Part 5
— Vieni! Vieni! non è vero che verrai? sì che verrai? — si pose a strillare Gegio che riebbe in quel punto un impeto di tenerezza per Del Mantico.
— Sì.... sì.... verrò!...
— Ma non si parte più?... — chiese Prandino che cominciava proprio a perdere la pazienza. — Non lo capisco tutto questo ritardo.
— Si vede che aspetteranno l'altro treno.... Ah! eccolo!... Dunque.... buon viaggio, Contessa!
— _Sans adieu!_... — disse questa, stendendogli la mano e rifacendo gli occhi di triglia.
— _Sans adieu!_ — e anche il Maggiore, grassotto e attempatuccio com'era, si levò, anche lui, la lente per salutarla nell'inchinarsi, finchè il treno si muoveva, con un'occhiata lunga e molto sentimentale.
Prandino era ritornato al suo posto, che il Maggiore gli aveva tenuto caldo, ma aveva un muso, un fare, che diceva più di qualunque sfuriata. La Contessa allungò il piedino, ma i piedi dell'Ariberti si ritirarono, quasi avessero paura di scottarsi.
— Che cos'hai? — gli chiese piano l'Elisa, chinandosi verso di lui.
— Nulla! — rispose Prandino, con una manieraccia che pareva le volesse dare un morso.
— Si comincia male!
E l'Elisa, così dicendo, con aria seccata si riaccomodò nel suo cantuccio, e fino a Venezia non ci fu più verso di farle dire una parola.
Intanto, la contessina Cecilia continuava a sfogare il suo vivo entusiasmo per il Del Mantico: trovava ch'egli era molto simpatico, che aveva molto spirito, che aveva l'aria di gran signore e, finalmente, che s'era fatto anche più bello di prima, il che non era proprio vero, nè poteva essere, perchè, da che mondo è mondo, tutti i capitani, quando diventano maggiori, diventano più brutti....
Con queste chiacchiere, si attraversava il ponte della laguna, e Gegio era tutto festante; batteva le manine, gridava, saltava; bisognava tenerlo, se no, c'era pericolo si buttasse giù dal finestrino.
A un certo punto, quando vide un battelletto con una vela, che filava diritto diritto in mezzo all'acqua, parve diventasse matto, finchè, voltatosi di botto all'Elisa, le disse:
— Quando il Del Mantico verrà a Venezia, mi farai comperare una barchettina nera, con una bella vela bianca come quella là?...
— Tu, caro, devi imparare a non seccare mai nessuno.
— Va là: te la comprerò io la barchettina — gli disse Prandino, accarezzandolo, perchè, un po' spaventato dalla cera brusca che gli faceva l'Elisa, sentiva bisogno d'ingraziarsi qualcuno.
— Oh! giusto te!.... Tu non ne hai soldi, tu!.... La mamma ti chiama sempre Prandino meschino sotto gli alberi della luna!
Cecilia diede un forte pizzicotto al ragazzo e gli soffocò a mezzo le parole; ma Prandino aveva udito tutto; e queste sono le ragioni per le quali il conte Eriprando degli Ariberti, che era partito da Vicenza raggiante di felicità, smontava a Venezia con un muso lungo un palmo!
CAPITOLO VII.
Per chi non è avvezzo a viaggiare, il momento di uscire, stipato fra la gente, dalla stazione in una città grossa, dà sempre un certo impiccio: figuratevi poi Prandino, il quale, con quel po' po' di peso che aveva sullo stomaco, arrivava per l'appunto a Venezia, dove non era mai stato, fuorchè una volta sola, da ragazzo.
Dopo di avere attraversata quella tettoia lunga, bassa, stretta, scura della stazione, egli si trovò, tutt'a un tratto, in faccia del Canal Grande, dove le acque e il cielo e la terra si confondono amorosi in una festa di colori. E lì, attorno all'uscita, sul piazzale, c'era una folla di gondolieri e di servitori d'albergo: i gondolieri sbraitavano, si spingevano l'un l'altro, si sbracciavano; volevano impadronirsi per forza dei viaggiatori.
— _Vorla una gondola, signor? Una bela gondola, a un remo, a do remi — pronta!_....
I servitori d'albergo, invece, tutti in fila, più gravi, più composti, non facevano altro che ripetere:
— Albergo d'Italia! _Grand Hôtel_ — _Capelo_! Al Vapore! _Pension Suisse_! La luna! Hôtel Vittoria!
Prandino era rimasto a bocca aperta; quelle grida lo stordivano e guardava trasognato lo spettacolo del _Canal Grande_, con quella larga striscia di gondole che formava giù come un'altra riva mobile, irrequieta, sotto quella bianca, solida, di pietra, e il verdastro dell'acqua, e il brulichìo di tutta quella gente affaccendata, e più lontano il ponte grigio che parea trapunto.
— Mi dia lo scontrino. Anderò io a farmi consegnare il bagaglio. Lei, intanto, prenda una gondola, ma badi bene di contrattare prima, se no, vogliono il doppio. Tu, mamma, vieni con me, — continuò la Cecilia, rivolgendosi all'Elisa, che camminava passo passo, colla sua andatura molle e sentimentale, guardandosi intorno con una certa noncuranza che la faceva parere una dama inglese da strapazzo. — Tu, mamma, vieni con me. Quattrocchi ci vedono più di due, e poi, alle volte, non si sa mai, potrei dimenticarmi qualche _capo_....
Questo pericolo non c'era proprio.... piuttosto ci poteva essere l'altro, che se ne ricordasse uno di più!
— Tu, Gegio, sta bono, resta col Conte.
— No! Io voglio andare colla mamma grande!
— Torniamo subito!
— No! Io voglio andare colla mamma grande!
— E tu va colla mamma grande, seccatore, marmotta, che non sei altro!
Un ometto magro, agile, colla faccia maschia, espressiva, annerita dal sole, con in testa un cappellaccio di paglia, e indosso un camiciotto di rigatino stinto, era stato attento alla scena: però, appena scomparse le signore con Gegio, si avvicinò a Prandino e, come se già lo conoscesse da un pezzo:
— _Son qua mi, signor_ — gli disse tutto umile — _son qua mi_.
— Avete una gondola?
— _La vegna co mi, ghe digo; la vegna co mi e no la se indubita_!
Prandino lo guardò tutto consolato: non gli pareva vero che qualcuno si occupasse di lui in quella folla, per toglierlo d'imbarazzo e, senza dir motto, seguì il barcaiolo.
Questi lo fece piegare a sinistra.
Poco dopo, dalla stazione usciva un facchino con un gran baule sulle spalle, una valigia in una mano e due sacche in un'altra. Dietro di lui venivano la Cecilia, tutta piena di scatole e di cassette, la Contessa con una cappelliera da una parte, e Gegio, che le dava la mano, dall'altra.
— _Bapi! Ohè! Bapi! Porta qua la roba del signor_ — gridò il barcaiolo, che lo riconobbe, mentre Prandino tornava indietro di corsa, per aiutare la Cecilia, che in quello stato, rossa e dondolante, con tutto il peso della roba fra le mani, pareva dovesse scoppiare.
_Bapi_, che aveva voltato a destra, appena udì la voce che lo chiamava, alzò gli occhi, chè la testa non la poteva muovere sotto al baule, e piegò, trotterellando curvo, a sinistra.
— Si va per di qua? — chiese Cecilia a Prandino. L'Elisa non gli parlava mai, era in collera per la scenaccia che le aveva fatto a Mestre.
— Sì, per di qua. Ho trovato una bella gondola, grande, pulita.
Adagio adagio, si avvicinarono alla riva; ma quale non fu lo sdegno della Cecilia e l'espressione ironica della Contessa, quando videro che Prandino, invece di una gondola, aveva noleggiato un battello. Era una barca grande davvero! e pulita, co' suoi guancialini candidi, filettati di rosso!
Però tutto il sentimento aristocratico di casa Navaredo si rivoltò dinanzi a quel democratico mezzo di trasporto. La Cecilia strepitò, l'Elisa si strinse indispettita nelle spalle, e Gegio si mise a piangere perchè avea paura che la mamma non volesse più andare in barca. Ma tanto e tanto ogni diverbio era inutile: il baule e le sacche erano già dentro, Prandino lo aveva preso, dunque bisognava adattarsi. La Cecilia, alla quale davano mano in tre, scese ed entrò nel battello protestando che, se ci fosse stato là suo marito, non avrebbe tollerata quella canzonatura, e continuò a brontolare concitata finchè il battello scendeva lungo il Canale.
Il perfido battelliere la lasciò sfogare per un pezzo, ma poi, senza fissare in faccia a nessuno, senza piegare la testa, guardando in alto, come se parlasse coi fili del telefono:
— _Il batelo sono più sicuro de la gondola_ — disse serio serio — _perchè co una scarampetola da niente si schivano dal tranvai: e invece la gondola vengano rebaltata facilmente. Anche gieri, do gondole sburtarono il vaporeto e andarono a ramengo coi passeggeri in aqua_.
— _Haohe!_.... — gridò poi piegando il battello per voltare in un rio.
— _Stalì!_.... — rispose una voce interna e subito una gondola uscì dal rio, quasi urtando contro il battello che entrava; ci fu uno scambio di insolenze fra i barcaioli e ognuno tirò diritto per la sua strada.
Fra Prandino e l'Elisa, il malumore durò ostinato tutto quel giorno. A desinare, Prandino, discorrendo colla Cecilia, fece capire a quell'altra che lui si trovava così male a Venezia da pensare sul serio di ritornarsene a casa il giorno dopo. Ma nè la Cecilia nè l'Elisa gli risposero punto in proposito e continuarono invece a chiacchierare, a scambiarsi mezze parole, sorrisi significantissimi, che si riferivano a discorsi sott'intesi fra loro due e che Prandino non doveva capire.
Nulladimeno madre e figlia mangiarono con buonissimo appetito: l'Elisa masticava lentamente, silenziosamente e malinconicamente coll'aria di scomodarsi per compire un sacrifizio; la Cecilia divorava in furia, quasi avesse paura di non arrivare a tempo a mangiare di tutto. La Contessa, intanto, per non perdere il tempo, godeva di essere ammirata, non essendoci di meglio, dal direttore della locanda, un signore dall'aspetto pulito, elegante, che andava e veniva nella sala da pranzo, dispensando ordini coll'aria severa d'un diplomatico, mentre la Cecilia, di soppiatto, intascava pane, frutta, formaggio, tutto ciò che le capitava, perchè con quella provvista risparmiava la colazione sua e quella di Gegio.
Il contegno delle signore, quei misteri che non finivano mai, l'indifferenza che gli dimostrava l'Elisa, tutto ciò, metteva addosso a Prandino una smania, una gelosia, una inquietudine da non dire.
— Certo — pensava egli fra sè — certo parlano del Maggiore; certo le loro parole si riferiscono a lui. Maledetta combinazione!.... Ma come mai era egli a Padova!... Fu un accidente, o un incontro combinato tra loro d'accordo!.....
Il timore che il Maggiore capitasse un giorno o l'altro a Venezia e si facesse vedere al passeggio o al Lido coll'Elisa, lo angustiava fortemente; e in questa grande angustia c'era un po' di gelosia e insieme di vanità ferita; c'era la paura di perdere l'amore della Contessa e c'era anche l'apprensione che la gente, vedendola col Maggiore, non riputasse più lui, Prandino, il solo amante fortunato.
Nè a rasserenarlo contribuivano le amabilità scherzose di Gegio, il quale, pieno come un otre, sdraiato sulla seggiola, si divertiva a schizzare i noccioli delle ciliegie adosso a Prandino, che gli era seduto di contro.
Preso il caffè, la Cecilia si volse a sua madre e — Vuoi che andiamo a vestirci? — le chiese, alzandosi lei da tavola, per la prima.
— Andiamo pure.
L'Elisa aveva mangiato troppo; aveva caldo, sudava e, adesso, delle chiazze rosse, accese, trasparivano sotto la cipria della faccia.
— Io esco un momentino, — disse l'Ariberti alla Cecilia, chè, con quell'altra, anche lui voleva tenere il broncio.
— Esce solo?.... Senza aspettarci? — gli domandò Elisa un po' inquieta per quegli indizi di ribellione.
— Voglio passare da mio cugino Badoero. Non si sa mai, potrei ritornarmene via presto da Venezia, anche domani forse, e, a buon conto, desidero prima salutarlo.
— Faccia pure il suo comodo.
— Fra una mezz'ora, fra un'ora, forse, tutt'al più, sarò certo di ritorno all'albergo.
— Faccia pure, faccia pure. Vuol dire che, se noi saremo uscite, ci ritroverà in piazza o al Caffè.
— A qual Caffè? perchè, suppongo, ce ne sarà più d'uno anche a Venezia.
— Al _Florian_. Dovrebbe saperlo: la _buona società_ non va altro che al _Florian_.
— Ma come vuoi che sappia lui queste cose? — saltò su a dire la Cecilia — se ti prende ancora un battello per una gondola!
L'Ariberti arrossì dalla rabbia e avrebbe dato dieci lire, delle dugento sessanta circa che gli rimanevano, per potersi sfogare tirando le orecchie ben bene a quel monellaccio di Gegio, che, dopo la risposta impertinente della mamma, s'era messo anche lui a dar la baia a Prandino e non la finiva più di gridare a perdifiato:
— Oh bello! oh bello!.... per una gondola prende un battello!....
Colla stizza in corpo salì per andare nella sua camera, a prender il cappello, i guanti e la mazzetta. Salì su su, tutte le scale, quante ce n'erano, perchè, assicurandolo che di là potea veder la laguna, lo avevano alloggiato proprio sotto il tetto. Quando fu di sopra, s'accorse di non avere la chiave: scese di nuovo e la domandò ai camerieri che incontrava nelle sale del primo piano. Ma questi che aveano ancora dei pranzi da servire, andavano e venivano affaccendati, carichi di piatti e di roba, mostrando chiaro che non c'era tempo da badare a lui. Prandino, in mezzo a tutta quella gente che gli passava dinanzi senza nemmeno salutarlo, oppure rispondendogli appena a monosillabi, provava soggezione. Quegli abiti neri erano più puliti e più nuovi e più eleganti del suo, capiva di non esser nulla là, per quella gente, mentre invece a Vicenza era pur sempre _il signor conte_, e temeva che avessero subito indovinato com'egli fosse uno di quei forestieri che ne han pochini da spendere.
— Che numero ha il signore? — gli chiese un cameriere.
— L'ottantasei.
— È di sopra la chiave dell'ottantasei? — domandò il primo interlocutore ad un altro che passava.
— No.
— Allora l'avrà da basso il portiere.
— Grazie — e Prandino scese giù a terreno.
— Avete la mia chiave?
— Che numero? — Il portiere era un uomo alto, colle fedine all'inglese, l'aria grave, i modi asciutti e che ci soffriva molto a essere scomodato.
— L'ottantasei.
Il portiere non si mosse da sedere: era sdraiato sopra una poltrona, non si levò il berretto, cerimonia che del resto non prodigava mai agl'italiani, ma teneva in serbo per gl'inglesi, i tedeschi e gli egiziani, e sempre senza parlare, indicò all'Ariberti l'ultima chiave appesa all'ultimo chiodino della tavoletta.
Prando prese la chiave, risalì su su, nella sua camera a cercarvi ciò che voleva e poi ridiscese di corsa. Era ansante, sudato: ma gli stava a cuore di dare una lezione a quell'animale di portiere. Però, certo, quando avrebbe saputo con chi aveva da fare, avrebbe usato altri modi.
— Sapete indicarmi il palazzo Badoero?
Il nostr'uomo si mosse dalla poltrona con visibile malcontento, e senza alcuna fretta uscì fuori a domandare l'indirizzo richiesto, ad un gondoliere.
— _Vorla una gondola, signor, andaressimo più presti_.
— Non ho premura. Grazie. — Se per caso — e Prandino si rivolse al portiere — se per caso venisse all'albergo il conte Badoero a cercare di suo cugino il conte Eriprando degli Ariberti, che sono io, ditegli che fra una mezz'ora sarò qui di ritorno.
— Sarà fatto, signor Conte! — E questa volta il portiere, con grande soddisfazione di Prandino, si toccò il berretto.
Il nostro giovinotto, avviandosi e internandosi fra quelle _calli_ così strette e affollate, dove la puzza d'acqua salsa, stagnante, si confonde coll'odore di pesce fritto, non aveva altro che un solo pensiero: trovare il modo di far patire all'Elisa un po' di quel malcontento, di quell'inquietudine che pativa lui.
— Certo — pensava — certo stasera mi aspetterà un bel pezzo al Caffè.... Tanto e tanto il maggiore è a Treviso e non ho paura di lui, dunque.... che mi aspetti!... Comincierà anche lei ad essere un po' inquieta non vedendomi capitare. D'ora in poi cambierò sistema. Già colle donne, lo dicono tutti, bisogna farsi desiderare per essere desiderati. A buon conto il mio cugino Badoero, molto probabilmente, uscirà con me: andremo insieme in piazza San Marco, egli mi presenterà forse a qualche suo amico, fors'anche a qualche bella signora, e l'Elisa, vedendomi fare il galante colle altre, proverà alla sua volta il divertimento della gelosia. Brutta stupida!....
Ma, e il suo cugino Badoero lo avrebbe accolto proprio bene? Se invece lo trattasse, come si dice, dall'alto al basso? Se non volesse saperne di lui? Se lo licenziasse sbrigandosene con un complimentino a fior di labbra?
Anche questa era una spina, e una spina che lo pungeva tanto più profondamente, quanto più il povero Ariberti si avvicinava al palazzo del suo illustre cugino. È vero che per nobiltà di sangue l'uno valeva l'altro, ma fra i Badoero e gli Ariberti c'era una differenza notabile di quattrini e, in questo mondo ladro e democratico, i quattrini sono un gran che, anche quando non sono tutto come nella maggior parte dei casi.
Quando tirò la maniglia del campanello la sua mano tremava ed era così confuso che al gondoliere che gli aprì la porta domandò del padrone dandogli del _lei!_...
Però si riconfortò presto, chè il Conte lo ricevette subito, dopo due minuti soli di anticamera. Badoero fu con lui di una cortesia senza esempio. Gli fece tante di quelle espansioni, di quelle profferte, come se fossero stati due amiconi che non si fossero veduti da anni, non già due cugini che non s'erano veduti mai.
Il Badoero era amabilissimo e possedeva una parlantina che non lasciava tempo a quell'altro nemmeno di respirare, non che di ringraziarlo. E Prandino lo guardava e sorrideva chinando il capo, tanto per rispondere in qualche modo. Del resto non ve n'era bisogno, perchè il cugino rispondeva da sè alle sue proprie domande.
— La Contessa vostra madre sta benone, già s'intende? Bravo, ne ho molto piacere. Desidero proprio di conoscerla di persona, e lo farò, oh se lo farò! la prima volta che passo da Vicenza per andare a Milano, mi ci fermo tra una corsa e l'altra. Vedrete, vedrete; non vi prometto di più, perchè voglio essere di parola, ma tra una corsa e l'altra mi ci fermo di sicuro. Voi già siete venuto a Venezia per le bagnature? Avete fatto benissimo: quest'anno avremo una stagione veramente eccezionale. Volete una sigaretta?.... Vi fermerete tutto il mese, s'intende — quantunque non sarete qui per la cura, ma per il passatempo dei bagni. — Bene, bene! andremo al Lido insieme, anzi, tanto per cominciare, trovatevi domani sul vaporetto delle tre. Non vi offro nemmeno un invito per il _club_: d'estate non ci si va mai. Però, una sera o l'altra, se avrete gusto di fare un _taglietto_ al _lansquenet_ od un paio di punti all'_écarté_, vi ci condurrò. Mi rincresce, _nom de Dieu_, che oggi, proprio oggi, ho un _rendez-vous_. Aspetto il conte Potapow, cugino dell'aiutante generale dello Czar, col quale dobbiamo andare dalla principessa di Lentz. Bisognerà che la conosciate la principessa: nasce Oldenburg. Suo padre, prima di morire, è stato gran duca, e ha regnato per otto giorni. Oh! qui a Venezia abbiamo una colonia forestiera molto numerosa e molto scelta. Mi rincresce proprio di questo impegno preventivo, ma come si fa? Non sono profeta, nè figlio di profeta e non potevo certamente immaginare il bel regalo della vostra carissima visita. Del resto già si sa bene; meglio stasera che domani. Appena arrivato, anche voi avrete molte cose da fare e io, anzi, non voglio essere indiscreto e non vi trattengo di più. Dunque a rivederci domani; siamo intesi: sul vaporetto delle tre. Vi presenterò alla Principessa. A proposito, dove siete, anzi fra noi parenti, dobbiamo trattarci col tu, lo permetti non è vero?....
— Oh! si figuri!....
— .... Dove sei sbarcato? Al _Grand Hôtel_?....
— No, all'_Hôtel della Gondola d'Oro_.
— Dicono che non ci si stia male. L'anno scorso vi tenne un _pied-à-terre_ per qualche mese il commendatore Jamagata. È il console della Cina e del Giappone. Te lo farò conoscere anche lui.
Quando il conte Eriprando degli Ariberti si trovò fuori dal palazzo Badoero era tutto beato, tutto gongolante, e fissava la gente per la strada con una superbia da Rodomonte.
Gli pareva d'essere diventato un altro uomo. Solamente le dugento sessanta lire rimanevano sempre le stesse, e anzi, adesso, gli sembravano ancora meno di prima. E fu per l'appunto questa povertà che a poco a poco gli rase dal cuore tutta la contentezza dell'accoglienza così festosa e del _tu_ scambiato col Badoero; _tu_ nel quale la sera innanzi egli osava appena sperare con un sussulto d'ambizione.
Ma tant'è, in questo mondaccio non v'è cosa bella e desiderata, che una volta raggiunta non perda tutti i suoi fascini, tutte le sue attrattive. Anche la promessa d'essere presentato alla principessa di Lentz, al conte Potapow ed al commendatore Jamagata, quantunque fosse una fortuna, nulladimeno aveva per lui il suo lato pericoloso. Con dugento sessanta lire, come avrebbe potuto vivere per un paio di settimane in una compagnia così illustre?.... Tanto illustre che al suo confronto, gli sembrava rimpicciolito anche il grande Badoero, e trovava odiosamente _borghese_ madama D'Abalà?
E se un bel giorno, sul vaporetto delle tre, gli capitasse alle spalle il cavalier Pinocchio e, prendendolo pel ganascino, gli discorresse ad alta voce dell'impiego, mentr'egli, magari, si troverebbe seduto fra la discendente del Granduca e il rappresentante dell'Impero Celeste?! E se il cugino Badoero si fermasse proprio a Vicenza?.... A questa idea tremò tutto dallo sgomento. Egli vedeva mamma Orsolina nella sua vesticciuola di percallo a quadrettoni caffè, vedeva la figura magra, lunga, allampanata della signora Luciana aprir l'uscio della cameretta che serviva da cucina, da guardaroba e da anticamera, all'elegante visitatore; e si sentì stringere il cuore, e desiderò d'essere sotterrato vivo, piuttosto di assistere a quella scena. Allora ebbe quasi vergogna di sua madre, povera vecchietta, dimenticando ch'egli, o bene o male, si trovava a Venezia a fare il signore, perchè la mamma aveva perduto le notti intere a lavorare per lui e un giorno aveva rinunciato alla cena e un altro al desinare per mettergli insieme quei pochi quattrinelli che bastavano appunto per renderlo infelice.
Anche quel caldo, quell'afa sciroccale, contribuivano non poco alla sua tristezza e al suo abbattimento. Nelle _calli_ strette e infocate cominciava a farsi buio. Il cielo era grigiastro e il sole calava imbronciato fra certi nuvolacci di piombo, che sembrava non lasciassero correr giù nemmeno un fil d'aria.
Prandino camminava lemme lemme, abbandonandosi come lo portavan le gambe e la gente, fermandosi a ogni ponte a guardare svogliato da una parte e dall'altra, ma senza intendere nulla, senza che lo commovessero, senza che gli strappassero dal cuore nemmeno un sospiro di meraviglia, nè quella magìa di colori e di contrasti, nè quei rii silenziosi, nè quelle case lunghe, scure, chiuse come il mistero, dove una figura di donna che appare a un balcone, risveglia nell'anima versi d'amore, forse da anni dimenticati, dove una voce che si leva alta, lontana, fa pensare a un dramma o a un delitto.
Prandino si moveva lentamente, guardando intorno, ma senza veder nulla. Dinanzi agli occhi egli non aveva altre immagini che l'Elisa e il Maggiore, Badoero e mamma Orsolina, le dugentosessanta lire e il conte Potapow.
Ma così, dopo essersi per un bel pezzo lasciato trasportare dalla corrente, gli sembrò, un po' alla volta, che il cielo si facesse più chiaro, che le calli divenissero meno buie e il brulichìo della gente più spesso e rumoroso, finchè tutto a un tratto si trovò in piazza, sotto le _Procuratie_, proprio di fronte a san Marco.
Ma le meraviglie che là dentro e d'intorno gli si affacciarono alla vista, non lo commossero punto.
Il suo spirito non era disposto per quell'incantevole spettacolo dove l'opera di Dio si confonde con l'opera dell'uomo in un'armonia maravigliosa di linee e di colori; dove più si ammira ciò che è eternamente bello, la forma; dove più si sente ciò che è eternamente grande, l'anima.