Serate d'inverno

Part 7

Chapter 73,896 wordsPublic domain

— Oggi non sei in vena di fare conquiste? le disse Valeria.

Odda stava per giustificarsi; ma Valeria non glie ne lasciò il tempo, e riprese:

— Odda, ti ringrazio dal fondo del cuore. La zia mi ha detto tutto. Ed io che ieri ho pensato male di te?

— Mi hai creduta innamorata di quel vecchio _lion_!

— Perdonami; non sapevo nulla ieri.

— Ed oggi cosa sai?

— So che recitavi una parte difficile, uggiosa, compromettente, per liberarmi da un matrimonio che mi avrebbe resa infelice.

— Non sai altro?

Valeria la guardò co' suoi occhi alteri in cui si rifletteva la sincerità di un carattere che non discende mai ad una finzione.

— So che tu sei superiore alle debolezze delle altre donne, rispose. Che hai rifiutato Leoni, che rifiuteresti chiunque, che non hai altro amore fuorchè la tua arte: che hai rinunciato alle passioni della gioventù.

— Sì, ci ho rinunciato, disse Odda. Ti giuro che ci ho rinunciato.

— Ma so anche, continuò Valeria, che mi vuoi bene, e farai ancora qualche cosa per me.

Odda le strinse la mano in silenzio. Aveva il cuore troppo gonfio per risponderle in quel momento. Si volse a Leoni, fece

— Io sono la zitellona della famiglia, e sono più che parente, sono amica di Valeria. Via, mi faccia le sue confidenze.

— Ma io non so se debbo osare. Suo zio è così avverso agli artisti....

— No; lo zio è avverso solamente alle artiste. Gli uomini li autorizza a fare quanti quadri vogliono, a due sole condizioni: che ne ricavino molto denaro, e che non li facciano ammirare da lui. Lei adempie da un pezzo alla prima condizione, e credo che non avrà difficoltà ad adattarsi alla seconda.

— Pensi! Coll'attenzione che ha la bontà di accordar lei a' miei quadri, non resta più nulla a desiderare al mio amor proprio.

— Dunque?

— Dunque, se crede che le mie speranze non siano troppo audaci ed infondate, dacchè mi legge nel cuore, mi abbandono a lei. Disponga di me.

Se quelle parole le avesse dette per lei stessa! Disporre di lui; trasportarlo nella sua solitudine d'Ameno, nella sua villa, piena di ricordi e dei lavori di lui; in riva al suo lago, su cui aveva tanto vagato solitaria, pensando al suo povero amore ignorato: vivere a due una stessa vita, colla stessa passione, la stessa arte, un ingegno gemello!... Povera Odda! Fu un momento crudele. Quel sogno svanito si ravvivò ancora una volta al suo pensiero, tanto più splendido quanto più isperato. Si sentì infelice, sconfortata, sola, miserabile.

Si alzò con un singhiozzo strozzato in gola, salì frettolosa nella sua stanza, e si abbandonò ad un pianto disperato. Dinanzi ad una passione che si spezza, non c'è forza d'animo che valga. Una donna è sempre una donna, e bisogna che pianga.

Ma, pagato quel tributo alla fragilità umana, Odda fece chiamare lo zio, e gli domandò, a nome del suo illustre collega, la mano di Valeria.

La situazione di Fulvio era troppo bene assicurata, il suo nome troppo stimato come uomo e come artista, perchè lo zio Giorgio pensasse a rifiutare quella proposta.

— Ero in collera con te, Odda, le disse, perchè hai mandato a monte il mio disegno su Leoni. Ma ora me ne compensi. A conti fatti questo qui lavora, ha più avvenire, è anche più giovine, dacchè le donne ne fanno caso. Il partito è migliore. E poi dici che si amano... Un'altra cosa di cui fanno caso soltanto le donne, ma infine giacchè si può conciliar tutto, meglio così. Però non capisco perchè, dopo aver fatto la civettuola per innamorar Leoni, lo hai rifiutato. Me l'ha detto lui, che l'hai rifiutato.

— Giacchè gliel'ha detto...

— Scusa, è una pazzia. Potresti sposarlo. Tu hai ventotto anni; la differenza non è già più tanto grande. E poi è disoccupato, potrebbe stare ad Ameno quanto ti piace.... Ti converrebbe perfettamente. È robusto, bell'uomo, d'umore sereno, non gli manca assolutamente nulla.

— Nulla fuorchè una piccola cosa, un'inezia. D'inspirarmi un pochino d'amore. Oh! un'inezia affatto. Ma sa, zio, noi donne ci si bada alle inezie.

— Ma perchè lusingarlo allora?

— Ah! È stato un capriccio da zitellona. Non dice lei che il babbo, lasciandomi imparare un'arte, ha fatto di me un fenomeno! I fenomeni non si capiscono sempre.

E senza spiegarsi di più si avviò alla sala da pranzo.

La zia, i due ospiti e Valeria stavano aspettando. Fulvio e Valeria guardarono ansiosamente in volto ad Odda per leggervi la loro sentenza, e, vedendola pallida come una morta, tremarono pel loro amore. Nel loro giovanile egoismo non sospettarono nemmeno che potesse esservi un altro amore che si sacrificava.

Odda entrò, bella del suo coraggio eroico, andò a loro sorridente (povera Odda!) prese la mano di tutti e due, e disse:

— Vittoria! Il babbo acconsente, ed io vi unisco in nome del padre, della zia, e della vecchia cugina. E fece l'atto di benedirli. Poi volgendosi a Valeria, soggiunse:

— Vedi pure che ne' miei consigli da romanzo hai trovato la felicità.

Aveva la voce commossa, ma tutti l'attribuirono alla gioia di quel momento. La zia sola, che sapeva il suo povero segreto, indovinò lo strazio che soffriva, e le susurrò:

— Ma l'ha trovata a prezzo della tua.

— Oh! io ho un altro amore, rispose Odda prendendole il braccio e traendola in disparte. Sposerò i miei pennelli. Finora furono sempre compiacenti con me, mi tennero buona compagnia, e la pace ha sempre regnato in famiglia. Il babbo lo diceva: «Impara l'arte e mettila da parte.» Ora è venuto il momento di trarne profitto. È una fortuna che sia là da parte.

— Come ti ammiro Odda! esclamò la povera zia. Tu sei così generosa, ed io invece ho il cuore pieno di fiele contro Leoni perchè non mi ama. Odio lui, odio tutte le persone che sono amate e felici. Vorrei far dei dispetti a tutti, e sento che se li vedessi miserabili ne godrei.

— Oh, zia!

— È orribile, Odda, ma è vero. Non so che fare di me stessa; mi sento vecchia e non mi ci so rassegnare; mi sento inutile al mondo; non so a chi voler bene.

— Non ne vuoi un poco a me, zia? Non vuoi che io cerchi di consolarti?

— Sì, Odda. È questo che volevo da te. Dimmi; non hai bisogno di una stupida creatura che sappia togliere la polvere a' tuoi quadri, che ti sostenga la tavolozza? Mi pare che accanto a te, col tuo nobile esempio, lontana dalla società leggera e pettegola, mi affliggerei meno d'invecchiare. Potrei imparare ad occuparmi di qualche cosa meno irritante che il mio miserabile idillio morto, che non mi riesce di galvanizzare.

Odda le aperse le braccia e le disse con tutta cordialità:

— Sii la benvenuta, zia, nella mia villa modesta. Vedrai che non ci starai troppo male. I bimbi del paese ti ammireranno quando spiegherai loro i profondi misteri del sillabario, come il protagonista del tuo idillio non t'ha ammirata mai. E quando racconterai loro le storie dei Greci e dei Romani, ti vorranno bene come egli non te ne ha mai voluto.

— Quanti compensi trovi nel tuo bel cuore, Odda. Mi porterò un baule di sillabari; ed imparerò a memoria tutta la storia universale di Cesare Cantù.

— Troppo zelo, cara zia. Pensa che avrai altro a fare, ed il tuo tempo sarà prezioso laggiù. Vi saranno i vecchi poveri che aspetteranno un brodo per riscaldarsi lo stomaco; i malati poveri che avranno bisogno della medicina; vi sarà della gente che avrà fame; dell'altra che avrà freddo; e dei poveri piccini che il Padre Eterno, in un momento di distrazione, avrà mandati al mondo senza ricordarsi di provvederli del loro piccolo bagaglio di fascie e pannolini. Tu penserai a tutti. E quella gente ti sarà riconoscente, e ti benedirà, come non ha mai pensato ad esserti riconoscente ed a benedirti quello dell'idillio il quale non ha voluto neppure farti benedire dal prete.

— E nessuno sorriderà ironicamente, perchè sono vecchia?

— Ma che, zia! La provvidenza non invecchia mai. E tu sarai la provvidenza. Vedrai. Tutto codesto non è elegante, senza dubbio, ma vale assai meglio che trascinare la tua maturità mascherata da giovinetta, tirando un idillio per la coda.

Due mesi dopo, quando si celebrarono le nozze di Valeria, le due signore stabilite ad Ameno, fecero una gita a Milano per assistere a quella festa di famiglia.

La zia Evelina aveva smesse le abbigliature giovanili, le pettinature giovanili, le sentimentalità giovanili. La pace le era entrata nell'animo. Le occupazioni morali e serie che le riempivano la vita, le davano quel contento di sè, che tranquillizza il cuore e rasserena lo spirito. Era bella ancora, ma una bella matrona senza pretese, senza civetteria, senza ridicolaggini.

Leoni era stanco del suo isolamento, della sua stupida esistenza da scapolo, de' suoi tentativi di conquista che riescivano come quello fatto con Odda.

S'intrattenne a lungo colla zia Evelina, si fece raccontare la sua nuova vita, le placide giornate d'Ameno, cosí occupate, così serene. La trovò buona, affettuosa, sensata. In un momento d'entusiasmo le disse:

— Come vorrei passare i miei giorni con lei e come lei ad Ameno!

— Come me, vale la pena di desiderarlo, rispose la zia Evelina; ma con me, poteva dirlo quindici anni fa; ora è troppo tardi.

— Oh! quindici anni... protestò Leoni, ostentando un'incredulità galante.

— Quindici, mio signore; e venticinque che ne avevo allora fanno quaranta. Ad Ameno s'impara a contare i proprii anni senza arrossire.

Odda, con quell'ospitalità cortese che la rendeva tanto simpatica, invitò Leoni a passare il novembre alla sua villa. Egli accettò, ed appena celebrate le nozze dei giovani, partì colle due signore pel tranquillo romitaggio di Odda.

Egli aveva quarantacinque anni, e la zia Evelina ne aveva quaranta ed era molto ben conservata. E poi, non ricercava più l'amore, lo respingeva, era occupata d'altro, aveva acquistata l'attrattiva d'un frutto proibito.

Ad Ameno non si stampano giornali; non seppi altro. Ma i contadini si maritano giovani assai; eppure mi dissero che in quell'inverno, erano inscritti nell'albo municipale due sposi maggiorenni.

FIORE D'ARANCIO

Da quanto più lontano risalgono le mie memorie, mi ricordo di aver aperta la corolla alla scossa di una brezza mattinale, e d'essermi trovato ad un'altezza straordinaria. Ero proprio sulla punta d'un ramo che si slanciava verso il cielo, e vedevo il terreno del giardino, al di sotto, molto al di sotto di me.

Mi guardai beatamente intorno, superbo della mia alta posizione.

Al di là del giardino che avevo immediatamente ai piedi, dominavo il pendìo della collina, nella sua discesa ripida fino al Po; su quel pendìo facevano macchietta tante ville signorili, sparse qua e là, come un branco di pecore biancheggianti. E giù giù in fondo, vedevo il Po, che s'incurvava, si torceva, mandava riflessi metallici come un serpente.

— Com'è bello stare al dissopra di tutti; dominare sui proprii simili! pensavo olezzando dalla corolla sospiri di soddisfazione.

Poi guardavo gli altri fiori d'arancio che erano sbocciati sulla stessa mia pianta, ma nei rami inferiori, e che, per quanto allargassero i petali, non potevano vedere lo spazio immenso che io abbracciavo con uno sguardo. Li osservavo dall'alto, ed esclamavo con disprezzo:

— Poveretti!

Non l'avessi mai detta quella parola orgogliosa! Da Lucifero in poi, la superbia non ebbe mai miglior risultato che un capitombolo. Io ero destinato ad aggiungere un documento di più alla serie già numerosa di documenti, che provano la vanità delle cose di questo mondo.

Mentre ero assorto nella contemplazione della mia grandezza, vidi venire dall'estremità del giardino un signore abbrunato dal sole come una statua di bronzo, con un giubbino di tela bianca, ed un largo cappello di paglia. Camminava colle mani dietro il dorso canticchiando: «Uhm! Uhm! Uhm!» Teneva nella destra una piccola falce, lucente come un quarto di luna.

Quando fu vicino alla bella pianta d'arancio, che era come chi dicesse il mio albero genealogico, osservò con compiacenza il tronco robusto, le foglie spesseggianti, ed i fiori; fiori bassolocati, i miei umili fratelli che avevo disprezzati.

Ma invece di dividere la mia commiserazione, quel signor Botanico esclamò:

— Bella pianta! Bella fioritura, per bacco! Questa va mandata all'esposizione.

Quella parola mi scese nel calice, soave come una goccia di rugiada! L'esposizione! Era là che la mia posizione eminente avrebbe attirata l'ammirazione di tutti.

Ad un tratto il signor Botanico alzò lo sguardo fino a me. Cercai di allargarmi e rizzarmi sullo stelo per piacergli. Ma egli si rabbuiò tutto in volto, e si pose a chiamare:

— Michele! Chele! Cheee!

— Signore! rispose il giardiniere sbucando in lontananza da dietro un chiosco di gelsomini, e correndo, con grande accompagnamento di zoccoli, alla nostra volta.

— Chi v'ha insegnato a lasciar allungare un ramo a quel modo? gli gridò il padrone accennando il mio ramo. Mi guasta tutta la pianta. Voi non badate a nulla. Ch'io stia una settimana in città, e ritrovo il mio giardino ridotto come l'orto di Renzo.

Il giardiniere non sapeva come fosse l'orto di Renzo. Ma io, che in una precedente esistenza aveva udito leggere i _Promessi Sposi_, stando nei capelli d'una bella signora, ed ero morto soffocato tra due pagine di quel libro, compresi benissimo. Lo slancio preso dal mio ramo non andava punto a genio del signor Botanico; provai un'angoscia indicibile.

— Vuole che lo tagli quel ramo, signor padrone? domandò con piglio compunto quello snaturato giardiniere.

Se avessi potuto stritolarlo!

— Sì eh? A quest'ora ci pensate? Ma quando sono qui io non ho bisogno di voi. Stateci attento un'altra volta.

Nell'agonia di quel momento i miei sentimenti erano così eccitati, che stavo per fare un miracolo, ed in uno sforzo supremo sciogliere la parola, ad eterna meraviglia del signor Botanico e di tutti i botanici presenti e futuri. Ma non ne ebbi il tempo. Vidi il signore color di bronzo alzare il braccio verso di me, vidi balenare nella sua mano il piccolo quarto di luna, sentii un dolore atroce alla congiuntura del ramo. Tutto il paesaggio mi oscillò d'intorno; perdetti l'equilibrio, e caddi rovinando a terra, mentre il signor Botanico si allontanava ripetendo in tono di soddisfazione il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!»

* * *

Là, umiliato ripensavo ad Icaro, che era caduto anch'esso per aver voluto salire troppo alto; e le mie povere foglioline bianche si rammollivano al sole come le sue ali di cera.

Pensavo che presto sarei morto, per rinascere chissà quando e chissà come; ed olezzavo languidamente negli ultimi sospiri la mia animuccia di fiore quando vidi due scarpine di pelle bronzata, e due calzettine azzurre tese su due gambine rotonde, che si avanzavano rapidamente verso di me, col movimento alternato di due piccoli stantuffi d'una macchina a vapore.

Feci uno sforzo straordinario per guardare più in su, ma non potei vedere che due ginocchietti color di rosa che si piegavano al mio fianco; ogni energia mi mancò e rimasi appassito.

Udii vagamente una vocina armoniosa che diceva:

— Oh! chi me l'ha gettato a terra il mio povero fiore? Il mio fiore bello che saliva fino alla mia finestra? Povero fiore! Povero fiore!

Mi sentii rialzato nella posizione verticale, e due labbruzzi come due fragole, mi sfioravano i petali susurrando ancora:

— Ti hanno gettato a terra, povero fiore! povero fiorellino mio! Ma io ti farò tornar vivo, e sarai la mia pianta. Io so fare; io so fare; m'ha insegnato il babbo.

Fui sottoposto ad un'operazione dolorosa. Mi si schiacciò con un sasso l'estremità del gambo; mi fu ravvolto intorno alla parte schiacciata qualche cosa come dei fili, poi fui piantato in terra. Ma tutto codesto era fatto con garbo infinito, da due manine minuscole e liscie, ed io pensavo nel mio dolore, che molti ammalati avrebbero voluto esser guariti a quel modo.

* * *

Quando fui piantato sul gambo, e la terra del vaso fu leggermente inaffiata, mi sentii rinfrescato, e ripresi abbastanza vigore per osservare il medico pietoso che m'aveva salvato.

Era una bella bimba di otto anni. Bianca, rosea, bionda come un puttino dell'Albani. E mi saltellava intorno giuliva, proprio come quei puttini nella _Danza degli amori_; soltanto un po' più vestita.

Dio dei fiori! Quanto ho voluto bene a quella bimba! Quanta riconoscenza le ho votata! Morii e mi riprodussi, sempre sulla _sua_ pianta, e sempre devoto alla mia piccola salvatrice.

Ogni autunno veniva un giorno triste, in cui Dora mi salutava, mi copriva amorosamente i piedi colla paglia, mi raccomandava al giardiniere, poi saliva in carrozza mostrandomi le gambine, ed i ginocchietti dal rovescio, ed il fondo bianco delle gonnelline corte. Poi mi mandava un bacio, ed un altro, ed un altro; i cavalli scalpitavano, prendevano la corsa e via! Per sei mesi non la vedevo più.

L'inverno era lungo ed uggioso, e lo passavo pensando a lei, e tesoreggiando profumi per inebbriarla in primavera.

Ad ogni maggio la vedevo tornare più alta, più bella. Mi faceva un gran chiasso d'intorno. Ripeteva le lezioni camminando su e giù accanto al vaso, con voce alta e monotona, ed alternando le risposte poco sicure, con domande fatte in tono cattedratico e colla voce grossa per imitare una maestra.

Poi buttava i libri all'aria, giocava, rideva, cantava; mi circondava il vaso di bambole. Talvolta stendeva a' miei piedi una tovaglina più stretta d'una pezzuola, disponeva tondini e bicchieri infinitesimali, chiamava i bimbi del giardiniere, ed imbandiva un banchettino da burla con foglie di rosa, confetti ed acqua inzuccherata.

— Bei tempi erano quelli! Bei tempi!

* * *

Poi venne un anno, lo ricordo sempre, un anno in cui non vidi più le gambine rotonde ed i ginocchietti color di rosa. Le gonnelline corte erano allungate. I bei capelli, sciolti fin allora come una pioggia d'oro, erano intrecciati e raccolti a spirale a sommo il capo.

Dora non saltava più; camminava composta. Non canticchiava più canzonette stonate al vento; cantava in tempo ed a tono, con accompagnamento di pianoforte; non mi ingombrava più il vaso di bambole; vi sedeva tranquilla con qualche libro accanto, e leggeva versi e prose in lingue strane che non potevo comprendere, ma che sonavano soavi come una melodia udite dalla sua voce armoniosa.

La bimba era divenuta una signorina.

Però mi amava sempre, mi chiamava sempre la _sua_ pianta, il _suo_ fiore; ed io mi avvezzai a vederla così.

Fu ancora un tempo bello. La signorina veniva in villa colle sue compagne. Sedeva o passeggiava con loro intorno a me. Parlava di studi, d'arti, di teatri, di libri, di musica, di abbigliature.

Posava sul mio vaso la gabbia del canarino, e gli diceva molte cose graziose, molti vezzeggiativi, a cui il canarino rispondeva gorgheggiando. Allora erano grandi elogi, grandi ammirazioni pel suo canto e pe' suoi occhi innamorati; ed io ero geloso. Non de' suoi occhi, che per la bellezza non avevo nulla da invidiargli; ma dei suoi gorgheggi. Oh come avrei voluto sciogliere anch'io una canzone a quella bella fanciulla!

Nel mio dolore, le soffiavo in volto una ondata di profumo, ed allora ella si volgeva a me, e dava a me pure espansioni e lodi. Ed io pensavo:

— A lui il canto, a me l'olezzo. E non invidiavo più il canarino.

* * *

Più volte si diedero delle feste. Vennero molti bei signori dalla città. Si appesero lampioncini a tutti gli alberi del giardino. Tutte le sale furono illuminate. Udivo la musica. Vedevo traverso le finestre belle coppie di signori e dame agitarsi in tempo di danza. Ed i bicchieri tinnivano, ed echeggiavano i discorsi galanti e le risa.

La mia salvatrice era ammirabile allora, col volto acceso dal movimento e dall'allegrezza. Andava, veniva, danzava, rideva, ricercata da tutti, cortese con tutti, bella, gioconda, felice.

Il signor Botanico, vestito di nero, coi guanti, e senza il terribile quarto di luna, ma sempre color di bronzo, la seguiva coll'occhio passeggiando di sala in sala, e spesso gli sfuggiva, sui tre toni più alti della soddisfazione paterna, il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!

Quell'anno Dora venne a salutarmi il mattino dopo la festa, un po' abbattuta dalla lunga veglia, ma sorridente, spensierata. Andava incontro al carnovale, co' suoi divertimenti che amava tanto; e non si affliggeva punto di tornare in città.

Ne fui lungamente crucciato, tanto più che il canarino era partito con lei. E nelle giornate uggiose dell'inverno ripensai quel saluto senza rimpianto della signorina, lo confrontai coi saluti espansivi della bimba, ed appassii di dolore. Mi sentivo meno amato.

Con che ansietà aspettai la primavera! Con che gioia la sentii venire tepida e serena! Il succo mi corse più rapido e caldo negli steli; mi sentii ravvivato, e sperai.

* * *

Un mattino, quando non me l'aspettavo ancora, udii rotare la carrozza dei signori. Mi feci investire dal primo soffio d'aria che passò per voltarmi da quella parte ed essere il primo a vedere la mia salvatrice.

Stava seduta in fondo alla carrozza. Era pallida e mesta.

Il mio primo sguardo fu per lei; il secondo per cercare il mio piccolo rivale biondo. Ma nè presso la signorina, nè dietro colla cameriera, mi riuscì di vedere la gabbia. Il canarino non c'era.

— Forse è morto pensai. E nella mia semplicità di fiore compiansi sinceramente il mio rivale.

Ma, nello scendere di carrozza, la vecchia zia di Dora, che faceva raccogliere dalla cameriera una catasta di scialli, mantelli, sciarpe, veli, borse ed ombrelli, si volse alla nipote, e le disse:

— E il tuo canarino, Dora?

— Ah! esclamò Dora con un atto di sorpresa incresciosa; ma fu passeggera. Riprese subito con indifferenza:

— L'ho dimenticato!

Flora e Cerere! Aveva dimenticato il canarino! Ma a che cosa pensava dunque?

Mi passò accanto senza guardarmi ed entrò in casa. Più tardi però uscì, e venne a vedermi, e mi accarezzò. Ma erano carezze distratte. Il suo cuore non era più là. Le olezzai contro tutto il mio profumo per consolarla. Ella lo accolse colla stessa indifferenza con cui s'era ricordata del canarino.

Passò un mese senza che udissi la sua voce intonare una canzone. Non la vidi mai sorridere. Passeggiava lenta, solitaria, silenziosa, e spesso aveva gli occhi rossi e gonfiati.

Piangeva? E perchè? Avrei voluto saperlo, ed avrei dato fin l'ultimo atomo d'essenza che poteva esalare dalla mia corolla per risparmiarle una pena.

Anche il signor Botanico avrebbe voluto saperlo, ed avrebbe dato fin il suo quarto di luna per risparmiarle una pena. Ma non riusciva neppur lui a capirne nulla e gemeva tristamente in tuono di dolore il suo piccolo crescendo:

«Uhm! Uhm! Uhm!

* * *

Un giorno erano tutti seduti dinanzi a me sotto la gradinata della sala da pranzo. _Tutti_ non erano molti. Il signor Botanico, la vecchia zia e Dora.

Parlavano d'una festa da dare in villa, come l'anno precedente.

Dora aveva un taccuino sulle ginocchia, e scriveva colla matita l'elenco delle persone da invitare. La zia le dettava una filza sterminata di nomi da signora, che Dora scriveva con indifferenza. Finita quella litania femminile, cominciò un'altra litania più lunga di nomi maschili, che la signora continuava a dettare, come le si affacciavano alla memoria.

Si affacciavano prima i marchesi, i baroni, i conti, poi i cavalieri, gli avvocati, gli ingegneri, ed i signori _Tali_.

Dora scriveva sempre senza dare il menomo segno di approvazione o di biasimo. Giunta in fine dell'elenco, la zia conchiuse per ultimo:

— E Franco.

— Franco? disse Dora facendosi rossa come una fragola.

— Sicuro, Franco. Vorresti escludere dagli invitati mio cugino?

Dora non fece altri commenti. Scrisse, poi ripetè:

— Capitano Franco Trestelle.

La signora non aveva più nomi da aggiungere. Si alzarono per andare a scrivere gli indirizzi delle circolari.

Per quella sera Dora non uscì più in giardino, ed io rimasi solo a pensare cosa, o chi, o come potesse essere quel Franco, al cui nome soltanto Dora si scuoteva dalla sua apatia, e si coloriva come una fragola.

* * *