Sorrisi di gioventù

Part 9

Chapter 93,805 wordsPublic domain

— Senti, — era andato a dirgli in camerino tra un atto e l’altro il Venzano, — gli «amichi» non hanno voluto darti fiori, che son riserbati alle prime donne; non allori, che stanno bene dai salumai; non bottoni di brillanti, che stanno meglio nelle vetrine dei gioiellieri.

— Che! che! — gridò il Saccomanno. — La vostra «amichizia» mi basta.

— No, questo no, è troppo poco; — riprese il Venzano. — Ma che ne diresti di una cena, preceduta dagli onori del trionfo?

— Vada per la cena; — disse il baritono. — Tanto la faccio ad ogni modo, e sarà tanto di risparmiato: ma il trionfo.... Credi proprio che io l’abbia meritato? Basta, fate voi altri.

— Vedrai, e ne sarai contento; — replicò il Venzano. — Finito lo spettacolo, spògliati con tutto il tuo comodo; ti aspetteremo sotto il pronao del teatro. —

Ecco ora in che consisteva il trionfo. Un trionfo presuppone un carro. Luigi Venzano ne aveva adocchiato uno, nell’angolo della piazza, tra il colonnato del Carlo Felice e i portici dell’Accademia. Quando il Saccomanno, che era d’ultima scena, ebbe finito di spogliare le maglie rosse e di levarsi dal viso l’impiastricciatura diabolica, il teatro era sgombro da un pezzo, e sotto il pronào, partita l’ultima carrozza, non c’erano che gli «amichi» adunati in attesa, col loro carro, o, per dire più esattamente, con una certa carretta, che aveva la cassa protetta da un coperchio a due imposte, come un uscio a due battenti. Comparve il Saccomanno, vide lo strano arnese, riconobbe una carretta da spazzaturai, rise e ci saltò dentro, fra gli evviva di una trentina di «amichi». I quali, parte alla testa, parte ai fianchi, parte alla coda della carretta, si diedero a tirare, ad accompagnare, a spingere, gridando come ossessi, per via Carlo Felice e piazza Fontane Amorose. C’erano degli uomini gravi, nella compagnia trionfale; farei inorridire, se dicessi tutti i nomi; vi basti di sapere che erano del numero certuni, i quali dovevano poi tirare, magari portandolo un pochino sull’orlo dei fossi, il classico carro dello Stato.

— Viva il grande, il sommo, l’eccelso baritono, il divo Luigi Saccomanno! — si andava gridando a squarciagola. — Onore all’impareggiabile merito del maraviglioso artista che sotto le spoglie di Mefistofele ha mandato in visibilio il rispettabile pubblico e l’inclita guarnigione! —

E via di corsa, con gran fragore di ruote sul lastrico della strada; ma tosto con un lungo codazzo di guardie della questura, che volevano fermare il carro, e intanto, riconoscendo nella brigata alcuni personaggi che il nastro verde od altra ragione rendeva sacri ai loro occhi, si contentavano di seguire il cortèo trionfale, gridando: — signor cavaliere, per carità! signor marchese, di grazia! la smettano; lascino dormire in pace tanti buoni cittadini!

— Che pace! che dormire! — si rispondeva. — Quando c’è il merito, bisogna riconoscerlo... ed onorarlo. Seguite anche voi, e gridate: «Io triumphe»! —

E risate, frattanto, ed arringhe del trionfatore, che andava traballando ad ogni scossa del veicolo. Come Dio volle, si finì la gazzarra; il trionfo della carretta fu fermato sulla piazzetta della Meridiana, davanti ai Telamoni del palazzo Verde.

Queste erano follìe. Ma quante belle conversazioni di musica, di letteratura, d’arti figurative, di economia politica, di commercio, d’industria, di nautica, perfino di astronomia! Ricordo una sera, in cui Camillo Flamarion, allora in peregrinazione scientifica per l’Italia, ci svolse la sua teorica della pluralità dei mondi abitati. Domenico Bancalari mancava di rado a quelle feste dell’ore «all’amicizia sacre» come le chiamava Tommaso Marchesani, il mio indimenticabile compagno di passeggiate notturne. Domenico Bancalari partecipava con l’anima a tutto, non riscaldandosi in nulla, sempre sereno, garbato, ilare e fine. Ed anche aveva finito a compiacersi di sentir ricordato l’albo di Elisa.

— Ma sì, — mi diceva, — non ti pare? Avevo detto tutto quel che c’era da dine: Non una parola di più, non una di meno, è il sommo dell’arte. —

Anch’io, senza sperar di raggiungere in ciò il sommo dell’arte, vorrei non dir più del bisogno. Ma direi certamente di meno, se non ricordassi che il mio povero amico mi ha ricordato nel suo testamento; l’unico testamento, ahimè, in cui sarà stato scritto il mio nome.

Da qualche tempo non ci si ritrovava più che di rado. Con la morte del Mariani, avvenuta nel 1873, la società degli «amichi» si era quasi dispersa. Vedevo il mio Bancalari ad intervalli, ordinariamente di mattina, andando egli a qualche lezione, ed io all’ufficio del giornale. — Ti ho pagato il tributo! — mi gridava egli dall’opposto marciapiede di via Sellai, o di via Carlo Felice, agitando il foglio che aveva tra mani. — Grazie! tu sei la perla dei contribuenti; — rispondevo. E ognuno di noi tirava dritto per la sua strada.

A mezzo il giugno del 1879 ammalò, ed io non seppi nulla. La malattia fu breve. Il 21 giugno venne da me il commendatore Paolo Papa, farmacista in piazza del Palazzo Ducale, egregio cittadino e mio compagno d’armi.

— Il povero Bancalari, — mi diss’egli, con le lagrime agli occhi, — è morto.

— Che? come?... — gridai.

Ed anche a me si velarono gli occhi. Domenico Bancalari era uno di quegli amici che si possono materialmente trascurare per giorni e settimane, senza che essi siano perciò meno presenti al nostro spirito, o meno cari al nostro cuore.

— Sì, questa mattina; — mi rispose Paolo Papa. — Ed ecco il suo testamento. —

Il testamento era breve; Domenico Bancalari lo aveva scritto di suo pugno, in un foglietto di carta, a matita, come i due versi ad Elisa. Lasciava poco, l’amico mio, perchè poco aveva messo da parte. Tra i paragrafi del malinconico documento c’era questo, che risguardava la mia povera persona:

«All’amico Anton Giulio Barrili lascio la Storia della Letteratura Italiana di P. L. Ginguené, in dodici volumi. Credo che egli non possieda quest’opera, perchè un giorno me ne ha chiesto un volume in imprestito. La tenga, ad ogni modo, per ricordanza del suo vecchio amico».

Quel medesimo giorno la Storia del Ginguené (versione Italiana del Perotti, edizione milanese del 1825) venne ad arricchire la mia libreria. Non erano dodici, i volumi, ma undici. C’era il terzo, quello imprestato a me e da me restituito a suo tempo; mancava il quinto, sicuramente imprestato ad altri e non ritornato al suo padrone legittimo: onde l’opera mi rimane scompleta. Anche così, mi è cara; nè, comunque parecchi volumi siano rotti, sbrendolati dall’uso, osai farla rilegare, parendomi in quella veste primitiva di sentir meglio la presenza di lui.

Bancalari, Venzano, inseparabili amici, siate uniti anche qui, nelle mie rimembranze giovanili. Viveste buoni, modesti ed utili. Se i fatti avessero consentito, avreste conseguita la fama. Le mie pagine non potranno darvene punto. I pochi che mi leggeranno, sappiano che meritavate di conseguirne moltissima; sappiano ancora che nessuno ebbe a sentirsi offeso dal vostro orgoglio, oppresso dalla vostra superiorità, schiacciato dalla vostra fortuna; sappiano infine che foste anime nobili, che siete vissuti amando, lasciando intorno a voi, nella generazione che vi conobbe, un dolce ricordo d’intelligente bontà, un «incognito indistinto» di gentilezza, di virtù, di sorrisi.

Ciò forse val meglio che lasciare un nome nella storia.

L’amico Bastiano.

Ero a tavolino, scrivendo; con poca voglia, veramente, poichè dalla finestra si vedeva un bel cielo sereno, e tutto invitava ad uscire. Ma la necessità comandava; e la necessità, che fa l’uomo ladro, lo fa qualche volta anche scrittore. Scrivevo, adunque; e già incominciavo a rassegnarmi, a prenderci gusto, quando entrò la fantesca per dirmi:

— Signor padrone, c’è un signore che domanda di Lei.

— Oh Dio! — mormorai. — Gli hai dunque detto che c’ero?

— Scusi, mi ha detto che era un amico, un vecchio amico, e che l’avrebbe incomodata soltanto per pochi minuti. —

Sospirai, rassegnandomi alla visita, come già m’ero rassegnato al lavoro.

— Dov’è? — ripigliai.

— Nel salottino.

— Bene, ora vengo. Ma no, — soggiunsi, pentendomi subito. — Se è un amico, puoi farlo entrar qua. —

E dentro di me soggiungevo:

— Non troverà una sedia libera, e capirà, vedendomi a tavolino, che non posso esser seccato con lunghi discorsi. Perchè io li conosco, questi messeri che hanno da incomodare soltanto per pochi minuti. Date loro un dito e vi pigliano la mano; una mano, e vi pigliano il braccio. —

L’amico entrò. Non lo conoscevo neanche per prossimo. Era un signore alto e grosso, dalle spalle quadre, con una gran faccia larga e carnosa, senza peli alle labbra ed al mento, ma con due ventole lunghe e nere come l’ebano, in mezzo alle quali si dilatava un bel naso, la cui punta appariva filettata di vasi sanguigni. La fronte era bassa, ma prendeva una certa dignità dal cranio nitido e lustro come una palla di biliardo. Gli occhi erano piccini, ma lucenti di malizia, sotto due sopracciglia folte, ispide e pronte alla difesa. Il personaggio vestiva signorilmente, con eleganza forestiera, e portava bottoni di brillanti al petto della camicia. Probabilmente ne aveva anche ai polsini; a buon conto, ne osservai uno, senza volerlo, che luccicava al quarto dito della mano destra; un solitario che così ad occhio e croce poteva essere stimato a diecimila lire. S’intende che non ebbi modo di far subito il conto; dovevo guardare in faccia il personaggio, e guardandolo non venivo a capo d’indovinare chi fosse.

Mi alzai, facendo di necessità virtù, e levai tre grossi volumi di sopra una seggiola, con intenzione di offrirgliela. Capirete, non si può far tutto ciò che si pensa.

— Prego.... — dicevo frattanto. — In che posso servirla?

Quell’altro mi guardava sorridendo, e ad ogni tratto ammiccando, socchiudendo gli occhi, spalancandoli, come se volesse vedermi bene, contemplarmi in più modi. Ma quella mimica non poteva durare eternamente; ed egli, come Dio volle, la smise.

— Sei tu, non è vero? — incominciò. — Ma sì, ma sì, sei mutato di poco. Ingrassato, per altro!

— E tu, caro, non canzoni; — gli risposi io, abbastanza, seccato. — Sei ingrassato tanto, che non ti riconosco affatto, e ti prego di dirmi il tuo riverito nome.

— Non mi riconosci? — esclamò. — Egli non mi riconosce più! — proseguì, come parlando ad un suo spirito interiore. — Vedete che cosa fa la gloria. Ci ha i fumi alla testa, il nostro compagno di scuola. Ma davvero, non ti ricordi più dell’amico Bastiano? —

Ci sono degli uomini che hanno di queste malinconie. Non li avete più visti da quarant’anni; erano piccini allora, mingherlini, senza un pelo sul viso; vi vengono davanti uomini fatti, strafatti, con tanto di basette, senza capelli in testa, e pretendono in quell’ultimo figurino li riconosciate «hic et nunc» per quelli di prima. Io, neanche al suo nome, riconobbi il mio Bastiano: mi fu necessario un esame interiore, una rassegna veloce, a ritroso, di tutte le fasi della mia adolescenza, della mia puerizia. Ah, finalmente, c’ero; ritrovavo, quantunque sbiadita, l’immagine dell’amico Bastiano. Ma erano passati mill’anni, a dir poco, dal giorno che l’avevo perduto di vista. Un cosino alto così, due soldini di cacio! Nondimeno, feci tutti i gesti di circostanza, e con quella buona grazia che salva tutto, mi precipitai nelle braccia che egli mi offriva spalancate.

Dato quel piccolo sfogo ai sensi dell’amicizia, feci sedere accanto a me l’amico Bastiano.

— Qua, qua, vecchio compagno; — gli dissi, battendogli anche la mano sulle ginocchia. — Ma chi poteva riconoscerti subito, dopo tanti anni, nella spoglia dell’uomo maturo? E da dove, se è lecito?

— Da Parigi, da Berlino, da Vienna.

— Un bel giro! — Ma prima di Parigi?...

— Montevideo, Buenos-Aires, Rio de Janeiro.

— Bravo! vai sempre per triple?

— Aggiungi tre dozzine d’anni che manco dalla patria.

— Appena? — mi sfuggì detto. — Mi pareva che ci fossimo perduti di vista da molto più tempo.

— Già, ti ricordi? Eravamo stati compagni ancora in grammatica, e poi per due mesi di umanità. Io ho lasciato allora gli studi a mezz’anno. I versi mi allegavano i denti. Quelle regole della.... come diavolo si chiama quella storia.... per fare i versi in latino?

— La prosodìa, caro. Rammenti il primo precetto? «Vocalem breviant, alia subeunte, Latini».

— Neanche quello. Non me n’è entrato in testa neppur uno. Che follìa, del resto, voler dare una educazione eguale per tutti!

— Colpa dei tempi, amico Bastiano. A quei tempi non facevano scuola che i frati; e gran mercè che una scuola ci fosse. Ora ci avresti da scegliere. Ce n’è per tutti i gusti, in Italia; la scuola tecnica, per esempio, dove il latino è proibito come le pistole corte.

— E mi sarei anche adattato al latino; — riprese l’amico Bastiano. — Ma quando la testa non regge.... quando certe difficoltà non t’entrano, che ci vuoi fare? Tu, invece.... Lo dicevo sempre, io, che saresti diventato un pezzo grosso. Sempre il primo in iscuola.... Ma come ne eri orgoglioso! confessalo, via.

— Se è per farti piacere, lo confesserò.

— Quanto a me, poveraccio, piantata lì la Regìa.... la Regìa....

— «Regia Parnassi, seu Palatium Musarum».

— Capisci che roba! — ripigliò con accento di comico terrore l’amico Bastiano. — Così, lasciato lo studio, non avevo da scegliere che tra le mezzine di mia madre e le doghe di mio padre. Ricorderai che mio padre faceva il bottaio, nella Quarda inferiore, e mia madre teneva osteria a dieci passi da lui. Non me ne vergogno, sai? E non mi sarei vergognato allora, nè di fare il bottaio, nè di fare il tavoleggiante. In America, dove sano andato, ne ho passate delle peggio. La vita è dura, pur troppo; e più dura a chi deve cominciarla da sè.

— A chi lo dici? — esclamai.

— E tu, perbacco, anche tu ci avrai avuti i tuoi momenti difficili, non è vero? La prima notizia che mi venne di te, a Montevideo, mi fece anzi un po’ di pena.

— Che notizia?

— Che ti eri messo a scrivere nei giornali. Brutto mestiere, ho subito detto tra me.

— Brutto no, ma da cani; — replicai. — Figùrati che ho incominciato guadagnando cinquanta lire al mese.

— Se lo dicevo io! se lo dicevo! Ma fortunatamente ti sei liberato; sei andato su su; sei volato; ti sei messo a scriver libri. E che libri, in edizioni di lusso, da innamorare. Ne ho comprato uno a Parigi, dal libraio della stazione dell’Est. Ah, vediamo un poco che cosa scrive l’amico, ho detto tra me. Voltata la prima pagina, ho veduto benissimo. «Opere dello stesso Autore». Mamma mia, quanta roba! ho contato fino a quarantaquattro volumi.

— Aggiungine otto per il buon peso. Ne ho già pubblicati cinquantadue.

— Diavolo!

— Sì, meravigliati pure; cinquantadue. E fo conto di andare a cento.

— Niente di meno! Ma come fai, domando io, come fai a scriver tanto?

— Scrivendo, caro amico, scrivendo. È una infermità: i medici la chiamano grafomanìa; ed io la porterò fino alla fossa. Non mi pesa, del resto; anzi ti dirò che mi fa buon giuoco. Quando sono qui dentro a lavorare, non vedo quello che gli altri fanno, ed è già tanto di guadagnato. Ti capacita?

— Capisco che vuoi scherzare. Ma sai che è una bella costanza, la tua? Già, quando si è tanto studiato da ragazzo!... Io, pur troppo, son rimasto un asino.

— Eh via!

— Sì, ti dico, un asino calzato e vestito. Lo scrivere mi ha sempre scorticate le dita. Con te, che alle scuole mi hai fatto tante volte il «lavoro» non devo e non voglio aver segreti. Figùrati che per la mia corrispondenza d’affari ancor oggi ho bisogno d’un segretario. Quanto alle lettere di complimento, c’è mia moglie che se ne incarica. Disgraziatamente non sa altro che spagnuolo e francese. Per questa ragione, caro mio, non ho mai scritto in patria agli amici.

— Non scriverai; — gli dissi. — Ma leggi, se non altro.

— Che! vorrei potere. Ma anche qui, non c’è verso: prendo un libro in mano colla migliore intenzione del mondo; uno dei tuoi, per esempio; leggo una pagina, e sbadiglio....

— Grazie della sincerità; non ne hanno neppur tanta i miei critici.

— Oh, non dico per te: mi accade lo stesso per tutti. Alla prima pagina sbadiglio, alla seconda m’addormento. E me ne dispero, sai? ma è più forte di me. Credo che sia una malattia, come la tua che mi dicevi poc’anzi. Ma non sarà così di mio figlio. Ne ho da fare uno scienziato, ne ho da fare; specie se tu vorrai darmi un consiglio. Anche per questo son venuto da te. Ma a proposito, e tu, quanti ne hai?

— Niente figliuoli, mio caro.

— Ammogliato, almeno?

— Niente moglie, e ne ringrazio il cielo; perchè se l’avessi presa, ci sarebbero su questo pianeta due infelici di più. Il matrimonio, amico Bastiano, è fatto pei ricchi, o pei poveri in canna. Hai capito, ora? Ma lasciamo questi discorsi. Come l’hai fatta tu, in America?

— Ti ho detto che ne ho vedute di tutti i colori. Da principio sguattero d’osteria, poi soldato, disertore, _saladero_, minatore, _almacinero_, di tutto un po’, salvo il briccone. In capo a cinque anni la mia sorte cangiò; riuscii a mettere insieme un migliaio di patagoni. Era il difficile. Con quelli, entrai compagno d’un accorto connazionale; s’impiantò una _pulperìa_, che rimase poi a me tutta intiera. Vendevo di tutto, vino, olio, formaggio, salumi, cerini, refe, bottoni, calze, camicie, abiti fatti, stoviglie, tabacco, lucido da scarpe, penne, inchiostro, carta da scrivere, e via discorrendo. Così ho lavorato dieci anni; prosperando il commercio, ho messo di costa una somma discreta, con la quale mi sono buttato negli affari, comprando terreni, vendendone, e da ultimo facendo il banchiere. Così in venticinque anni di lavoro mentale (ridi, eh?) son venuto in capo di mettere insieme.... indovina un po’ quello che ho guadagnato?

— Cinquecento mila lire?

— Avanti!

— Ottocento mila?

— Avanti ancora!

— Caro, nei grandi numeri mi ci trovo male. Dimmi tu quello che porti in Europa.

— Eh, non porto mica tutto; — rispose l’amico Bastiano, traendo un sospiro. — Ci ho i terreni di Buenos-Aires, che ora non si vendono; e ne ho per due milioni al sole. Un milione l’ho poi alla Banca Argentina; ma per ora non mi conviene di ritirarlo.

— Sicchè?

— Sicchè, devo contentarmi dei cinque che ho portati a salvamento; tre alla Banca di Francia; due qui in Genova, tra la Banca Nazionale e la Cassa di sconto.

— I miei complimenti. E tutto ciò senza scrivere!

— Oh, per questo, che necessità? Gli affari non domandano mica di sapere il latino, e di conoscere la prosodìa.

— Dici benissimo, amico Bastiano: e Dio benedica tutti coloro che non l’hanno studiata.

— Ma sì! ma sì! — conchiuse l’amico Bastiano, ridendo a crepapelle. — Ora veniamo a noi. Con tutto quello che possiedo non ho ragione di chiamarmi contento. Ti parrà strano, ma è così; non sono contento, e non è contenta neanche la mia signora. C’è quel nostro figliuolo! unico, bada, unico! Figùrati che s’è messo in testa di rimanere un asino come suo padre. In America, passi; non c’era un collegio adatto. Laggiù, quando si è ricchi e si hanno figliuoli, si mandano a studiare in Europa. Andiamo in Europa, diss’io; lo metteremo a studiare in un buon collegio, e ne faranno un dottore, come vuole sua madre. Siamo venuti in Europa: mia moglie voleva passare una stagione a Parigi, e fu quella una buona occasione per collocarlo in una pensione laggiù, restandogli vicini, per invigilarlo un poco. Ma s’è dovuto levarlo di là, dove non imparava nulla, e dove, dopo tutto, lui, figlio di padre italiano, non era neanche conveniente che facesse gli studi classici. Dico bene? Si venne in Italia: si collocò il ragazzo a Torino, in quel Collegio Internazionale, che ha buona fama anche laggiù in America. Orbene? Non passa un mese, e a Berlino, dov’ero andato con la mia signora, ricevo una lettera che mi dice: «Caro signor Bastiano, il vostro signor figliuolo non vuol saperne di studio; è un refrattario; potete venire a riprenderlo». Immagina il dispiacere di mia moglie. Si scende a Torino, si ripiglia il ragazzo, e si porta a Vienna, per vedere di ammansarlo, di persuaderlo durante il viaggio. Pare pentito; dice che studierà; ma dice ancora che di collegio non vuol saperne a nessun patto. Bisognerebbe che qualche persona dotta lo prendesse con sè, per fargli da maestro e da padre. Non si baderà a spese, mi capisci? Ci vada quel che deve andarci; purchè se ne ottenga qualche cosa, purchè non rimanga un ignorante, e non faccia arrossire sua madre. Quanto a me, ci avrei fatto il callo; — soggiunse modestamente l’amico Bastiano. — Or dunque, eccoti qua il caso nostro. Siamo venuti a Genova, ed alloggiamo all’«Hôtel du Parc». Vieni a colazione da noi, «es regular». Ti presenterò a mia moglie. Le ho parlato tante volte di te! È una donna superiore. È anzi lei stessa che mi ha detto: va da quel tuo compagno d’infanzia; egli potrà darti un consiglio. Capirai; vorremmo che studiasse bene, poichè finalmente si decide ad entrare in una pensione. Non oso dire a te.... Nella tua alta posizione, certamente.... —

Io lasciai passare le due sospensioni senza fiatare, come in una giornata di vento il pellegrino lascia passare due raffiche, continuando a capo chino la sua strada.

— Ma tu, almeno, conoscerai, saprai quel che occorre al nostro bisogno. Vedrai, del resto, il ragazzo: non è cattivo, dopo tutto; è solamente un po’ sventato. Con la tua eloquenza, col tuo esempio, son certo che si persuaderà. Una buona paternale che tu gli faccia....

— Vuoi un parere? — interruppi.

— Ero venuto per questo.

— Ebbene, fa una cosa. Lascia stare la mia eloquenza, che non c’è; metti da banda il mio esempio, che non serve; prendi il tuo rampollo a quattr’occhi, e parlagli fuori dei denti, così: «Ah, non vuoi studiare, assassino? Ebbene, ti metterò nel commercio; là non ne avrai bisogno; guadagnerai, cane, guadagnerai quattrini a palate. Andrai magari in America, come c’è andato tuo padre; farai tutti i mestieri, combatterai onestamente ma virilmente le battaglie della vita; giungerai alla fortuna, prenderai moglie, avrai figliuoli anche tu; e se non vorranno studiare, se il latino allegherà loro i denti, se lo scrivere scorticherà loro le dita, andrai per consiglio da un amico, anche tu. Intanto si passa il tempo, ed una occupazione val l’altra». Perchè, vedi, amico Bastiano. Tu hai tre milioni in America e cinque in Europa. Io ne ho più di te, ma tutti in testa. Faresti a barattare? Io credo di no. Se tu avessi studiato come me, amico Bastiano, saresti l’autore di cinquantadue volumi, da far dormire cinquantadue generazioni di altri Bastiani; saresti un dottore, e tutto quell’altro che ti parrà di vedere in me; ma saresti anche un bello scampolo di disperato. Non hai voluto studiare, per tua fortuna; e torni da Parigi, da Berlino, da Vienna, potendo anche rimetterti in cammino, e andare a Pietroburgo, a Mosca, a Stoccolma. Io, frattanto, non posso neanche venire a colazione da te.

— O come? perchè?

— Perchè fra mezz’ora debbo prendere il tramvai, e andare a far lezione, ad insegnare a trenta o quaranta giovanotti il poco che so; e mi daranno in fin di mese novantasette lire e ventiquattro centesimi.

— _Diablo mundo!_ ma io non starei mezz’ora al mio banco, per quella miseria.

— Vedi? tu l’hai detto: al mio banco. Ma il mio non è un banco, è una cattedra! che ci vuoi fare? Amico Bastiano, questa è la vita, coi suoi bravi contrasti. Diglielo, a tuo figlio, che non studii. Non c’è bisogno di dottori in Italia; c’è bisogno di milionarii; e se amate il vostro paese....

— Ma sì; tanto è vero che ci si torna.