Part 9
Ma capitò un altro incidente ad accrescere le sue paure. Mentre la _galleggiante_ si allontanava trascinata sull'acqua, da quel cielo così bianchiccio cominciarono qua e là a cader giù grossi goccioloni.
— L'ho detto io, che doveva piovere! — strillò la Cecilia — ma a me, è inutile, nessuno vuol dar retta, e adesso roviniamo tutta la roba! — e ciò detto si slacciò il cappello e se lo levò: — era nuovo — e in fretta se lo mise sotto la mantiglia.
— Ma se si vedono le stelle! — Prandino non ne indovinava una.
— Meglio per lei, se le vede. Questa, intanto, è acqua che viene!....
Il Cavaliere aprì un ombrellino, ma invece di prender sotto la Cecilia, lo tenne tutto per sè. Il Maggiore, più galante, e piegandosi un po' a destra e un po' a sinistra, chè sulla panchettina della gondola cominciava a trovarsi maluccio, teneva coperta l'Elisa. Gegio era stato cacciato da sua madre sotto le gambe dell'Ariberti, al quale, così, non rimanea da far altro che lasciar piovere e pigliarsela tutta.
I goccioloni si fecero presto più fitti, più minuti, finchè l'acqua venne giù proprio a dirotto. Allora in quella ressa di gondole era un continuo muoversi, uno spiegarsi confuso di scialli, di fazzoletti, di ombrellini, un tramestìo disordinato, un chiasso assordante di grida, di strilli e di risa, mentre invece quelli delle finestre se la godevano allegramente al nuovo spettacolo e batteano le mani.
Prandino, fradicio, era tutt'occhi e tutt'orecchi, attento ai gondolieri che lavoravan di remi, rossi in viso, grondanti d'acqua e di sudore, vociando e sbraitando a più non posso.
— _Scia!_
— _Scié!_
— _De zo le pope!_
— Che sia questa la volta che si va sott'acqua? — tornò a domandare Prandino al Cavaliere.
— Ci siamo già, mi pare.
L'Elisa rideva e strillava, fremendo con iscatti che avrebbero voluto imitar quelli di una bambina impaurita. Il Maggiore, tutto indolenzito, tentava di allungare le gambe, ma non ci riusciva. Gegio, pacifico, si asciugava il naso nei calzoni di Prandino mentre sua madre brontolava che dei _freschi_ ne aveva avuto abbastanza, e che non ce la piglierebbero più, per tutta la vita.
Le gondole continuavano a urtarsi, ma avanzavano stentatamente.
— _Dè una vogada de manco, che me casso soto!_ — gridava il barcaiolo di prora della gondola di Prandino, ad un altro, ch'era in un'altra gondola lì vicina.
— _Stè indrio vu, che go pressa!_
— _E alora voghè, movéve!_
— _Fogo in mànega, paron? Arè che furie!_
— _Andè a sciosi, andè!_
A questo punto le due gondole sbacchiarono, urtandosi, con un tonfo sordo di legno; ma quella di Prandino rimase indietro:
— _Andè a vogar in peata, andè!_
— _Va là, moscardin, va là!_
Il gondoliere di Prandino, a tali parole s'infuriò che parea matto, e senza badare alle raccomandazioni del Maggiore, alzò il remo gridando a voce squarciata: _Regatante dal loffio! Te cucarò doman, te cucarò!_
— Si bastonano! Si accoppano! — esclamò Prandino tirandosi indietro, vedendo i remi levati, senza badare che le due gondole s'erano un po' allontanate. Anche le signore si mostravano inquiete. Del Mantico stava serio e attento. Soltanto il Ramolini sorrideva, dondolando la testa.
— _Te storzarò el colo, mi!_
— _Va là, moscardin, va là!_
— _Te stagnarò el sangue dal naso!_....
Le gondole non si urtavano più; a poco a poco sgusciaron via leste, spedite. La _galleggiante_ coi lumi spenti, o quasi, entrava al largo, nella laguna; e il cielo, dopo quella burletta, s'era fatto d'una trasparenza lucente.
— _Va là, moscardin, va là!_.... — continuava l'altro a gridare da lontano colla solita cantilena, ironica e inquietante; ma il nostro gondoliere adesso non gli badava più e sorrideva strizzando l'occhio al compagno di _pope_, che non aveva mai aperto bocca durante tutta la bega.
— Sempre così! — disse il Ramolini, mostrando il suo disprezzo o il suo malcontento perchè non si erano per lo meno accoppati. — Succede sempre così!
Appena la gondola si avvicinò alla riva, prima ancora che il _ganzèr_ curvo, col cappello in mano, la tenesse ben ferma coll'uncino, il Maggiore saltò giù, prestamente, sugli scalini, per quanto glielo permettevano le gambe indolenzite. Allora le allungò, le distese con un sospiro di sollievo, e poi offrì il braccio all'Elisa, e si allontanarono insieme verso la piazza. Prandino avrebbe voluto seguirli, ma a un cenno imperativo della Cecilia si fermò per pagare il noleggio della gondola. Quando se ne sbrigò e raggiunse il resto della compagnia, la Cecilia con Ramolini e Gegio, lo aspettava ferma, un po' discosta dalla “mamma„ che tirava dritto, lentamente, appoggiata tutta addosso al Maggiore.
— Quanto ha pagato?....
— Volevano sette lire....
— Perchè lei non è bravo di contrattare!....
— Ma non ne ho dato altro che sei e mezzo!....
Il Ramolini s'accomiatò sotto l'_Orologio_; voleva fermarsi al caffè _Quadri_ a bere qualche cosa di molto caldo; gli altri, passo passo, si avviarono verso l'albergo. Prandino, che adesso non avea più paura di affogare, tornò daccapo ad esser molto turbato dalla presenza del Maggiore: — Dunque non anderà a Treviso altro che domattina?.... E quella stupida d'Elisa perchè si mette a far la smorfiosa con lui?... E la Cecilia, brutta strega! perchè non lo ha lasciato partire?
Sulla porta della _Gondola d'oro_ si fermarono in crocchio, ma Prandino, col cuore che gli batteva forte, notava che il Maggiore non si risolveva mai ad accomiatarsi. Chiacchierava a bassa voce coll'Elisa, rideva, scherzava con lei e non si moveva.
— Conte Eriprando, ho sete, — cominciò Gegio, con voce piagnolosa.
— Berrai domattina. Adesso si va a dormire; — gli rispose seccamente la Cecilia.
A questa antifona della figlia, la Contessa, che l'aveva capita, chiese al Maggiore, con un certo garbo malizioso, se, adunque, aveva risoluto di fermarsi o di partire.
— Partirò.... domani.
E il Del Mantico sorrise in un modo tutto particolare e pieno di sottintesi.
— Oh! finalmente! tanto ci voleva! — esclamò la D'Abalà, mentre guardava brontolando, se l'acqua avesse lasciato macchia sul vestito.
— Ma.... — Prandino parlava a stento e colla voce malferma. — Ma.... il nostro albergo deve essere tutto pieno....
— Ho telegrafato da Treviso perchè mi tenessero pronta una camera.
Allora entrarono dal portiere, per vedere se il telegramma era giunto in tempo.
— Mi avete tenuto una stanza? — chiese il Maggiore al portiere che sonnecchiava.
— Il numero 43, signor Marchese!
Il portiere, secondo il solito, non si mosse, ma si toccò il berretto colla mano.
Quando fu arrivato su in cima, al numero _ottantasei_, Prandino non ne poteva proprio più; si sentiva soffocare, e buttandosi smaniando sul letto, pensò allora che sarebbe stato meglio se la gondola fosse calata a fondo con lui dentro! Oh! sì; molto meglio sarebbe stato! Almeno, a quell'ora, egli avrebbe finito di soffrire.
CAPITOLO X.
Quella notte, il conte Eriprando degli Ariberti stentò molto a prender sonno e, anche dopo, dormì poco e male. Si svegliò che albeggiava appena, nè potè più riaddormentarsi. In quella cameretta soffocava. Si alzò, si vestì a malincuore, sospirando nel lavarsi, sospirando nell'infilare i pantaloni, e annodandosi la cravatta con una stretta rabbiosa.
Tant'è, per lui era cosa già risoluta: se la contessa lo tradiva col numero 43, egli non avrebbe più voluto tirarla innanzi.
Che cosa avrebbe fatto? — Uno sproposito avrebbe fatto, ma dopo, almeno, la sarebbe finita.
Povera mamma Orsolina!... Non ci pensava Prandino, in quel momento.
Uscì dalla _Gondola d'oro_ ch'erano sonate appena le sette, e andò a passeggiare per un pezzo, così dinoccolato, colla faccia smorta, gli occhi gonfi e una folla di brutti pensieri che gli girava per la testa. Soffriva; soffriva davvero. Nel suo cuore esacerbato c'erano due odii, anzi tre; odiava la Cecilia, odiava il Maggiore, odiava adesso anche l'Elisa: la Cecilia però sopra ogni altro era il suo tormento più grave; era giunto anzi quasi a figurarsi l'Elisa come una vittima, forse troppo debole, di sua figlia, ma tuttavia sempre una vittima, che si sacrificava per lei. Quando tutto a un tratto (passeggiava allora sotto le _Procuratie_) sentì chiamarsi per nome da una vociaccia che lo fece trasalire: era il Maggiore che usciva da _Galli_, il parrucchiere.
Prandino si volse e tornò indietro qualche passo per venire incontro a Del Mantico. Ebbe il coraggio di stendergli la mano, si sforzò di far la bocca ridente; ma lì, su due piedi, non fu buono di dire una parola: la voce gli si strozzava nella gola.
— Come mai la si vede in piedi così per tempo, caro Conte?
— È il caldo!
— Col caldo, difatti, si dorme male.
— Ma.... anche lei, signor Marchese, è molto.... è molto _mattutino_!
L'Ariberti avrebbe voluto dire _mattiniero_. Ma bisogna compatirlo; era l'emozione che gli faceva pigliare dei granchi.
— Io sono solito ad alzarmi presto. A Treviso sono in quartiere prima delle cinque, estate e inverno.
— Per bacco!
Il Maggiore si mostrava cortese, affabilissimo con Prandino; ma questi certo sarebbe stato più contento se lo avesse trovato burbero e musone, com'era stato il giorno prima al Lido. Bisognava proprio che i suoi affari gli andassero bene, per essere così di buon umore.
— E oggi, — domandò poi, improvvisamente, prendendosi l'Ariberti a braccetto, — che cosa ne faremo oggi delle _nostre_ signore!
Nostre? Adagio Biagio! — pensava Prandino. — A te lascerò la Cecilia e, se vuoi, anche Gegio per giunta.
— Che cosa ne faremo?
— Mah! Bisognerà sentire la contessa Navaredo e la contessina D'Abalà! — rispose Ariberti, con aria diplomatica.
— Già, m'immagino che vorranno ritornare al Lido?
— Sicuro: sono venute a Venezia per i bagni.
— E ci fermeremo là anche oggi, a pranzo?
Ma dunque non parte più! — pensò Prandino, e non ebbe lena di rispondere nulla.
— Si mangia così male, al Lido! — continuò il Del Mantico.
— Oh! il mangiare... è l'ultima cosa! — esclamò l'altro, sospirando profondamente.
— Certo; quando però non si abbia appetito! E anche oggi ci dovremo digerire la compagnia di Potapow e del Giapponese?
— Lo temo.
— Mi sono cordialmente antipatici tutti e due!
— Anche a me!
Questa volta, forse fu la prima e rimase forse anche l'ultima, il conte degli Ariberti e il marchese Del Mantico andavano sinceramente d'accordo.
— Oh! To! to! Guarda chi si vede, a quest'ora! La contessa Elisa!
Prandino si sentì battere il cuore con violenza, e diventò rosso come un gambero.
La contessa Elisa, elegante, profumata, col suo velo caffè attorno alla faccia, si avvicinava, sorridendo, inchinandosi scherzosamente; non molto però, chè si poteva muovere appena, tanto s'era stretta nell'abito, per parere meno grassa.
All'Ariberti, quella mattina, l'Elisa parve ancora più bella, ancora più cara del solito; vedendola appena, sentì in un attimo dileguare l'odio e ritornare tutto l'amore.
Ella gli sorrise graziosamente, e lui provò un grande bisogno di trovarsi solo con lei, per parlarle col cuore in mano, colle lagrime agli occhi, per iscongiurarla di non amare il Maggiore, chè l'avrebbe reso infelice, per contarle che aveva passata una notte d'inferno e che aveva voluto morire, per dirle, insomma, che le voleva bene e che le perdonava!...
— Sola, Contessa?
— Affatto sola, Maggiore!
— Come mai?...
— Sono scappata via! — e così dicendo fece una mossetta co' fianchi, come di fanciulla che fosse fuggita di collegio.
— Ma, e la contessina Cecilia, dov'è?
— Via, via, Maggiore, non pensi male. Non ho nessuna idea di ribellione. Eccola là, la mia guardiana! — e, alzando l'ombrellino, indicò fuori dalle colonne la D'Abalà, rossa, scalmanata, in quello stato! che inseguiva Gegio gridando forte, mentre il monello le scappava dinanzi in mezzo alla piazza, per correr dietro ai colombi.
Per quanto tentasse tutti i modi e cercasse tutti i pretesti, il conte degli Ariberti non potè restare solo colla contessa Navaredo altro che al Lido, alla sfuggita, sulla terrazza. La Cecilia si era allontanata per far preparare il camerino alla mamma, e il Maggiore era andato nel suo a spogliarsi. Ma però, anche allora, messo tutto in orgasmo, forse per averlo aspettato e desiderato troppo quel colloquio da solo a sola, non trovò nè modo, nè agio di dirle nulla. Solamente le domandò, come una grazia, che non uscisse al largo a nuotare: sarebbe stato troppo infelice, se avesse veduto il Maggiore tenerle dietro.
Bisogna sapere che al conte degli Ariberti non era concesso quel giorno di fare il bagno, per quanto ne potesse aver desiderio; chè gli era stato proibito dalla D'Abalà, la quale gli aveva imposto di tener d'occhio Gegio fino a tanto che ella rimanea colla mamma per aiutarla a spogliarsi e a vestirsi.
L'Elisa, dopo che Prandino le ebbe chiesta grazia, non gli rispose ne sì, nè no; ma gli sorrise in un modo che il fanciullone interpretò come assenso.
— Dunque sì?... me lo giuri?...
L'Elisa cominciò a guardarlo, ma si fe' seria e cominciò a sospirare.
— Perchè ti sei fatta così triste?
— Nulla, sai, non ho nulla: non mi sento a modo mio. Ma il bagno mi farà bene, servirà a scuotermi un po'!
— Devo parlarti. Ricordati che dopo il bagno ti aspetto fuori: verso la _Favorita_. Voglio restar solo con te.
— Vedrò se mi sarà possibile....
— No, se sarà.... deve essere possibile, perchè lo voglio.
— Ah! bambino mio! Se si potesse far sempre quello che si vuole, che paradiso sarebbe! — E l'Elisa sospirò di nuovo. Poi, come abbandonandosi a un'improvvisa risoluzione — addio, — gli disse, — vado a spogliarmi.
— Ti accompagno....
— No.... resta sulla terrazza.... è meglio evitare i commenti.
— Buon bagno, Contessa! — esclamò Prandino, salutandola ad alta voce.
— _Au plaisir de vous revoir_, caro Conte! — rispose l'Elisa con un tono che attirò l'attenzione dei vicini, e poi lentamente si avviò verso il compartimento delle signore.
Anche quel giorno la contessa Navaredo era stata molto affettuosa col conte Eriprando; ma però, in fondo alle sue moine c'era qualche cosa di triste che avrebbe dovuto mettere Prandino in sull'avviso. Col Maggiore, invece, l'Elisa non parlò quasi mai: tuttavia era affatto sparita dal suo sorriso ogni tinta ironica e ogni apparenza di sfida.
Adesso lo sfuggiva cogli occhi e li abbassava subito appena il Maggiore si metteva a fissarla coll'occhialino: voleva mostrarsi timida con una soggezione non priva di verecondia, quantunque, così striminzita com'era entro l'abito, non si potesse abbandonare ai molli e ai languidi atteggiamenti che le erano abituali.
Durante il tragitto sulla laguna, in vaporetto, si sedettero vicini mesti e taciturni.
Come già aveva annunciato Badoero il giorno prima, il vaporetto era meno affollato, le conversazioni tutte più intime o più sommesse; non si udivano risa, ma si vedevano soltanto sorrisi. Badoero salutò da lontano le _Contesse di Vicenza_. Era tutto sussiego al fianco della principessa di Lentz, una vecchia alta, secca, arcigna, vestita di nero, che salutava appena con un cenno breve del capo, senza dar la mano a nessuno e rimanendo quasi sempre in piedi, come se là, sul democratico vaporetto, ci stesse a regnare, a ricevere suppliche e a dispensare grazie.
L'Elisa la guardava con invidia, la D'Abalà con dispetto, mentre il conte degli Ariberti allungava il collo per farsi vedere da Badoero, sperando che lo chiamasse vicino per presentarlo alla Principessa. Ma Badoero dritto, serio, contegnoso, gongolante in cuor suo d'essere veduto da tutti vicino alla vecchia dama, non guardava nessuno, nemmeno la piccola Emma, che faceva il chiasso con alcuni ufficiali d'artiglieria. Egli dimostrava tutta la gravità nobile e a un tempo superba d'un ciambellano che si trova alla presenza di Sua Maestà.
Quando salirono sulla coperta Jamagata e Potapow, le Navaredo si consolarono tutte e due sperando anche loro di mettere su un po' di corte: l'Elisa salutò con un'occhiata tenerissima il Commendatore, e madre e figlia — Complimenti!.. Complimenti! — esclamarono ad alta voce, e la Cecilia si tirò da parte sul cuscino, quello solito collo stemma di casa, per fare un po' di posto ai nuovi amici; ma Potapow e Jamagata si degnarono appena di un _bonjour_, _mes dames_, corto e distratto, e poi filarono via per andare ad inchinarsi _ai piedi del trono_, come disse il Maggiore, con una frase che fu trovata felicissima dalle Contesse di Vicenza.
Fortunatamente a rialzare un po' il loro umore, capitò grave e solenne il cavaliere Ramolini. Aveva il soprabito gettato sul braccio, perchè il termometro, al sole, segnava 30° Réaumur. Ramolini sorrise stringendosi nelle spalle, finchè la Cecilia tirava giù delle impertinenze a proposito di quella _ridicola_ madama Krauss; ma poi annunciò con mestizia che quel giorno temeva di non poter fare il bagno: soffiava un po' d'aria. Già era sempre così: Ramolini capitava al Lido ogni giorno: ma appena era imbarcato sul vaporetto cominciava ad esprimere dubbi, e quando poi era giunto sulla terrazza, non trovava mai che la temperatura fosse abbastanza buona, e il tempo abbastanza sicuro, per arrischiare di tuffarsi nell'acqua.
— Chi lo piglia il raffreddore, se lo tiene! — rispondeva invariabilmente a chi giudicasse esagerata quella prudenza.
Quando la contessa Navaredo lasciò Eriprando per andare a fare il bagno, Gegio cominciò subito a sentirsi male alla gola, cosicchè l'altro, per vedere di guarirlo, si determinò a fargli portare un gelato. S'erano seduti tutti e due vicino al parapetto, ma Ariberti, ad ammirare il mare, aspettava che vi si fosse tuffata l'Elisa; intanto approfittò di quel momento di quiete per fare un po' di conti. Il bilancio lo atterrì; in cassa non gli rimanevano più altro che _dugentoquindici lire;_ e ancora all'albergo c'era tutto da pagare!... Non riusciva a capacitarsi, come mai il denaro scappasse via così presto. Perbacco! _Dugentoquindici lire!_ Ma già era un continuo spendere: e gondola, e bagno, e pranzo, e guanti, e _tramway_, e caffè, e _traghetti_.... A volerla fare da signore, proprio davvero, anche trecento lire sarebbero state poche!... Continuando di quel passo, in una settimana, se non toccava il verde, ci andava molto vicino. E pensare che lui lo sentiva in sè di non essere proprio nato per fare il pitocco!... Ma!... e al mondo c'erano dei bottegai, dei fruttivendoli, dei fabbricanti di _piroconofobi_ per le zanzare, che accumulavano milioni.... mentre lui.... l'ultimo degli Ariberti, non avrebbe ottenuto alla banca, sulla sua firma, un cento lire!... Ma!... _Il progresso!_ Bel progresso, davvero!... Ah! se invece d'essere l'Eriprando _nono o decimo_ della casa, ne fosse il _quinto_ o il _sesto_ solamente, avrebbe saputo lui come farlo correre il _progresso_ a gambe levate!...
Intanto che pensava a tutto ciò, avvilito e colla testa bassa, gli toccò un altro dispiacere: i suoi calzoni in fondo erano così smangiati, che sfilavano in diversi punti.... Ci fosse stata la mamma! glieli avrebbe saputi rammendare così bene da parere nuovi. Ma alla locanda?... Oh, sì; bravi davvero!... Alla locanda, la rompono la roba, invece di aggiustarla!... Figurarsi, i suoi guanti che aveva dati da accomodare, li avevano cuciti col cotone!... — Povera mamma! bisognerà che mi ricordi un giorno o l'altro di scriverle una cartolina. Già, se l'ultimo giorno che sto a Venezia, pagato il conto dell'albergo e messi da parte i denari del viaggio, mi resta un avanzo di sei lire, le compero la spilla!
Era una magnifica spilla di _venterina_, con una gondola in mosaico nel mezzo, che Prandino aveva veduta in mostra da un chincagliere, sul _ponte dei Beretteri_: non valeva più di sei lire, ma faceva figura per venti.
— Oh, Conte illustrissimo! prendi il fresco?
Era Badoero che, abbandonato dalla Principessa, arrivava sulla terrazza in cerca dell'Emma.
— _Ciao_, Badoero.
— _Ciao simpaticone!_ Dirò anch'io col poeta: Beati coloro che veder si ponno!
— Perchè?
— Perchè ti sei fatto invisibile!
— Anche oggi ero sul vaporetto delle tre, colla contessa Navaredo e colla contessina D'Abalà.
— Lo dici davvero?... E dire che io ho guardato appunto se ti vedevo, perchè volevo presentarti alla Principessa.
— Grazie.... al caso.... se si presentasse di nuovo l'occasione, mi farai un favore.
— Eriprando, ho fame! — piagnucolò Gegio, il quale, furbo, capì subito che alla presenza di Badoero, quell'altro non gli avrebbe rifiutato una ciambella.
— Fra un'ora pranzerai. Accontentati del gelato.
— Ho fame!... Non voglio aspettare un'ora.
— E che, diavolo! fa portare una pasta! — disse Badoero a Prandino.
— Dopo non mangia più a pranzo.
— E che importa? Fai troppo il tiranno! _Garçon!_ porta la cesta.
Gegio si acquetò subito, e quando ebbe la cesta davanti, toccò tutte le paste, per arrivare a scegliersi la più grande.
— Hai fatto il bagno?... — tornò a domandare Badoero.
— No.
— Non lo fai?
— Forse più tardi.
— Dopo ti lasci vedere?
— Sì, dove vuoi che ci troviamo?
— Ci troveremo, ci troveremo... aspetta un po'... ci troveremo... ma, adesso che ci penso, dopo il bagno ho un impegno colla Principessa. È meglio fissare per domani. È una gran seccatura quella Principessa, che Dio la conservi!... Oh diavolo! Ecco l'Emma che m'ha riconosciuto e mi fa cenno di scendere in mare con lei.... questo mi secca! oggi non posso; oggi non ho tempo da perdere!
Eriprando, da qualche momento non gli badava più: cominciava ad essere distratto. La Contessa nell'acqua nuotava verso i pali e il Maggiore _faceva il morto_ nelle vicinanze.
— Ciao, Ariberti! — esclamò il Badoero, dopo aver fatto dei segni all'Emma colle mani per aria.
— _Ciao_.
— A proposito, ricordati che un giorno dobbiamo pranzare insieme.
— Grazie, quando vuoi.
— No, no, il giorno lo fisserai tu, caro il mio _Prefetto!_ — e Badoero si mise a ridere con malizia.
Ariberti lo guardava fisso, senza capir nulla.
— Sai, qui, appena vedono una persona, subito gli affibbiano un soprannome. Ma senza malignità, così, tanto per ridere.
— Oh bella, e a me hanno dato il soprannome di _Prefetto?_
— Sicuro; siccome ti vedono sempre in abito nero, così ti chiamano il _prefetto di Malamocco!_
Prandino rise ancora, però adesso con un po' meno di piacere. _Prefetto_ sarebbe bastato, senza quell'aggiunta di _Malamocco!_
Nel frattempo giù nell'acqua si videro anche Potapow e Jamagata a far bella mostra delle loro forme: Potapow, più prudente, non si allontanava dalla corda, ma Jamagata s'era spinto fuori e aveva anche tentato dì unirsi col Maggiore, nella sua gita acquatica; ma il Del Mantico fece l'indiano, col giapponese, e tirò dritto per conto suo, avvicinandosi sempre più al compartimento delle signore.
Prandino sulla terrazza guardava fisso, attento a ogni cosa e diventava verde; l'Elisa, tranquillamente, dopo essersi fermata qua e là ad accomodarsi il cappello e a serrarsi la veste sul collo, si lasciò andare ed uscì al largo, fuori dei pali; e il Maggiore le tenne dietro.... ma non era buono di raggiungerla.
— Contessa!... Contessa!...
— È lei, Maggiore? — L'Elisa, come al solito, nuotava di fianco; però meno del giorno prima perchè l'acqua era più morbida e non lasciava distinguere bene altro che il biancastro dei piedi e delle braccia.
— L'acqua oggi è buona, — cominciò il Maggiore, che faceva fatica a seguire la Contessa.
— È anche troppo calda!
— La prego.... Vada un po' più adagio.... Contessa! Così io non posso tenerle dietro.
— Non voglio che mi tenga dietro.... Lei ha risoluto di compromettermi ad ogni costo!
— Se ha tanta paura di compromettersi allora dovrei credere ch'è proprio vero quanto m'ha narrato la Contessa.
— Non so che cosa mia figlia le abbia detto; io la prego soltanto di ritornare indietro.
— E se non volessi ubbidirle?
— Ho da fare, spero, con un gentiluomo.
— Ma la Cecilia mi assicurò in fine.... che lei non aveva detto ancora l'ultima parola.