla porta aperta, una volta che si è morti. Ora, prima di tutto, è chiaro che più la salvazione, per il vivente, è facile, più la disperazione, per il morto, è grave. E così vediamo che gli sciaurati piangono più dei peccatori carnali; o almeno che il poeta significa il pianto di quelli con maggior menzione e più forti parole che il pianto di questi; mentre poi non parla affatto di pianti in faccia alle altre due rovine, sebbene per l'ultima egli noti che non è via per i morti.[399] In secondo luogo Dante fa vedere che, per il vivente, la salvazione è a mano a mano più difficile. In vero dalla porta aperta si entra senz'altro; per la prima rovina si scende così agevolmente, che Minos grida: Non t'inganni codesta ampiezza: come a dire codesta agevolezza; per la seconda rovina i sassi movevansi per lo nuovo carco; per la terza, oltre che Dante fatica sì che quasi è vinto, per la terza, Dante non scende, ma sale. Ora la porta aperta significa la liberazione della volontà, significa la redenzione in generale dal peccato in generale. E la prima rovina è a capo dell'incontinenza e più particolarmente della concupiscenza; e la seconda a capo della malizia con forza e senza intelletto; e la terza nella bolgia degl'ipocriti, cioè a capo della malizia con frode ossia con intelletto. E così la salvazione dalla servitù del volere è tanto facile, or che la porta è aperta, che non si capisce come in tanti non avvenga; al modo che non si intende come alcuno desideroso di uscire non esca pur essendo aperto l'uscio. E così la salvazione dalla concupiscenza è più facile che quella dalla malizia con forza, e questa più che quella dalla malizia con frode: salvazione, quest'ultima, difficilissima. In verità, essendo il salire opposto allo scendere, se lo scendere significa una maggiore o minore agevolezza, il salire significherà una maggiore o minore difficoltà, nel salvarsi.

E qui Dante è mirabile. Come ha posto due discese, una più comoda, una meno; così pone due salite, meno e più disagiate. Questa, per la rovina della bolgia di Caifas e del regno di Gerione, è la meno disagiata; la più, è per i peli di Lucifero, del maciullatore di Giuda, del primo superbo.[400]

Quando noi fummo là dove la coscia si volge appunto in sul grosso dell'anche, lo duca con fatica e con angoscia,

volse la testa ov'egli avea le zanche ed aggrappossi al pel come uom che sale, sì che in inferno io credea tornar anche.

Attienti ben, che per sì fatte scale, disse il maestro ansando com'uom lasso, conviensi dipartir da tanto male.

Da tanto male, con tanto ansimare; con meno, da minore. E così per i ronchioni della sesta bolgia Dante è aiutato da Virgilio, qui è a dirittura in collo al maestro. E se il salire qui è preceduto da uno scendere:[401]

Come a lui piacque, il collo gli avvinghiai; ed ei prese di tempo e loco poste, e quando l'ale furo aperte assai,

appigliò sè alle vellute coste: di vello in vello giù discese poscia tra il folto pelo e le gelate croste:

così, in Malebolge, discendono i due (nè già in tutte le bolgie discendono), e sdrucciolano giù, Dante sopra il petto di Virgilio, fuggendo la caccia dei diavoli:[402]

Lo duca mio di subito mi prese, . . . . . . . . . . . . .

e giù dal collo della ripa dura supin si diede alla pendente roccia, che l'un dei lati all'altra bolgia tura.

Ora è evidente perchè Dante, per certi peccati, la facilità di salvarsi esprima con lo scendere, e per certi altri, esprima la difficoltà, col salire o col risalire. Ci sono peccati che hanno in sè precipua la conversione al bene commutevole, e altri che hanno precipua l'aversione da Dio, bene immutabile. Ora il peccatore che va morto all'inferno entra e scende per una porta e per rovine, per le quali, entrando e scendendo, il peccatore vivo si salva, come l'altro si perde. Invero il cammino dell'uno e dell'altro, perdendosi e salvandosi, fu ed è converso, ugualmente, al bene; ma dell'uno al bene commutevole, dell'altro al bene immutabile. Quindi è uno scendere. Ma ciò solamente per il peccatore, vivo o morto, d'un peccato di conversione al bene; chè quelli che si perdono o si salvano di peccati di aversione da Dio, devono tenere via differente, secondo che sono vivi o morti, secondo che si salvano o si perdono. Quelli che muoiono di quel peccato, restano aversi, cioè con la faccia torta da Dio e volta al male; quelli che se ne salvano devono fare il contrario di quelli che si perdono; e salire come quelli scendono, e mettere la testa dove il diavolo ha le zanche, e dipartirsi così da tanto male. Ora poichè aversione da Dio vale quanto conversione al male, e questa vale quanto malizia, e i peccatori di malizia sono in tre cerchietti, come mai per la rovina della violenza, cioè della prima specie di malizia, Dante scende e non sale? cioè scende soltanto e non ancora risale? Che se avesse voluto per un suo fine dottrinale, avrebbe, il mirabile domatore della materia, anche potuto.

Oh! considera, lettore, e di', se il seguire il consiglio di Dante, di aguzzar bene gli occhi al vero, non porta poi alcun frutto!

Ecco:[403]

in su la punta della rotta lacca l'infamia di Creti era distesa.

Che sta fare il Minotauro colà? Quella rovina “è guardata„ da lui, da quell'ira bestiale. La guarda per impedire i morti, che non risalgano? Non ce n'è bisogno: per loro, come per gli sciaurati e per i peccatori carnali e per i vestiti da cappa e per tutti, basta “l'alta providenza„. O dunque? Dunque, per impedire i vivi, sì che non trovino facile la scesa. E dunque Dante non risale per questa, come per l'ultima delle rovine e per i peli di Lucifero; ma trova, significata da quella guardia, una difficoltà pur grave a scendere; più grave che a entrare, più grave che nella prima discesa, sebbene anche lì sia chi lo ammonisce, se non, chi lo impedisca; chi lo ammonisce appunto della soverchia facilità:[404]

Guarda com'entri e di cui tu ti fide: non t'inganni l'ampiezza dell'entrare!

Ma non è detto pur con ciò che Dante risalga, e qualche dubbio può rimanere sulla mia spiegazione intorno a questo risalire analogo alla aversione la quale è in certi peccati più che in certi altri. Ebbene vedremo anche questo perchè, il quale ora accenno, dicendo che la violenza, pur essendo malizia, come quella che ha un fine d'ingiuria, assomiglia molto alla disposizione di coloro che seguono “come bestie lo appetito„. Nel fatto, è bestialità.

III.

Avanti. Dante entra, dopo qualche esitazione, dalla porta senza serrame. Non muore alla morte del peccato in genere od originale, se non passando l'Acheronte. Questo fiume non è il solo dell'inferno. I fiumi sono quattro con esso. Donde nascono? Dice Virgilio:[405]

In mezzo mar siede un paese guasto . . . . che s'appella Creta, sotto il cui rege fu già il mondo casto.

Cioè sotto Saturno, sotto il “caro duce, sotto cui giacque ogni malizia morta„.[406] È il sogno pagano dell'Eden cristiano, quest'isola:[407]

Quelli ch'anticamente poetaro l'età dell'oro e suo stato felice forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l'umana radice.

In Creta, gli antichi pagani sognarono che innocente o casto fosse il mondo. E come l'Eden è una divina foresta, e vi è sempre primavera e ogni frutto, così in Creta,

una montagna v'è, che già fu lieta d'acque e di fronde, che si chiamò Ida: ora è deserta come cosa vieta.

L'uomo mutò l'Eden nella terra laboriosa e disubbidiente: l'Eden pagano si mutò esso. Come nell'Eden nacque il genere umano, così l'Ida fu cuna di Giove. Ora

dentro dal monte sta dritto un gran veglio, che tien volte le spalle in ver Damiata, e Roma guata sì come suo speglio.

E il veglio è il genere umano stesso, e volge le spalle all'oriente e il viso all'occidente, a Roma; il genere umano incluso nell'idea del sacro Romano impero. E si può notare ch'egli è ben disposto, secondo il corso del cielo,[408] che si muove da mane a sera. Ma pure il veglio ha un manco in altro come si vedrà.

La sua testa è di fin oro formata: e puro argento son le braccia e il petto poi è di rame infino alla forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,

(sono le quattro età del genere umano)

salvo che il destro piede

(ossia quello che significa la vita contemplativa o spirituale)

è terra cotta,

(perchè l'autorità spirituale è debole fondamento del governo: questo è il manco)

e sta in su quel più che in su l'altro eretto

(come non dovrebbe essere e come si adira Marco Lombardo che sia!).

Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta d'una fessura.

L'oro, no; perchè l'età dell'oro era innocente: non c'è da dubitare.

Ma quando o perchè avvenne allora la fessura? Se passiamo dal sogno alla realtà, dobbiamo sospettare subito che si tratti del peccato di Adamo. “D'una fessura„

che lagrime goccia, le quali accolte foran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia: fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; poi sen van giù per questa stretta doccia

in fin là dove più non si dismonta: fanno Cocito....

La fessura comincia dove finisce l'innocenza del genere umano. La fessura goccia lagrime; le lagrime formano i fiumi infernali. Passar l'uno, il primo di essi, è morire alla morte del peccato originale. Vediamo gli altri.

Ma, prima di tutto, c'è qualche fondamento, oltre la logica e il buon senso, all'interpretazione per cui la fessura è considerata effetto del peccato originale? E sì che c'è; e tale anzi da fornirci la vera postilla di Dante a quelle parole “gran veglio„. Se Dante avesse chiosato da sè il sacrato poema, qual parola avrebbe annotata qui nel margine? Avrebbe annotato: “Natura umana„. In vero Beda[409] afferma che quattro ferite furono inflitte dal peccato del primo parente a tutta la natura umana: infirmità, ignoranza, malizia e concupiscenza. E S. Tommaso, ragionandone, dice che “mediante la giustizia originale la ragione perfettamente conteneva le inferiori potenze dell'anima... Questa fu sottratta mediante il peccato del primo uomo, e perciò tutte le potenze dell'anima rimangono in certo modo destituite del loro ordine per il quale naturalmente sono ordinate a virtù; e questa destituzione stessa è detta _vulneratio naturae_„. Or la fessura del gran veglio comincia dove finisce l'oro, cioè lo stato d'innocenza o, diciamo con più classica parola, di giustizia originale. Nel che si deve ricordare che Creta, oltre Saturno, ebbe anche un re così giusto, che Dante, pur trasformandolo in demonio, lo accetta e conserva come giudice dell'inferno. La fessura è molto probabilmente, dunque, codesta _vulneratio_, e il gran veglio è la natura umana.

Ora la _vulneratio_ si esplica in quattro ferite; e le potenze dell'anima cui queste vulnerano, sono la ragione (intelletto), la volontà, l'irascibile, il concupiscibile. Capovolgiamo; ed ecco si trova con l'inferno Dantesco una perfetta corrispondenza, in quanto in esso, cominciando dal secondo cerchio, è punita l'incontinenza, prima di concupiscibile e poi d'irascibile; quindi l'_inordinatio_ nella sola volontà, all'ultimo quella ancor dell'intelletto. Ebbene i fiumi infernali che sgorgano dalla fessura del gran veglio, come dalla _vulneratio_ scende il disordine nelle potenze dell'anima, sono quattro, come quadruplice è quel disordine: e dove si trovano? Cocito è dove “più non si dismonta„, il che è detto in senso proprio e in senso morale; dove non si può andar più giù e dove non si può far di peggio. Invero questo fiume, ghiacciato dal ventilar delle ali del primo superbo, serra in sè i peccatori di malizia con frode in chi si fida, ossia di tradimento. È in fondo in fondo all'inferno, e in fondo all'ultimo cerchietto della frode. Ora in principio del primo cerchietto della frode (secondo della malizia), ossia nella bolgia di Caifas, è la rovina. Della frode, insomma, la rovina è a capo, il fiume in fine. E la frode è un peccato che ha in più del peccato che lo precede, il disordine nell'intelletto. Flegetonte si trova nell'unico cerchietto della malizia con forza. E naturalmente è a basso, e a basso scende nel piano inclinato del cerchietto, fin che nel cerchio ottavo (secondo cerchietto della malizia) cade con grande rimbombo.[410] La malizia con forza è senza intelletto, e in ciò è più leggiera colpa che la frode che segue; ma ha un fine ed è quindi con volontà, e in ciò è più grave dell'incontinenza che lo precede. Questo cerchietto ha una rovina a capo e un fiume in fondo, come può essere in un piano inclinato sì, ma unico. Stige scende visibilmente dal quarto cerchio nel quinto, dove impaluda. Il quarto cerchio punisce una specie d'incontinenza di concupiscibile, l'avarizia; e il quinto l'incontinenza d'irascibile. Una rovina è capo di tutti i cerchi dell'incontinenza, cioè in quello della lussuria; e un fiume paludoso in fondo. Dunque, riassumendo, tra una rovina ed un fiume si trova punita nell'inferno, prima la incontinenza di concupiscibile e d'irascibile, poi il disordine nella volontà, poi il disordine anche nell'intelletto. Le tre rovine dunque, come i tre fiumi a cui elle corrispondono sono in relazione indubitabile con la _vulneratio_ di Beda. Il peccato originale indebolì queste quattro potenze dell'anima, sì da agevolare quelle quattro specie di peccati.

Quattro? Ma sono tre. Sì, tre disposizioni: incontinenza, malizia con forza e malizia con frode. Ma l'incontinenza è duplice, di concupiscibile e d'irascibile. E così sono quattro. Ma allora perchè Dante non ha coi quattro fiumi limitato al basso queste quattro forme di peccato; e invece ne ha lasciato fuori uno, l'Acheronte, e due forme ha ridotte a una?

Vediamo. S. Tommaso dichiara che la _vulneratio_ ha destituite quattro potenze, che abbiamo vedute, del loro ordine a quattro virtù. Quali sono queste? Le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Capovolgendo come prima, vediamo che le quattro forme di reità, corrispondenti alle tre rovine e a tre fiumi, sarebbero opposte a queste quattro virtù, a questo modo: temperanza e fortezza alla incontinenza di concupiscibile e d'irascibile, giustizia all'_inordinatio_ della volontà, prudenza all'_inordinatio_ dell'intelletto. Torna? Dunque i traditori e i fraudolenti avrebbero peccato contro la prudenza? i violenti, solo questi, contro la giustizia?

Non torna, pare.

Eppure sì; torna appuntino. I fiumi dell'inferno hanno una sola e unica fonte: la fessura del gran veglio. È un fiume solo, che cambia nome e aspetto e natura. Prescindendo per ora dall'Acheronte, Stige si mostra nel cerchio degli avari,[411] come

una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva.