Sofonisba

Chapter 2

Chapter 23,325 wordsPublic domain

MASSIN. Scipion; m'è cruda piú mille volte or l'amistá tua troppa, che non lo foran le minacce, e l'armi... Misero me!... mi squarci il cuor.--Ma, trarne nulla può il dardo radicato e saldo, che amor v'infisse. Alla insanabil piaga dittamo e tosco il tuo parlare a un tempo mi porge: ahi! questo è martír nuovo...--O ingrato fammi del tutto, e qual nemico intero trattami; o meco, qual pietoso amico, servi al mio mal... Pianger mi vedi; e il pianto rattener puoi?--Che dico? ahi vil! che ardisco dire al cospetto io di Scipione?--Insano finor mi hai visto, or non piú, no.--Fra breve saprá Scipion, di Roma il duce, a quale immutabil partito al fin si appiglia il re numida Massinissa.

SCIP. Ah! m'odi...

SCENA TERZA

SCIPIONE.

Ei mi s'invola! Il seguirò: lasciarlo a se stesso non vuolsi; a mal suo grado salvar si debbe: è d'alto core; il merta.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

SOFONISBA.

Misera me! che mai sará? qual chiude feroce arcano or Massinissa in petto? Che mai gli disse il reo Scipione? Ah! sempre, sempre il previdi, che fatale a entrambi questo campo sarebbe.--Oh Massinissa!... Or, di pianto pietoso pregni gli occhi, me stai mirando, e favellar non m'osi... Or, con tremanti ed interrotti accenti, tua pur mi chiami: or, disperati e biechi ferocemente asciutti gli occhi torci da me sdegnoso; e su la ignuda terra ti prostendi anelante; e sole invochi con grida orrende le furie infernali... Ah! nel mio petto le tue furie istesse trasfuse hai giá.--Presagio in cor di quanto minaccia a noi questo Scipione, io l'ebbi: tutto antivedo; e in un, di nulla io temo. Or ch'ei, qual debbe, aperto emmi nemico, or io Scipion vo' udire, e far ch'egli oda di Sofonisba i sensi... Ma, chi veggo venir ver me? Fors'io vaneggio?... Oh cielo! Vivo Siface?... in questo campo?... Oh vista!

SCENA SECONDA

SIFACE, SOFONISBA.

SIFACE Alto stupor pinto hai nel volto, o donna, nel rivedermi?--Esser doveva io spento: benigna in ciò la fama ebbi, ma avversa la fortuna, pur troppo!

SOFON. Oh inaspettata terribil vista! Or mi è palese appieno l'orrendo arcano...

SIFACE Infra te stessa parli? A me favella. Or, mirami; son quello, quel tuo consorte io son, che, a te posposto e regno e onor, privo d'entrambi, avvinto infra romani lacci, ancor su l'orlo della bramata tomba il piè rattengo, per saper di tua sorte.

SOFON. Oh detti!... Ahi! dove, dove mi ascondo?...

SIFACE Ah! di vergogna, e a un tratto di morte l'orme (oh cielo) impresse io veggio sul tuo smarrito volto? Assai mi parla il tuo silenzio atro profondo: io leggo dentro al tuo cor la orribile battaglia di affetti mille. Ma, da me rampogna niuna udrai tu: benché oltraggiato, e in ceppi, e da tutti deserto, ancor pur sento di te piú assai, che non di me, pietade. Conosci or, donna, s'io t'amai.--Mi è noto, che il comando del padre, e l'odio acerbo che per Roma hai nel petto, eran tue scorte al mio talamo sole; amor, no mai, tu per me non avevi. Io stesso adduco le tue discolpe, il vedi. Io so, che d'altra non bassa fiamma ardevi tu, giá pria d'essermi sposa. Amor per prova intendo: sua irresistibil forza, il furor suo, tutto conosco: e, mal mio grado, io quindi amai te sempre. A riamarmi astretta tu dalle umane e sacre leggi, amarmi non ti fu pur possibil mai.--Gelosa rabbia mi squarcia a brani a brani il core: vorrei vendetta; e, abbenché vinto e inerme, dell'abborrito mio rival pur farla quí ancor potrei... Ma, tu trionfi, o donna: piú che geloso ancora, amante io vero, col mio morir salva lasciarti or voglio.-- Perdonarti, fremendo; a orribil vita esser rimasto, odiandola, e soltanto per rivederti; ardentemente a un tempo lieta con altri desiarti, e spenta; or, come sola de' miei mali infausta fonte, esecrarti; or, come il ben ch'io avessi unico al mondo, piangendo adorarti... Ecco, fra quali agitatrici Erinni, per te strascino gli ultimi momenti del viver lungo e obbrobríoso mio.

SOFON. ...Ardirò pur, ma con tremante voce, l'alma mia disvelarti.--A dir, non molto mi avanza: in mio favor, troppo dicesti tu, generoso: a morir sol mi avanza, degnamente, qual moglie di Siface, qual d'Asdrubale figlia.--Al suon, che sparse del tuo morir la fama, è ver, ch'io ardiva la mia destra promettere; ma data non l'ho: tu vivi, e di Siface io sono. Le tue vendette, e in un le mie, null'uomo contra Roma eseguir meglio potea, che Massinissa. Di tal speme io cieca, e presa in un (nol niegherò) del suo chiaro valor, toglierlo a Roma, e farlo di Cartagine scudo ebb'io disegno. Ma, Siface respira? al suo destino, qual ch'ei lo elegga, inseparabil io compagna riedo, e non del tutto indegna.

SIFACE L'alto proposto tuo, grande è sollievo a re infelice, e a non amato sposo; ma ad un amante oltre ogni dire ardente, qual io ti sono, ei fia supplizio estremo. Giá da gran tempo entro al mio core ho fermo il mio destin, cui mai divider meco, no, mai non dei. Preghi e comandi ascolta, donna, or dunque da me... Ma Scipio a noi veggio venirne: a lui soltanto al mondo bramo indrizzar gli ultimi accenti miei.

SCENA TERZA

SCIPIONE, SOFONISBA, SIFACE.

SIFACE Odimi, o Scipio.--Innanzi a te, sparisce il simulare; innanzi a te, di niuna mia debolezza il vergognarmi è dato: tu, benché niuna in tuo gran cor ne alberghi, grande qual sei, tutte in altrui le intendi, e umanamente le compiangi.--È questa, (mirala or ben) la cagion prima è questa d'ogni mio danno; e in lei pur sola io posi ogni mio affetto. Non mi hai visto ancora tremar per me; per altri or scendo ai preghi; a forza io 'l fo...

SOFON. Non per la figlia al certo di Asdrúbal preghi. Al par di te, secura fors'io non sto?--Che puoi Scipion, tu farmi? Nata in Cartagin io, nemica a Roma, e prigioniera entro il romano campo, io pur secura sto...

SCIP. Noi tutti, o donna, pone in duri frangenti or la fatale bizzarra possa della sorte. Io lieto certo non son dei danni vostri: e indarno meco fai pompa tu dell'odio innato tuo contra Roma. Ancor che Annibal crudo da tutta Italia ogni pietá sbandisca, non io perciò contro ai nemici atroce odio racchiudo. Ove con lor mi è forza a battaglia venirne, io, vincitori, gl'invidio e ammiro ognor; vinti, gli ajuto, e li compiango.

SIFACE Ed a te solo io quindi, ciò che a null'uom non avrei detto io mai, dir mi affido...

SOFON. Che dir? Tu, per te nulla certo non chiedi al vincitore; io niego nulla da lui ricever mai; né pure la sua pietá: ch'altro havvi a dire? Innanzi al gran Scipion, chi vile osa mostrarsi? Ma, s'anca vile io fossi, il sol vedermi davanti agli occhi il distruttor de' miei, l'apportator d'ultimi danni all'alta patria mia, ciò sol farmi arder potrebbe or di magnanim'ira. Al par nemica e di Scipione, ancor che umano ei sia, mi professo, e di Roma: a farmen degna, deggio in Scipion piú maraviglia or dunque, che non pietá, destare.

SCIP. Ogni alma eccelsa, ch'abbia avversa la sorte, a me fa quasi abborrir la mia prospera.

SOFON. Funesta gioja, ma gioja pure, in sen mi brilla, or che mi è dato al fine aprir miei sensi al primier dei Romani. Intender tutti i misti affetti, a cui mio core è in preda, tu solo il puoi, che cittadino ed uomo del par sei sommo.--A chi in Cartagin culla ebbe, non men che a chi sul Tebro nacque, la patria sta, sovra ogni cosa al mondo, fitta nell'alma. In me, bench'io pur donna, femminili pensier non ebber loco, se non secondo. Amai chi meglio odiava voi, superbi Romani. Un dí nemico era a voi Massinissa; e al suono allora di sue guerriere giovanili imprese io m'accendea. Siface, allor di Roma era, non so se ligio, o amico.--Or questi son gli ultimi miei detti: a Scipio parlo, e a te Siface: il simular non giova; che il cor dell'uom voi conoscete entrambi.-- Dei primi nostri affetti assai profonde in noi rimangon l'orme: udendo io quindi, che l'ucciso Siface intera palma dava ai Romani; e Massinissa a un tempo occorrendomi agli occhi; in mio pensiero disegno io fei (forse il dettava il core) di distorlo da Roma, e di lui scudo a Cartagine fare, e a me. Nemica quí fra l'aquile vostre io dunque or venni: e l'alta speme, che in mio cor s'è fitta di ribellarvi Massinissa, in bando fatto m'ha porre assai riguardi; io 'l sento; e colpevol men taccio; e ad alta ammenda son presta io giá. Forse, con possa ignota, mi strascinava ver voi la mia sorte a dar di me non basso un saggio: ed ecco, campo or mi s'apre a dimostrare a Roma, qual alma ha in sen donna in Cartagin nata.

SIFACE L'inaspettato viver mio, ben veggo, ad ogni mira tua solo e fatale inciampo egli è: ma un'ombra vana, e breve, fia il viver mio. Cessò mia vera vita, dal punto in cui mia libertá cessava: a che restassi, il sai. Sublimi sforzi, da te gli apprendo. Ancor che orrenda piaga sien tuoi detti al mio core, a me soltanto dovevi aprirti; a vendicarmi degna io ti lasciava; e lascio...

SOFON. A vendicarci, non dubitarne, altri rimane. Ogni uomo il suo dover quí compia; il mio si cangia, al rivivere tuo.--Svelato appieno t'ho del mio core i piú nascosi affetti: mi udia Scipion; cui vil nemica io fora, se in altra guisa io favellato avessi.

SCIP. Franco e sublime il tuo parlar, mi è prova, che me nemico non volgare estimi. Deh, pur potessi!...

SOFON. Assai diss'io.--Siface, or ritrarci dobbiamo...

SIFACE In breve, io seguo i passi tuoi...

SOFON. No: dal tuo fianco omai non mi scompagno.

SIFACE E abbandonarmi pure dovrai...

SOFON. Nol voglio; e alla presenza io 'l giuro del gran Scipione.--Or via; deh! meco vieni: alle orribili tante atre tempeste che ci squarciano il core, un breve sfogo vuolsi conceder pure. Il pianto a forza finor rattenni, io donna: al tuo cospetto no, non si piange, o Scipio: ma natura vuol suo tributo al fine. Egli è da forte il sopportar le avversitá; ma fora vil stupidezza il non sentirne il carco.

SIFACE Misero me! deh! perché vissi io tanto?..

SCENA QUARTA

SCIPIONE.

Sublime donna ella è costei: Romana degna sarebbe.--Io 'l pianto a stento affreno.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

MASSINISSA, SOLDATI NUMIDI.

MASSIN. Tutti a' miei cenni, all'annottar, sien presti, co' lor destrieri; e taciti si appiattino dov'io ti dissi, o Bocar.--Tu, mio fido Guludda, intanto ad ogni evento in pronto tieni il fatal mio nappo. È il solo usbergo d'ogni re, che nemico o amico fassi della esecrabil Roma.--Itene; e nulla di ciò traspiri.

SCENA SECONDA

MASSINISSA.

O Massinissa, all'arte scender tu dei, per sostener tuo dritto?... Mai per me nol farei; ma in salvo porre io deggio pur chi nel periglio ho posto, o perir seco.--In questo luogo, e a stento, breve udíenza ottengo?... Oh ciel! cangiata ella è dunque del tutto?... Eccola... Io tremo.

SCENA TERZA

SOFONISBA, MASSINISSA.

SOFON. Io non credei piú rivederti; e in vero piú nol dovea: ma il volle (il crederesti?) Siface istesso...

MASSIN. E fu pietade, o scherno?

SOFON. Grandezza ell'era; e, a ridestare in noi ogni alto senso, è troppa. Ei stesso teco vuolsi abboccar: ma ch'io il preceda impone; e che...

MASSIN. Tal vista io sostener?...

SOFON. Men grande sei tu di lui? Teme ei la tua?

MASSIN. Né posso dirti pria...?

SOFON. Che dirai, che udire io 'l possa?

MASSIN. Nuovo martire invan mi dai: va' dirti, ch'io quí ti trassi, e che sottrarten voglio, ad ogni costo, io stesso.

SOFON. A te mi diedi io stessa, il sai; da te mi tolgo io stessa. Funesto a me il comanda alto dovere: ma, da ogni mal sottrarmi, in me son certa, seguitando Siface. Ad esser forte, dunque apprendi or da me. Di Roma è il campo questo: Scipion vi sta; tu, re, vi stai: ed io vi sto, d'Asdrúbal figlia: or dimmi; vuoi forse tu che amar volgar sia il nostro?

MASSIN. Ah! di ben altra fiamma arde il mio core, che non il tuo... Grandezza e gloria e fama, tutto in te sola io pongo... Esser dei mia; pera il mio regno; intero pera il mondo;... tu mia sarai. Perigli omai, né danni, non conosco, né temo. A tutto io presto, fuor che a perderti, sono; e pria...

SOFON. Ti basti d'aver tu sol tutto il mio core... Indegno non ten mostrar... Ma, che dich'io? la vista, la sola vista di Siface inerme, vinto, e cattivo, eppur sereno e forte, fia bastante a tornarti ora in te stesso.

MASSIN. Misero me!... Se almen potessi io solo!... Ma, di voi non son io men generoso; ben altro amante io sono: e nobil prova darne mi appresto...

SOFON. Ecco Siface.

MASSIN. --Udirmi anch'ei potrá; né di spregiarmi ardire avrete voi.

SCENA QUARTA

SIFACE, SOFONISBA, MASSINISSA.

MASSIN. Siface, al tuo cospetto or si appresenta il tuo mortal nemico; ma in tale stato il vedi, ch'ei non merta nullo tuo sdegno omai.

SIFACE D'un re fra ceppi stolto fora ogni sdegno. A me davanti se appresentato il mio rival si fosse mentr'io brando cingeva, allor mostrargli potuto avrei furor non vano: or altro a me non lascia la crudel mia sorte, che fermo volto e imperturbabil core. Quindi or pacato mi udrai favellarti.

MASSIN. Il disperato mio dolore immenso a te ristoro esser pur dee non lieve: odi or dunque, qual sia.--Mirami: in ceppi, piú inerme assai di te, piú vinto e ignudo di senno io sono, e assai men re. Giá tolto mi avevi il regno tu, ma allor per tanto tu vincitor di me non eri: ardente, instancabil nemico io risorgeva piú fero ognor dalle sconfitte mie; fin che a vicenda io vincitor tornato, il mio riebbi, e a te il tuo regno io tolsi. Ma godi tu, trionfa; intera palma di me ti dá questa sublime donna, ch'or ben due volte a Massinissa hai tolta.

SOFON. E vuoi, ch'io pur del debil tuo coraggio arrossisca...?

MASSIN. Non diedi a voi per anco del mio coraggio prova: ei pur fia pari al dolor mio.--Voi state (io ben lo veggo) securi in voi, per la prefissa morte. Degno è d'ambo il proposto; ed io l'intendo quant'altri; e a voi, ciascun per se, conviensi. Tu, prigioniero re, non vuoi, né il dei, viver piú omai: tu, di Siface moglie, e di Asdrubale figlia, in faccia a Roma pompa vuoi far d'intrepid'alma ed alta; né affetto ascolti, altro che l'odio e l'ira. Ma Siface, che t'ama; ei, che all'intera rovina sua per te, per te soltanto, s'è tratto; ei ch'alto e nobil cor, non meno che infiammato, rinserra; oh ciel! deh!... come, come può udir, che l'amata sua donna abbia a perire?...

SOFON. E potrebb'egli or tormi dal mio dover, s'anco il volesse?

SIFACE E donde noto esser puovvi il pensier mio?

MASSIN. Guidato io da furie ben altre, omai tacerti il mio non posso; né cangiare io 'l voglio, se pria spento non cado. Ad ogni costo salvare io voglio or Sofonisba; e salva ella (il comprendo) esser non vuol, né il puote, se non è salvo anco Siface.--In sella giá i miei Numidi stanno: al sorger primo della vicina notte, ove tu vogli, Siface, un d'essi fingerti, a te giuro d'esserti scorta io stesso, e illeso trarti con Sofonisba tua, fino alle porte di Cartagine vostra. Ivi tu gente, armi, e cavalli adunerai: né vinto egli è un re mai, cui libertá pur resta. Abbandonar queste abborrite insegne di Roma io voglio; e per Cartagin io, e per l'Affrica nostra, e per te forse, d'ora in poi pugnerò. Qualor tu poscia regno e possanza ricovrato avrai, sí che venirne al paragon del brando re potrem noi con re, col brando allora ti chiederò questa adorata donna; ch'or non per altro a te pur rendo io stesso, che per sottrarla a misera immatura orribil morte.

SOFON. Ineseguibil cosa proponi, e invano...

SIFACE Ei d'alto cor fa fede; me non offende: anzi, a propor mi sprona ben altro un mezzo, assai piú certo; e fia piú lieve a lui, men di Siface indegno; e in un...

MASSIN. Voi, domi dalla sorte avversa, ineseguibil ciò che a me fia lieve, stimate or forse; ma, se onor vi sprona, meco ardite e tentate. Ultimo, e sempre certo partito egli è il morir; né tolto ai forti è mai: ma a tutti noi, per ora, necessario ei non è. Scipion deluso, sol coll'alba sorgente il fuggir nostro saprá; fors'egli umano e giusto in core, rispetterá miei dritti: ad ogni guisa, mercé i ratti corsier, sarem coll'alba lontani assai. Ma, se inseguirci pure si attenta alcun, giuro che il brando io pria a Scipio istesso immergerò nel petto, che a lui rendervi mai. Questa mia spada, che me salvò gia tante volte; questa, onde il mio regno e in un l'altrui riebbi, non fia bastante a porvi entro a Cartago in salvo entrambi? Or, deh! per poco cedi; cedi, o Siface, alla fortuna: in sommo puoi ritornare ancor; né cosa al mondo tu mi dovrai. Nemici fummo; e in breve, di bel nuovo il saremo; il sol periglio di cosa amata al par da noi, fa muto l'odio e lo sdegno in noi. Supplice m'odi parlarti; in te la tua salvezza è posta. Ma se pur crudo il tuo nemico abborri piú che non ami la tua donna, intera abbine almen pria di morir vendetta. Ecco ignudo il mio brando; in me il ritorci.-- O me uccidi, o me segui.

SIFACE Oh Massinissa!... Infra il bollor della feroce immensa tua passíon, raggio di speme ancora traluce a te; vinto non sei, né inerme, né prigioniero: or tu d'altr'occhio quindi le umane cose miri. Ma, si asconde sotto serena imperturbatil fronte, entro il mio cor, piú strazíato assai del tuo, si asconde tal funesta fiamma, tal dolor, tal furor, cui vengon manco i detti appieno... A riamato amante ignoti sono i miei martirj... Ah! crude tanto or son piú le mie gelose serpi, quanto piú veggio Sofonisba intenta a smentire magnanima gli affetti del piagato suo core. A duro sforzo il suo coraggio indomito mi tragge; ma degno sforzo.--Ambizíon, vendetta, gelosa rabbia, ogni furor mio ceda al solo amore.--Or, piú che a mezzo il nodo è sciolto giá. Donna, mi ascolta. Io t'amo, per te soltanto, e non per me: ti voglio quindi pria sposa ad altri dare io stesso, pria che per me vederti estinta invano.

SOFON. Che ascolto? Oimè!... Ch'osi tu dirmi?...

SIFACE I preghi, spero, udrai tu del tuo consorte: e dove non bastin preghi, gli ultimi comandi n'eseguirai.--Di Massinissa sposa tu quí venisti:... a Massinissa sposa io quí ti rendo.

SOFON. Ah! no...

SIFACE Tu, che salvarla non tua potevi, or che l'ho fatta io tua, meglio il potrai.--Per sempre, addio. Seguirmi nullo ardisca di voi.

SCENA QUINTA

MASSINISSA, SOFONISBA.

SOFON. No, non v'ha forza, che me rattenga or dal seguirti.--Addio,... Massinissa...

SCENA SESTA

MASSINISSA.

Oh dolor!... Ma, breve è il tempo; antivenir voglionsi entrambi... Oh cielo! Io temo sol d'esser di lor men ratto.

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

SCIPIONE, CENTURIONI.

SCIP. Giá tutto io so. Nella imminente notte, ciascun di voi delle romane tende a guardia vegli: ma comando espresso vi do, che ostacol nullo, insulto nullo non si faccia ai Numídi. Itene; e queta passi ogni cosa.

SCENA SECONDA

SCIPIONE.

O Massinissa ingrato, il tuo furor contro al mio solo petto sfogar dovrassi; o in me, qual onda a scoglio, infranger si dovrá.--Ma il passo incerto, ecco, ei ver me turbato porta: ei forse sa il destin di Siface... Oh qual mi prende pietá di lui!--Deh! vieni a me; deh! vieni.....

SCENA TERZA

SCIPIONE, MASSINISSA, SOLDATO NUMIDA IN DISPARTE.

MASSIN. Quí mi attendi, o Guludda.--A questo incontro non era io presto.