Part 3
Elisa, ch'era vicinissima a lui, gli appoggiò la testa sul petto, poi gli si piegò addosso, stanca, quasi priva di forze, colle braccia abbandonate, chiudendo gli occhi, palpitando, traendo dal seno ricolmo lunghi e grossi sospiri.
Egli si guardò attorno.... incerto, timoroso. Capiva che avrebbe dovuto essere ardito; ma non l'osava. Invece la baciò appena, leggermente, sui capelli, e le disse piano, con la voce strozzata:
— Sarà sempre la stessa cosa, ve lo prometto.
Elisa ebbe un nuovo fremito, lo strinse lei al cuore, con una stretta nervosa, convulsa: l'altro mantenne la data parola.
Imbruniva; la pioggia ritornava a cader giù fitta fitta, e anche il capanno cominciava a gocciolare da tutte le parti.
La contessa Elisa socchiuse gli occhi, come se si destasse allora, poi si rizzò e:
— Grazie, — gli disse lentamente.
— Addio.... Contessa!
— Andate via?
— Sì.
— Perchè?... con questa pioggia?
— È meglio, Contessa.... lasciatemi andar via.... altrimenti.... Credetelo, è meglio che me ne vada. Addio.
La Contessa gli sorrise dolcemente, ma lo lasciò partire.
L'Ariberti, quasi di corsa, penetrò nel salotto, prese il cappello, l'ombrello, poi ne uscì di nuovo e senza nemmeno salutare un'ultima volta l'Elisa, senza nemmeno guardare dalla sua parte, si dileguò nell'ombra della sera che, di mano in mano, si faceva sempre più densa e più profonda.
CAPITOLO IV.
L'arcobaleno mantenne le sue promesse: dopo una giornataccia e tutta una notte scura e piovosa, ne uscì uno splendido mattino pieno di sole, d'aria e di colori.
La contessa Elisa si destò che già la piccola cameretta era inondata di luce, e, sedotta dalla larga striscia di sole che rigando il coltrone di seta gialla damascato ne sollevava un via vai di pulviscoli dorati, folleggianti fra loro, come torme d'insetti che s'inseguano, volle alzarsi, volle scendere all'aperto, per respirare anch'essa in mezzo a quel giocondo e allegro sereno della campagna, che la chiamava a sè dalle finestre spalancate.
Nulladimeno, non si potrebbe dire che appena balzata giù dal letto, uscisse subito dalla camera, oh! no, tutt'altro! Ella si vestì, si acconciò colla solita cura paziente e diligente. Si oscurò le sopracciglia, con due tocchi leggerissimi di pennello: lisciò, ammorbidì le guancie con una certa manteca, sulla quale poi fece correre varie volte il piumino della cipria. Specialmente attorno alle narici, che aveva un pochino enfiate, e dentro le occhiaie, furono minuziose quelle sue cure.
Dopo si diè il rossetto alle labbra, e, quantunque volesse sembrare spettinata, tuttavia non le costò poco tempo nè poco lavoro, l'artistico disordine dei capelli. Sulla veste, indossò un lungo mantello a doppio bavero, che nascondeva, o almeno dissimulava abbastanza bene, la fatale e inesorabile pinguedine, e finalmente attorno alle tese del cappello, puntò un velo fitto fitto, color caffè, di sotto al quale il suo volto, così accomodato e mezzo nascosto, appariva soffuso di una freschezza incantevole.
Tutto quell'abbigliamento diceva chiaro che la Contessa voleva uscire a passeggiar fuori della villetta, e difatti, appena scesa attraversò il giardino, passò il cancello e s'inoltrò in una stradicciola dritta, lunga, ombrosa, fiancheggiata da due rivi d'acqua limpida, sui cui margini verdeggianti ella si fermava qua e là per raccogliere stupide margherite e sentimentali “non ti scordar di me.„
Quando fu al termine della stradetta, udì un'allegria confusa e varia di fringuelli, di cingallegre, di passeri e di merli, che cantavano tutt'insieme. Lì, a dritta, poco discosto, dopo un prato tutto verde e un campo di terra nuda sparsa di sanali, c'era il paretaio, dove l'Ariberti, ogni mattina, andava a uccellare per conto del suo compare.
La contessa Elisa lo sapeva e per questo appunto girò a destra, sollevando un po' la veste colle due mani e tuffando arditamente, fra le erbe umide del prato, i suoi stivaletti di pelle lucida.
Il casotto del paretaio era tutto coperto da rami di pino selvatico e da fronde rampicanti, disposte in modo da nascondere quel luogo d'insidie. Le reti appese in giro, pendevan giù, da lunghi filari d'alberi d'ogni specie. Il mandorlo intrecciava i suoi rami con un giovine carpine ed il pero col sicomoro. I poveri uccellini avevan là, davvero, una ricchezza funesta di seduzioni!... Ma dopo quelle seduzioni sulla fronda cara che rammenta il nido, sul tronco amico che ricorda il primo volo, sotto le foglie e tra gli stessi fremiti della brezza che accompagnò i primi gorgheggi del loro amore, trovavano l'agonia e la morte!... Poveri augelletti!... Oh! mille volte più fortunata l'allodola che rimane uccisa da un colpo improvviso e tonante come la folgore, lontana dalle native pianure, in mezzo alla deserta infinità dello spazio!...
La contessa Elisa era giunta a pochi passi dal casotto e si godeva tutta tra quei gorgheggi, in mezzo a quella verzura folta, ricreata dall'aria fresca del mattino.
— Conte Eriprando! — gridò dopo un poco che era là rimasta ferma a guardare, — conte Eriprando!... Si può venire avanti!?...
A risponderle uscì dal casotto un contadinello che serviva il Conte facendogli da uccellatore. Questi, senza parlare, con una mano le fe' cenno di non muoversi dal posto: poi si chinò e, nascondendosi mezzo dentro e pur rimanendo mezzo fuori dall'usciolo, attento attento, fissava l'occhio su due tordi che si avvicinavano saltellando fra i rami del paretaio, finchè d'improvviso, essi volando di traverso, piombarono nelle reti, dove invano si dibattevano tra quei fili, che per le lor forze pareano di ferro, con degli scrolli matti, furiosi, disperati.
L'uccellatore con un urlo d'allegrezza, corse calpestando le aiuole seminate, ed era già là per ghermirli, quando la Contessa pregò Prandino, che in due salti l'aveva raggiunta, di lasciarglieli veder vivi nella rete.
— Giacomo! lascia stare! — gridò il Conte all'uccellatore, che obbedì di mala voglia.
L'Elisa e l'Ariberti, lo raggiunsero presto e si trovarono anche loro due dinanzi alle vittime spaurite.
— Oh! come son carini, come sono bellini, poverini! — esclamò l'Elisa vezzeggiandoli con tutte le moine e i diminutivi coi quali si godeva darsi delle arie bambinesche.
— Vuole che li serbi vivi per lei, Contessa?
— Oh! no: tanto non camperebbero.
Giacomo, appena udite queste parole non aspettò di più; e colle sue ditacce, schiacciò loro la testa, un dopo l'altro, con due colpi lesti, sicuri.
Dibatterono l'ali un'ultima volta, ed erano già morti.
L'Elisa diè in un grido acuto, mentre i suoi occhi si gonfiarono di lagrime.
— Perchè hai fatto a quel modo, villano?
E il Conte, irritato, aggiustò a Giacomo uno scapaccione così forte che gli mandò il cappellaccio a rotolare lontano.
— Dio mio, poverini! che senso m'han fatto....
L'Elisa, così dicendo, stringeva, chiudendoli, gli occhi, e si premeva le mani sul cuore che le palpitava.
Tutti e due rimasero tristi e silenziosi. Il villano, sconcertato, si grattò la nuca, poi, dopo di essere corso a raccogliere il cappello, ritornò lì per accomodare, con due strappate di mano, le bisacce della rete.
— .... Andiamo un po' all'ombra, nel casotto? — domandò Prandino alla Contessa, con la voce che gli tremava e il cuore che gli batteva forte.
— Andiamo.
E l'Elisa, di nuovo, sollevando un po' le sue vesti, fu la prima a muoversi nella direzione indicata, sempre triste, sempre silenziosa, saltellando leggermente per schivare le pozze fangose della viottolina.
Il nostro giovanotto, dopo le conversazioni del giorno innanzi, si aspettava qualche cosa da parte della contessa Navaredo: o una lettera, o un libro con un fiore, oppure un invito a colazione.
La contessa Elisa non usava chiamar gente a desinare, perchè i pranzi impegnano troppo, ma dava invece, di tanto in tanto, qualche colazioncina intima (erano sempre in due a tavola, compresa la padrona di casa) per la quale, più che la cameriera, la Beppa, che serviva da cuoca, lavorava il contadino che, essendo anche giardiniere, riempiva la mensa di fiori e di semprevivi.
Ma sebbene qualche cosa si aspettasse, tuttavia quella visita della Contessa, a quell'ora, in quel luogo, superava qualunque speranza avesse osato vagheggiare.
Erano i _castelli in aria_ della sua adolescenza, fantasticati tutte le domeniche in Duomo, durante la messa delle dieci, che si avveravano coi loro più splendidi miraggi, divenuti realtà.
Camminando adagio adagio, egli la guardava amorosamente muoversi lesta, elegante, dinanzi a lui; e allora il piedino perfetto e, più su, la gamba rotonda, coperta da una calza finissima di seta rossa, che le vesti, nel sollevarsi, scoprivano di più a ogni passo, a ogni saltello; e allora, il profumo della cipria _aux fleurs de lys de kachemyr_, che a sbuffate gli saliva al naso; e allora quegli alberi che si movevano ai lunghi soffi della brezza mattutina quel verde grondante di rugiada, quell'erba luccicante, quel sole così limpido, quell'aria fresca e sana, quella solitudine sicura, in mezzo a tutto quel vasto silenzio, solo interrotto dal canto alto degli uccelli, gli facevano battere il cuore con una contentezza infinita, gli facevano correre nel sangue nuove ebbrezze voluttuose.
Quand'erano già vicini al casotto, s'accorse che Giacomo gli teneva dietro: Ariberti si voltò a dirgli:
— Adesso non ho bisogno di te; va' pure a fare la tua merenda.
— Grazie, signor Conte.
Il villano gli fece dietro alle spalle una smorfia da scimmia, poi infilò un'altra viottola, passò dall'uccelliera a prendersi la sporta col suo desinare, e a un mezzo tiro di fucile all'incirca dalla ragnaia si sedette sopra l'erba folta della riva che divideva il campo vicino dal paretaio. Di tanto in tanto, fra un boccone e l'altro di polenta, il ragazzaccio però tornava a grattarsi la nuca e a fissare il casotto con certe mossacce maligne.
Là dentro, in quella tana angusta, oscura, dove il sole penetrava appena con qualche striscia minuta, con qualche punto luccicante, dagli spiragli invisibili, sparsi in quel fitto congegno di fronde, di tronchi d'albero e di stuoie, Elisa e Ariberti, tutti due vicini, tutti due seduti sopra una panchina corta, ristretta, avevano già ricominciato a discorrere d'amore.
— Che cosa avete pensato di me, iersera?
— Che siete molto buono.
— Troppo forse?
— Oh! No!.... Vi voleva bene prima.... ma adesso ve ne voglio anche più.
Prandino l'aiutò a levarsi il cappello che posò sopra un trespolo ch'era lì presso: poi tornò a sedersi sulla panchina con lei, che in quella oscurità non ci perdeva nulla, anche senza velo.
— Perchè non dite _te ne voglio_ anche più?
— Perchè non son buona, perchè non mi piace. E poi, guardate, non ho mai dato del tu a nessuno.
— Nemmeno a vostro marito?
— Con mio marito si sa bene; ma era un'altra cosa!
E l'Elisa si strinse un po' nelle spalle, infastidita da quella domanda molto ingenua di Prandino.
— È curioso però il vostro modo di voler bene.
— Sta a vedere, adesso, che l'amore consisterà nel dare del lei, del voi o del tu!
— Non in questo solo, ma....
— Ma in che cosa?
— Voi siete cattiva anche.... anche in tutto il resto.
Lei lo guardò fisso perchè non capiva, e lui la guardò fissa per farsi capire: ma poi, siccome l'altra continuava a non voler intendere, Ariberti, per ispiegarsi, col braccio le circondò la vita, e sporse le labbra, avvicinandosi per darle un bacio.
Elisa si ritrasse con tanta vivacità che, quasi, cadeva giù dallo sgabello.
— La prego, Conte, non mi faccia pentire della fiducia che ho avuta.
— Perdoni, Contessa; perdoni! Già, io doveva saperlo ch'ella non sente nulla per me!
E Prandino, secondo il solito, mettendo subito il muso, sciolse dal suo abbraccio la vita della Contessa, e cogli occhi fissi fuori dalla piccola finestrella del casotto, sembrò volesse rimanere da allora in poi tutto intento alla caccia.
— Vedete come siete? Perchè non si vuol fare in tutto a modo vostro, fate il broncio e diventate sgarbato. Andate là, che anche voi avete un modo curioso di voler bene!....
Quell'_anche voi_ urtò i nervi a Prandino, che però non si mosse e continuò a spiare dalla finestretta.
In quel punto due fringuelli spionciando allegramente e saltellando sui rami, tra le fronde della ragnaia, sembrava da un momento all'altro volessero scender giù nel mezzo del boschetto, attratti dagli inviti degli allettaioli.
Ariberti, non appena li vide, fece subito svolazzar gli zimbelli; poi, sollecito, allungò le mani sulla corda dello spauracchio.
Poveri uccelletti! Un colpo, una tirata sola e erano presi.
Elisa li avea scorti molto prima che li vedesse il Conte; ma aveva taciuto, sperando gli passassero davanti senza che se ne accorgesse. Ella si era sentita stringere il cuore per essi; se li figurava già colla loro testina schiacciata fra le ditacce di Giacomo e, buona, sensibile com'era di cuore, volle salvarli. Pensò di chiedere a Prandino la grazia della loro vita, ma Prandino in quel punto aveva una faccia così feroce....
— Perchè siete in collera, Conte? — gli chiese allora come per provare a distogliere l'attenzione del giovanotto da quel nuovo agguato.
Ma Prandino era un cacciatore di prim'ordine e nella presa ci metteva molto amor proprio, per cui non le badava affatto, e rimase invece tutto fisso, immobile, ad aspettare il momento buono di tentare il colpo.
— Perchè siete in collera, Conte?
I fringuelli, fatti due o tre voli capricciosi, adesso eran piombati fra le aiuole traditrici, e, senza alcun sospetto, poveri innocenti, beccavano il miglio sparso là intorno, per gli zimbelli.
Bisognava tirare lo spauracchio ed eran subito presi....
Prandino difatti, ne aveva già afferrata la corda e puntandosi fortemente co' piedi, stava per dare l'urto alla strappata, quando la Contessa, visto che non c'era altro scampo, appoggiò sulle mani di lui le sue manine grassocce, calde, vellutate, e piano piano gli susurrò all'orecchio:
— Perchè _sei_ in collera, adesso?....
Prandino si lasciò sfuggire la corda.... si voltò....
I fringuelli erano salvi.
La buona Elisa gli aveva appoggiata sulla spalla la testa profumata. Egli la guardò con uno sguardo lungo, tenerissimo, colmo d'amore e di passione: Elisa aveva chiusi gli occhi e sorrideva a fior di labbro. Come la sera innanzi egli allora la baciò sui capelli; poi, d'improvviso, stringendosela al cuore con una stretta convulsa, la baciò e la ribaciò sulla bocca, cosa che la sera innanzi non aveva avuto il coraggio di fare.
Intanto i due uccelletti eran rimasti liberi e padroni del campo. Volavano a capriccio, dalle aiuole fiorite alle frondi verdi della siepe; poi battendo l'ali tornavan giù a bere l'acqua e a diguazzarsi nel bagnatoio degli zimbelli.
Nessuno al mondo pensava più di fare ad essi alcun male.
Giacomo, appena li aveva notati, s'era levato lui, mezzo da sedere, aspettando che dal casotto venisse data la tirata. Ma nel casotto sembrava che tutti fossero morti o, per lo meno, addormentati. Allora il villano die' in una grande sghignazzata, si strinse nelle spalle e si buttò a svoltolarsi, come un puledro, fra l'erba umida della riva.
Dei soffi d'aria leggeri correano sfiorando la terra, piegando le foglioline dell'erba, facendo stormire le fronde spesse delle siepi; lunghe ondate di profumo vagavano nell'aria, e qua e là qualche ranocchio che si godeva il sole sull'orlo del fossato univa di tratto in tratto, il suo gracidare monotono, ai canti acuti, squillanti, stonati che uscivano dall'uccelliera.
Giacomo, supino, stette là lungamente a beversi in un assopimento stanco quella luce calda e snervante; ma poi quel grande barbaglio del sole lo accecò e allora stirandosi e sbadigliando, si tirò giù, sulla faccia rosolata, il cappellaccio nero, bisunto e sformato.
I fringuelli continuavano intanto a godersi lietamente tutta quella pastura. Eran tornati a rivolare sulla siepe e dalla siepe al boschetto, e dal boschetto alle aiuole, e adesso salterellavano tutti e due sul tetto del casotto.
S'inseguivano, si sfuggivano, poi ritornavano ad accoppiarsi per scappar via un'altra volta, ma sempre continuando a pigolare, con dei gorgheggi, ch'erano le note più dolci del loro linguaggio.
Dal tetto, vispi, pettegoli, curiosi, scesero in cerca di becchime fra le fronde secche delle pareti, poi, temerari, vennero a posar proprio, bezzicandosi, sulla corda dello spauracchio ch'era là distesa, abbandonata e, dopo, tutti e due vicini vicini, pigolando sempre, s'inseguirono fino sull'assicella del finestrino: ma allora ci fu qualche cosa che li impaurì all'improvviso, perchè d'un tratto volarono via, spionciando spaventati e andarono dritti dritti, a cader giù perdendosi nei campi lontani.
CAPITOLO V.
Quello fu per il conte Eriprando degli Ariberti il più bel giorno della sua vita; e quando, verso le dieci, la Contessa lo licenziò con un ultimo sfogo di moine, egli era stanco, affranto, da quella sua grande felicità, e sentiva proprio il bisogno di esser solo, di andar lontano anche dalla donna ch'egli adorava, per raccogliersi a pensare, a misurare, a comprendere la nuova e immensa beatitudine che lo stordiva. Venne quasi l'alba prima ch'egli potesse addormentarsi. Tutta notte s'era voltato e rivoltato nel letto, col cuore gonfio, in preda a una contentezza, a una smania nervosa, che lo teneva desto, agitato.
È proprio vero: la felicità dà le stesse inquietudini, le stesse angosce, quasi, del dolore, ed è anche proprio vero che, come bisogna abituarsi alle disgrazie per sopportarle, così bisogna anche abituarci alla felicità per saperla godere.
Nemmeno la contessa Elisa dormì subito; non già ch'ella pure avesse inquietudini in cuore, ma perchè aspettò del tempo prima di andare a letto. Però la Beppa, ch'era una dormigliona rabbiosa e che, quand'erano sonate le dieci, tutta raggomitolata sopra una sedia, vicina al fuoco, in cucina, non faceva altro che brontolare fra un pisolo e l'altro, quella sera non ebbe occasione di lamentarsi. Elisa la mandò a dormire subito, dicendole che si sarebbe spogliata da sè, perchè prima aveva da scrivere delle lettere.
Difatti, ne scrisse una, corta corta, alla contessina D'Abalà, e quest'altra che segue, piuttosto lunga, per il maggiore Del Mantico:
“_Caro marchese_,
“Oggi ho avuto una giornata molto splenetica, e vi confesserò, con tutto il candore, che ne è proprio stata causa la vostra lettera, dalla quale traspariva, fra le linee, una freddezza per me incomprensibile e anche _choquante_ in qualche punto.
“Perchè non venite?.... _Gli affari di servizio_.... Oh! sono molto comodi gli affari di servizio, quando mancano pretesti.
“_A quelque chose malheur est bon_, e anche le _grandi manovre_ servono bene per ischivare delle visite seccanti. Non è vero, caro marchese?....
“Io, però, siccome non ho nessun _regret_ nella mia coscienza, così vivo tranquilla, almeno per questo riguardo, e dimentico il presente, spaziando, come in un sogno, nelle rimembranze di un dolce e tenero _trascorso_.
“Anche oggi ho avuto la visita del conte Eriprando degli Ariberti. Povero _bébé!_ Egli mi ama davvero e vorrebbe farmi sua moglie. In ogni modo, senza interrogare il mio cuore, la realtà della vita vi si oppone. L'ho mandato via, adesso, per iscrivere a voi, e penso di chiamare mia figlia presso di me, perchè il mondo è così maligno, e le assiduità del Contino, essendo io qui tutta sola, potrebbero venire interpretate _equivocamente_.
“Del resto, io lo vedo proprio con dispiacere soffrir tanto, povero giovane! ma non gli ho nascosto che rinchiudo tali ricordi nella mia anima, che mi darebbero sempre molto a pensare prima di legarmi a un altro. La poesia, che da lontano mi sfiora l'anima col suo dolce profumo, _paralizza_ ogni palpito del cuor mio.
“Però confortatevi, caro marchese; se io vivo del passato, ciò non vi deve punto _allarmare_. Ho dello spirito, me lo avete detto anche voi, e ne uso a beneficio degli amici, per ricordare delle loro promesse quelle soltanto che loro stessi rammentano senza pentimenti.
“E ciò sia detto _en passant_, anche per la visita che volevate farmi qui in villa, e che le _grandi manovre_ hanno _rimandata_, pare, ad un tempo indefinito.
“E quella mia figlia che mi secca sempre perchè vuole ad ogni costo che io mi rimariti?!.... Da ciò solamente dovrei arguire che l'avvocato D'Abalà le rende molto felice l'esistenza.
“L'Ariberti ha visto stamattina nel mio cestino la vostra lettera. Deve certo aver indovinato dalla busta ch'era vostra, perchè è diventato rosso come un gambero e poi è scappato subito via, tutto sconvolto, senza quasi nemmeno salutarmi.
“Pensate a me e, se non altro, _non siate oblioso_ di qualche _souvenir_ che del tutto ancora non può riuscirvi ingrato. Credete che io conserverò sempre a _riguardo_ vostro, dell'affezione leale e sincera, anche perchè il giorno nel quale cessasse questo mio vivo _interessamento_, quel giorno potrebbe cominciar la coscienza a farmi dei rimproveri e dei _rimarchi ben_ severi.
“Chi ama dimentica....
“Chi cessa d'amare ricorda.... ed io non posso, ed io non voglio ricordare, e perciò domanderò uno stordimento benefico anche alle ceneri dell'amore, ed alla poesia soave delle memorie.
“Vi dò la mia mano da baciare. Una volta la baciavate inginocchiandovi come dinanzi ad una regina; oggi stringetela pure senza complimenti, come ad un buon camerata.
“_Bienheureuse la femme qui après l'amour laisse épanouir les parfums de l'amitié_.
“_Après l'amour!_.... Ma mi avete amata, voi, caro marchese?
“_Sans adieu, et sans rancune_.
“ELISA NAVAREDO.„
Piegò la lettera, la chiuse nella busta, vi fece l'indirizzo e la lasciò là, sul tavolino, vicino a quell'altra, scritta per la contessina Cecilia.
Gli affari erano terminati e poteva concedersi il meritato riposo, perchè anche lei era un po' stanca ed aveva sonno.
Però, come nell'abbigliarsi al mattino, così anche nello svestirsi la sera, ella aveva mille cosucce da sbrigare.
Liberatasi dalle vesti e rimasta in sottanino, cominciò dal levare le ciocche dei riccioli finti che aveva intrecciate, e il crespo che avea nascosto nei capelli. Poi sulla fronte e di dietro sul collo, fece lesta lesta, alcune ciambelle coi capelli corti, che schiacciò fra certi diavolini di seta nera, unti e bisunti. Sulla faccia, lentamente, si spalmò una pomata scura, che si asciugò dopo con un pannicello di lana. Attorno alle narici avea la pelle più rossa del solito, e avea le labbra molto più rovinate; però quella sera, ricorse al rimedio più efficace: da un cassettino della toletta, sotto lo specchio, prese il fondo di una candela di sego, che vi era involtata in un pezzo di giornale, lo riscaldò, lo fece gocciolare al calore della lucerna, e, con quello, si unse ben bene il naso e le labbra. Finita anche questa operazione, sturò una bottiglietta di glicerina, se ne versò tanto del liquido in una mano quanto ne poteva contenere, e così continuò per un pezzo a fregarle tutt'e due l'una coll'altra, come se fosse dietro a lavarsele, e senza asciugarle, infilò un paio di guanti sudici, che una volta doveano essere stati bianchi, ma che adesso erano gialli dall'unto. Fatto tutto ciò, si avvicinò al letto e finì di spogliarsi; ma quando si levò l'ultima sottana e rimase in fascetta e in camicia, qualche cosa di ruvido le scivolò giù tra le gambe.... Era un ramoscello d'edera che, prima di uscire dal casotto, appoggiata mollemente al braccio di Prandino, aveva strappato dalla breve fessura della finestrella e che si era nascosto nel seno. Elisa guardò per terra, lo vide.... ma forse non lo riconobbe, perchè lo cacciò dispettosamente sotto il letto colla punta della babbuccia, mentre, per causa del freddo che l'era venuto addosso, s'ebbe un colpo di tossaccia grassa, che fece tremare tutta quella sua carne che, così disciolta com'era, dal busto e dalle altre vesti, l'avrebbe fatta apparire a chi l'avesse vista, ancor più pingue e sformata.... Ma per fortuna non c'era alcun occhio indiscreto!
CAPITOLO VI.