Sott'acqua: racconto

Part 10

Chapter 103,834 wordsPublic domain

L'Elisa s'era messa a nuotare un po' più lentamente, socchiudendo gli occhi ai buffi d'aria umida, che le sfioravano la faccia come una carezza: il Maggiore le si era avvicinato, e guardava sott'acqua.

— Crede lei che la dica proprio volontieri quella parola?.... Certe cose, sa, una donna come me, non le dimentica mai.

Il Maggiore guardava il collo dell'Elisa che appariva sotto i riccioli biondi bagnati, di una bianchezza incantevole: ma non ne vedea più di due dita: il cappellone colla larga tesa abbassata e la veste scura serrata alta, lo nascondevano quasi tutto.

— E chi l'obbliga a dirla?

— Mia figlia.... e mio genero. Se sapesse che bocconi mi tocca di mandar giù, che dispiaceri ho dovuto soffrire per lei!....

— Per me?

— Certo, perchè tanto mia figlia quanto il D'Abalà mi fan capire anche quello che non hanno il coraggio di dirmi.... Pur troppo non sono stata sempre padrona di me stessa.... pur troppo.... Ma già lei lo sa bene!.... Mia figlia e mio genero insomma mi fanno capire che se un giovane onesto, leale, un gentiluomo, mi offre la sua mano, il suo nome, io dovrei.... dovrei dimenticare tutto, anche il passato, e accettarla.

A questo punto, l'Elisa, quasi che si sentisse stanca anche lei, si voltò di contro al Maggiore e provò un momento a _fare il morto_. Ma un momento solo; che tornò a voltarsi subito, rapidamente, appena vide gli occhietti del Maggiore luccicare sotto il cappellone.

Questi però le si avvicinò nuotando con orgasmo e:

— Lo ami quel bamboccio? Lo ami proprio? — le domandò commosso e inquieto.

— Certo; se mi deciderò a diventare sua moglie, dopo, lo amerò certamente.

L'Elisa, detto ciò, si fermò un momento e si tenne ritta nell'acqua per accomodarsi, alzando le due braccia, i capelli, che pareva le si sciogliessero, poi si allungò di nuovo e continuò a nuotare adagio adagio.

— Ma adesso.... oggi.... lo ami?

— A _lei_.... che cosa importa a _lei_ di saperlo?

— Importa anzi moltissimo.

— Perchè?

— Perchè io sono franco; e ti confesso che un po'.... un po' credeva che mi fosse passata.... ma alla sola idea.... che.... che tu possa.... che tu abbia un altro.... insomma.... sento di.... sento che non lo potrò mai sopportare.

Il Maggiore, fosse l'emozione, fosse la stanchezza, respirava così affannosamente da non poter tirare più innanzi.

— Sei stanco?.... — gli chiese l'Elisa fermandosi e non facendo che qualche lento movimento per tenersi a galla.

— Oh! No.... ti pare?.... vengo avanti quanto vuoi.

— Prova ad appoggiarti con una mano sul mio braccio, ma tienti leggero, sai; — e l'Elisa, gli distese il suo braccio bianco, sodo, rotondo, la sola bellezza perfetta che ancora le fosse rimasta. Il Maggiore vi si appoggiò sopra, ma con tutte due le mani e così forte, che per poco non andarono sott'acqua tutti e due.

CAPITOLO XI.

Appena Prandino vide la Contessa uscire al largo ed il Maggiore tenerle dietro ed accompagnarsi con lei, non si potè più contenere. Dimenticò la prudenza, i rispetti umani, le ingiunzioni stesse della D'Abalà: dimenticò Gegio che s'era messo a correre per la terrazza, e scappò via pallido, concitato. Voleva buttarsi in mare, voleva raggiungere la perfida.

Strepitò per aver presto la maglia e la biancheria. Intorno al casotto del guardaroba c'era ressa, essendo arrivati allora i _tramways_ del vaporetto delle quattro: e siccome lì, subito, non trovò nemmeno un camerino disponibile, sebbene avesse promessa una lira di mancia al bagnaiolo, si spogliò in fretta e in furia in un _passaggio_ vuoto, fra due corridoi, bestemmiando i santi del paradiso e strappando i bottoni di quell'abito nero, che in tanti anni di onorato servizio, non si era mai sentito trattare con così poco rispetto. In un attimo svestito, infilò la scaletta della riva che non avea ancora finito di allacciarsi la maglia; ma appena nell'acqua, quando, fatti i primi passi, si buttò lungo disteso per nuotare e raggiunger più presto la Contessa, si sentì afferrare improvvisamente per una gamba. Sternutando, chè era andato ben sotto colla testa, si voltò furioso per dir la sua a quel villano che gli avea fatto quel tiro, e uno scroscio continuo di spruzzi d'acqua, accompagnati da una sonora sghignazzata, lo percosse sul viso.

— È una mancanza di educazione! È un'impertinenza! — urlò il contino degli Ariberti accecato dall'acqua e dall'ira.

— Ah! ah! ah! Il nostro Prandinello!.... Il nostro Prandinello che beve!....

Misericordia!.... Lo screanzato, l'impertinente era nientemeno che il cavalier Pinocchio!

— Uno spruzzetto, un altro, un altro ancora!.... Così! Ah! ah! ah! Che faccia buffa, che mi fate.

— Scusi, Cavaliere!.... Scusi.... sa.... non l'aveva riconosciuto!.... Ma avrò il bene di rivederla più tardi! — E Prandino fa di nuovo per mettersi a nuotare; ma il cavalier Pinocchio, che quel giorno era proprio di buon umore, continua a ridere e torna a prenderlo per una gamba.

— Scusi, Cavaliere; mi lasci andare!....

— E dov'è, dov'è che vuol andare il nostro Prandinello? — Da bravo! Rimanete un po' qui a farmi compagnia....

— Ma, volevo....

— Io sono un cattivo nuotatore, anzi, vi dirò che non so nuotare nè punto nè poco.

— Ma....

— Sapete?.... Ho scritto per voi a Verona, sicuro, al Capo-traffico.

— Grazie....

— Che volete! L'Orsolina mi sta proprio a cuore. Quella è una santa madre, ma santa davvero!.... Potete proprio dire d'esser nato colla camicia!.... La vostra mamma si leverebbe il pane di bocca per darlo a voi, sciupone d'un don Giovanni!

— Lei scherza, Cavaliere, ma adesso vorrei....

— Vedete, Prandinello, il _morto_, lo so fare — e così dicendo il cavalier Pinocchio si distese sull'acqua supino — ma se fo un movimento, non c'è verso, bevo!.... Aspettate, dovreste provare un po' voi a mettermi le vostre due mani sotto la vita: così.... bravo!.... Restate fermo adesso, non vi movete!

— Ma.... — e Prandino, mentre teneva il Cavaliere, fissava cogli occhi imbambolati i due cappelloni gialli della Contessa e del Maggiore che si allontanavano lentamente sullo specchio turchino del mare.

— Come vi dicevo, ho scritto a Verona, al Capo-traffico, e m'ha già risposto.... Ah, quant'è buona oggi l'acqua!.... È proprio un piacere! Voglio provare adesso a muovere prima le braccia e poi le gambe.... ma voi state fermo, sapete, se no, vado sotto. Benissimo! così! bravo!.... _Uno-due!_... _Uno-due!_.... _Uno-due!_.... _Uno-due!_.... — e il cavaliere Pinocchio continuò per un pezzo a fare i movimenti di _scuola_, sempre sostenuto da Prandino, che non aveva il coraggio di lasciarlo andare, e intanto vedeva l'Elisa e il Maggiore confondersi insieme nella lontananza, così da sembrare quasi un punto solo.

— Ah! che bagno delizioso!.... _Uno-due!_... _Uno-due!_... adesso voglio provare.

— Ma scusi.... — A Prandino gli pareva che i due cappelloni di paglia si fossero fermati.

— State fermo! Forza, mi raccomando! Adesso vorrei provare a distendere insieme le braccia e le gambe.... Ah, come me la godo!.... Come me la godo!

— Ma io.... — Prandino si sentiva male: il punto giallo non si moveva più.

— Dunque, il Capo-traffico m'ha risposto che sareste chiamato in servizio provvisorio fra pochi giorni e che forse.... _Uno-due!_... _Uno-due!_.... forse sarete destinato per l'appunto alla contabilità della divisione di Vene.... No! No!.... Non vi movete! non mi lasciate andare!.... Vado sotto!.... Vado sot.... — e il cavalier Pinocchio non potè finire la parola, perchè era andato sotto davvero. Quando, soffiando e sbuffando, potè di nuovo levarsi su, ritto, Prandinello era scomparso.

Che cos'era accaduto? — Un avvenimento che poteva avere del tragico. Mentre Ariberti, colle braccia tese, teneva a galla il cavaliere Pinocchio, e col cuore correva dietro all'Elisa, sentì all'improvviso la vocetta aspra della Cecilia, che lo chiamava forte dalla terrazza.

— Conte Eriprando! Conte Eriprando!

Il Conte Eriprando levò il naso all'aria e vide la D'Abalà che gestiva contro di lui come una spiritata.

— Gegio! Dov'è Gegio?!.... Gegio!

A questo nome Prandino si ricordò del marmocchio che aveva piantato là solo, sulla terrazza e sudò freddo benchè fosse in acqua: lasciò andare a fondo il cavalier Pinocchio e corse via con uno sgomento in corpo che gli levò ogni altra preoccupazione.

— Chissà dove s'è cacciato! Chissà che cosa gli è accaduto! — pensava l'Ariberti mentre si vestiva in tutta fretta, senza nemmeno finire di asciugarsi.

— Gegio! Dov'è Gegio?! Gegio! — La Cecilia, spinta dall'angoscia, aveva superato ogni pudico ritegno, ed entrata nel compartimento riservato agli uomini, correva lungo il corridoio chiamando il bambino, seguita da Ramolini, al quale si unirono presto anche Potapow e Jamagata che, appena udite le grida della Contessina, uscirono dai rispettivi camerini.

— _Mais Gegio, ne prend-il pas le bain avec vous?_

— No! Ieri s'era raffreddato e io oggi non aveva voluto che facesse il bagno. Gegio!.... Gegio!

Anche Prandino dovette pur farsi coraggio e mostrare la faccia: la D'Abalà, appena lo vide, gli si avventò addosso come se lo volesse pigliar per il collo.

— Mio figlio?! Dica! Che cosa ne ha fatto di mio figlio?....

Prandino, smorto, allibito, aprì la bocca per rispondere, ma non rispose nulla. Allora la D'Abalà non potè più reggere e scoppiò in un pianto dirotto.

— Si faccia coraggio, Contessa, si faccia coraggio, — le andava dicendo il Ramolini. — Se non è perduto.... lo troveremo di certo.

Anche Jamagata si provò a consolarla; ma Potapow lo apostrofò dicendogli che bisognava avere _point de cœur_, per credere di poter confortare una madre in un tal momento.

— Ma, mio marito?! Chissà che cosa farà mio marito, se non trovo più Gegio!.... Guai! Guai! — singhiozzava la Cecilia, poi rivolgendosi di nuovo contro Prandino. — Ringrazi Dio che l'avvocato D'Abalà non è qui! — esclamò, e di nuovo si mise a correre in cerca di Gegio, seguita da Ramolini, da Potapow, da Jamagata e da una frotta di curiosi, che si domandavan l'un l'altro che cosa era successo.

— È una signora che ha perduto suo figlio!

— No, gli si è annegato il marito.

— È una contessa forestiera.

— È una principessa di Roma.

— Oh! che disgrazia!

— Le si è annegato il marito, mentre voleva salvare suo figlio!

— Povera signora!.... in quello stato!....

Intanto che tutte queste voci facevano il giro dello _stabilimento_, ingrossandosi e facendosi più gravi a ogni passo, la Cecilia continuava a correre, come meglio poteva, dai corridoi al caffè e dal caffè alla terrazza, chiamando Gegio e l'avvocato D'Abalà. Prandino la seguiva, abbattuto, con una faccia stralunata, pensando a ciò che gli avrebbe detto l'Elisa quando, uscita dall'acqua, sarebbe venuta a sapere che non trovavano più il suo nipotino, e di tratto in tratto levava gli occhi smarriti in faccia a Ramolini, come se aspettasse da lui la propria sentenza.

— Mah!.... — gli disse una volta il Cavaliere con una reticenza più lunga e però più grave del solito. — Mah!.... i figli degli altri!.... — e non aggiunse parola.

La Cecilia, percorsa un'altra volta tutta la terrazza, attraversato di nuovo il caffè, uscì fuori dallo _stabilimento_ e giunta in mezzo al ponte, sulla spiaggia gridò ancora, con quanto fiato le era rimasto: Gegio! Gegio! Gegio mio!....

— Mamma, mamma, son qua! — rispose finalmente di lontano la voce stridula del monello e giù, sulla riva, tutto coperto di sabbia e di terriccio giallo si vide muoversi un coso che aveva più del scimiotto che dell'umano.

Era Gegio, che s'era preso il bel gusto di seppellirsi vivo sotto la sabbia.

Sua madre, ravvisandolo appena, diè in un grido di contentezza: pareva matta dalla gioia, povera donna! ma appena se lo ebbe dinanzi e lo vide così sucido, tutta la sua espansione si arrestò di botto, cambiò viso, e, preso il figliuol prodigo per un orecchio, se lo tirò dietro a quel modo, strapazzandolo come una bestia ed applicandogli ad ogni tratto scapaccioni tutt'altro che amorevoli.

Jamagata, Potapow, Ramolini e tutti gli altri ch'erano lì intorno fecero gran festa alla madre e al figliolo. Prandino solo, quantunque adesso gli si fosse levato un gran peso dallo stomaco, tuttavia non era tranquillo del tutto: sentiva che, per lui, l'ultima parola della tragedia non era ancora stata detta. Difatti: in quanto a lei — gli gridò la D'Abalà, cogli occhi loschi e il nasino bianco — in quanto a lei, può dirsi fortunato che non ci sia stato qui mio marito!.... A quest'ora, guai!....

E la Contessina si pose una mano sugli occhi, come per non vedere lo scempio che dell'ultimo degli Ariberti avrebbe fatto il sottoprefetto D'Abalà.

— Ma è dunque un uomo terribile il marito della contessa Cecilia! — domandò più tardi il Ramolini, a cui pareva che premesse molto saperlo, in tutta confidenza a Prandino.

— Oh! no; anzi, si figuri! È un omettino piccolo, magro, che trema dinanzi a sua moglie e che non ha mai fatto carriera, perchè ha troppa paura delle _dimostrazioni_.

CAPITOLO XII.

Ciò che non principia bene finisce male, e il conte Eriprando degli Ariberti non potè proprio dire che quella giornataccia infame avesse fatta per lui un'eccezione alle regole.

L'Elisa era mesta e preoccupata, e il Maggiore, invece, sembrava molto allegro: e pazienza se la cosa fosse rimasta lì; ma quando Prandino, dopo pranzo, andò al banco, secondo il solito, per pagare il conto, trovò che i due pranzi, quello della contessa Elisa e quello della contessina Cecilia, erano già stati pagati dal Maggiore.

— Corpo di bacco!.... — Prandino corse subito dalla D'Abalà, inquieto e sorpreso, e n'ebbe, in risposta, ch'ella non aveva preso lui per suo segretario.

Anche al _Florian_, più tardi, successe pure qualche cosa di simile. Il Maggiore, che s'era piantato duro sulla sedia accanto all'Elisa, con un'aria da padrone del campo, invece di aspettare che ognuno ordinasse le bibite per conto proprio, domandò egli stesso prima alle signore, e poi al resto del circolo, che cosa volessero prendere, mostrando chiaro ch'era lui che faceva trattamento. Naturalmente, Prandino, quantunque da un'ora bruciasse dalla sete, non prese nulla per far dispetto al rivale. Siccome, poi, tutti gl'infelici sono fatti per intendersi, così invece egli sentiva slanci di simpatia per il povero Jamagata, che si mostrava melanconico, perchè si vedeva assai trascurato. L'Elisa non gli parlava mai, era timidissima col Maggiore, e voleva sua figlia sempre seduta accosto, come se avesse paura a star sola in mezzo agli uomini.

Prandino, che aveva giurato a sè stesso, dopo rinfrancato dallo spavento per la scomparsa di Gegio, di non parlar coll'Elisa e di non mettersi vicino a lei in tutta la sera, volendo punirla in tal modo per la sua gita in mare, dopo la sorpresa dei due pranzi pagati e dopo il contegno tenuto dal Maggiore al Caffè, non ebbe più coraggio di tirarla innanzi col broncio; capì che sarebbe stato troppo infelice se fosse andato a letto con quel tormento di gelosie e d'inquietudini nel cuore, e però si fece animo, e quando tutti s'eran levati in piedi per ritornare all'albergo, offrì lui il braccio all'Elisa in un modo così risoluto che la Contessa non glielo potè ricusare.

— Mi avevi promesso che a Venezia saresti stata buona, mi avevi giurato di non darmi nessun motivo di gelosia; ti ringrazio, sai, ti ringrazio del bel modo col quale mantieni la tua parola.

E Prandino sorrise amaramente, aspettando che l'altra lo rimproverasse come al solito, dicendogli che era matto, che i suoi dubbi erano ingiusti, che si faceva insopportabile, ma come al solito concludendo poi che gli voleva bene.

Invece nulla di tutto questo: l'Elisa chinò il capo e Prandino sentì contro il braccio il seno di lei che si gonfiava per un grosso sospiro.

Prandino la fissò agitatissimo e — Perchè sei uscita al largo col Maggiore? — le domandò — perchè?.... — ma questa sua domanda era fatta in modo che pareva più un lamento che un rimprovero.

L'Elisa continuò a tacere e a sospirare.

— Mio Dio.... che cosa c'è di nuovo?.... parla!.... mi fai morire!

— Non morrai, no; tu sei giovane.... hai tutto l'avvenire per te, e poi.... tu sei un uomo, tu; e ciò vuol dir molto.... mentre io invece....

— Per amor di Dio, che cosa è accaduto?

— Nulla.... nulla.... calmati adesso....

— Che cosa è accaduto, parla!

— No.... adesso no; non posso.... ma tu ricordati questo, che io sono molto infelice.... e che vi sono tali necessità nella vita, alle quali bisogna chinare il capo e rassegnarsi.... _côute que côute!_

— Ma io non voglio... — cominciò Prandino, alzando la voce.

— Non fate scene adesso, non fate il ragazzo!

E l'Elisa spaventata, abbandonando in un attimo il tono languido, fermò subito le parole in gola al suo innamorato; ma poi, vedendo che l'altro non fiatava più, ritornò buona, ritornò tenera, per dirgli con affetto: — Domani saprai tutto.... ma, te ne scongiuro, sii generoso.... non rendermi più infelice di quello che sono.... ricordati che da te.... bambino mio, aspetto una parola che mi dia coraggio.... e che mi conforti.

Detto ciò, mentre Prandino la guardava bianco, pallido, senza esser più buono di proferire una parola, l'Elisa si fermò per aspettare la Cecilia e il Maggiore, ch'erano rimasti un po' indietro, e unirsi col rimanente della brigata.

Quella notte il povero Prandino la passò male. Ormai non ne potea più dubitare: l'Elisa e il Maggiore se la intendevano fra di loro.

Aprì i vetri, spalancò le persiane e, in maniche di camicia, rimase là, lungamente, appoggiato alla finestra, guardando di lontano, fra i tetti, una striscia di laguna illuminata dalle fiamme rossiccie del gas e bevendo, come altrettanto veleno, quell'aria pregna degli aromi acuti del mare, respirando quei buffi caldi che penetrano nel sangue con una mollezza voluttuosa e che sembra allarghino il cuore con un bisogno inconscio e irresistibile d'amore.

Maledetta Venezia! Se fosse rimasto a Vicenza, credeva lui, avrebbe sofferto meno.

Aveva la testa che gli bruciava, il cuore gonfio, e non poteva piangere. Si sentiva pieno di lagrime fino alla gola, ma non gli volevano scoppiar fuori. Se avesse potuto piangere, forse sarebbe rimasto un po' più sollevato.

— “Domani saprai tutto?!„ E che cosa può dirmi che io già non abbia indovinato? Non sono già un imbecille, capisco le cose per aria, io! Non ama più me, e torna daccapo ad amare il Maggiore! Ecco la bella novità che mi dirà domani! Ma io non resterò qui a sentirmela dire, nemmeno per sogno; che! Domattina me ne ritorno a Vicenza.... e non mi vedrà più, no; mai più!... Se aspetta da me “la parola di coraggio e di conforto„ la aspetterà un pezzo. A sentirla lei, dovrei dunque farle coraggio, perchè mi pianta?... Dovrei confortarla, perchè mi tradisce? Questa è nuova davvero! “_Ricordati che io sono molto infelice!_„ Ma perchè lo vieni a contare a me, se sei infelice?... A me, che lo sono più di te e per cagion tua?

— Però.... però, qualche cosa ci deve esser sotto, — pensava Prandino abbandonando la finestra e camminando in su e in giù nella cameretta, mentre si spogliava, — qualche cosa ci deve esser sotto. È impossibile che sia così cattiva di cuore. Certo, certo quella strega della D'Abalà, c'entra in gran parte nella faccenda. Sembra che sia lei innamorata del Maggiore. È con lui tutta moine, tutta finezze.... Maledetta!... Quello che ha in corpo, scommetto che non è un figliolo: ma è un sacco di malignità! Ma io vorrei sapere perchè l'Elisa deve sottomettersi a sua figlia, e rendersi infelice lei, e far infelice me, per i capricci e le simpatie di casa D'Abalà. — Che il Maggiore la voglia sposare? Senza dubbio, non può essere altrimenti. Ma se avesse aspettato due o tre anni, quando avessi avuto uno stato, l'avrei sposata io.

A questo punto, Prandino chiuse le finestre, spense il lume e entrò nel letto: egli sperava, allo scuro, di poter avere un po' di riposo, ma invece si trovò peggio. Vedeva il numero 40 fra le braccia del numero 43, e nell'eccitamento della fantasia, il numero 40 era ancora più bianco, ancora più biondo, ancora più bello del solito, e il 43 più nero, più vecchio, più brutto: — e il povero ragazzo si voltava smaniando nel letto, mentre le zanzare, ch'erano entrate in camera dalla finestra, ch'egli avea lasciata aperta per tanto tempo, col lume acceso, gli raddoppiavano l'agitazione e il tormento.

Ah! se non fosse stato povero, allora.... allora l'avrebbe sposata lui subito, domani. Ma con duecento quindici lire, non poteva già pensare di metter su casa! Che figura farebbe egli adesso, a Vicenza, quando vi fosse giunta la notizia del matrimonio della Navaredo con Del Mantico! Lui si sarebbe serrato a chiave nella sua camera, senza farsi più vedere da nessuno.

Già, sarebbe morto presto, così non la poteva durare!... No: no! A costo di finirla lui.... Sarebbe andato lontano lontano, colle lettere e i capelli dell'Elisa in tasca, e quando avesse trovato un precipizio in riva al mare, un bel salto.... e buona notte: egli avrebbe finito di soffrire.... e di far ridere quei pettegoli di Vicenza!... Ma tant'è, il numero _quaranta_ restava però sempre fra le braccia del numero _quarantatrè!_...

La calma che si era fatta nel suo spirito, pensando di morire placidamente sotto l'acqua fresca del mare, si dissipò di nuovo a quell'idea tormentosa.

Ritornò ad agitarsi nel letto, a sospirare, a dolersi, e a poco a poco le angosce crebbero in modo, ch'egli non potè più reggere a sopportarle.

Era andato tutto in sudore: nella cameretta bassa, angusta soffocava dal caldo, e le zanzare gli ronzavano a torme sulla faccia, moleste e insistenti, aumentando il suo affanno colle loro punture irritanti.

Saltò giù dal letto, accese il lume, si vestì in fretta e uscì dall'albergo per respirare. Quando fu in piazza San Marco una folata di vento gli portò via il cappello. Prandino gli camminò dietro, triste, melanconico, e se lo calcò in testa senza nemmeno pulirlo. Tant'è; adesso che l'Elisa non gli voleva più bene, che cosa gliene importava a lui della sua roba?...

Il cielo era coperto, la piazza buia: entrò sotto le _Procuratie_ squallide, deserte, e si sedette sospirando sopra una seggiola del caffè _Florian_. Nemmeno al fresco trovava il sollievo ch'egli aveva sperato. E pensare che quei pochi giorni di cura a Venezia, dovevano essere il suo paradiso!... E pensare che se li sognava da un anno! Mah!...

Per sentire un po' di sollievo, lo sapeva bene lui che cosa gli sarebbe bisognato!... Trovare il modo di vendicarsi di quella brutta strega della D'Abalà!... Ecco, questo gli sarebbe bisognato; perchè era lei la causa di tutto; era lei, lei sola, che nascostamente attizzava il fuoco. L'Elisa era una donna debole, senza volontà e forse....

— Oh! guarda chi vedo!... Il nostro caro _Prefetto!_

Prandino levò la faccia sbattuta dalla veglia e vide Badoero che usciva da _Florian_ in compagnia di tre o quattro giovinotti.

— _Ciao_, Badoero.

— Che fai qui solo solo?

— Prendo il fresco....

— Vieni con noi da _Bauer_?

— Ti avverto che _Bauer_ ha già chiuso a quest'ora, — disse a Badoero uno della comitiva.

— Se troveremo chiuso, non ci sarà gran male: andremo a battere a qualche altro Caffè. Su, su, levati, giovine sentimentale, e vieni con noi! — e Badoero, preso Prandino per un braccio, lo costrinse a levarsi in piedi.

— Io proporrei di andare a battere dall'Emma! — esclamò uno di quei giovinotti, per lanciare un frizzo a Badoero.

— Nossignori! — rispose questi con fatuità, — dall'Emma non c'è posto per tanta gente! — poi, fermandosi su due piedi: — vi presento mio cugino, il conte degli Ariberti, — disse indicando Prandino alla comitiva.

Finito lo scambio dei complimenti, si avviarono tutti verso la _Birreria Bauer_; Badoero, allora, prendendo Ariberti a braccetto e tenendolo un po' più indietro degli altri:

— Dimmi, caro prefetto, — gli chiese a bassa voce, — la Contessa t'ha proprio messo in disponibilità, per questa notte?

— Non ti capisco!

Ma Prandino, che invece capiva benissimo, sentì un'ondata di sangue caldo, che gli saliva alla testa.