Sott'acqua: racconto

Part 6

Chapter 63,805 wordsPublic domain

Invece egli ne risentì come una grave malinconia, come uno sgomento vago, indefinito. Eran le sette già sonate da un pezzo, e la piazza, allora deserta, pareva ancora più vasta. Era rischiarata da un riflesso bigio, squallido, e i leggii preparati per la musica, senza che avessero intorno anima viva, e le seggiole bianche e vuote dei Caffè gli facevano l'effetto d'altrettanti scheletrini, disposti in riga in quel vasto e splendido cimitero. Anche l'allegria dei colombi mancava a quell'ora: forse essi pure erano andati altrove a desinare. Soltanto qua e là sotto le _Procuratie_ egli vedeva qualche persona che passeggiava, qualche altra ferma, in piedi, o seduta. Di tratto in tratto, è vero, la piazza era attraversata da una frotta di signore e di signori, dagli abiti strani, chiari, eleganti, dai cappelli d'ogni foggia e d'ogni tinta, che camminavan lesti, che ridevano, che parlavano tutte le lingue, a due a tre in crocchi separati: erano forestieri che ritornavano dal Lido col _vaporetto_, ma che sparivano, si dileguavano via com'eran venuti, in un attimo. Una volta Prandino fu involto da una di quelle folate, e sentì crescere l'uggia che aveva intorno, perchè nessuno badava a lui, perchè, fra tutta quella gente, egli era un ignoto, un nulla, e, allora là, solo, in mezzo alla piazza san Marco, soffrì di nostalgia, per la sua cittaduzza dov'egli era pur qualche cosa, dove tutti lo conoscevano pel _signor conte_, dove tutti sapevano che egli era l'amante della Navaredo.

Ma però quando passo passo, uscendo dalla severità maestosa, solenne della piazza Grande, entrò nella _piazzetta_, allora quella gaia giocondità di vedute e quell'aria odorosa, umida, saporita che d'improvviso gli sbuffò frizzante sulla faccia, allora la riva, la Giudecca, san Giorgio e le isole lontane, allora quell'acqua azzurra come il cielo e argentina, gli fecero provare commozioni nuove, vivissime, mentre una dolcezza profonda, una mestizia soave dagli occhi gli scendea giù in fondo all'anima, suscitandovi un impeto generoso di espansione, di tenerezza e d'amore. Allora la figuretta di mamma Orsolina gli riapparì dolce, cara, affettuosa, allora ricordò tutte le cure, tutto l'affetto della signora Luciana, e pensò come potrebbe impiegare parte delle dugentosessanta lire per portare all'una e all'altra un ricordo di Venezia. Ma più che non l'avesse mai amata, più che non l'avesse adorata mai, gli ritornò l'Elisa dentro al cuore. In quel punto sentì che i torti erano di lui, ch'egli era stato ingiustamente geloso, ch'era stato inurbano, che l'aveva trattata male, e affrettò con ogni desiderio il momento di trovarsi solo con lei, per abbracciarsela stretta, per dirle che le voleva tanto e tanto bene, per domandarle perdono di tutto, per fare la pace insieme.

Andò all'albergo per trovarla, ma le signore non erano ancora rientrate. Allora tornò in piazza a cercarle. Adesso s'era fatto notte, la piazza era gremita di gente, i Caffè affollati, e la luce viva, sfacciata del gas, la musica echeggiante, il mormorio confuso e il chiaccherìo pettegolo della folla, il calpestìo dei piedi, il fruscìo delle vesti lo sbalordivano, lo inebbriavano quasi. Nulladimeno, passò e ripassò da _Florian_ due, tre, quattro volte, ma l'Elisa non c'era e nemmeno quella uggiosa della D'Abalà, che, tant'è, avrebbe veduta volontieri, perchè, vicino a lei, sarebbe stato sicuro di scorgere anche l'Elisa. Ritornò a fare la piazza in su e in giù, ma ancora inutilmente. Egli era stanco: la luce, la musica, il chiasso gli davano il mal di capo, aveva gli occhi che gli bruciavano ed era così stanco che le gambe gli si piegavano, e incespicava nelle ondulazioni disuguali del selciato.

Dov'erano andate?... Dove s'erano cacciate?... Era stato un gran stupido a non aspettarle, a non uscire con loro. Si seccava a star così solo, senza conoscer nessuno, fra tutta quella gente.

— Che fossero sedute sotto i portici?

Ancora non era abituato a chiamare _Procuratie_ quei palazzi.

Salì i gradini, entrò sotto, camminò avanti, ma quando fu proprio dinanzi al caffè Florian, gli pareva d'essere sul palco scenico d'un teatro. Ebbe soggezione di tutta quella luce, sentì una vergogna strana in mezzo a tutta quella gente. Credea che ciascuno non avesse nulla di meglio da fare che badare a lui. Proprio sulla porta del Caffè c'era Badoero che discorreva con un bel vecchio dal tipo aristocratico, alto, colla barba bianca: il conte Potapow di sicuro!... Prandino arrossì, si fece piccin piccino, voltò via la testa per non essere riconosciuto, e fuggì lesto a nascondersi nel buio, perchè in mezzo a quello sfarzo d'illuminazione aveva scorto che le sue scarpe dalle suole troppo grosse, erano coperte di mota, e gli era sembrato che tutte le macchie e le frittelle da mamma Orsolina levate in quei due anni dal suo abito nero, saltassero fuori di nuovo, pettegole, impertinenti, per deriderlo e perchè fosse deriso.

Respirò più sollevato quando si trovò lontano dalla piazza e si avviò subito verso l'albergo della Gondola d'oro.

— È ritornata la Contessa? — chiese al portiere.

— Il numero? — rispose questi che, come al solito, non buttava via le parole.

— Numero quaranta.

Il portiere guardò la tavoletta delle chiavi.

— Il numero quaranta è in casa.

Ciò detto, si voltò nella sua poltrona e cominciò a leggere la _Gazzetta di Venezia_, con molta attenzione.

Prandino, questa volta, non badò più che tanto alla boria del portiere, ma fece gli scalini a due a due e si fermò, ansante per la corsa e un po' tremante per l'emozione, a battere al numero quaranta.

— Chi è? — domanda l'Elisa di dentro.

— Son io.

— Avanti.

L'Elisa era occupata nell'accomodare la sua roba dentro al cassettone.

— Dove vi siete nascoste? V'ho aspettato fino adesso, girando su e giù per la piazza come un matto. Sono stanco morto.

E Prandino si lasciò cadere sopra una sedia facendosi vento col cappello, che là dentro, in quella cameretta bassa, angusta, si soffocava dal caldo.

— Cecilia, dopo pranzo, si sentì male e non ebbe più voglia di vestirsi.

— Però siete uscite tutt'e due.

— Sì, ma per poco. Abbiamo fatto una corsa fino in _Merceria_ per comperare i nostri _costumi_ da bagno; e poi, siccome ci sentivamo stanche, siamo ritornate subito all'albergo.

— Io sono stato da Badoero, e sono giunto in tempo per trovarlo in casa. M'ha fatta un'accoglienza festosa, affettuosissima, povero Badoero. Voleva anzi che stasera si uscisse insieme per presentarmi alla principessa di Lentz, una gran signora: suo padre è stato un duca regnante. — Non _ti_ lascio più. Voglio che facciamo vita comune. — Ma io ho risposto subito che per questa sera mi doveva scusare. — Sai, — gli ho detto, — sono appena arrivato. Ho tante cose da fare!... — Così, a fatica, me ne sono liberato per venire al _Florian_, ma tu non c'eri!... Abbiamo fissato di ritrovarci domani, sul vaporetto delle tre. Te lo presenterò. Vedrai, è un giovinotto molto simpatico.

L'Elisa lo lasciava dire e stava zitta, intenta alle sue faccenduole, senza badargli.

— A Venezia fa più caldo che a Vicenza, — riprese l'altro, dopo un po' che durava quella scena muta. — C'è un soffoco opprimente che dà alle gambe. Quando sono uscito, pareva che volesse piovere da un momento all'altro. Adesso invece s'è rimesso al bello, e c'è un sereno, di fuori, che invoglia ad andare a fare una _sgondolata_.

Prandino tentava tutti i mezzi per intavolare la conversazione; ma faceva fiasco. Allora, tanto per farla parlare, le si rivolse direttamente e: — la Cecilia, è andata a letto? — le domandò.

— Sì, poco fa. Anche Gegio cascava dal sonno.

— Sua madre dà troppo da mangiare a quel ragazzo. E... tu....

— Io?

— Sì, che cosa conti di fare?

— Metto a posto questa roba, poi finirò coll'andarmene a letto anch'io.

Prandino, a questo punto, si alzò, guardò l'uscio colla coda dell'occhio, se era ben chiuso, poi si avvicinò all'Elisa e cominciò per abbracciarla.

— Stia fermo.

— Sei in collera?

— Mi lasci stare, la prego: non mi secchi.

— Ma che cos'hai?

— Ho, e te lo dico chiaro e tondo, ho che se non moderi il tuo _temperamento_, è meglio che tu vada per la tua strada.

— Che cosa ho fatto poi, alla fine....

— Tu mi tratti, come non sono mai stata trattata da nessuno. Sei geloso di tutto, d'una parola, d'una mosca che vola....

— Il Maggiore mi pare che sia tutt'altro che una mosca.

— Torni daccapo?

— Ma non vedi che scherzo?

— Sì, ma son seccata d'esser sempre _taquinée_ anche ne' tuoi scherzi.

— Se sono geloso, è perchè ti voglio molto bene.

— Oh Dio, quasi quasi, sarebbe il caso di dire un po' meno d'amore e un po' più di creanza! Lo sai bene che non sono uscita ieri di collegio, e che non posso fare sgarbi a tutti per la tranquillità del tuo cuore.

— No.... ma....

— Che cosa, ma?

— Spiegami un po' tutti quei sorrisi, quei sottintesi, quelle mezze parole colla Cecilia?

— Si rideva di te, del tuo muso, delle tue lune, delle tue gelosie, dei tuoi sospetti; ecco di che si rideva, se lo vuoi proprio sapere.

Prandino, anche questa volta, credette all'Elisa ciecamente e, al solito, fu beato e contento. L'Elisa, sentendosi forse rimordere la coscienza per qualche marachella che avesse anche lei da farsi perdonare, quella sera non stette molto sul tirato, e però fecero presto la pace, e in modo tale che dopo si vollero più bene di prima.

Prandino, sempre insistente e ostinato nelle sue idee, tornò da capo con la sua _sgondolata_; e la Elisa adesso accettò senza farsi molto pregare.

Appena fuori dell'albergo ed entrati in gondola, cominciarono tutti e due a respirare un po' meglio.

La gondola, dapprima, si avviò lenta, leggera, dondolante, per quei rii foschi, silenziosi, dove la tenebra fitta era spezzata sfacciatamente dai fanali a gas, che, colla loro tozza modernità, stonavano sugli angoli delle muraglie così artisticamente tetre, o meglio era interrotta qua e là dai riflessi di luce rossastra che si spandevano dalle finestre, illuminando, fra le ombre, qualche tratto di architettura gotica o bizantina le cui linee fantastiche ridestavano nello spirito mille storie lontane di vendette, di sangue e di amori infelici.

Poi sempre lenta, sempre leggera, sempre dondolante, la gondola passando pel rio così solennemente triste del _Ponte dei sospiri_, uscì fuori, all'aperto. Allora la piazzetta del Palazzo ducale apparì d'improvviso come una scena da teatro, col suo sfoggio di smaglianti colori, col frastuono delle sue voci confuse interrompendo il melanconico raccoglimento dei nostri innamorati, che tornarono a sentirsi a miglior agio, quando allontanandosi dalla riva di nuovo rientrarono nelle tenebre per uscir fuori ancora in mezzo ad una luce più tranquilla, in una calma perfetta, nella queta laguna di San Giorgio.

Giunti là, Prandino si pose a sedere sul _trasto_ guardandosi attorno cogli occhi meravigliati e l'Elisa sospirò con un sospiro che le veniva proprio dal cuore.

Vi era diffusa una luce pallida pallida, l'acqua era immobile, il cielo chiarissimo, leggero e vaporoso, da sembrare un immenso velo trapunto di stelle.

Il silenzio era così vasto che pareva avesse preso il suo regno in quella solitudine incantata; eppure da tutta quella pace, usciva quella melodia che consola, che accarezza lo spirito: era il bello, era la musica dell'occhio, che scende già a farsi sentire nell'anima: melodia arcana, dolcissima che il tonfo del remo accompagna come un ritornello misurato, sollevando ad ogni battuta scintille fosforescenti, mentre la luna alta, bianca, serena, par fremere anch'essa rifrangendo i suoi raggi tremolanti nel cristallo delle acque.

— Com'è bello! — esclamò l'Elisa.

L'Ariberti non rispose nulla: ma quella voce e quelle parole allora lo urtarono e lo infastidirono.

— Mi vuoi bene?

— Sì.

— Dammi un bacio, bambino.

Il giovinotto si volse indietro a guardare, e poi fe' cenno alla donna che sarebbero stati veduti dal gondoliere. Ma tutto ciò fu un pretesto; egli allora non si sentiva la volontà, il desiderio di darle un bacio. In quel punto non sentiva di amarla. L'Elisa, quasi quasi gli era indifferente e, peggio, quasi quasi gli spiaceva. Mai come in quella sera e in quel momento egli aveva sentito l'amore, ma non era l'amore che gli poteva dare la donna viva e sensuale.

Egli si sentiva commosso da un sentimento vago, etereo come quel cielo vaporoso, casto come il cristallo di quell'acqua intatta. Era un amore che gli entrava nell'anima per la prima volta colle prime impressioni subite in quel luogo d'incanto, e così nuovo per lui: però era infinito come l'idea e usciva dalle ristrettezze della materia per diffondersi nella vastità del pensiero.

L'Elisa aveva perduti tutti i suoi fascini, tutte le sue seduzioni. Nessuna donna di questo mondo egli avrebbe sentito in quel punto di poter amare, nessuna donna fino allora conosciuta poteva prestare le sembianze all'ideale della sua mente. Soltanto là, in alto, in alto, nel fondo di quel cielo leggero come il fiato di una fanciulla, egli intravedeva una forma vaga, diafana, indistinta che non avea mai veduta e che non avrebbe veduta mai: che si avvicinava a poco a poco al suo pensiero, per scomparire a poco a poco simile a sognato fantasma che fugge via dissipandosi coi primi bagliori dell'alba.

— Vuoi che torniamo, bambino?... — gli disse l'Elisa alla fine, stringendosi attorno lo scialle con un brivido di freddo.

Il gondoliere voltò la barca, tornò indietro, e poi venne giù verso il _Canal Grande_.

Appunto perchè quelle impressioni erano state così forti e improvvise, appunto perciò, si dissiparono subito, appena finito l'incanto che le avea suscitate. Invece lo spettacolo nuovo che gli si preparava e che contrastava singolarmente col primo, ne produsse in Prandino altre del tutto diverse da quelle, ma non meno vive e sentite.

Dopo tanta luce, adesso la gondola, sempre lenta, sempre leggera e dondolante, si sprofondava nelle ombre misteriose del _Canal Grande_.

A mano a mano che s'inoltrava, la Venezia dei Dogi e delle feste, della voluttà e dei piaceri, del Messer Grande e delle cortigiane, si faceva strada non più nell'anima, ma nei sensi di Ariberti. Allora Otello e Desdemona, Bianca Cappello e la Faliero, Alfredo de Musset e la Sand, Byron e la Guiccioli, la leggenda e la storia dei vecchi palagi ingigantiti dalle tenebre gli risollevarono nella mente la memoria di quegli amori, gli riaccesero nel sangue il calore di quelle passioni: non era più una forma vaga, indistinta, lontana, che rischiarava adesso il pensiero dell'Ariberti, ma su quelle acque cupe come l'abisso egli sentiva correre aliti di sensualità acuti, penetranti, e vinto dalle nuove seduzioni tornò lui questa volta a piegarsi sul _trasto_ e chiese un bacio all'Elisa che non gli venne negato.

— _Ahoé!_ — gridò il gondoliere che piegava per entrare in un rio.

— _Stalì! Ahoé!_ — rispose vicina un'altra voce, e una gondola a due remi, nella quale si distinse appena un'immagine bianca di donna, che sorrideva mollemente sdraiata ad una figura bruna di giovanotto, uscì velocemente perdendosi nelle tenebre lungo il canale: era un'altra strofa, che si dileguava nell'ombre, di quel poema eterno dell'umanità che a Venezia ha il suo canto più vario e più appassionato.

CAPITOLO VIII.

Il giorno dopo faceva un tempaccio indiavolato. Era una burrasca di mare: pioveva a dirotto e soffiava un vento freddo giù per le _calli_, che sbatteva gli ombrelli contro le mostre delle botteghe e agitava l'acqua verde dei _rii_. Nessuno, tranne qualche matto d'inglese o di tedesco, si sarebbe sognato d'andare al Lido.

L'Elisa, un po' stanca dal viaggio e dalla notte che aveva passata in gondola, rimase a letto fin tardi, indugiò ad abbigliarsi e fu visibile soltanto all'ora del pranzo, chè, in _negligé_, non si lasciava mai veder da nessuno; e si capisce!...

La Contessina invece, dovendo restar chiusa in albergo, approfittò del suo tempo per disfare le valigie e regolare i conti con Prandino, al quale non parve vero di entrar quasi nel suo, quantunque, per dire la verità, non ci fosse pericoli.

Colla sua solita pazienza e timida rassegnazione, si digerì poi una solenne lavata di capo dalla Cecilia a proposito della mancia ch'egli aveva creduto di mettere in mano, senza prima parlare con lei, all'uomo del battello: questi, alla fine, li aveva canzonati per buscarsi lui quella _corsa_ dalla stazione all'albergo, e non meritava certo che i gonzi lo regalassero anche per soprammercato!...

Prandino del resto lo sapeva già, che non l'avrebbe passata liscia senza pigliarsi un rabbuffo! Che!... Quando doveva metter mano alla borsa, non c'era versi, madama D'Abalà diventava rabbiosa, bisbetica, insopportabile; e allora gli occhietti guardavan losco e si faceva in faccia tutta rossa, e non le rimaneva di bianco altro che la punta sottile del suo naso minuto.

— No, no, — borbottava contando i biglietti la terza volta, e osservando i più sucidi contro la finestra per paura che fossero doppi; — no, no; un'altra volta non mi muovo più, se non ho mio marito, che dei ragazzi da condurre a spasso me ne basta uno: Gegio, e spesso e volentieri, potendolo, farei anche senza di lui!... Una volta, vedete, a Firenze, perchè un vetturino pretendeva più della tariffa, mio marito, senza fare nè ai nè bai, lo prese per un orecchio e lo consegnò lui stesso ad una guardia di città!...

— Queste bravate di tuo marito le puoi contare al primo che passa, ma non a me che lo conosco, — pensava Prandino. Però non rispose nulla, anzi rimase colla testa bassa, come fosse mortificato davvero per quel confronto.

Fatte le valigie, fatti i conti, la Cecilia per non istare in ozio, cominciò a sentirsi male, a bere delle tazze di brodo col limone, e a sorseggiare dell'_acqua di tutto cedro_, fino all'ora di pranzo, dove mangiò per due, com'era naturale. L'Elisa più tardi volle scrivere delle lettere, e il direttore dell'albergo _fece salire_ al numero quaranta della carta colla marca della casa in oro, e mandò alla Contessa tutti i giornali illustrati della _Salle de lecture_.

In quanto a Prandino, egli cominciò a metter muso; l'Elisa non si faceva vedere; e lui ogni momento scendeva giù dal portiere a domandare se non c'era stato nessuno a cercarlo; tanto che il portiere, seccato, gli rispose brusco, che, se capitassero persone pel signor Conte, lo farebbe avvisato, perchè egli stava alla porta appunto per ciò!....

Prandino sperava in una visita di Badoero: questa forse avrebbe fatto uscire l'Elisa dalla sua camera, e forse, chissà, gli avrebbe dato un po' d'importanza anche presso quella rusticona della Cecilia. Ma Badoero, contro tutte le espansioni della sera innanzi, non si lasciò vedere. Allora Prandino, per isvagarsi, dovette condur Gegio in piazza san Marco a gettare il becchime ai colombi che, fortunatamente colla loro piacevole dimestichezza, fecero scordare a Gegio l'idea fissa che aveva in testa dalla mattina di prendere una gramolata da _Florian_, tanto che appena messo il naso fuori dell'albergo aveva cominciato subito a brontolare che aveva sete.

Tutto sommato però, quella mezza giornata, non fu proprio cattiva per l'Ariberti. Quando tornò all'albergo, si sentì dire che il numero quaranta lo cercava: figurarsi! Mandò Gegio in fretta dalla mamma, promettendogli che il giorno dopo sarebbero andati in piazza a pigliare i colombi colla rete, e in due salti corse dall'Elisa.

— Si può?

— Avanti!

Nella cameretta buia, le tendine erano calate e le persiane chiuse, si respirava un profumo di _vinaigres_ e di _violettes_, che ad altri avrebbe forse dato il mal di capo; ma a Prandino invece ricreava e irritava i sensi: era l'odore particolare della sua donna.

L'Elisa gli venne incontro mostrandoglisi a poco a poco nell'oscurità, ancora più bionda, ancora più bianca e ancora più bella del solito. Si movea lentamente con un languore pieno di sentimento, con una stanchezza piena di fascino e cogli occhi, ch'ella s'era fatti ancora più profondi col _keul_, così che dal suo volto e da tutta la sua persona apparivano a Prandino le tracce, a lui tanto care, della notte che aveano passata in gondola, soli, soletti.

— Che vuoi, cara?

Nella camera si sentiva la respirazione grave, affannosa del giovinotto.

— Nulla. Voleva darti un bacio prima di scendere.

Prandino, tremante di voluttà, voleva stringerla, baciarla, morderla, fors'anco: ma lei no; gli si oppose, e lo staccò da sè risolutamente.

— Andiamo; basta; sta quieto, bambino. È ora d'andare a pranzo.

E visto che l'altro stava fermo, intimidito, gli si appoggiò al braccio, gli sorrise di nuovo col suo languore di donna stanca, affranta, e scesero insieme, ninnolandosi un po' lungo le scale, nella _salle à manger_.

Ma, proprio, la fortuna di noi miseri mortali pende da un filo invisibile come la famosa spada di Damocle: quando pareva che tutto andasse a seconda all'Ariberti, che tutto lo accarezzasse, anche i piedini di Elisa, mancò poco ch'egli non si strozzasse con una lisca di pesce.

Il direttore dell'albergo, ch'era come sempre tutto daddoli per la Contessa del numero quaranta, fino a degnarsi di servirla lui e di domandarle ogni tanto se la portata non le piaceva, o se desiderava che le fosse cambiata, era entrato in sala con un piego sopra un vassoio d'argento.

— Un telegramma per la signora Contessa! — e glielo porse inchinandosi graziosamente.

L'Elisa lo ringraziò piegando il capo e girando gli occhi, ma poi, appena aperto il telegramma, arrossì, sorrise, parve confondersi, e lo passò in fretta alla Cecilia.

— È del Maggiore — pensò subito Prandino fra sè e sè, e fu proprio quello il momento, che la lisca gli andò a traverso.

La Cecilia guardò sua madre, aggrottando le ciglia per capir qualche cosa, ma senza parlare. Elisa le strizzò l'occhio, poi:

— È di tuo marito — le disse continuando a sorridere, tutta rossa in viso a dispetto della cipria. — Vuol sapere se abbiamo fatto buon viaggio.

Prandino rialzò il capo respirando, chè la lisca, a quelle parole, trovò la sua strada diritta, e il buon ragazzo, tutto consolato, non si adirò nemmeno contro Gegio, che, con una pallottola di pane, era riescito a colpirlo proprio in un occhio!...

Povero Prandino!... Meglio per lui, del resto, ma ad ogni modo era un osservatore assai superficiale. Se no, come avrebbe potuto credere che la Cecilia così taccagna, non uscisse in una sfuriata contro l'onorevole sotto prefetto, quando davvero egli avesse spesa una lira per avere le notizie, mentre se ne poteva levare il gusto qualche ora più tardi, con una cartolina da due soldi?...

Il giorno dopo Badoero passò apposta dalla _Gondola d'oro_ e lasciò detto al portiere che avvertissero il conte degli Ariberti di non mancare al vaporetto delle tre.

L'Ariberti alle due e cinquanta era già sul ponte coll'Elisa, Gegio e la Cecilia che teneva in mano un cuscino di tela greggia con in mezzo lo stemma in rosso e la corona dei Navaredo, perchè, nel suo stato, soffriva a sedersi sulle panchette dure di legno.

Badoero non si fece aspettare: vestito come un cuoco, tutto di bianco, profumato, unguentato, impomatato, entrò sul vaporetto lentamente e leggermente, dondolandosi sulle gambette lunghe e molli e passando dal montatoio sul ponte con un salterello da cavallerizzo. Appena scorse Prandino, lo salutò con un cenno lieve del capo e poi gli si avvicinò nella corsia, dritto, impalato, guardandosi attorno con occhiatacce assassine e dispensando saluti, sorrisi e scappellate fra le bagnanti che già si accalcavano sul vaporetto e lo riempivano di risa, di chiacchiere e di colori.

Prandino gli venne incontro e lo raggiunse a mezza strada.

— _Ciao_.

— _Ciao_, mio caro!

— Se lo permetti, — e Prandino gli parlò all'orecchio stringendogli un braccio colla mano, — ti presento alla contessa Navaredo, di Vicenza, e a sua figlia, la contessina d'Abalà.