Sott'acqua: racconto

Part 13

Chapter 133,758 wordsPublic domain

Per il debito del giuoco, tanto, ci avrebbe potuto rimediare.... l'avrebbe confessato a sua madre, che era una donna piena di consigli... avrebbero potuto vendere un po' di roba.... qualche masserizia che non fosse strettamente necessaria — non era poi un milione, alla fine, che aveva perduto! — e adesso si meravigliava di averci dato tanto peso il giorno prima. Ammazzarsi per ottocento cinquanta lire, anzi per settecento quaranta, sarebbe stata proprio una minchioneria: e poi, ammazzandosi, non pagava i suoi debiti, tutt'altro: commetteva, invece, una frode.... _in articulo mortis_....

Ah! se l'Elisa gli avesse voluto ancora un po' di bene: s'ella non l'avesse piantato in quel modo, allora no, no, certo, non penserebbe di morire! E, a questo punto, il suo povero cuore tornava daccapo a tormentarlo. Che valevano le persuasioni dell'uomo saggio, che valeva l'affetto di sua madre, le ragioni stesse dell'orgoglio ferito per l'abbandono ingiusto, immeritato, contro il suo amore fisso, tenace, selvaggio?

L'Elisa sarebbe stata d'un altro!

L'idea che quelle forme vaghe, da lui follemente adorate, avrebbero appartenuto a un rivale, sarebbero state toccate dalle manacce ruvide del Maggiore, baciate da quella bocca ingorda e irriverente, che puzzava di sigaro, tutto ciò gli faceva correre nel cervello dei buffi di sangue caldo e gli dava le vertigini, mentre, nell'accesa fantasia del povero ammalato, l'Elisa diventava bianca, candida come neve, delicata, flessuosa come una gazzella, e trasudava un profumo _aux fleurs de lys de cachemir_; ritornava giovane, ritornava fresca.... e non era quasi più neppur vedova!... Dio, Dio, quanto era bella!...

Prandino se la vedeva innanzi, ora gaia, biricchina, piena di vita e di fremiti, come il primo giorno ch'era stata sola con lui, grondante d'acqua, sotto il capanno, e ora raggiante di sole e splendida d'amore come quella mattina che gli camminava dinanzi, lungo la viottola dell'uccelliera; poi gli appariva languida, voluttuosa, mollemente sdraiata nella gondola, e poi.... e poi... finalmente, la rivedeva com'egli solo, com'egli solo sapeva.... e, dannazione!, come avrebbe saputo anche quel beduino del Maggiore!

No, no; era uno strazio troppo vivo, uno strazio che colle carni gli lacerava anche l'anima! No, no: egli aveva bisogno dell'amore di Elisa come dell'aria per respirare, e perchè quell'amore gli veniva meno, egli moriva.... moriva colla gola stretta, col petto gonfio.... moriva soffocato!

Come fare per fuggire quell'immagine che lo torturava?...

Se apriva gli occhi la vedeva in un modo, se li chiudeva la vedeva in un altro: ma la vedeva sempre!

E ancora, il fanciullone innamorato!, tentava di combatterla, di vincerla, di metterla in fuga, ripetendo a sè stesso, mentre coi denti si strappava i baffi:

— Bisogna morire, bisogna morire!...

Ma tornava daccapo a domandare a sè stesso:

— Con qual genere di morte? Sott'acqua, no; nemmeno per idea!... Dunque?...

E Prandino pensava, ripensava e non concludeva mai nulla: perchè, quando si arriva a questo di non saper sciogliere il problema del — _come vivere?_ — ci troviamo con quell'altro fra mano, non meno difficile, del — _come morire?!_ —

— Un buon colpo di pistola, proprio dritto in mezzo al cuore?... — Quello ci voleva!... — Sì! ma come trovarlo il posto giusto del cuore?

Prandino lo cercava colla mano aperta sul petto, ma non era più buono di sentire un palpito, una battuta sola: il cuore stava zitto, non si moveva neppure.... pareva quasi che fosse scappato via!

— Buttarsi giù da un campanile alto, il più alto di Vicenza?

No. Primieramente, questa era la morte d'un manovale e non già quella che doveva scegliere l'ultimo degli Ariberti, e in secondo luogo, invece di spaccarsi la testa, si poteva rompere le gambe solamente, e allora sarebbe stato messo in ridicolo.... e poi avrebbe veduta ancora sua madre, ne avrebbe udite le grida, i pianti!.. Sua madre?... No. Non la voleva più rivedere: la disperazione di sua madre avrebbe fatto morire disperato anche lui, e lui, invece, voleva darsi la morte per aver pace!

Ruminando nel capo tutti questi pensieri, che non erano affatto color di rosa, Prandino, dopo avere camminato un po' di tempo in lungo e in largo per la cameretta, aveva finito col fermarsi su due piedi, meditabondo, quando, levando il capo, l'occhio per caso gli cadde sul _portrait-album_ dell'Elisa che, come di solito, era sul suo tavolino da notte, appoggiato all'elegante cavalletto di legno intarsiato.

— Eccola là, quella perfida! — pensò Prandino fra sè e sè; e, vinto da una seduzione potente, irresistibile, si avvicinò al ritratto per inebriarsi ancora una volta delle note sembianze.... e là, respirando a fatica, graffiandosi le braccia che si stringeva al petto, pallido, sconvolto, tutto tremante, guardò la figuretta insidiosa; poi si fece ancora più vicino, frugando col pensiero nell'immagine cara per cercarvi un sorriso, un ricordo, per....

Ma che diamine era accaduto?!... Chi aveva sfregiato quel ritratto?!...

Prandino lo prese e si avvicinò alla finestra per osservarlo meglio e, dominando la sua agitazione, rimase là lungamente, serio, attento, pensoso, col ritratto fra le mani.

Ma però, mentre fissandolo aggrottava fortemente le ciglia, il suo respiro, l'ansia del suo petto diventava meno grave, meno affannosa. Che cosa era dunque successo?

Una mosca, una grossa mosca di certo, si era fermata sul naso della contessa Navaredo.... (vedete un po' la Provvidenza, quali forme si compiace di assumere?!...) e lo aveva macchiato con una patacca nera, rotonda, che cambiava affatto l'espressione di quel viso così caro a Prandino.

Egli la guardava sempre attento, ostinato, ma la figurina gentile, romantica, _al chiaro di luna_, coi capelli biondi, cadenti lungo le spalle, veduta con quella macchiaccia sul naso, non era più la stessa.

La testolina bianca, pensosa, tutta raccolta e mollemente chinata sul libro che teneva aperto fra le mani, quel profumo, quell'aria di sentimentalità verginale, stonava maledettamente dopo il tiro fattole dalla mosca birbona, e non era più dolce, non era più poetica, ma diveniva una cosa buffa; buffa e grottescamente ridicola.

Prandino continuava a restar là, dritto, immobile, guardando il ritratto dell'Elisa, e a poco a poco non tremava più: a poco a poco poteva fissarlo senza paura, senza che la sua testa gli andasse in fiamme.

Accadeva un fatto curioso, una combinazione strana: mentre la figurina al _chiaro di luna_, con quello sgorbio sul naso, non pareva più la stessa, tuttavia rassomigliava però sempre alla contessa Navaredo. Anzi, a Prandino pareva quasi che le rassomigliasse di più. Sempre, ben inteso, com'era ne' suoi momenti meno felici.

Uno dei primi giorni in cui le signore avevano cominciato a usare quella maglia scura così attillata, l'Elisa ne aveva indossata una tanto stretta, che le gonfiava il collo e la faccia: e il ritratto, adesso, faceva ricordare l'Elisa com'era appunto in quel giorno!

Anche allora era ridicola a voler fare la bambina, coi passettini corti corti, per le sottane che le impacciavano le gambe, e a volersi stringer tanto da soffocare, per avere un po' della Sarah Bernhardt.... — con quella ciccia!..

Ridicola, com'era ridicola là nel ritratto, coi capelli biondi sciolti lungo le spalle, con la testolina bassa, col raccoglimento stanco, romantico, _al chiaro di luna_, e quella patacca sulla punta del naso!... Oh, tanto ridicola, che faceva ridere anche Prandino, sebbene gli frullassero per la testa i più tristi pensieri!

Eppure, a pensarci bene, l'Elisa non meritava certo ch'egli l'amasse a quel modo!... Non aveva cuore: era tutta vanità, tutta finzione. Come voleva sembrare quello che non era, così voleva mostrare di sentire anche quello.... che non sentiva!... Voleva fare la bambina, ed era nonna! Voleva fare l'innamorata, e non aveva cuore!

E pensare ch'egli desiderava di morire per lei. per l'Elisa!.... A questa idea, guardando il ritratto così sfigurato, Prandino non potè trattenere una risata: una risata che lo sorprese all'improvviso, che gli scattava dai nervi più che non gli uscisse dalla testa o dal cuore, ma che, a ogni modo, gli fece bene.

Volle ritornar serio, volle vincere le impressioni del momento, non volle più guardare il ritratto.... ma non ci riuscì: dopo un poco, dovette fissarlo di nuovo.... e di nuovo tornò a sorridere.... e intanto, senza che nemmeno se ne accorgesse, cominciava ad avere lo spirito più sollevato.

Certo, adesso quella donna non gliela doveano più invidiare, come gliela invidiavano un anno innanzi.

Chissà che anche lui non fosse stato ridicolo, qualche volta, mostrandosene così invaghito! — Ma, e il Maggiore? Il Maggiore che la sposa?!.... Chi lo dice, intanto, che la sposa? Lei stessa: l'Elisa, che non ne dice mai una vera. Bisogna star a vedere!....

Ciò che maggiormente ci esalta, nella donna, è quel tanto che le presta o le aggiunge la nostra immaginazione, e quella macchiaccia, che adesso le sfigurava il volto, aveva buttato il ridicolo là dove il sentimento aveva sempre lavorato di fantasia, là dove l'amore saettava i suoi fascini e spiegava le sue migliori attrattive. Prandino continuava a guardarla, a fissarla, a studiarla; ma, non c'era caso: la donna che gli rappresentava quel ritratto non era più l'Elisa trasfigurata nell'ansia di un desiderio febbrile, ma l'Elisa viva e _reale_, in carne ed ossa, l'Elisa com'era, l'Elisa con tutti i suoi difetti e, ahimè, con tutti i suoi anni. E però, Prandino, un po' alla volta, andava finalmente concludendo, che la balda e forte giovinezza di lui non dovea piegarsi dinanzi a quelle mature seduzioni, che quell'avvenenza impiastricciata di _cold-cream_ non valeva il contraccambio di tutto un avvenire di riposo e di pace.

L'Elisa non s'era imposta al suo innamorato coll'intelligenza, collo spirito, col cuore; ma lo aveva preso colla vanità e lo teneva vinto coi sensi, ed è perciò che il suo regno, quantunque costituzionale, veniva buttato all'aria così facilmente!....

Intanto che Prandino continuava a fissare il ritratto dell'innamorata, non s'era accorto che da qualche tempo mamma Orsolina era entrata adagio adagio nella cameretta, e che singhiozzava vicino a lui, sommessamente, senza osare di lamentarsi, rispettando timorosa l'angoscia del suo figliuolo anche allora ch'egli era stato così ingiusto, così disumano con lei. Ma un singulto, che le proruppe troppo forte dal petto, la tradì: Prandino si scuote, si volta, e comprende tutta l'immensità di quel dolore muto, rassegnato.

— Mamma, mamma! — esclama, — non piangere, te ne scongiuro, non piangere! No: sono guarito, sai, non piangere! Non l'amo più, te lo giuro, non l'amo più!

E adesso copre di baci, di carezze, e si stringe al cuore quella sua vecchietta così santa, colla stessa frenesia con la quale avrebbe abbracciata l'Elisa, se un momento prima le fosse apparsa dinanzi per dirgli, come ai bei tempi d'una volta: ti voglio bene, e son tua!....

— Per quella cattiva? — chiese l'Orsolina, indicando il ritratto; e non disse altro.

— No, mamma, no: ho un altro dolore che mi fa disperare, che mi fa perdere la testa.

E Prandino confidò a sua madre che, per domenica, doveva restituire ottocentocinquanta lire a Badoero.

In quel punto, nessun debitore lo vorrà credere, ma è pure la verità, egli fu quasi contento d'avere quel debito: gli ripugnava troppo di dover confessare a sua madre ch'egli era stato così ingrato verso di lei, e tanto matto, fin da voler morire, solamente per il bel muso.... della contessa Navaredo!....

CAPITOLO XV.

Non bisogna credere, a ogni modo, che il conte Eriprando degli Ariberti fosse proprio guarito interamente dalla sua malattia. Anche quando ci si leva un dente, resta il bruciore per un po' di tempo; dunque, figurarsi, quando si tratta di strappar via dal cuore una donna!

La vista del ritratto macchiato aveva fatto sì che Prandino superasse la _crisi_, ecco tutto: ma restava però in uno stato di convalescenza che doveva essere lungo e penoso, col pericolo di ricadute.

Molte volte tornò a desiderare l'Elisa, molte volte tornò a rimpiangerla, ma a ogni assalto la violenza era men forte, e quegli assalti si facevan sempre più radi.

Il primo giorno che comparve al Caffè, mentre i frequentatori di casa Navaredo gli domandavano notizie della Contessa, con quell'aria che voleva dire: — le domandiamo a lei per fare una gentilezza a tutti e due, — Prandino diventò rosso, confuso, rispose balbettando e pensò che quei signori, quando avessero saputo come stavano le cose, gli avrebbero tolta in parte la loro stima: ma poi, dopo che per Vicenza s'era cominciato a buccinar qualche cosa, anche la curiosità che egli destava per il mistero che a ogni costo volevano vederci sotto a quella rottura, soddisfaceva, in qualche maniera, un po' il suo amor proprio.

Fu poi sviato dal suo pensiero dominante da un'altra grossa consolazione: quella di poter fare buona figura col cugino Badoero.

L'Orsolina s'era confidata colla signora Luciana a proposito delle ottocentocinquanta lire, e la zitellona, un po' per bontà di cuore e per il gusto d'immischiarsi negli affari dell'aristocrazia, e un po' perchè in pelle in pelle si sentiva del debole per quel bel giovinetto, offrì subito d'aprire lei la borsa per sopperire al bisogno. A questa proposta però si oppose la dignità della casa. Combinarono dunque di presentare allo sconto della _Banca Popolare_ una cambialetta di mille lire (facendovi su l'operazione, tanto valeva addirittura prendersi un po' di largo) e la signora Luciana avrebbe messo la sua firma plebea, sotto quella illustre, ma fuori corso, del conte Eriprando degli Ariberti.

Il sabato mattina, Eriprando portava alla posta una lettera suggellata collo stemma degli Ariberti: c'era dentro il vaglia delle ottocentocinquanta lire a favore di Badoero. Però, solo che egli avesse aspettato qualche ora a fare la spedizione, avrebbe forse potuto risparmiare i denari del vaglia. Quando ritornò a casa, trovò un'altra lettera, con un altro stemma: — quello delle _Strade ferrate dell'alta Italia_.

Come gli aveva promesso il cavalier Pinocchio durante la lezione di nuoto, era stato nominato _avventizio_ presso la Contabilità degli uffici di Venezia, e fra un paio di giorni bisognava partire.

Ritornare a Venezia così subito?.... Rivedere la Elisa?.... Rivederla forse col Maggiore?.... A braccio, sola con lui?.... No, sarebbe stata una commozione troppo forte!.... Ma non c'era caso; a Venezia bisognava andare!....

Ebbene, vi andrebbe, ma non avrebbe messo il naso fuori dell'uscio fino a tanto che l'Elisa ci fosse rimasta.

Poi, si fece cuore e cambiò idea un'altra volta: adesso voleva anzi incontrarla e farle tanto di cappello e mostrarle chiaro, colla sua indifferenza, che per lui, tanto, era come se fosse morta e sotterrata.

Questa volta l'abito nero d'etichetta non fu indossato durante il viaggio, ma riposto con ogni cura in fondo del baule; vestì invece una giacca d'Orléans, stinta e senza fodero: roba di Bocconi. Anche i guanti comperati a Venezia andarono involtati, nello stesso giornale colle cravatte, a tener compagnia all'abito nero: per viaggio poteva bastare un paio di quelli vecchi, sciupati e induriti dal sudore.

Del lusso antico, non c'era più altro che il portasigari, che faceva capolino dalla tasca di fuori della giacchetta.

Quando il figliolo fu sul punto di partire, mamma Orsolina lo guardò, mettendosi a piangere.

— Sta sicura, mamma: sta sicura. Quel che è stato, è stato. Ormai non ci ricasco più.

— Bravo, signor Conte! — esclamò la signora Luciana, ch'era presente a quell'addio. — Ce ne sono tante di donne e lei non avrà che da scegliere. A quella signora, poi.... ma no, acqua in bocca, Luciana, a te non istà bene!

— Che! Parli, parli, signora Luciana.... tanto, non ci penso più.

— Allora le deve dire, quando la vede: — chi non mi vuole, non mi merita! — Ma glielo deve proprio dire!....

L'Orsolina, seria seria, dondolava la testa, mostrando chiaro che non approvava quel consiglio.

— Come? Non pare a lei, contessa Orsolina, che le stia bene a quella signora?

— Per me sarei più tranquilla se Prandino mi promettesse di far di tutto per non rivederla!

— Te lo prometto, ma in ogni modo, anche se la rivedo, sai, mamma, puoi esser tranquilla ugualmente; non dubitare.

Però, mentre concludeva in questo modo, egli sentiva in cuor suo che la mamma aveva forse ragione.

Capitò a Venezia di notte, e fu meglio perchè così il ricordo di quei luoghi si faceva per lui meno sensibile. Il cavalier Pinocchio, per incarico avuto dall'Orsolina, gli aveva fissata la camera e il vitto in un alberguccio modestissimo in _Calle del Carbon_.

Quando arrivò sul luogo, Prandino era morto dalla fame: e quantunque dalle _Tre Corone_, che così si chiamava la locanda, invece del profumo di _consumé_, che spandeva intorno la cucina della _Gondola d'oro_, uscisse un odore acuto di grasso che friggeva, tuttavia egli vi entrò senza ripugnanza e senza perderci l'appetito.

Mangiò del pesce e una porzione di lesso in un piccolo stanzino basso, annerito dal fumo, che dava adito alla cucina, anche quella bassa, nera e illuminata dalle fiamme vive del camino, così da parere un forno; e poi, quand'ebbe finito, domandò del padrone a un ometto che lo aveva servito, piccolo, tondo tondo, tutto involto in un grembiule greggio, sudicio e con una berretta larga di tela bianca, che incorniciava il suo faccione di luna piena.

— Sono io per l'appunto; che mi comanda? — e l'albergatore, ch'era nello stesso tempo il cuoco, il cameriere e il direttore delle _Tre Corone_, fissò il giovinotto con due occhiettini vivi, lucenti, che schizzavan furberia di sotto a due folte sopracciglia grigiastre, fatte a spazzola. Prandino lo salutò con un cenno del capo, e si fece conoscere per _quel signore_ che doveva essergli stato raccomandato dal cavaliere Pinocchio.

— Vedo, vedo, è lei, _quel giovine_ di Vicenza?! non è una mezz'ora che gli abbiam messo all'ordine la stanza.

— Tanto meglio, perchè casco dal sonno.

— Venga con me; la condurrò subito di sopra.

L'oste passò un momento nella cucina a prendervi un candeliere d'ottone con una mezza candela di sego, che accese in fretta alla fiamma del camino, poi raggiunse subito l'Ariberti e lo accompagnò, facendogli lume, per una scala ripida, angusta, diritta, tutta d'una sola branca, sino al primo piano. Quando arrivò su, l'oste, seguito da Prandino, entrò in una stanza a destra, della quale aprì l'uscio con una pedata: trovò una candela nuova sul cassettone, l'accese, e poi volgendosi al suo ospite, gli disse senza altri complimenti:

— Eccola servita.

La stanza era molto grande; forse troppo. Di contro a una parete c'era un lettuccio, piccolo, stretto, si capiva a colpo d'occhio che doveva essere un sofà a doppio uso, con una seggiola impagliata in luogo del tavolino da notte; dall'altro lato, di contro al letto, un cassettone di noce, colle borchie d'ottone, e sopra, uno specchio così vecchio da parer antico, colla luce guasta e rotta in un angolo: appese alle pareti due oleografie rappresentanti l'una la _Famiglia reale_ colla Regina in pelliccia, e l'altra la _Famiglia di Garibaldi_, con Teresita tutta vestita di rosso.

Una frasca d'ulivo benedetto e una piletta di stagno per l'acqua santa, erano a capo del lettuccio, e in mezzo alla stanza, una tavola grande di legno, colorita d'un color verde scuro, che non si capiva che cosa fosse stata messa là a fare.

Prandino, quando vide il lettuccio, gli si strinse il cuore: poi, subito, gettò di sbieco sulla tavola un'occhiata sospettosa.

— Di giorno — gli disse l'oste, prevedendo la domanda di Prandino, — tengo questa camera a disposizione degli avventori che vogliono essere serviti a parte; perciò la mattina si disfà il letto che si rifà poi tutte le sere.

Prandino chinò il capo senza fiatare; il cavalier Pinocchio gli aveva fissato vitto e alloggio per lire una e ottanta centesimi al giorno: però, si capisce che non poteva avere grandi pretese.

— Vuol favorirmi il suo riverito nome e cognome?

L'oste, preso dal cassettone un libraccio che doveva pesar doppio, tanto era imbevuto d'untume, lo teneva aperto sulla tavola e fissava Prandino, prima di mettersi a scrivere.

— Il conte Eriprando degli Ariberti!

— Scusi, ha detto!...

E il locandiere, levandosi il berretto di testa, che si cacciò sotto il braccio, e pensando che il cavalier Pinocchio doveva aver certo sbagliato, scombiccherò quel nome illustre sul sudicio libraccio che non aveva proprio nulla a che fare col _libro d'oro_ della _Serenissima_.

Rimasto solo, Prandino si guardò attorno nello stanzone, che all'esile luce della candela pareva ancora più grande, e sospirò profondamente. Poi, fattosi coraggio, si spogliò e si cacciò in letto, sperando di dimenticare tutto coll'addormentarsi. Infatti dormì quasi subito, ma si svegliò anche prestissimo: dovevano essere appena le due di notte! Allora cominciò a sentirsi inquieto, agitato e, un po' per il caldo, un po' per tutto quello che gli frullava in testa, e un po' per il letto, ch'era molto cattivo, non ci fu più caso che potesse ripigliar sonno.

Il letto delle _Tre Corone_ non era, no, quello elegante, elastico della _Gondola d'oro_, e nemmeno il lettino morbido, soffice che gli preparava la mamma! era duro, ruvido, troppo stretto e troppo corto per lui: e poi, come se tutto ciò non bastasse, ogni volta che si moveva per cambiare di fianco, uno degli asserelli cigolava, che pareva un violino scordato.

Intanto, giù nella _Calle_, c'era un trepestio di gente, uno schiamazzo di risa, di canti, di grida affatto insolito a quell'ora.

Chi poteva essere?.... ci pensò sopra un momento, e poi si ricordò ch'era una notte di sagra per Venezia, la notte del _Redentore_.

Aspettare che facesse giorno, in quello stato, senza poter dormire, non c'era proprio sugo. Allora decise di levarsi e di andare anche lui a passeggiare, e saltò dal letto.... coll'accompagnamento di un'ultima arcata di violino.

Cammina, cammina, uscì dalla _Calle del carbon_, fece tutto il _Ponte di Rialto_, entrò in _Merceria_ e poi non potè resistere a una tentazione che lo prese a un tratto, improvvisamente, come un reuma: la tentazione di passare davanti alla _Gondola d'Oro_.

Prandino giurò a se stesso ch'egli non passava di là per la contessa Elisa, e forse con quel giuramento poteva essere anche in buona fede; ma non si può credere ad ogni modo ch'egli facesse quella passeggiatina per amore del portiere; dunque?....

_Dalla Gondola d'Oro_, un passo dopo l'altro, capitò in piazza san Marco: la notte era bella, serena, e c'era attorno tanta gente e i caffè erano così affollati, come alle nove di sera, durante la musica.

Prandino vide subito che al _Florian_, al posto dove di solito andava a sedere l'Elisa, le seggiole erano vuote.... Non volle fermarsi in piazza: gli metteva tristezza. Andò invece a camminare sulla _Riva degli Schiavoni_; anche quella corsa e ricorsa da frotte di persone e dai barcaiuoli che volean condurre i _foresti_ al Lido, quasi per forza. Il _Canale_ era tutto pieno di gondole che si distinguevano la maggior parte per il piccolo fanale di prua che rosseggiava guizzando veloce nelle tenebre: qua e là sull'acqua cupa, nera, passava lentamente qualche barca adorna con frasche verdi e con palloncini a colori, con tavole attorno alle quali stavan sedute donne in capelli e uomini in farsetto, mangiando, bevendo, oppure cantando cori e canzoni popolari.

Prandino, dopo aver passeggiato tanto da sentirsi stanco, si sedette al _Caffè Orientale_: il cielo cominciava a farsi più chiaro, e a mano a mano che l'alberatura delle navi ancorate nella laguna, e poi l'isola di _San Giorgio_ e poi la _Giudecca_ si stenebravano un poco, anche il ricordo di tutto quello ch'egli avea goduto e che avea sofferto a Venezia gli si affacciava più vivo alla mente.