...Sorella di Messalina: Romanzo

Part 2

Chapter 23,754 wordsPublic domain

--Fuggo!--disse.--Voi siete una terribile donna!

E si chinò, quasi ironico, a baciarle la mano.

Solo, nella strada, nel pallido e prosaico tramonto cittadino, il giovane sorrise ancora ripensando la grottesca e macabra posa di costei.

--Basta!--disse, aggiustandosi al collo il bavero del soprabito.--Quella donna è un'esaltata e un'isterica. Non ci andrò più.

VI.

Mantenne per tre giorni il saggio proponimento. Poi le scrisse chiedendo di rivederla. Ella non rispose.

Allora la sera seguente, andò da lei.

La trovò, elegantissima, circondata da molta gente: uomini noti ed ignoti; donne della società e dell'arte. Si rivelava una perfetta padrona di casa, calma, corretta e cortese.

E Alberto stupito si domandò:--Era questa la donna dell'annuncio? Era questa la Messalina dall'elenco di amanti morti?

--E come--si chiedeva il giovane, con una tazza di thè in una mano e un sandwich nell'altra,--come erano morti?...

De Courcy doveva essersi suicidato. Gilberto Nelson?... Egli ne ricordava la fine improvvisa in una casa di salute; se ne era assai parlato qualche anno addietro... Degli altri Alberto non aveva mai udito il nome.

Quando gli altri invitati si congedarono, egli restò.

Appena furono soli ella cambiò atteggiamento. Al giovane parve che i suoi lineamenti si trasformassero. Non era più la signora di pochi istanti prima, calma, dignitosa e corretta; gli occhi verdi ridivennero triangolari; le labbra ch'ella mordeva convulsamente eran scarlatte; stringeva con violenza alle narici il fazzoletto intriso d'etere.

Alberto turbato le s'inginocchiò dinanzi, e piegò il volto sul braccio di lei, fresco alla sua guancia accaldata.

--Raimonda!--mormorò convulso--amami! amami!

--Ma ti amo! ti amo! Non hai compreso che ti amo?--singhiozzò lei.

E colle due mani gli alzò il viso e gli affondò nelle pupille lo sguardo violento, assetato di voluttà.

Al giovane ella apparve d'un tratto intristita, avvizzita, pietosa. Ed egli pensò che la donna è meno bella quanto più è ardente, meno inebriante quanto più è appassionata, meno commovente quanto più è commossa.

Con subitaneo finissimo intuito ella parve leggergli in fronte quel pensiero. Si riprese, subitamente calmata, sorrise, lo cinse col braccio e gli battè lievemente le dita sulla schiena, come se suonasse il pianoforte.

--Ma tu, dopo ciò che ti ho detto, tu hai forse paura di me!

--No! no! non ho paura--esclamò il giovane, ripreso a sua volta dalla passione.--Hai detto che amarti era la morte! Ebbene, io non ho vissuto prima di amarti!

--Nè vivrai dopo di avermi amata,--disse, accarezzandogli con mano leggerissima i capelli.

Di nuovo egli si sentì urtato da questa asserzione sensazionale che gli parve assai spostata.

Che strana manìa era questa, di voler drappeggiare un grazioso idillio, una piacevole avventura, nel manto tenebroso della grande tragedia?...

Tuttavia, riflettè Alberto, se questa donna voleva ad ogni costo un amore truce e macabro, una passione alla Grand Guignol, bisognava accontentarla. Egli intonerebbe in minore la sua passione e avvolgerebbe di veli neri le rosse fiamme del suo desiderio.

Già. Le donne sono delle strane creature. Bisogna prenderle come sono.

Ed egli la prese com'era.

VII.

Com'era?

Era feroce e dolce, era magnifica e mostruosa. In lei l'amore era qualcosa di convulso e di atroce.

E il giovane, da principio stordito e quasi respinto da tanta feroce frenesia passionale, disse a sè stesso:

--Di questa donna mi stancherò presto.

Ma non se ne stancò.

Poichè ella si rivelò un'amante portentosa. Un'amante di profondo e prodigioso intuito; di una sensitività acre e morbosa, di una sensibilità fantasiosa e ispirata. Era così varia e sorprendente che al giovane pareva di conoscere in lei tutta la muliebrità del mondo. Ella era mille donne! Era tutte le donne. Era _la donna_!

Ora appariva all'amante candida come una bimba; ora corrotta come una meretrice. Oggi ostentava una lubrica depravazione, domani una sognante idealità. Oggi era commovente di ingenua dolcezza, domani spaventosa di delirante lussuria.

Egli la lasciava a tarda notte sopita in un letargo mortale, quasi inabissata nell'inerte stupore di un ipnotico; e, dopo qualche ora, la ritrovava, lieta e candida, gaia e fanciullesca.

Nei soleggiati meriggi uscivano insieme ed ella era con lui saggia e positiva, consigliatrice affettuosa, amica dolce e quasi materna.

Nei ritrovi mondani si rivelava la dama spirituale e corretta, di una dignità calma e irreprensibile...

E la sera, ecco! gli si abbatteva tra le braccia, empia e violatrice, iena, furia, vampiro!

Alberto ne fu avvinto e travolto. Egli che fino allora, con altre donne, era sempre stato un amante blando, temperato e sufficiente, con lei divenne un vulcanico amatore, un amante sovrumano e trascendentale. Turbini e tempeste gli scotevano i nervi. Ed egli sentiva di essere un uomo speciale, prescelto, eletto! Sentiva di essere un dio.

Andava intorno per la città con aria spavalda e sprezzante; disdegnava le donne, insultava gli uomini, si pettinava come un _apache_, si profumava il fazzoletto coll'etere. Dipingeva con balda iattanza, sbattendo sulla tela delle spennellate sprezzanti e disdegnose.

E trattando così, con altezzosa villania, gli uomini, le donne e l'arte, si fece molto notare ed apprezzare.

Ed essa lo amò. Lo amò con frenesia ed estasi, con rapimento e strazio.

Ben presto venne l'epoca, come in tutti gli amori, in cui ella non volle più vedere nessuno all'infuori di lui; nè amici, nè amiche, nè conoscenze, nè estranei. Lo rinchiuse nella sua passione come in una fortezza, esigendo da lui il passato, il presente e l'avvenire, chiedendogli la rinuncia ai suoi ideali, alle sue aspirazioni, alla sua individualità.

Conobbero insieme l'acre tedio e la snervante dolcezza della perenne solitudine a due.

E la donna, talvolta, ne fu quasi soddisfatta.

_Trop suffit--quelquefois!--à la femme!_

Ma nei convulsi allacciamenti saliva sempre dal cuore di lei--macabro ritornello--il desiderio della morte.

La morte!... Quella parola come un funebre rintocco accompagnava in lei la voluttà.

E a poco a poco il giovane sentì quel delittuoso e voluttuoso sospiro sferzargli i nervi come un possente, oscuro afrodisiaco.

. . . . . . . . . . . . . .

Infine la fosca furia e lussuria di lei vinse e travolse anche l'uomo. Gli scavò nell'anima degli abissi insospettati. Lo avvolse e sconvolse, lo soggiogò e bruciò.

In breve egli non comprese più come si potesse «amare in letizia», compiere con baci e sorrisi il feroce e tragico rito d'amore.

E calò nelle sue braccia come in un abisso.

PARTE SECONDA

VIII.

Un giorno di febbraio Alberto ricevette dal paesello sul Veronese dove viveva la sua famiglia--il padre medico condotto, la madre mite e semplice massaia, e Betty, la sorellina, soave fiore diciottenne--un telegramma. Betty era ammalata.

Egli si precipitò da Raimonda: la baciò, l'abbracciò, ascoltò distratto le sue parole di rammarico, e partì per San Vincenzo col cuore angosciato.

La sorellina guarì quasi subito: ed egli dopo pochi giorni fece ritorno in città.

Passò nello studio in corso Cairoli a prendere la sua esigua e poco interessante corrispondenza, indi si recò subito da Raimonda.

Non c'era. Era partita.

--Partita!

La cameriera, magra e maliziosa, non sapeva dove fosse andata. La cuoca, grassa ed intontita, non sapeva quando sarebbe tornata.

Alberto rientrò nel suo studio di cupo umore.

Passarono tre giorni, tre giorni di tormento e d'ansia per il giovane; indi Raimonda ritornò.

Era pallida e sciupata. Spiegò ad Alberto ch'era stata da una parente inferma, a Recoaro, e che non aveva mai dormito.

--Ho passato delle notti infernali,--disse sbadigliando, e togliendosi la pelliccia di cincillà, magnifico indumento che Alberto non le conosceva;--... delle notti infernali!

Si mise a letto subito e dormì fino al meriggio dell'indomani.

Quando rivide Alberto volle sapere tutti i particolari della malattia di Betty; ciò che non lasciò a lui il tempo di informarsi sui particolari dell'infermità della parente di Recoaro.

IX.

Dopo questa breve separazione si amarono come prima.

O più di prima? O diversamente di prima?

Alberto se lo chiedeva talvolta. Gli pareva ch'ella lo abbracciasse con maggior tenerezza e con minore frenesia.

Pareva divenuta più dolce, più buona, e più paziente; certo, era meno viziosa, meno torva e appassionata.

Alberto se ne felicitava come di una vittoria propria, dovuta al suo semplice e sano modo di concepire la vita e l'amore. L'elemento spasmodico, febbrile, morboso scemava nella loro relazione...

Era bene, era giusto che fosse così,--rifletteva Alberto tranquillizzato, ma non senza una lieve punta di rimpianto.

Egli allora ricominciò a pettinarsi meglio; riprese a dipingere con maggior cura, e si profumò il fazzoletto semplicemente coll'acqua di Colonia.

X.

S'avvicinavano le feste di Pasqua. E alla vigilia della Domenica delle Palme giunse ad Alberto la notizia che tutta la sua famiglia si sarebbe recata a trovarlo e a passare con lui, in città, la Settimana Santa.

Alberto, turbato ma pur rallegrato da questa novella, si recò dall'amante colla lettera in tasca.

Trovò Raimonda tutta sorrisi nel suo salotto pieno di fiori; un orario ferroviario e una carta della Riviera erano aperti sul tavolo dinanzi a lei.

--Ho un progetto delizioso,--disse ella alzando verso Alberto il volto fine, irradiato da quel sorriso a un tempo malizioso e infantile, che da un pezzo il giovane non le aveva veduto più.--Andiamo a passare dieci giorni a Bordighera. Sfuggiremo a questa lugubre atmosfera quaresimale e alla più lugubre allegrezza festiva che seguirà. E là, in faccia alle azzurre acque danzanti del mare, sui tappeti d'erba nuova già costellati di primule e pervinche, io mi rinnamorerò di te, o mio giovane amante cittadino! che non ho mai veduto se non su uno sfondo di strade e di piazze, di portici e monumenti. Sei contento?

--Oh, peccato!--esclamò Alberto.--Perchè non me l'hai detto prima?

Il volto di lei si fece subitamente duro e ostile.

--Che cosa c'è?--chiese con la voce un poco aspra che Alberto di recente aveva imparato a conoscere e temere.

Egli trasse con riluttanza la lettera di tasca.

--Vedi... è la mia gente che mi scrive...

E le porse il foglietto.

Ma Raimonda aveva voltato il capo ed egli non le vedeva che la sottile e rigida linea della guancia e del mento.

--Leggi, dunque!--insistè--leggi ciò che mi scrive la mia famiglia.--E per ammansarla si chinò a baciarle i capelli ondulati e profumati, ritoccati all'henné.

Ella ritrasse di scatto il capo come una viperetta che voglia mordere.

--La tua famiglia! la tua famiglia!... non seccarmi l'anima con la tua famiglia.

Alberto tremò. Sentì una vampata d'ira salirgli dal cuore alla fronte.

--Non mi pare di averti seccata molto colla mia famiglia,--disse.--Ma mi guarderò bene, d'ora innanzi, dal parlartene.

--E te ne sarò grata,--fece lei sarcastica e pungente. S'alzò e uscì dalla stanza.

Alberto rimase solo nel salotto profumato, di fronte all'orario ferroviario aperto e alla carta della Riviera stesa sulla tavola. I fiori olezzavano nei vasi, il grande oriolo _Empire_, colla sua stolida faccia circondata di smalto rosso, ritmava il tempo con battito forte. Alberto mosse qualche passo per seguire la sua amante, poi si fermò. Il battito di quell'orologio nel silenzio gli martellava il cervello come un monito, come un avvertimento.

Quanti minuti, quante ore, quanti giorni, quanti mesi della sua vita--della sua vita breve, unica, preziosa!--aveva egli già dato a questa donna? A questa donna nè buona, nè giovane, nè bella, che lo aveva ammaliato, infatuato, stregato? A questa donna che non lo amava più, e che lui, forse, non aveva mai amato?

--Ah! Ne ho abbastanza, ne ho abbastanza!--disse all'orologio e a sè stesso.

E uscì, sbattendo la porta.

XI.

L'indomani mattina Alberto era alla stazione ad aspettare l'arrivo dei suoi parenti. Camminava in su e in giù sotto la risonante tettoia; i fischi dei treni in arrivo e in partenza gli laceravano le orecchie e gli straziavano i nervi. E in cuor suo pensava:

--A quest'ora avrei potuto partire con lei!

Partire con lei! Trovarsi, con lei sola, davanti alle danzanti acque del mare! Camminare accanto a lei sui prati d'erba nuova, stellati di primule e pervinche!... Anche lui non l'aveva mai veduta all'aperto se non sullo squallido sfondo di grigiastre case, di strade affollate, di piazze rumorose. Avrebbe potuto finalmente camminarle accanto nella frizzante brezza mattutina, vederla libera nelle vesti svolazzanti, col viso senza velo e la mano senza guanti, più fresca, più semplice, più sua!... Avrebbe potuto--oh, meraviglia!--addormentarsi la sera tenendola tra le braccia, risvegliarsi al mattino col capo sul suo seno. Ah! quel risveglio meraviglioso degli amanti, ch'egli con lei non aveva mai conosciuto!...

Un altro fischio, prolungato e villano, gli squarciò l'udito. Era il treno di Verona che entrava nella stazione. Egli si avanzò con lunghi passi volgendo al convoglio il viso torvo e pallido, interrogando gli innumerevoli visi sconosciuti affacciati agli sportelli che sfilavano--dapprima rapidi, poi rallentando--al suo sguardo.

Ma, ecco! ecco! da uno dei finestrini si sporgeva «la sua famiglia!»--la mamma, con un cappellino nero sui capelli grigi; la sorella, con un cappellino grigio sui capelli neri; e accanto a loro la cuginetta Alix, con un cappellino rosso sui capelli biondi. Come mai era venuta anche Alix? Poi Alberto scorse all'altro finestrino anche suo padre e il padre di lei, lo zio Mario; sporgevano i visi tondi e abbronzati, dai baffi un po' lunghi e spioventi come nessuno li porta più; tutt'e due ridevano, e gli facevano allegri cenni di saluto colla mano.

Scesero; e vi furono abbracci, esclamazioni, interrogazioni.

--Dov'è la cappelliera?... E come stai? Sei sempre stato bene?... La valigia nera, chi l'ha?... Sembri un po' dimagrito... E gli ombrelli?... Ci vorrà un facchino...

Poi si avviarono tutti insieme verso l'uscita, dove ciascuno porse al controllore il suo biglietto di seconda classe.

E al momento che essi uscivano, ecco arrivare Raimonda, molto elegante e corretta nell'attillato abito da viaggio cenerino. Accanto a lei camminava un uomo--un uomo che Alberto non conosceva--pallido, alto, aristocratico, sulla cinquantina. Li seguivano la cameriera e due facchini portando le poche irreprensibili valigie, i mantelli e i soprabiti.

Essa passò vicinissima, sfiorando il gruppo senza aver l'aria di accorgersene.

La sorella e la cugina di Alberto si volsero a guardarla, ridendo, con commenti ingenui.

XII.

Durante la settimana santa Alberto accompagnò la sua famiglia di quà e di là, in chiese e cappelle, in musei e ristoranti.

Davanti agli altari di Cristo velati di nero le tre donne s'inginocchiavano, mentre i tre uomini stavano in piedi dietro a loro, aspettando che avessero finito di pregare.

Ogni sera Alberto, rientrando solo nelle sue stanze, portava nella rétina la visione di quelle tre donne inginocchiate: il cappellino nero, il cappellino grigio, il cappellino rosso; e le tre nuche dai capelli grigi, dai capelli neri, dai capelli biondi.

Chi sa che cosa domandavano a Dio quelle tre creature? Forse ciò che domandano tutte le donne. La pace? la gioia? l'amore?

Certo la cuginetta dagli occhi ceruli sotto al cappello rosso domandava l'amore. Lo domandava, o pareva domandarlo, a tutti, con tanta timida ingenuità, con tanta soave incoscienza, ch'era difficile (qualora se ne avesse nel cuore) poterglielo negare. Lo domandava coi gesti e cogli atteggiamenti, coi sorrisi e coi sospiri, coll'arrossire e coll'impallidire; con tutto lo domandava, eccetto che colla parola.

E Alberto, durante quei sette sacri giorni primaverili, vedendola camminare vezzosa e composta accanto a sè, e prendendole con affettuosa intimità il braccio sottile, più di una volta pensò che a quel muto, innocente e appassionato appello sarebbe stato dolce il rispondere.

Ripartirono.

Alberto ritornò nel suo studio e cominciò l'abbozzo di un quadro che doveva intitolarsi «Tre donne preganti».

Dopo un'ora gettò via i pennelli.

Raimonda!... Dov'era? Che cosa faceva?

Durante tutti quei giorni egli non aveva cessato di ripetersi che essa gli era uscita dal cuore; e assai se ne felicitava. Cento volte al giorno diceva a sè stesso con illogico compiacimento:--Se Dio vuole, a quella donna io non ci penso più!

E si meravigliava che gli fosse stato così facile l'oblìo.

Ma ora, ecco--era solo. E guardandosi nel cuore ritrovò l'imagine di lei: torreggiante, dominatrice, invitta.

Dov'era? Forse in riva alle acque danzanti del mare, con quell'amico grave, pallido, aristocratico, ch'egli aveva veduto passare al suo fianco?...

Alberto strinse i denti e i pugni e giurò a sè stesso che non l'avrebbe riveduta mai più.

Quella sera stessa ritornò a lei.

XIII.

Un giorno, recatosi a trovarla a un'ora inconsueta, Alberto non la trovò: la cameriera gli rispose un poco turbata:

--La signora è uscita.

--Da molto tempo?

--No, da pochi minuti.

--In quale direzione?

La cameriera accennò con prontezza a mano sinistra. Allora con uguale prontezza Alberto, cui pareva ormai di conoscere l'anima femminile, volse a destra, e si inoltrò rapido verso il Valentino.

Il Po era grigio e freddo; gli alberi brulli; i viali quasi deserti.

Giunto vicino al Castello Medioevale Alberto scorse, in un sentiero laterale, due figure, un uomo e una donna; gli parve di ravvisare il chiarore argenteo di un mantello di cincilla; affrettando il passo riconobbe davanti a lui--allontanandosi da lui--la nota figura snella e un poco languida, le esili spalle spioventi e l'andatura così caratteristica di Raimonda--andatura a un tempo affettata e negligente, come di chi bada dove mette il piede ma non si cura di dove va.

Accanto a lei, stretto al suo braccio, era un uomo: il corpo alto, dritto di spalle, sottile di fianchi denotava la gioventù. Camminavano lentamente.

Alberto sentì il sangue fluirgli in una ondata violenta alle tempia; il cuore gli batteva in gola. Precipitò il passo fino quasi a raggiungerli, poi si fermò.

Come se avesse percepito la sua presenza, anche l'uomo davanti a lui si arrestò d'improvviso e rimase immobile come in ascolto. Ma non si voltò indietro; fu Raimonda che, forse avvertita da lui, si volse a guardare chi li aveva seguiti.

Scorgendo Alberto ella ebbe un piccolo sussulto; quindi, a grande sorpresa di lui, portò rapida un dito alle labbra come per imporgli il silenzio. Rivolta al compagno, disse a voce chiara ed alta:

--È il barcaiuolo.--Poi si trasse in disparte facendo cenno ad Alberto che passasse davanti a loro.

Egli esitò; ma lanciato uno sguardo allo sconosciuto vide brillare sotto l'ala del cappello di feltro un paio di grandi occhiali azzurri. Comprese che era cieco. Allora senza una parola ubbidì alla silenziosa ingiunzione di Raimonda. Essa gli lanciò al passaggio un fuggevole sorriso.

Alberto oltrepassò rapido i due e giunto al ponte Isabella volse a destra e tornò in città.

Chi poteva essere costui?... Raimonda non aveva mai parlato di un amico o di un parente colpito da questa sventura...

Quella sera si recò da lei; la trovò pallida e commossa.

--Hai pianto!--disse lui, scrutandola.

Ella chinò il capo.

--E quel giovane d'oggi, chi era?

La donna non rispose subito; allora egli ripetè la domanda.

Ella esitò ancora un momento prima di pronunciare il nome.

--Adriano Scotti,--disse finalmente.

--Adriano Scotti... non mi è nuovo quel nome,--meditò Alberto, mentre nelle chiare pupille di lei lampeggiava uno sguardo inquieto.--Adriano Scotti... Non ricordo più che cosa ho udito sul suo conto. Qualche storia strana...--E rivolto a lei:--È un cieco di guerra?

Ella scosse il capo.

--No,--disse affrettatamente. E subito lo trasse a sedere accanto a lei e gli parlò di un nuovo quadro di Giulio Graziani ch'ella aveva veduto alla Promotrice.

--Giulio Graziani! quell'imbrattamuri! quell'anamorfo sgorbiatore!--esclamò Alberto; e si lanciò in una disquisizione critica veemente ed arguta, durante la quale Raimonda, cogli occhi trasognati fissi in lui, pensava a tutt'altro.

PARTE TERZA

XIV.

Raimonda ora, ogni tanto, spariva. Senza preavviso, senza lasciar detto nulla, partiva e rimaneva assente talvolta un giorno solo, talvolta tre o quattro giorni, talvolta anche una settimana.

Durante quelle assenze Alberto si aggirava inquieto e sdegnato tra lo studio e la casa in corso Umberto, covando dei foschi propositi di rottura e di vendetta; poi, non appena la rivedeva, pur trovandola sciupata e intristita, pur sentendo quasi di odiarla, ricadeva sotto al fascino di lei. Ella, d'altronde, non faceva più nulla per avvincerlo o ammaliarlo. Ormai lo teneva. Lo teneva colla forza speciale della donna non bella, della donna non giovane, della donna non buona. Lo teneva, soprattutto, colla forza incrollabile della donna che ha amato e che sembra aver cessato di amare.

--Tu non sei mia come una volta,--ansava Alberto, stringendola convulso.

--Ma che idea! Ma perchè?...--diceva lei, ravviandosi i capelli.

--Ti sento diversa... lontana... Una volta eri tutto fuoco e furore...

--Mio caro,--sorrideva lei, respingendolo con soave noncuranza e accendendo una sigaretta,--se avessi continuato ad amarti con fuoco e furore, tu a quest'ora mi detestavi e mi tradivi.

Alberto protestò, sdegnato; ma in cuor suo sentiva che forse ella diceva il vero.

--Già,--riflettè lei pensierosa;--voi uomini siete strani. Amarvi come voi volete è il modo più sicuro di farci disamare da voi. Perchè voi ci amiate noi vi dobbiamo tradire.

--Tradire!--disse lui, fissandola colle ciglia aggrottate.--Tradire!... Orribile parola! Orribile pensiero!

--Orribile, orribile!--assentì lei con un piccolo brivido e socchiudendo gli occhi verdognoli.--Per un uomo, non so; ma per una donna, certo, il tradire è una cosa infinitamente triste.

--Infinitamente infame!--esclamò Alberto.

Ella parve non udirlo. Fissava in lui lo sguardo un po' velato, un po' lontano.

--Ciò che per noi donne vi è di più triste e tragico nei nostri inganni,--continuò lei,--è l'impossibilità di riamare un uomo una volta che lo abbiamo tradito. Per quanto disperatamente possiamo averlo un giorno amato, quando lo abbiamo tradito non lo amiamo più.

Alberto guardandola sentì una piccola stretta fredda al cuore.

--E questo è assai triste,--sospirò la donna, fissandolo collo sguardo trasognato.--È triste perchè rende vane tutte le sofferenze passate, tutte le gioie passate. Rende vano tutto.

--E perchè tradite, allora?--gridò il giovane, sdegnato, quasi rivolgesse quel grido a tutto il sesso frale e fatale.--Perchè tradite?

--Perchè?... Perchè?... Quando te lo dicessi non mi crederesti.--E china verso di lui gli prese la mano.--Vuoi conoscere la psicologia del nostro tradimento? Ebbene, sappi che noi donne non vorremmo tradire mai. Mai! Noi siamo per indole e per istinto delle creature tenere, fedeli, costanti, immutabili. Siamo «_crampons_» noi; non siamo vagabonde in amore. Quando amiamo un uomo, è per l'eternità.

Il giovane crollò le spalle con gesto incredulo. Ella continuò, veemente:

--Sì! noi amiamo con disperata angoscia, con incrollabile tenacia; amiamo con profondo spasimo di sentimento più ancora che di sensualità. La donna che ama non conosce stanchezza, non conosce sazietà; si attacca, si avvinghia, si avviticchia; e non chiede che di restare nelle braccia dell'amante, chiusa sul suo petto, per sempre!

--Ebbene?

--Ebbene, l'uomo non vuole quella frenesia di passione, quel disperato abbandono che getta la femmina ai suoi piedi come uno straccio, senza ritegno e senza volontà. L'uomo rifugge dalla catena; ha terrore dell'immutabile, dell'indissolubile, dell'eterno.

--Ma no!--protestò Alberto.--Non è vero.

Ella alzò verso l'amante il viso sottile e sagace.