Part 2
Le ho dato in quella vece un dolore, senza volerlo, e grandissimo, nel ’59, arruolandomi soldato nell’esercito piemontese. La mia cara nonnina si era formato in testa un suo particolare concetto della vita militare. Ne aveva veduti dei soldati; ne aveva veduti a centinaia di migliaia, dal Bonaparte in giù; perchè il marito suo era stato fornitore di truppe in tutta la lunga zona della Riviera occidentale, da Nizza a Genova, prima sotto i Francesi repubblicani e l’Impero che ne seguì, poi sotto i Reali di Sardegna, lasciando nel ’31 in quell’ufficio gli eredi. Forse per ciò, non vedendo i soldati sott’altro aspetto fuor quello dei tempi andati, ella non poteva immaginarseli nel ’59 altrimenti che come povera carne destinata a servire, a soffrire. Ed ancora; si mise forse in mente che io, morto da pochi anni il babbo, mi fossi fatto soldato per bisogno? La poesia dei volontarii non era fatta per entrar più nel suo capo? Avrei dovuto correr da lei, prima di avviarmi in caserma, e tentare almeno di spiegargliela io. Non lo feci, e me ne chiamo in colpa; perchè ella si accorò di una risoluzione che le giungeva così nuova e così inesplicabile, me lo scrisse, e si ammalò subito dopo. Ebbi notizia della gravità del suo stato, quasi nel medesimo tempo che aveva ricevuto la sua lettera di amoroso rimprovero. Disperato, temendo di non veder più quella cara vecchina, che era entrata allora nel suo ottantaduesimo anno, mi feci presentare al generale comandante la divisione di Genova, che era il conte Biscaretti di Ruffia; gli esposi il mio caso tristissimo, ed ottenni da quel degno gentiluomo una licenza di tre giorni; rarissimo favore, in quei momenti di preparazione febbrile. Rubavo tre giorni alle esercitazioni frettolose, che in due settimane dovevano farci soldati, e mandarci utilmente al fuoco. Ma erano così facili, quelle esercitazioni! specie per me, che già, precoce guerriero, avevo impugnato il fucile della guardia nazionale e fatte le mie ore di sentinella al palazzo municipale di Genova. Montai in diligenza la mattina seguente; dopo cinque ore di viaggio ero a Savona; corsi a casa, trafelato; troppo tardi! troppo tardi! Era spirata da pochi minuti, e non potè vedermi al suo letto di morte, la mia cara nonnina.
Ma se ella non mi vide più con gli occhi azzurri, mi sentì certamente con ciò che sopravvive di noi più sereno e più puro. E così mi sente ella sempre; perchè non passa giorno che io non pensi a lei. E un certo che vaporoso e gentile, profumato ed arcano, mi accarezza le tempia, mentre rivedo il volto roseo di lei, le labbra vermiglie, i begli occhi azzurri, i capelli biondi, ben suoi, sotto la cuffiettina di tulle e sotto il lembo del pezzotto di mussolina, l’antica e graziosa foggia delle donne genovesi.
Cara nonnina dolce, quanti anni son passati oramai! Pure, sei sempre qui, sempre qui. Non son diventato niente di ciò che volevi tu, niente di ciò che io medesimo sperai, ne’ miei giorni migliori. Ma se tu vedessi almeno che bella novità! Non ho più, sai? non ho più quei capelli così neri, che ti spiacevano tanto.
Il maestro Segni.
Era l’anno.... Ma no, non me lo fate dire. Quando penso ai fatti della mia prima età, li vedo tanto lontani nel tempo, attraverso una varietà così inviluppata di eventi, che davvero mi sembra di aver raggiunta l’età di Matusalem. Lasciatemi usare piuttosto di un prudente eufemismo. Era l’anno che imparai a leggere; e il mio maestro in quell’arte era il signor Segni, il nobile signor Luigi Segni, datosi per disperato al più nobile tra tutti i mestieri, ma sempre un mestiere, ed ingrato, che è quello d’insegnare l’abbicì alle nuove generazioni. C’è della gente che nei più umili uffizi reca una dignità così semplice, o una semplicità così dignitosa, da far pensare al prete, quando dice la messa. E infine, che cosa fa il prete, all’altare, se non l’offerta a Dio di tutte le miserie dell’umanità? Quella gente offre le sue, e tutte quelle de’ suoi pari, senza dolersi, senza imprecare, senza far paragoni.
Pure, se si fosse lagnato, il nobil uomo ne avrebbe avuto, non una, ma parecchie ragioni. Il casato doveva ricordargli ben altare promesse della vita; e la sua gioventù meglio ancora. Egli aveva vissuto, da giovane, un bel sogno glorioso; era stato soldato di Napoleone, e col grande guerriero aveva passeggiata rumorosamente l’Europa. Fantaccino? cavaliere? artigliere? Non so. Da bambini, si osservano molto i particolari, ma non si ha ancora la curiosità, nè l’usanza di chiederli. Comunque avesse viaggiato e combattuto, il nobile Segni poteva compiacersi delle sue grandi memorie. È una bella cosa avere nella propria vita qualche pagina eroica; serve, se non altro, a consolarci di tante pagine volgari, che ci dobbiamo leggere, o scrivere.
Ora che ci penso, mi pare di poter dire che avesse servito in cavalleria. Rimpicciolito, ai miei tempi, quasi raggranchito dall’età, sicuramente era stato più alto; e quelle sue spalle curve indicavano l’uomo che è vissuto lungamente in arcione, all’eterno sbatacchio della cavalcatura. Su quelle spalle pareva che il poveraccio portasse il peso della campagna di Russia. Ma nel fatto ci portava ancora un ferraiuolo di panno turchino, spelacchiato, sì, ma senza una macchia, sormontato da un gran, bavero di velluto, non più nero da un pezzo, ma senza traccia da untume, o di forfora. Di mezzo agli orecchioni di quel bavero appariva un fazzoletto di tela batista, girato due volte intorno al collo e annodato sotto la gola con un nodettino minuscolo; e sopra quel bavero, sopra quel fazzoletto, tondeggiava una faccia di mela carla, già vizza, ma rosea, ravvivata da due occhietti neri, luccicanti nelle palpebre rossicce, e contornata da un’aureola di capegli bianchi dorati, che sbucavano a ciocche da una berretta di panno nero, con la visiera di cuoio lucido, molto somigliante a quella dei generali russi e prussiani. Berrettacce antipatiche! preferisco l’elmo, nei militari; nei borghesi, Dio mi perdoni, mi adatterei piuttosto alla tuba.
Era dunque pulitino a quel modo, il signor Segni; e non aveva da vivere! Non pensione di riposo, se ben ricordo; non parenti ricchi, non famiglia, nè persone di servizio. Nella via Quarda Superiore della mia città natale, è una casa, a man destra, detta la Torre; quella casa ha un pianterreno, sollevato di parecchi gradini dal piano della strada; a quel piano terreno, di contro all’ingresso, si apre un uscio che mette in uno stanzone, non so bene se solo, o accompagnato da qualche bugigattolo. Là dentro abitava il signor Segni, e c’insegnava a leggere ad una ventina di ragazzi, che gli pagavano, per cotanto uffizio, chi una e chi due lire al mese. Non rammento più se insegnasse anche a scrivere; mi pare di no. Era un digrossatore d’intelligenze; preparava la materia prima, per gli sbozzatori di seconda mano. I babbi e le mamme che avevano troppa molestia in casa dai loro folletti, e ancora non potevano farli ricevere alle scuole elementari, li mandavano volentieri dal signor Segni. Quei folletti ci andavano la mattina, intorno alle otto; ne uscivano al mezzodì, per rientrarci al tocco e restarci fino alle quattro, o alle cinque, secondo le stagioni. Di libri non c’era di bisogno; si portava la colazione, o la merenda, in un canestrino, come fanno ora i ragazzi degli asili infantili. Con noi viveva, e di noi, il povero vecchio, avanzo delle guerre napoleoniche. L’insegnamento suo non aveva mestieri di lavagna, nè di abbecedario; consisteva nella esposizione di tanti quadratini di legno bianco, sui quali erano scritte le ventiquattro lettere dell’alfabeto, nella loro doppia forma, maiuscola e minuscola. Scompigliava i suoi pezzetti; poi ne prendeva uno a caso, lo alzava alla vista di tutti, e domandava: che cos’è questo? Tutti ad una voce si doveva rispondere. Se qualcheduno sbagliava, egli con una facilità meravigliosa distingueva nel concerto delle voci l’autore dello sbaglio; e allora si fermava a fargli osservare le particolarità della lettera mal conosciuta, aiutando la nostra memoria con gli esempi, le somiglianze ed altri artifizi mnemonici. Dovevamo ricordare che la S somigliava al serpente; la X alla croce di Sant’Andrea; il B a due gobbe sovrapposte, e via discorrendo. Poi ripigliava a far leggere; e quando metteva due legnetti di costa, dovevamo leggere la sillaba. Così mi sono io impratichito nelle lettere; coi legnetti! Il mio critico inglese, che anco attraverso agli esercizi traditori di qualche graziosa _blue stocking_ ha saputo riconoscere il mio «stile legnoso», saprà ora dond’esso mi viene, per trasmissione ereditaria; e vada superbo della sua perspicacia.
Finita la scuola, capitavano le fantesche a ripigliarsi i folletti. Il signor Segni, immancabilmente ogni giorno, accompagnava lo sciame all’ingresso, raccomandando di non ruzzolane per la gradinata e di non far chiasso per via. Ma era più facile non ruzzolare, che astenersi dal far chiasso. Regolarmente ogni giorno si faceva la ridda sull’uscio, attaccando la cantilena beffarda:
Signor Segni Mostra legni!
ripetuta un centinaio di volte, dal portone della Torre, fino alla svolta della strada. Ed anche regolarmente ogni giorno il signor Segni andava in collera, minacciando con la mano distesa uno scappellotto, che, ad onor suo debbo dirlo, non dètte mai a nessuno. Ci voleva bene, quel vecchio solitario; e quand’anche non ci avesse voluto bene per noi, doveva volercelo per quelle due lire, per quella liretta mensile. Povero naufrago della vita! Era ancora una fortuna per lui, aver trovata l’annua sequela di quei venti o trenta folletti, che gli assicuravano il pane quotidiano, e l’alloggio nella Torre.
Come mangiava, il nobile signor Segni? Già ero uscito dalla sua scuola per innalzarmi a cose maggiori, e ancora, non sapevo nulla dei suoi pasti. Noi gli avevamo sbocconcellato sotto gli occhi ogni ben di Dio, pan francese, frutta, ciambelle, dolciumi, non offrendogli mai nulla, non pensando neppure che gliene potesse correr l’acquolina alla bocca. E il giorno di Natale, il gran giorno delle allegrezze di tavola, dove lo faceva egli? Ci pensai una volta, e proprio un mattino di Natale, quando la mamma mi disse: «Senti? saresti capace di fare un’imbasciata, ma per benino, senza perderti tre ore in istrada, secondo il tuo solito? Dovresti andare fino al porto, a bordo del «Lazio», e invitare da parte nostra il cugino Francesco a far Ceppo con noi. È un giorno che va fatto in famiglia; e chi non ci ha la famiglia, deve farlo dai parenti.» Promisi di far presto e bene, tanto mi piaceva di andare a bordo del «Lazio», che era un bastimento del mio nonno paterno, e dal mio cugino Francesco, che ne era il capitano. Ma prima di correre, avevo domandato a mia madre: «E chi non ha parenti dove lo fa?»
— Dagli amici; — mi rispose mia madre.
— E chi non ha amici? — incalzai.
— Tristo chi non ne ha, perchè non ha meritato di averne, o è stato tanto disgraziato da non trovarne! —
Così aveva replicato la mamma; ed io, parendomi di aver mascherata abbastanza con quei discorsi la mia voglia di scappar fuori, insaccai le scale per correre al porto. Dalla piazza della Maddalena al porto non era un gran tratto. Si rasentava il palazzo dei Multedo, si lasciava la via degli Orefici a destra e la Quarda Superiore a sinistra; s’infilava un archivolto, si riusciva in piazza Colombo, e la calata era là, in fondo alla piazza, coi suoi bastimenti accostati. Era un affar di due minuti, con le gambe di sette anni che avevo. Ma alla svolta di via Quarda mi tornarono a mente le parole della mamma. E dissi tra me: «Povero signor Segni, quest’oggi! Non ha famiglia, non parenti, nè amici.»
Non amici! Ah, questo, poi! E mi avvenne, così pensando, di non infilar l’archivolto, ma di svoltare a mancina, verso la Torre. Dove sarà il signor Segni, a quest’ora? Lo troverò in casa? Casa, per modo di dire; sapete già che era uno stanzone, d’aspetto così così, tra la cantina e il granaio.
L’uscio era chiuso; bussai. Venne il signor Segni ad aprirmi, il signor Segni senza il peso del ferraiuolo sulle spalle, ma sempre con quello della campagna di Russia. E doveva anche, così, in maniche di camicia, aver freddo come al passo della Beresina, quantunque in mezzo alla camera ci fosse un caldano acceso, su cui il nobile vecchio aveva messo a bollire un pentolino, donde, insieme col fumo, saliva alle nari odor d’aglio e cipolle.
— Vedi? — mi disse il mio antico maestro. — Si fa Natale anche noi, col pan cotto.
— No, signor Segni, — balbettai, — mia madre....
— Ebbene, che cosa vuole tua madre?
— Che lei venga a far Natale da noi. Si pranza al tocco, sa?
— Ma io....
— Badi, l’aspettano. Io ora debbo correre al porto, per avvisare il cugino Francesco.... il capitano del «Lazio»... Anche lui, qua di passaggio, è senza famiglia; fa Natale con noi. —
Il signor Segni voleva aggiungere qualche cosa; ma io gli guizzai dalle mani, per timore che mi dicesse ancora di no. Corsi al porto; montai a bordo del «Lazio»; feci l’imbasciata dei miei al cugino Francesco; trovai ancora il tempo d’inerpicarmi sulle sartie, facendomi abbaiare dietro dal cane di bordo e rincorrere dal nostromo fin sopra alla crocetta dell’albero di mezzana; dopo di che, ricevuto un amorevole scapaccione dal capitano e il biscotto dell’ospitalità dal dispensiere, balzai sulla calata, e due minuti dopo ero a casa.
— L’hai fatte le cose per bene? — domandò mia madre.
— Sì, e verranno tutti e due.
— Tutti e due? C’è qualcun altro, dei nostri parenti? Il Domenichino forse?
— No, nessun parente.
— Allora?....
Allora, bisognò raccontare ogni cosa. E mi esciva male, dalla gola, il racconto della mia duplice impresa.
— Infine, — conchiusi, — non mi hai detto che chi non ha famiglia, o ne è lontano, va oggi dai parenti? e che chi non ha parenti, va dagli amici? Il signor Segni non n’ha neanche di questi, e non se l’è meritato. —
Mamma non mi rispose nulla, e non mi lasciò neanche veder la sua faccia; andò nella camera del babbo, probabilmente a raccontargli la mia alzata d’ingegno, ed io andai a nascondermi nel canto più lontano della casa. Ora viene la musica! pensavo. Ma non venne nulla. Cioè, correggiamo: venne alla sua ora il cugino Francesco, e dopo di lui il nobile Segni, con la sua campagna di Russia sul groppone e col suo ferraiuolo di panno turchino sulla campagna di Russia. Il pover’uomo si confondeva ancora in complimenti, quando mi chiamarono a tavola. Egli era là, seduto alla destra di mamma, che seguitò a non dirmi nulla. Neanche babbo mi parlò, se non per domandarmi se volevo ancora della tal cosa o della tal altra. Ma finito il pasto, mi diede qualche cosa che non avevo domandato; uno scappellotto, nel quale mi parve di sentire una intenzione sommamente benevola.
Il signor Segni, quella sera, prima di congedarsi, mi prese una guancia tra l’indice e il medio.
— Folletto! — mi diceva frattanto. — Ti perdono, sai?
— Mi perdona?... — balbettai. — Che cosa?
Ed egli allora, rifacendo la cantilena infantile de’ suoi scolaretti, mi mormorò all’orecchio:
Signor Segni Mostra legni!
Capii finalmente; ma non mi parve giusto, neanche col perdono, il rimprovero.
— Ma la cantavano tutti; — osservai.
— Sicuro; ma tu l’avevi inventata, briccone!
Ed era vero, pur troppo; era stato quello il mio primo saggio di rime.
— Va là! — soggiunse il nobile signor Luigi Segni. — Ti perdono egualmente i tuoi versi. —
E così siano perdonati i vostri, o lettori, dovunque li abbiate perpetrati, comunque vi siano riesciti, a qualunque scuola appartengano.
La prima capannuccia.
Le mie tenerezze per il Natale non hanno preso argomento dai confetti, nè dal panettone, bensì dalla capannuccia e da Gesù bambino. Milano, vecchia ed illustre città, che fu bambina anche lei, custodisce in Sant’Eustorgio l’area sepolcrale dei tre Re; io, mezzo vecchio e niente illustre, conservo con egual religione un pecoraio della mia prima capannuccia. Avevo anche serbato Gesù bambino, quantunque un po’ sbreccato e con la raggiera di meno; ma ora non so più dove sia. Forse non mi ha creduto degno, ed è passato in mani migliori. Pure, io l’ho amato molto, quel Dio così dolce e così mite, nato povero, vissuto d’amore per gli uomini, morto in croce per compenso dell’amor suo, ma fatto solenne esempio a tanti animosi, che lieti morirono, confessando il suo nome. Sentite.... Ma no, basta così: vo’ darvi un racconto, non farvi una predica.
Avevo otto anni e dieci giorni, quando ebbi in casa mia la prima capannuccia. In casa mia, capite? e tutti i miei compagni sarebbero venuti a vederla, a recitarle il discorsetto in versi. Da due anni mio padre me la prometteva; ma un po’ per questa ragione, un po’ per quest’altra, non aveva mantenuta la promessa. Finalmente, al terzo anno, mi disse, ed io ripetei tosto ai compagni: — questa volta, si fa.
Venne il giorno di Santa Lucia, e mio padre non parlò punto di comperare i pastorelli, nè il resto. Debbo dirvi qui che il giorno di Santa Lucia, a Savona, c’è mercato di figurine da presepio, tutte di terra cotta, dipinte ad olio, d’ogni forma e misura. I miei compagni, coi quali avevo fatta la scappata sulla via di San Giacomo, per ammirare le mostre dei figurinai, mi dissero: — come? non comperi nulla?
— Ci pensa mio padre; — risposi con gran sicurezza.
Ma dentro di me non ne avevo poi tanta. Si andò al 23 di dicembre, cioè alla vigilia dell’Avvento, senza che ci fossero le figurine in casa. Che figuraccia, coi compagni! Ma proprio quel dì, ritornando da scuola, vidi nell’anticamera, presso la finestra, un gran fascio di verde. Lo aveva portato dal podere il vecchio Menico, un nostro fittaiuolo. Mi buttai su quel prezioso fastello, e contai quattro bei tronchi d’alloro, vestiti di lunghi e folti rami, due tronchi di corbezzolo, due di ginepro, da dieci a dodici cespi di pugnitopo, e musco e borraccina a tutto pasto. Ballai davanti a quel fascio di verde, come il re David davanti all’Arca del Signore.
— E i pastori? — chiesi a mio padre, quando fu l’ora del pranzo.
— I pastori.... sono in Betlemme. Aspetta che scendano. —
Non ne ero persuaso, ma dovetti aspettare egualmente. La mattina appresso, mio padre mi diede quaranta soldi e mi disse: — va dal Bianco a provvederti d’ogni cosa.
Quaranta soldi, era una gran somma, allora! Strinsi forte, per paura che mi fuggisse, e corsi dal Bianco: un uomo alto, tarchiato, barbuto e butterato, che formava le figurine da presepio in una botteguccia della salita di Monticello, sul canto dei Pico. Allora i pastori dei due sessi, con capretti, polli, canestri d’uova e simili sulle braccia, costavano un soldo l’uno. Un pecoraio, perchè seduto contro un ceppo d’albero, con un ramo sulla testa e la piva sulle ginocchia, costava due soldi, come l’asino e il bue. Giuseppe e Maria, perchè più alti, e perchè decorati, questa di raggiera indorata, e quello di bastone fiorito, costavano tre soldi ciascheduno. Il bambino, piccolissimo, ma con la raggiera dorata anche lui, scendeva solamente a due soldi.
Il conto fu presto fatto: dodici soldi per i personaggi principali e per i loro due complementi; due per un pecoraio, quattordici; uno per cinque pecore, quindici: mi avanzavano quattrini per venticinque pastori dei due sessi. Il Bianco mi diede l’angiolo soprammercato. Mancava la scritta; ma a questa avrei pensato io, calligrafo insigne. L’essenziale era che il babbo mi facesse la capannuccia.
— Questa sera, dopo cena; — mi disse egli, prendendo il cappello per andarsene.
Ah, quella sera, come fu lunga! E come noiosi quei parenti, quegli amici, venuti a far la vigilia con noi, e che non dicevano mai di andarsene! Cosa inaudita in una cena savonese di quei tempi, alle dieci erano ancora a tavola. Li avrei strozzati con le mie mani, se essi fossero stati serpenti, ed io Ercole.
Finalmente partirono. Alle undici mio padre si decise.
— Contentiamo questo impaziente! — esclamò. — Hai carta straccia?
Ne avevo, e molti fogli, già incollati insieme, poi spruzzati di rosso, di nero, di bianco, perchè simulassero il granito.
Mio padre aveva preso l’uno dopo l’altro i quattro bei tronchi di alloro; li aveva legati saldamente con certe funicelle ai quattro piedi di un tavolino; quindi ne aveva ripiegate ad arco le vette, e congiunte e legate, perchè facessero cornice. Sulla lastra del tavolino pose due scatole da cappelli, generosa offerta di mamma, che dovevano formare il nocciolo di due montagne; le congiunse con una lista di legno, che faceva ponte nel mezzo; vi stese sopra la carta straccia, un po’ stazzonata, acciaccata e ripiegata come veniva, affinchè simulasse meglio le anfrattuosità della roccia; poi musco e borraccina da per tutto: ginepri, corbezzoli e pugnitopi a incoronare i greppi, lungo la parete, per far da boscaglia; lì sotto al ponte, diventato un arco naturale della rupe, un pezzo di specchio per fare la lontananza; e così il paese in tre quarti d’ora era fatto.
— Mancherà Betlemme! — disse mio padre.
— Oh no, eccola qui; — gridai, tirando fuori un ceppo di case di cartone, che m’era costato una settimana di lavoro. L’opera era condotta secondo certe leggi statiche e norme prospettiche tutte mie; i colori stridevano, ma ridevano anche; le torri pendevano in istile bolognese; i merli non fischiavano, aspettando forse d’esser fischiati. Ma che importava ciò? C’era anche la capanna per il divino Infante, e così alta, che raggiungeva quasi il colmo della montagna. Ma mio padre non badò a queste inezie; collocò Betlemme sovra l’eminenza più lontana, mascherandola a mezzo tra i pugnitopi, che facevano da abeti; piantò la capanna dall’altro lato, celandola un pochettino nella frappa degli allori; poi seminò pastori e pastore da per tutto, sul piano e sul declivio dei monti. Il pecoraio ebbe alloggio in una cavità, naturalmente offerta da una piega della carta straccia; le cinque pecore gli si ammucchiarono da’ piedi, contendendosi la stessa zolla di borraccina; l’angiolo spenzolò da un fil di seta, davanti alla capanna fortunata, levando in alto la scritta: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.» Ci avevo fatto capir tutto, io; per contro, era così fitto il carattere, che non ci avrebbero capito nulla i visitatori. Giuseppe e Maria furono posti ai due lati dell’ingresso; l’asino e il bue ai loro piedi; ma l’orologio del Duomo scoccò le dodici ore, e il bambino Gesù non era ancora deposto sul pannilino di raso bianco, guarnito di trine, che aveva preparato per quella occasione mia madre.
— Ahimè! — gridai. — Mezzanotte!
— Ebbene? — disse il babbo; — aspetta che suoni da capo; il punto giusto è nel mezzo. —
Infatti, non erano ancora ribattute le ore, e il bambino era messo a posto, tra i due animali accoccolati. Io mi accostai col lumino, che posi nel mezzo a rischiarare la scena, e recitai il complimento:
De’ puri affetti miei, O pargoletto Iddio, Darti un pegno vorrei.... Ma son fanciullo anch’io. Non ho capretti, agnelli, Nè fior’ nè pomi belli; Ho un cor che tutto è mio, Tutto tel dono, o pargoletto Iddio.
Il pargoletto Iddio mi sorrideva. Sicuramente egli accettò il dono del mio cuore, ma non lo prese; me lo lasciò in deposito, e quel suo sorrisetto aveva l’aria di dirmi: — Va, me lo riporterai più tardi, a quella tal ora. —
Ahimè, povero cuore, in che stato glielo riporterò io! O non era meglio che me lo accettasse subito? Era un cuoricino di otto anni, tenero, vermiglio, senza la più piccola tacca; mentre ora, tra lividi, incisioni e graffiature.... Io, già, sentite, da un pezzo non lo guardo più. Mi cascherebbero le braccia.
La mia presa di Peschiera.