Serate d'inverno

Part 8

Chapter 83,903 wordsPublic domain

Venne il giorno della festa. Dora era troppo occupata per pensare a me. La vidi tutto il pomeriggio andare e venire in abito di percalle azzurro, ed incontrare ed accogliere le sue ospiti. Era gentile con tutti. Ma non sorrideva, non si animava. Una cura penosa doveva starle nel cuore.

Sull'imbrunire cominciarono a giungere i _landeaux_ ed i _breacks_ senza signore, tutti carichi di giovani eleganti, coi lunghi pastrani di lustrino, che scendevano fin sulle scarpe per coprire le abbigliature da ballo. La vecchia zia ed il signor Botanico li accoglievano salutandoli dalla gradinata del salotto; ma Dora non c'era più.

— È intenta alla sua abbigliatura di gala, pensai: e mi rassegnai a non vederla; ma il tempo mi parve lungo.

Verso le due di notte, quando la musica era più animata, e le coppie si movevano più allegramente nelle sale, vidi un'ombra solitaria e bianca scendere la gradinata, ed avviarsi con rapidità convulsa verso di me.

Era Dora con un bell'abito di seta color di zolfo; aveva la coda lunga come una cometa, ed era ornato da sciarpe di velo reseda, sostenute con mazzi di rose d'un bel carmino. A breve distanza, ed a luce di luna quell'abbigliatura chiara pareva bianca.

Il volto pallido della signorina, i suoi occhi gonfi si accordavano male coll'aria di festa della sua casa e della sua abbigliatura.

Si gettò a sedere sul mio vaso, mi appoggiò la fronte al tronco, e rimase a lungo cosí, a capo chino, come se contemplasse la terra che mi circondava. Ma le cadevano dagli occhi grosse goccie cristalline, che non erano pioggia nè rugiada. Avevano un sapore acre. Erano lacrime.

Io le effusi intorno tutto il mio olezzo, la avvolsi in un'atmosfera di profumo, come si ravvolgono le reliquie adorate in nubi d'incenso. Ed il suo cuore, commosso da quella espansione, si aperse ad una confidenza intima, e sospirò:

— Se potessi non amarlo più!

Non amare, più chi? Il Canarino? Ma se l'aveva dimenticato! E poi perchè non amarlo più? Erano sempre andati d'accordo... No. Non poteva essere il canarino. Ma chi dunque? Io no di certo. Non le avevo dato alcun motivo per desiderare di non amarmi più.

Pensai un momento. Ricordai le persone che vedeva, quelle che nominava, le espressioni del suo volto, le sue parole, i suoi atti: e ad un tratto mi ricordai:

— Franco! Franco, che non voleva invitare. Franco per cui ha arrossito come una fragola. È per lui che piange. È lui che vorrebbe non amare.

Dunque lo amava. Maledetto Franco! Chi era? Non lo conoscevo punto; ma avrei voluto asfissiarlo.

* * *

Dora alzò gli occhi, ancora bagnati di pianto, e stette a guardare distrattamente la porta a cristalli della sala che era in faccia a noi.

La musica cessò. Poi due figure si affacciarono nel vuoto illuminato della porta. Un ufficiale ed una bella signora che si davano il braccio, ed accostavano le teste per parlare sommessamente; poi ridevano. Formavano un bel quadro oscuro su quel fondo chiaro di luce.

Dora li vide, e scoppiò in singhiozzi. Compresi che quell'ufficiale era il capitano Franco Trestelle. Era gelosa di quella signora, come io ero geloso del canarino. Povera Dora!

Le due ombre eleganti scesero lentamente la gradinata, e si avanzarono verso di noi susurrandosi all'orecchio parole animate, e guardandosi negli occhi, e ridendo.

Dora si rannicchiò dietro a me, si nascose alla mia ombra.

Io invece, più ardito, rimasi immobile in faccia ai misteriosi passeggiatori. Guardai Franco. Era un bel giovine bruno, dalla persona alta e florida, dal portamento baldanzoso, dagli occhi neri, scintillanti, temerari e buoni.

Guardai la sua compagna. Il volto un po' dipinto, la persona tondeggiante, l'abito damascato, i pizzi di Bruxelles, i brillanti che parevano lucciole...

Per tutti i profumi del Serraglio! era una donna maritata.

* * *

Tutto il mio senso morale di fiore si rivoltò a quella scoperta. Lanciai dietro a Franco un tal buffo di profumo, ch'egli volse il capo dicendo:

— Che buon odore d'arancio!

E nel voltarsi vide un lembo di quella coda interminabile color di zolfo, ed indovinò che Dora lo vedeva e lo udiva.

Si fece serio, e tirò via in silenzio, malgrado il cinguettìo ameno e civettuolo della bella signora.

Quando furono scomparsi tra la folla della sala, Dora si alzò anch'essa. Non sospettava punto d'essere stata scoperta. Mentre si avviava alla sala del ballo, io le mandai un olezzo che voleva dire:

— Prendimi con te.

Ella staccò un fiore dal mio stelo, e se lo pose nei capelli susurrando:

— Non ho che te da amare, mio povero fiore. E rientrò.

Franco le andò incontro per domandarle un ballo. Ella stese la mano e lo seguì in silenzio.

— Si diverte Dora? domandò il cugino, non abbastanza prossimo per darle del tu, non abbastanza lontano per chiamarla signorina.

— Sì, rispose Dora.

— Non l'avrei mai creduto; mi sembra malinconica.

— È il mio carattere.

— È pallida.

— Lo sono sempre.

— Da quando?

Dora non rispose. Franco osservò ancora:

— Ed ha anche freddo, mi pare.

Dora tacque sempre, ed abbassò il capo. Franco le domandò:

— Dove l'ha preso, quel fiore d'arancio?

— Non so... sulla mia toeletta.

— Ma che, Dora; si confonde. Mezz'ora fa non l'aveva.

— L'ho colto or ora.

— L'ha _colto_ sulla toeletta? Ed abbassando la voce con una nota di petto, appassionata come un sospiro, continuò:

— Perchè stava sola, al freddo della notte, sul vaso d'arancio? Perchè ha gli occhi rossi, Dora? Dica; perchè!

E la guardava fissamente in volto collo sguardo scintillante, temerario e buono.

Dora non osò rispondere. Si fece rossa e continuò a tener gli occhi bassi in silenzio.

Era la loro volta di ballare, e Franco la strinse forte al seno, e nel lasciarla le premette lungamente la mano.

Fu l'ultimo ballo. Dora si ritirò nella sua camera, ma non dormì. Guardava il mio fiore, ripensava tutto il discorso che aveva fatto nascere, e mormorava:

— Chissà?

* * *

Il domani tutti gli invitati partirono. Anche la bella signora dai pizzi, dai brillanti, dai colloqui civettuoli e segreti.

Franco solo, come parente della famiglia, rimase.

— Resti con noi, Franco? domandò la zia.

— Sì. Dora mi ha promesso una gemma del suo arancio. Mi fermo per staccarla, e per piantarla. Ed offerse il braccio alla cuginetta, e la trasse presso il mio vaso.

— Sa perchè non sono partito? le domandò colla sua bella voce di petto. Lo _sai_ Dora?

A quell'ultima parola che le dava del _tu_, Dora ebbe un sussulto che la scosse tutta. Per un sentimento di decoro volle allontanarsi, ma non ebbe il coraggio. Si lasciò cadere come nella notte sul mio vaso, e si nascose il volto tra le mani.

Franco sedette egli pure, e le mormorò:

— Non sono partito perchè ti voglio bene; e perchè so che tu pure mi vuoi bene.

— Oh, Franco! esclamò Dora singhiozzando. Questa notte non era a me che volevi bene.

— Sì, Dora, sempre. Ebbi un momento di debolezza, ma volevo bene a te sola.

E le prese una mano, ed accarezzandola continuò:

— Ed il tuo fiore mi fece voltare col suo profumo; e mi fece vedere che eri qui sola, e che mi avevi veduto, e che piangevi. Ed allora non ho più pensato che a te; te lo giuro. Vuoi perdonarmi, Dora?

E mentre parlava sommesso, tirava dolcemente la manina, e faceva chinare verso di sè la personcina sottile e la bella testa bionda.

— E poi se ti accade ancora un momento di debolezza? disse Dora. Ne hai tanti quando ti trovi fra belle signore...

— Sta sempre con me, cara. Sii tutta mia, ed i momenti di debolezza li avrò soltanto per te. Lo vuoi Dora? Vuoi essere mia moglie? Di', vuoi?

Il braccio dell'ufficiale cingeva la personcina sottile, e la bella testa bionda sfiorava quasi la sua spalla, mentre egli la guardava negli occhi collo sguardo scintillante, temerario e buono.

Sì... Dora susurrò che voleva, e gli diede uno dei miei fiori:

— È stato il mio fiore d'arancio che ci ha riuniti; quando andremo in chiesa a sposarci lo porterò nei capelli.

Le labbra dell'ufficiale avevano incontrate quelle di Dora, e, per quella combinazione improvvisata, il discorso rimase interrotto.

«Uhm! Uhm! Uhm! s'udì canticchiare quasi subito sul tono languido d'uno sbadiglio.

— Il babbo! disse Dora. Ed i due giovani balzarono in piedi, e corsero incontro al signor Botanico, e colla voce commossa e gli occhi lucenti, gli dissero tutto... o quasi.

— Benedetti ragazzi! borbottò il babbo. Ma quel giorno, malgrado la stanchezza della notte vegliata, si osservò che intonava con insolita giocondità il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!»

E fu a questo modo ch'io divenni un fiore nuziale.

IN PROVINCIA

_Virginibus puerisque cano._

_Traduzione libera._ — Lettore, se non è più giovinetto, m'incresce, ma il mio racconto non è per lei.

Il nonno era stato farmacista in una piccola città della Lombardia. Sua figlia, il cui marito era succeduto a lui nell'esercizio della sua professione, come egli stesso tanti anni innanzi era succeduto al suo babbo, sua figlia aveva obbedito fedelmente al precetto delle sacre scritture, che dice alla sposa: «Sarai feconda come una vite... senza crittogama».

E però la casa paterna in cui vivevano alla patriarcale tre generazioni, riboccava di bimbi, di giovinetti, di fanciulle, e ciascuno aveva amici del suo sesso e della sua età, che si riunivano poi tutti in un'amicizia ed in un chiasso comuni.

Maria, la figlia primogenita dell'esercente farmacista, e quindi la maggiore fra le nipotine del nonno, s'era fatta da qualche tempo palliduccia ed imbronciata. Mangiava poco, lavorava meno, non rideva affatto, piangeva spessissimo. Ed in conseguenza di questo trattamento poco igienico, si andava assottigliando fino alla trasparenza. E tutto questo a diciotto anni. Come mai Dio buono? E perchè?

Il perchè non s'aveva che a domandarlo al primo venuto. Nei piccoli paesi non vi sono segreti. La vita è regolata come un orario di collegio.

C'è un luogo di passeggio alla moda, dove convengono in certi giorni stabiliti tutti i giovinotti e tutte le signore e signorine della città, ad udire una musica come Dio vuole, che fissa loro le ore di uscita e misura loro il passo. C'è una messa alla moda pei giorni di festa. Di quando in quando c'è uno spettacolo teatrale: e dappertutto sono sempre le stesse persone che si trovano, si ritrovano si guardano, si conoscono, si studiano, si sanno a memoria a vicenda, e vedono nell'interno delle famiglie e dei cuori come in un guanto rovesciato.

— _Il tale corteggia la tale._ Così cominciano tutti i pettegolezzi nei piccoli paesi. Un primo sguardo appassionato che ha fatto palpitare un povero cuore di fanciulla, corre tutte le bocche come il listino di borsa. Profanazione!

Poi si va innanzi.

— _Quei due sono in sentimento._

È il gergo del pettegolezzo.

— Oggi al passeggio egli l'ha seguita. Allo svoltar del viale l'ha salutata.

La giovinetta ripensa quel saluto nel segreto della sua stanza; si copre gli occhi per dimenticare dov'è, e trasportarsi coll'immaginazione a quel momento, e riprovarne la sensazione commovente e soave.

Poi, quando l'immaginazione è stanca e l'impressione, a forza di ripetersi ogni sera, è esaurita, la giovinetta innamorata la confida all'orecchio d'un'amica, per ravvivarla col suono della propria voce.

Ed intanto nel caffè della piazza la cosa è già stata detta e ridetta a sazietà, e si sta già tutt'occhi aspettando la farsa d'un biglietto furtivo, che non può mancare di passare la prossima domenica all'uscir di chiesa, tra la folla, dalla mano del giovine in quella della ragazza.

Così tutti i segreti, nelle piccole città, sono segreti di Pulcinella. E così pur troppo era passato fase a fase, sotto la revisione ed i commenti di un piccolo pubblico scimunito, il segretuccio palpitante della povera Maria.

Si trattava di un giovinotto ricco, bello, elegante; ma poco studioso, sfaccendato e di costumi non molto esemplari.

Erano proprio arrivati fino all'episodio del bigliettino, episodio ripetuto fedelmente tutte le domeniche ed altre feste comandate, con una moltiplicazione di bigliettini che inondava tutte le scatole e scatoline e scrignetti di cui erano adorni i cassetti della fanciulla; un vero studio epistolare, che faceva molto onore all'assiduità dei due studenti.

Poi Roberto aveva cominciato ad accorgersi di avere la tosse. Una tosse misteriosa per verità, che sentiva lui solo, e soltanto di notte; ma egli accertava che di notte la sentiva.

E quanto bene gli facevano le pastiglie di _altheae officinalis_! Non gli guarivano la tosse lì per lì. No, era una cura da continuare all'infinito; ma una buona, buona cura.

E perchè gli giovasse, bisognava che andasse in persona a comperare le pastiglie d'altea alla farmacia ogni mattina alle undici; poi alle tre, prima del pranzo; poi ancora alla sera. Bisognava provvederle di volta in volta per misurar le dosi; e continuare; sopratutto continuare.

E Maria era sempre in farmacia in quelle ore. Era ben naturale, dacchè egli ci andava ad ore fisse, e tutte le fanciulle ordinate hanno pure la loro giornata regolata ad ore fisse. Così, imbroccato l'incontro una volta, era imbroccato per la vita eterna.

— Quante ne vuole? domandava Maria.

— Cinquanta grammi. Fresche come lei, signorina..

— Oooh!... (rossore, confusione). E lei ha sempre la sua tosse?

— Sempre, finchè potrò venire da lei a prendere le pastiglie d'altea.

Questo dialogo si ripeteva con pochissime varianti, tutte le volte che il farmacista era assente, e Maria, che sapeva benissimo spedire le ricette, lo suppliva.

Ella trovava tanto spirito in quelle due risposte di Roberto, e tanta passione! Le commentava come si commenta il _Paradiso_ di Dante, e, come in quello, vi trovava sempre nuove bellezze.

Ma quando le imposte della farmacia si chiudevano alle undici di sera, e Maria si ritirava nella sua cameretta a ripensare, e poi a sognare baffetti nascenti e pastiglie d'altea, Roberto non si ritirava, non pensava nulla, non sognava nulla. Andava a zonzo, beveva, giocava: faceva una brutta vita di notte; — brutta vita! Neppure l'ingenuo amore che gli azzurreggiava al pensiero durante il giorno, riesciva a purificarlo. Era come le pastiglie d'altea per la tosse. Gli faceva bene, ma non lo guariva.

E la gente parlava, parlava a sproposito al solito. Trovava che tutti i torti di lui si riverberavano sulla fanciulla, che non li conosceva nemmanco:

— Amare un giovine come Roberto! Con quella vita che fa! Chi la vorrà più sposare quella ragazza? Egli l'abbandonerà; ne piglierà un'altra più ricca, più bella, e lei resterà zitellona.

Così si suol ragionare. Egli, perchè era un discolo, avrebbe trovata una sposa, ricca, bella, conveniente sotto ogni rapporto. Lei, perchè buona, fiduciosa, e per disgrazia illusa da uno scostumato, avrebbe dovuto portar la pena delle colpe di lui. Oh, giustizia! Che hai lasciato pigliar la ruggine alle tue bilancie?

Ma il farmacista non istette a cercare il pelo nell'ovo. Seppe che correvano ciarle sul conto della figliola, e volle farle tacere.

Prese a parte Roberto durante una delle sue provviste di pastiglie, e gli fece uno _speech_, sulla riputazione delle fanciulle, infiorato di tutti i paragoni colla fragilità del vetro, e la neve, e la sensitiva, ch'egli ripetè con enfasi come se li stesse inventando lui freschi freschi: «e se le sue intenzioni erano buone, si svelasse a lui, il babbo; ma non stesse a compromettere la figliola, ed allontanarne gli altri partiti..., ecc., ecc.

Pare che la bontà di quelle intenzioni non fosse tanta come voleva il babbo; perchè in conseguenza del suo discorsetto, il grande smercio dell'_althaea officinalis_ cessò, ed incominciò l'affilarsi del viso, ed il gonfiarsi ripetuto degli occhi di Maria.

Era passato più d'un mese. Una sera che c'erano in casa Dio sa quanti ragazzi, tra quelli della famiglia ed i vicini e gli amici, ed il rumore della brigata giovanile era diventato insopportabile, e la mamma aveva ammonito inutilmente ed il babbo era montato inutilmente sulle furie, il nonno entrò di mezzo come paciere. Chiamò a sè i nepoti ed i compagni dei nepoti, se li fece schierare intorno alla poltrona fuori della farmacia, e si dispose a raccontar loro una fola. Era il grande ripiego a cui si finiva per ricorrere quasi ogni giorno.

Quella sera Roberto capitò a passar di là appunto in quel momento; e vedendo che quei ragazzi, fra cui c'erano pure delle fanciulle, ed anche Maria, aspettavano la fola del nonno, si fermò anch'egli a qualche passo dalla poltrona venerabile. Era stato congedato dal negozio; ma là fuori era sulla strada, area municipale, ed, a rigor di termini, nessuno poteva impedirgli di rimanervi.

Il nonno, che lo vide colla coda dell'occhio, narrò:

— C'era a' miei tempi un giovinotto che si chiamava Leonardo Valle. Non era punto nobile, ma i suoi genitori avevano ammassati quattrini assai, tenevano un andamento di casa coi fiocchi, ed il ragazzo era avvezzo a mancare soltanto del sole nei giorni di pioggia.

Teatri, serate in casa, pranzi, lezioni d'equitazione, velocipede, pattinaggio, nuoto... era una benedizione! Figurarsi il gusto che poteva trovare alle ore passate sui banchi del liceo un omettino avvezzo a quel po' po' di movimento. Non s'aveva che a parlargliene per venirgli in uggia e farsi dar del pedante.

Tuttavia i genitori, cui sapevano male che venisse proprio su _il signor nessuno_, ed avrebbero voluto udirlo chiamare il signor avvocato o il signor dottore, battevano e ribattevano il chiodo dello studio. Allora Leonardo, che aveva ormai diciotto anni, ed era dotato d'una volontà energica, accampò il Codice che gli dava diritto ad essere emancipato. Si prese il fatto suo, e fece come il podestà di Sinigaglia, e come il figliuol prodigo. Ed allora, viva l'allegria! Non c'era più nè giorno nè notte; era lui il padrone del mondo, e se gli avessero detto che quella vasta proprietà potrebbe trovarlo un giorno a borsello vuoto, e venirgli contestata, avrebbe fatto spalluccie.

Ma «_Vedi giudizio uman come spesso s'erra_» il borsello vuoto gli capitò in tasca più presto assai che non lo credessero neppure gli invidiosi, i quali per altro hanno sempre il tempo dell'oriolo girato sull'avanzo.

— Gli amici mi aiuteranno, pensò, hanno tanto fatto il chiasso alle mie spese...

— Ma sì, eh? Uno aveva finito appunto allora l'ultimo scudo. L'altro era figlio di famiglia; quell'altro aveva un amministratore taccagno che gli teneva conto fin delle frazioni infinitesimali... e così via.

_Amici da starnuti_ _Il più che tu ne cavi è un Dio t'aiuti!_

Fu tutto quello che ne cavò Leonardo. Il proverbio dice «chi s'aiuta Iddio l'aiuta.»

Bisognava dunque che cominciasse dall'aiutarsi da sè; e non era facile con quella sorta di passato, che gli aveva lasciato il cervello vuoto come una casa nuova.

Un momento pensò le rivoltelle, ed i bracieri di carbone, ed i tonfi nel Po, ed i salti mortali giù dai campanili, proprio mortali davvero quelli, e non so che altre reminiscenze bislacche di cronache di giornali.

Ma, per fortuna, se il povero babbo era morto, gli restava la mamma. E quando si ha una mamma che piangerebbe tutte le lacrime de' suoi occhi, e si struggerebbe la vita di cruccio, certi spropositi non si fanno.

Tirò la somma del _dare_ e dell'_avere_. Questo era assolutamente nulla; ed il _dare_ invece era parecchio. Finchè aveva creduto di poterli pagare da un'ora all'altra, quei debitucci non gli erano sembrati nulla. Ma dal momento che non si sentiva sicuro di metterci il saldo, ne ebbe una vergogna tremenda. Se la sua mamma avesse saputo che aveva dei debiti... Madonna Santa! E corse da lei, che non aveva più veduta dopo la sua emancipazione e le giurò sui suoi capelli bianchi che vivrebbe delle proprie fatiche, e sarebbe un galantuomo.

— Non offrirmi nulla, soggiunse. Non dirmi che mi perdoni. Non lo merito ancora, mamma; e non mi permetterò di rivederti finchè non mi senta degno della tua benedizione.

E vendette tutti i gioielli, i mobili di lusso, un mondo di inutilità che aveva comperate; e con quei denari pagò fin l'ultimo soldo da' suoi debiti. Allora si sentì tolto un peso dal cuore; e cominciò ad esaminare le sue capacità.

Misericordia!

Aveva avute da piccino delle governanti tedesche e francesi, ed aveva imparato a balbettare quelle due lingue; ma malamente e senza conoscerle a fondo. Del resto sonava _La Stella confidente_ sul pianoforte, ballava a perfezione e dirigeva le quadriglie come un generale d'armata. E null'altro.

Però sì; aveva una bella mano di scritto, chiara, elegante. Era pochino; ma, non avendo di meglio, pensò di cavare partito da quella sola capacità.

Non gli riuscì subito, nè facilmente. Ma domanda e ridomanda, venne a capo di scoprire una benedizione di notaio, che aveva bisogno di uno scrivano, e che lo prese nel suo studio per sessanta lire al mese.

Lui, che non trovava mai nulla abbastanza buono pel suo palato guasto, si prefisse di vivere con una lira al giorno. A colazione un pane da due soldi con una tazza di latte. Poi andava a desinare in una trattoria dove mangiava una minestra con un pezzo di carne, senza ber vino. La sua salute non fu meno florida per questo. Prese in affitto un abbaino che mobigliò con un lettuccio, una tavola, una catinella e due sedie. Pagava dieci lire al mese di pigione. Gli rimanevano venti lire. Dieci le destinò a pagare un maestro di contabilità, dal quale andava a scuola ogni giorno nel solo tempo che aveva libero, da mezzodì ad un'ora. Le dieci lire rimanenti le mise a parte per vestirsi.

E la sera, che altre volte era costretto a disputare alla noia a forza di divertimenti costosi e strambi, la passava solo nella sua cameretta a studiare le due lingue che conosceva imperfettamente.

Ci mise tutta la sua volontà energica, e perseverò in quella vita con coraggio. In capo ad un anno poteva parlare e scrivere speditamente il francese ed il tedesco. E l'aritmetica e l'algebra non avevano più segreti per lui. Una casa di commercio molto accreditata ricercava un commesso. Egli si presentò. Fu provato al concorso con sei altri aspiranti, ed ottenne quell'impiego con tre mila lire all'anno. Allora andò dalla mamma, e le disse:

— Ho voluto essere ancora degno del tuo amore e del nome del babbo. Ora puoi benedirmi, mamma, perchè la stessa volontà energica di cui m'ero valso per far il male, mi ha giovato per ricondurmi a te, che sei il bene.

* * *

Il nonno aveva parlato serio serio e concitato; e però la piccola brigata trovò che la fola di quel giorno non era punto dilettevole, e si disperse, brontolando un pochino. Ma Maria che aveva indovinato a chi la dedicasse il nonno, gli strinse la mano in silenzio; e tutti e due tennero dietro collo sguardo a Roberto, che cacciate le mani in tasca, e col capo chino sul petto, si allontanò lento e pensoso, e scomparve senza voltarsi.

Due giorni dopo giunse alla farmacia una lettera dalla posta coi bolli di Milano. Era diretta a Maria; ma, naturalmente, la ricevette e la lesse il babbo, poi la comunicò alla mamma, al nonno; li consultò tutti e due, si fece un gran discutere se convenisse o no di parlarne a Maria; e finalmente considerato l'aspetto sofferente e la malinconia della ragazza, ed i buoni propositi dichiarati nella lettera, fu deciso alla unanimità di comunicare a Maria quell'epistola. Era di Roberto e diceva così:

«_Signorina_,

«Io non ho, come quel Leonardo della fola, una mamma per giurare sui suoi capelli bianchi di mutar vita. Ma sento che se l'avessi avuta, sarei stato migliore di lui; perchè ieri, appena vidi lei cogli occhi arrossati, ed udii le parole del suo nonno, ho provato un rimescolamento nel cuore, ed ho giurato di mettermi al sodo.

«Quello là aveva di mira il compenso di farsi benedire e voler bene dalla sua mamma. Ed io sono venuto qui a studiare ed a farmi una posizione per farmi benedire e voler bene da lei.