Sott'acqua: racconto

Part 11

Chapter 113,800 wordsPublic domain

— È arrivato il Maggiore.... e ti mandano a passeggiare!... Eh! che vuoi farci? Le donne, vecchie o giovani, quando vedono i bottoni lustri, perdono la testa.

— Ma...

— È destino comune, e non c'è che fare; bisogna rassegnarsi, _Prandinello_ mio!..

_Prandinello!_... Anche Badoero lo chiamava _Prandinello_ come il cavalier Pinocchio!...

Ariberti, però, non se la prese con Badoero per quelle parole, ma invece gli proruppe nel cuore un impeto d'ira, quasi di odio, contro l'Elisa. Sentì allora, per la prima volta, che fra lui e quella donna era proprio tutto finito. Difatti, se anche l'Elisa, per un'ipotesi, avesse ripreso a volergli bene come prima, tanto e tanto nell'opinione del mondo egli oramai non era più il suo amante. E _l'opinione del mondo_, si sa bene, presta a certi amori le loro più care attrattive. Prandino però non volle mostrare al cugino che egli soffriva per quello smacco. Invece si sforzò di fare il disinvolto, di parer spiritoso e lieto confessando a Badoero che il Maggiore capitava proprio in punto a sollevarlo d'un grande imbarazzo. Lui non negava di aver amato l'Elisa, e molto: ma adesso quella catena gli si faceva ogni dì più pesante; insomma, era stufo di rappresentare il _moroso de la nona_ a tutto pasto, e domandò a Badoero se non trovava che oramai la contessa Navaredo era una donna _andata_. Egli sperava che Badoero gli dicesse di sì; sarebbe stato un conforto al suo dolore.

— _Andata_ proprio no, — rispose Badoero: — Certo, comincia a essere un po' troppo grassa, ma si conserva ancora piacente e poi sa _truccarsi_ bene, come dice l'Emma.

Da _Bauer_, com'era stato previsto, si trovò chiuso. Allora, tutti insieme, tornarono indietro brontolando; chi voleva andare in un luogo, chi in un altro, e nessuno riusciva a trovare una proposta che ottenesse l'approvazione generale. Intanto, aspettando l'idea buona, che non capitava, si sedettero per un momento al _Caffè Svizzero_, dove ci doveva essere, dicevano, della birra inglese in bottiglia, eccellente. Prandino, che aveva sete e sentiva qualche brivido di freddo in quell'aria umida della piazza, ne tracannò in fretta due tazze, sebbene nell'andar giù gli bruciasse la gola e lo stomaco.

— Sapete che cosa dobbiamo fare? — saltò su a proporre Badoero da un momento all'altro, — andiamo a giocare un'oretta al _lansquenet_?

— Sì, ma dove? — chiesero gli altri.

— Dal _sior Angelo a la Cuca_. Tanto, se trovassimo chiuso, quando ci facciamo conoscere ci aprono subito.

— Allora paghiamo, e partenza per la _Cuca_!...

— _Garçon!_ — gridò Badoero, che s'era levato in piedi, chiamando il cameriere dalla vetrata della bottega.

— A me sai, Badoero, — disse Prandino facendo una smorfiaccia colla bocca, — quella tua birra ha fatto male. Mi brucia lo stomaco, mi brucia, come se avessi bevuto del fuoco.

— È nulla; le prime volte fa sempre così, ma poi ci si abitua. La birra inglese è come il sigaro, bisogna avvezzarcisi.

— Se ha un po' di nausea, prenda un bicchierino di _cognac_ e le passa subito, — suggerì un altro signore della compagnia.

Prandino accettò il consiglio, bevette il _cognac_ e subito dopo gli sembrò di fatti di sentirsi un po' meglio. Allora dal suo famoso _porta-biglietti_ colla corona d'argento, levò una carta da due lire e l'offrì al cameriere perchè si tenesse la spesa.

Il cameriere prese il biglietto con due dita, invece di riporlo lo tenne levato per aria fissando Ariberti.

— Che cosa paga il signore?

— Un _cognac_ e una bottiglia di birra.

— Allora formano _cinque e trenta_, in tutto.

— Ma non pago altro che la mia birra.

— Appunto, cinque lire della bottiglia, e sei soldi del _cognac_.

— Per bacco! — pensò Ariberti fra sè, — cinque lire per sentirsi male, mi pare un po' caro!

Tuttavia pagò senza altre osservazioni, chè non voleva perdere il credito fra le sue nuove conoscenze.

Strada facendo, mentre tutti si avviarono verso la Cuca, gli venne addosso, col calore del cognac un gran bisogno di espandersi e confidarsi a qualcuno.

Allora fu lui che si prese Badoero a braccetto, e dopo d'essersi fatto promettere il segreto — _in parola d'onore_ — gli contò che la contessa Navaredo si era condotta molto male con lui.

— Certo che per me è stata una fortuna, perchè proprio ero stufo, ma questo non vuol dire; resta sempre il fatto che s'è portata malissimo. Del resto, te lo dico io che al signor Maggiore non gliene voglio. Oh no, davvero: anzi, quando lo vedo, son quasi tentato di fargli i miei rallegramenti; si diverta, si diverta, se può, ch'io già non lo invidio di sicuro!

E qui, Ariberti tornò daccapo a voler persuadere il cugino che la Contessa oramai era una donna sciupata, mentre invece, un anno o due prima, quando l'aveva lui.... allora sì che era davvero un tipettino da far girare la testa. A Vicenza, allora, quando l'Elisa passava per le strade, si voltavano tutti a guardarla. Ma adesso?... Adesso era tutt'altra cosa.

Alla _Cuca_ le imposte erano chiuse, ma dalla luce che usciva dalle fessure si vedeva bene che dentro c'era ancora della gente. Allora picchiarono forte colle mazze sulle persiane delle finestre a terreno, finchè fu aperta a metà la porta della bottega e furono introdotti da un omiciattolo in maniche di camicia e colla faccia assonnita, che accolse i nuovi avventori brontolando fra i denti.

Nella sala c'erano seduti in un angolo due o tre operai colle facce accese dal vino e dal caldo che guardavano di sbieco quelle _grinte aristocratiche_ che entravano là dentro, in casa loro.

Ma gli amici di Prando non si fermarono a terreno; invece, salirono su per una scaletta ripida, angusta, ed entrarono in una stanzuccia al mezzanino, dove si sentiva forte il puzzo della pipa mescolato coll'odor grasso dei cibi.

Il cameriere accese il gas, spalancò i vetri della finestrina, distese sul tavolo di legno greggio un tappeto macchiato d'unto e di vino, e poi domandò ai signori che cosa volevano ordinare.

— Porta del Chianti, di quello vecchio, del ghiaccio e tre mazzi di carte nuove.

Il cameriere uscì, e rientrò poco dopo con un gran fiasco di vino sotto il braccio, un tazzone in mano, con dentro del ghiaccio, e i tre mazzi di carte che gli gonfiavano le tasche della giacchetta.

— Giochi anche tu, Ariberti? — domandò Badoero a Prandino, che in quella stanzuccia bassa, infocata dal gas, sudava tanto, che gli pareva di essere in un forno.

— A che si gioca?

— Al _lansquenet_.

— Al _lansquenet_? — Non lo ricordo bene, — rispose Prandino, che invece quel giuoco non lo conosceva punto.

— Oh, è facilissimo: non puoi sbagliare! Guarda: io tengo banco e scopro due carte: la prima è il due di spade, la seconda il cavallo di coppe. Se adesso, sfogliando il mazzo, scopro prima un due qualunque, ha vinto il banco: se invece è un cavallo, ha vinto chi punta.

— E quanto si punta?

Prandino era sbalordito: la birra bevuta, il _cognac_, quel caldo soffocante e i dispiaceri che gli cocevano nell'anima, tutto ciò lo faceva star male.

— Facciamo il solito? — domandò Badoero, guardando in giro i suoi compagni.

— Sì, il solito! — risposero insieme, meno Prandino, ch'era nuovo della partita e non ne sapeva nulla.

— Allora, — e Badoero si volse a Prandino, — non puoi puntare meno di cinque lire. Se vuoi, perchè tu veda meglio com'è il giuoco, faremo una _levata_ noi due soli.

Ciò detto, il giovinotto cominciò a sfogliare le carte con una prestezza che mostrava come ci avesse fatto la mano, e si fermò, che aveva scoperto il due di denari.

— Ecco, è fatto: ha vinto il banco.

— E io?... — domandò Prandino, alzando d'in su la carta due occhi stanchi, melensi.

— Tu hai perduto cinque lire; ma se invece di un due fosse uscito prima un cavallo, le avresti vinte. Capisci?...

— Ma....

Prandino ancora non era entrato bene nel congegno, pur semplicissimo, del giuoco.

— Aspetta: per farti veder meglio, faremo un altro colpo.

Badoero tirò da una parte le carte sfogliate, e ne scoprì sul tavolo due nuove: la prima era un sette di denari, la seconda un tre di bastoni.

— Sta attento, adesso: la carta del banco è un sette, la tua un tre.

E Badoero ricominciò a voltare le carte del mazzo, a una a una, prestamente. Scoprì un sette prima del tre.

— Ha vinto il banco anche stavolta, e tu perdi dieci lire.

— Ho capito. Se invece d'un sette era un tre, le dieci lire le vinceva io.

— No, ne avresti vinte cinque sole; ma siccome altre cinque le perdi già dalla puntata di prima, così avresti fatto pace.

— Adesso, dunque, si può giocare anche noi? — domandarono gli altri compagni, che, messi in ardenza dalla vista delle carte, erano stufi di restar là a guardare senza far nulla.

— Sì: puntate, signori!... Comincio il giuoco. Tu, Ariberti, se vuoi, puoi puntare anche più di cinque lire: io tengo qualunque posta.

Prandino giocava e beveva, e poi tornava a bere e a giocare mezzo stupidito.

Non riusciva a persuadersi a mettersi in testa ben chiaro che ognuno di quei gettoni d'osso, di un bianco ingiallito dall'uso, rappresentasse proprio il valore di cinque lire, e li puntava a casaccio, pazzamente, a due, a tre, e fino a dieci per volta!... La faccia gli si era fatta d'un pallore cadaverico, gli tremavano le mani e balbettava delle parole rotte, sconnesse che non avevano senso. In una giocata, chi teneva il mazzo avendo voltato un fante di spade così mal colorito da parere una puppattola invece d'un soldato: “To, to, la vecchia!„ si mise a urlare Prandino. — “Banco sulla vecchia! Voglio vedere se anche questa mi fa dannare! banco!„

Nessuno dei presenti rilevò l'ironia di tali parole: erano troppo assorti nel giuoco; ogni loro attenzione era là fissa, muta, instancabile, e non badavano ad altro.

Quando l'Ariberti domandò il banco, si levarono tutti dal loro posto e si avvicinarono a chi faceva il giuoco e voltava le carte lentamente; anche questi era pallido, convulso, e aveva un sorriso forzato che gl'increspava le labbra. Alla fine, dopo d'aver consumato quasi un mazzo di carte, scoprì il fante davvero, e Prandino guadagnò una grossa somma; tanto grossa che, se l'avesse conservata, avrebbe dato da vivere a lui e a mamma Orsolina per un anno, senza dover più ricorrere all'impiego promesso dal cavalier Pinocchio. Ma lui non se n'accorse neppure d'aver vinto. Tracannò d'un fiato un altro bicchiere di Chianti e sghignazzò borbottando che già le vecchie erano dalla sua e ch'egli sapeva bene come si dovevano prendere. Poi, tutte le volte che quel fante gli compariva dinanzi, sul tavolo, urlava, gli faceva dei brindisi e gli puntava sopra tutti i gettoni che aveva, senza nemmeno contarli.

Già, fossero state anche delle migliaia di lire, che cosa gliene sarebbe importato a lui? Se avesse avuto in mano il cuore e l'anima, anche il cuore, anche l'anima avrebbe buttato là su quel fante goffo, scolorito, che lo fissava con due occhi teneri, languidi, appassionati.... cogli occhi maledetti dell'Elisa!

Quando, dopo stabiliti gli ultimi tre giri, fu chiuso il giuoco e si cominciò a regolare i conti, Prandino era in perdita di ottocento cinquanta lire, che doveva a Badoero. E avrebbe perduto molto di più, se quei giovinotti avessero voluto approfittare del suo stordimento, ma invece, appena si accorsero che il conte di Vicenza era po' alticcio, gli rifiutarono delle puntate ch'egli gridava da ubbriaco.

Anche ottocento cinquanta lire, rappresentavano un disastro: il fallimento addirittura per il povero Prandino!

Fino a tanto però che rimase chiuso dentro in mezzo al fumo, alle carte, allo schiamazzo di quella bolgia infocata, non arrivò mai a comprendere la gravità della propria disgrazia; la prima idea l'ebbe soltanto quando si trovò fuori all'aperto in _Piazza San Marco_, coi buffi d'aria fresca, umidiccia, che gli snebbiarono la testa. Allora, per un momento, sperò di sognare, ma poi, quando si persuase ch'era desto, ci mancò poco che non impazzisse.

— Scusa, Ariberti, che cosa abbiamo detto che tu mi dovevi? — gli chiese Badoero, che col lapis prendeva appunti e faceva somme sopra un biglietto di visita.

— Non so!... Quanto?...

— Se non isbaglio i conti, dovrebbero essere ottocento cinquanta lire.

I conti del cugino erano giusti.

— Ma.... io.... io non le ho.... qui.

— Che importa?... si sa bene, nessuno viaggia colla _Banca_ in tasca. Me le darai con tuo comodo.

Prandino respirò. Dunque c'era tempo, e fin che c'è tempo c'è vita.

— Se ci fosse giustizia, — continuò Badoero sorridendo, — la perdita di stasera te la dovrebbe pagare il Maggiore, perchè se lui non capitava a Venezia, tu forse, a quest'ora avresti in tasca ottocento cinquanta lire di più. Del resto, sei stato sfortunato, ma giocavi anche da matto, lasciatelo dire: ci volevi tu perchè io fossi buono di vincere, almeno una volta! bisognava proprio che tu venissi da Vicenza apposta per fare il miracolo!... io perdo sempre e tanto che, te lo dico in confidenza, per il giuoco di questo mese, in sul momento mi trovo un po' al verde; ma di ciò tu non devi darti pensiero, quando me le puoi far entrare per domenica, quelle ottocento cinquanta lire, mi basta e sono contento.

La vita tornava ad accorciarsi al povero Prandino.

— Per domenica?

— Sì, te ne sarò grato. In un'altra occasione, figurati!

E Badoero cambiò discorso, perchè gli amici si erano avvicinati per salutare il conte degli Ariberti, dovendosi dividere da lui: Prandino andava da una parte e loro dall'altra.

— Buona notte, signor Conte: già si fermerà ancora un po' di giorni a Venezia?...

— Sì.... probabilmente....

— Allora avremo il piacere di rivederla e di dargli la rivincita.

— Grazie....

— Buona notte!

— Buona notte!

— _Ciao_, simpaticone!

— _Ciao_....

— A proposito, scusa, — e il Badoero tornò indietro chiamando Prandino, — domani ti vedrò al Lido, sicuro, non è vero?

— Sì.... probabilmente. — Prandino, adesso stentava a capire che cosa gli dicevano.

— Bada di non mancare. La principessa di Lentz vuol conoscerti personalmente.

— Grazie!...

.... Domenica?... per domenica ci vogliono i denari?... ottocento cinquanta lire.... — pensava Ariberti provando dei brividi in tutto il corpo, che lo facean trasalire. — Come trovarle?... Dove?... Eppure ci vogliono, ci vogliono ad ogni costo; e ci vogliono per domenica!... Prandino tentò allora di ricordarsi che giorno fosse della settimana, ma non ci riuscì.

La piazza si stenebrava a poco a poco, triste, silenziosa. In alto, il cielo bigio era corso da una folla di nuvolacci nerastri, fra gli strappi dei quali rilucevano ancora qua e là alcune stelle con bagliori incerti, sbiaditi.

Prandino si sentiva stanco, disfatto: le gambe non lo reggevano più, gli dolevano i piedi ammaccati dalle scarpe, aveva la testa grossa, pesante, e stentava a tener gli occhi aperti. Gli sembrò per un momento che se si fosse lasciato cascar per terra lungo disteso, lo avrebbe preso un sonno così forte dal quale non si sarebbe svegliato mai più. Si avviò verso l'albergo, curvo, traballante, con un tremito di freddo, inciampando nelle pietre disuguali della via, chiudendo gli occhi ogni tanto per riposare.

Nel cortiletto angusto della _Gondola d'oro_, cominciava ad esserci un po' di movimento per alcuni viaggiatori che dovevan partire colla prima corsa, ma dal portiere si vedevano le imposte ancor tutte chiuse, mentre le scale erano deserte e i corridoi si prolungavano muti fra le tenebre.

Prandino salì lentamente, tirandosi su, appoggiandosi di tutto peso alla maniglia, fermandosi ad ogni branca. Quando arrivò al primo pianerottolo e sostò alquanto per prendere fiato, caso volle che il suo occhio cadesse proprio sopra una fila di scarpe e di stivaletti messi là in un angolo dal facchino che più tardi poi li dovea pulire e lustrare. Tutta quella roba faceva un'impressione strana, curiosa. Ogni oggetto pareva avesse non solo la fisonomia, ma indicasse la condizione e ritraesse i costumi e le tendenze del proprietario. Vicino alla calzatura coi chiodi del _touriste_, c'era il borzacchino coi bottoni di madreperla e le ghette colorate del commesso viaggiatore. Accanto alla scarpa risolata del marito, col tacco basso e la pianta larga, comoda, c'era lo stivaletto lungo, sottile della moglie: poi lo scarpone di panno del nonno, e il sandalo foderato di tela della nipotina e gli scarpini verniciati del damerino: insomma parea di vedere tutti gli ospiti della locanda, schierarsi là ad uno ad uno colle loro macchie di mota, co' loro frinzelli, colle orecchie basse e le bocche socchiuse al respiro, o spalancate ad uno sbadiglio. Prandino fissò lo sguardo in quella mandata di calzature finchè scoprì uno stivaletto che aveva le ghette chiare e il tacco molto alto, e un po' consumato internamente. L'Elisa calzava attillato e il suo passo non era più tanto leggero.... Lo guardò a lungo, e sentiva la tentazione di accarezzarlo, di baciarlo, di portarselo via, quando all'improvviso fu preso da un senso strano di dispetto, da un impeto acuto di rabbia gelosa, che lo risvegliò brutalmente da quel suo stato di dormiveglia: lì, sopra la ghetta chiara dello scarpino d'Elisa, era stato buttato uno stivale colla suola grossa all'inglese, e la tacca degli speroni nel calcagno. Prandino non aveva alcuna ragione di dolersi: era ben naturale che gli stivali del numero _quarantatrè_ si trovassero insieme colle scarpe del numero _quaranta_! Ma tant'è, il povero innamorato non potea darsi pace!....

In quel punto lo prese un desiderio tormentoso di riavere le voluttà, l'amore dell'Elisa e il rammarico del suo paradiso perduto gli si mutò in un'angoscia disperata. Tuttavia quando rientrò nella sua cameretta, vedendo il disordine che c'era là intorno, e il letto sfatto, si risovvenne delle vicende di quella cattiva nottata, e pensò, raccapricciando, che sebbene quando ne usciva poche ore innanzi egli fosse già tanto infelice da voler morire, lo era ancor meno d'adesso che vi tornava!.... Come avrebbe fatto a pagare le ottocentocinquanta lire che aveva perdute?.... E bisognava pagarle per domenica, non c'era verso! Come avrebbe fatto?!... Smarrito, si guardò attorno per la cameretta, cercando un conforto. E gli pareva di scorgere viva dinanzi a sè la misera figuretta di mamma Orsolina, tutta chiusa nella sua vesticciola stinta e a rattoppi, curva sul tombolo, sciupandosi la vita pur di risparmiare un quattrino e poterla tirare innanzi colla famigliola.... Dove avrebbe trovato il coraggio di dire a quella povera donna: sai, mamma, ho perduto ottocentocinquanta lire!.... Prandino, così sconvolto, credette di vedere la mamma impallidire tremando a quelle parole, come s'egli le avesse dato una stilettata, e pianse smaniando, e si strappò i capelli finchè, spossato, affranto, si lasciò cadere, così vestito com'era, attraverso del letto.

Allora, mentre cedeva al sonno che gli pesava greve sulle pupille e che gli sperdeva dall'anima, a poco a poco, ogni memoria e ogni dolore, gli sembrò di fuggir via da quella vita maledetta, e chiuse gli occhi, provando un senso benefico di riposo e di pace, come se non dovesse riaprirli mai più!....

Ma invece, quantunque si svegliasse assai tardi, erano già suonate le tre, fu ancora in tempo di ritrovare tutti i suoi dolori che lo aspettavano pronti per tornare daccapo a farlo soffrire. Il suo primo pensiero, come di solito, corse subito all'Elisa e provò il senso d'un vuoto così grande, così profondo, che pareva gli mettesse le vertigini. Poi, subito, si risovvenne delle ottocento cinquanta lire che doveva a Badoero e a quel ricordo saltò giù dal letto, come se si fosse sentito scottare. Le ottocento cinquanta lire perdute erano di una verità così fredda e inesorabile, che Prandino cominciò a dubitare non fosse altrettanto sicura l'altra disgrazia: quella di dover perdere anche l'Elisa.

Non poteva forse aver inteso male?

Si ricordava che l'Elisa gli aveva dette queste precise parole: _domani saprai tutto_; dunque era cosa certa ch'egli ancora non ne sapeva nulla, e però, da quella parte, poteva ben darsi che il diavolo fosse meno brutto di quanto pareva. Già la speranza, colle donne, si acquista sempre e non si perde mai! E poi Prandino aveva certi fumi che gli annebbiavano il cervello: della mezza cotta della sera innanzi, gliene durava ancora almeno un quarto!

— Che! — pensava, mentre rimetteva un po' in ordine il suo abbigliamento — ella non può vivere senza di me: l'ha giurato tante volte! Chissà mai a che cosa voleva alludere co' suoi discorsi.... forse era tutto un ordito combinato ad arte, perchè io non avessi più lena di rimproverarla di essere uscita al largo col Maggiore. Se fosse così, è stata molto brava e le perdono in grazia dello spirito che ha avuto!

A questa idea consolante gli si allargò il cuore, e gli si dilatarono i polmoni tanto ch'egli, tutto consolato, cominciò a canterellare a mezza voce un'arietta in tempo allegro; ma poi gli si fecero innanzi le ottocento cinquanta lire tetre, minacciose come il _Mane-Thecel-Phares_ di Baldassare, e gli strozzarono il motivo a mezza gola.

Tuttavia, siccome fino a domenica poteva respirare, non pensò, per il momento, se non a raggiungere l'Elisa.

La Contessa e la Contessina erano certo andate al Lido col solito vaporetto delle tre; non c'era più tempo da buttar via, bisognava sbrigarsi, bisognava correre per non perdere anche quello delle tre e mezzo.

— Signor Conte! Signor Conte! — chiamò il portiere, mentre Ariberti usciva in fretta dall'albergo.

L'Ariberti tornò indietro, chè il portiere non si sognava certo di scomodarsi per corrergli appresso.

— La contessa Navaredo cercava di lei.

— È ancora di sopra?

— No; è andata al Lido colla sua compagna, — alla _Gondola d'oro_ non si sapeva che la D'Abalà fosse sua figlia — e col signor marchese Del Mantico.

— Perchè non chiamarmi?

— Credevo ch'ella fosse uscita.

— Dovevate informarvene.

— Poco male: al Lido la ritrova di sicuro. Già il vaporetto parte ogni venti minuti.

— Questa non è una buona ragione: un'altra volta fate meglio il vostro dovere.

Ciò detto, Prandino infilò la porta dell'albergo e ne uscì quasi di corsa, ed ebbe il sospetto che il portiere lo mandasse con cattivo garbo a quel paese; ma fu un semplice sospetto, chè, proprio bene, non intese ciò che quell'altro gli brontolò dietro.

Era una giornata fresca, di burrasca; la laguna era mossa, il cielo scuro, minaccioso, e il vento che soffiava forte contro i tendoni del vaporetto, ne rallentava la corsa, aumentando così l'impazienza e l'infelicità di Prandino.

Quando arrivò sulla terrazza, vide subito l'Elisa che stava appoggiata al parapetto, guardando il mare grosso, agitato, sul cui ondeggiamento d'un verde cupo, rotto qua e là da strisce più chiare, correvano, moltiplicandosi, creste mobilissime, bianche, candide come spuma di latte.

— E dunque? — le domandò l'Ariberti, quando le fu vicino, e con due occhi gonfi, umidi, fissò la Contessa che, per maggior disgrazia, gli pareva molto più bella del solito.

Elisa lo guardò con tenerezza, e poi, chinando la testa in aria di vittima rassegnata, sospirò così forte, da mettere in grave pericolo le maglie della sua giacchetta attillata.

— E dunque?.... — ripetè l'altro, col cuore che gli batteva violentemente.

— Dunque.... continuate a volermi bene, ma come a una vostra mammina.

E mentre il vento le portava sulla faccia e sul collo gli spruzzi freschi, voluttuosi, sollevati dai cavalloni del mare, che, rompendosi contro la spiaggia, correvano rumoreggiando sotto il tavolino scosso, traballante per quegli urti impetuosi, ella raccontò a Prandino, senza neppure un tremito, e senza nessuna reticenza, che aveva dovuto cedere alle istanze del sotto-prefetto, alle preghiere e alle minacce della Cecilia, e che si rassegnava, vittima dell'altrui volontà, a sposare il marchese Del Mantico, pel quale sentiva molta stima e punto amore.