Serate d'inverno

Part 6

Chapter 63,927 wordsPublic domain

Odda in quel momento non aveva testa ad affermare le sue teorie. Rimase un momento a riflettere, poi senz'altro esordio, passando accanto al piano e guardando Valeria negli occhi, le disse:

— E tu acconsentiresti a quel matrimonio?

— Perchè no? — rispose la signorina con indifferenza.

— Perchè no? Ma perchè no, bambina: appunto perchè no, non deve essere, non può essere.

E vedendo che Valeria sorrideva amaramente mordendosi le labbra, picchiando con dispetto un _la_ col suo ditino nervoso, le tirò accanto uno sgabello, si pose a sedere, e pigliandola amorosamente per la vita, le disse: — Senti, Valeria. Tu non sei un'ingenua da commedia. Sai che esistono i mariti e le mogli, ed anche gli innamorati. Sai che esiste un sentimento che si chiama l'amore, il quale si estende sopra una lunga scala, dalla simpatia nascente ed occulta che si riporta da un ballo, da un'adunanza, da una passeggiata, e si nutre in fondo all'anima, dove vive e muore ignorata, fino alle tempeste irrompenti dei romanzi e dei melodrammi, che molte volte hanno la loro parte di verità.

Valeria, picchiando sempre il _la_ col ditino nervoso, osservò con un po' di ironia:

— Mia cara Odda, a forza di star sola, e di corrispondere col mondo soltanto per iscritto, hai imparato a parlare come un libro. Bada che potrebbe essere ridicolo.

— Eh, che m'importa! esclamò con disprezzo la pittrice. Poi riprendendo il suo tuono affettuoso continuò:

— Dammi retta, Valeria. Non sacrificare ad idee convenzionali, ad un'ingenuità di forma, la confidenza che apre il cuore e può fargli del bene. Dillo a me sola, che non rido mai del sentimento, lo sai; dimmi; di quella lunga scala dell'amore, non t'è mai risuonata nel cuore, neppure una nota?

Valeria pose il primo dito sul _do_ dei bassi, e facendolo scorrere di volo lungo la tastiera fece sonare tutti i tasti in una velocissima scala, poi disse col solito sorriso:

— Tutte!

Odda sussultò di sorpresa. Pensò un minuto come se cercasse di sciogliere un problema, poi facendosi mesta, domandò:

— E neppure una nota ti ha risposto in un altro cuore, forse?

Valeria pose le mani sul piano, eseguì di volo una scala cromatica, poi rispose, ridendo come una scettica dello stupore di Odda:

— Tutte. Anche i diesis.

— E sposeresti Leoni? domandò Odda sbalordita.

— Eh! disse Valeria stringendosi nelle spalle.

— Via, allora è di lui che sei innamorata.

— Che! Non so che viso abbia.

— Si può amare anche un uomo che non s'è mai veduto.

— Questa fenice non sarà Leoni però.

— Valeria, cos'è questo enigma? Vuoi sposare uno sconosciuto, un vecchiotto, mentre ami un altro e ne sei amata?

— Mia cara, tu vai nel romanzo.

— Ma non capisci, bimba, esclamò Odda spaventata da tanto scetticismo, non capisci che in amore il romanzo è la realtà? Che in ogni vita di donna c'è, ci dev'essere questo romanzo d'amore? E che, se non lo farai con tuo marito, lo farai con un altro?

— Stai sicura, disse Valeria con una calma sfiduciata che faceva contrasto all'eccitamento di Odda, che se quell'altro fosse qui a domandarmi di collaborar lui al mio romanzo come marito, sarei felice di accettarlo. Ma quello non c'è. Mi fa la corte; mi ama anzi. Ma è giovine, brillante, ha un bell'ingegno, un bel nome, e forse pensa al matrimonio come a farsi cremare. Io invece ci penso; debbo pensarci perchè sono alla vigilia di diventare una zitellona. Non ho un'arte come te che assorba i miei pensieri. M'hanno data soltanto l'educazione d'una signora. Non ho risorse in me stessa. Se non avrò una famiglia mia di cui occuparmi, passerò forse la vita a far pettegolezzi sul conto del prossimo, a spropositare sulla politica, ad allevare e vezzeggiare dei cani, a mettere il becco nelle cose altrui, a farmi ridicola per parer giovine, a rendermi uggiosa a tutti. Non ti pare che sia meglio sposare un invalido, ma pigliare un posto in società?

— Ma il tuo amore non lo conti? E quel tale che incontrerai forse sovente, e che sarà più bello di tuo marito, più giovine di tuo marito, più intelligente, più innamorato?

— Quel tale... Guarda; quando si è al municipio, si strappa via dal cuore. E faceva l'atto di strapparlo tirandosi l'abito convulsamente sul petto. Si mette là, fra due pagine del codice civile, e si chiude bene ad essicarvi, come un povero fiore appassito.

— Povera bimba! sospirò Odda.

— Ma che ti credi? Io non ho mai sperato di meglio. Quello là non è della pasta di cui si fanno i mariti. Il matrimonio per gli uomini è il corpo degli invalidi, e le donne che li sposano, si fanno suore di carità. Ma rassicurati sai; io saprò rispettare i miei voti; non farò parlare il mondo di me. Figurati! è per non farlo parlare che mi dispongo a sedurre legalmente il mezzo secolo venerabile del signor Leoni.

* * *

All'ora del pranzo, quando le signore comparvero per fare gli onori all'ospite che era giunto, Odda si presentò con un'abbigliatura così elegante e di buon gusto, che il _lion_ si credette in dovere di lodarla come si loda un merito personale.

Aveva un abito di velluto nero a strascico, colla scollatura quadrata sul petto e le maniche corte. La gonna era ornata da una sciarpa ricchissima di blonda bianca ingiallita, sostenuta da un grosso mazzo di gerani rossi e limonaria. La scollatura era pure guarnita di blonda antica, con un mazzo di gerani. I capelli nerissimi, rialzati sulla nuca, come si vedono alle statue greche, erano intrecciati di grosse perle ingiallite, ed ornati con un mazzo di gerani e limonaria.

Odda aveva la persona elegantissima; alta, svelta, tondeggiante senza grossezza; aveva la carnagione fresca delle persone robuste e tranquille; gli occhi, nerissimi come i capelli, erano d'una serenità affascinante, e la bocca aveva il sorriso della bontà.

L'abito color di rosa di Valeria fu completamente ecclissato; e la zia Evelina che aveva studiata per la circostanza un'abbigliatura giovanile, mista di roseo e d'azzurro, apparve un po' più matura di quel che fosse in realtà, perchè le sue forme pronunciate sembravano anche più grosse con quelle tinte chiare.

Non essendovi la moglie del capo di casa per occupare il centro della tavola in faccia a lui, quel posto toccava naturalmente alla zia, la quale nel disporre la mensa vi aveva messo il proprio nome, ed alla sua destra aveva messo il nome di Leoni.

Ma al momento d'andare a tavola, mentre la signora si alzava per invitare Leoni ad accompagnarla, questi s'affrettò ad offrire il braccio ad Odda.

La zia si lasciò accompagnare da un altro invitato, ma durante il pranzo si mostrò severa col suo vicino; gli domandò se per caso nella Cina i convitati usano disporre del loro braccio per accompagnare una signora a tavola, prima che la padrona di casa abbia scelto il suo cavaliere.

— Non saprei, non sono stato nella Cina, rispose Leoni.

— Allora deve aver viaggiato fra le _pelli rosse_.

Valeria invece non dava alcun segno di dispetto. Pensava il discorso passionale che le aveva fatto Odda la mattina, e diceva tra sè:

— Povera Odda! Perchè non dirmelo che lo amava lei? Voleva spingere me al romanzo, per paura che mutassi scioglimento al suo.

E, buona per natura, rinunciava tranquillamente a quel matrimonio. Per nulla al mondo avrebbe voluto frapporsi alla felicità d'un'amica.

Odda non aveva mai sfoggiato tanto spirito come quella sera. Si mostrò sotto un aspetto veramente seducentissimo. Leoni si ringiovaniva di dieci anni per corteggiarla. Le ore passarono in parlari arguti, in piccole civetterie; nessuno pensò a domandare il famoso pezzo studiato da Valeria. Fu il babbo stesso che, al momento di separarsi da' suoi ospiti disse alla figliuola:

— Non ci suoni qualche cosa al piano, Valeria?

— Ah sì! appunto; _La sonate de mademoiselle votre fille_, disse Odda con un'ironia che nessuno aveva mai trovata nella sua bella voce, prima di quella sera.

Valeria non ripicchiò la parola acerba della cugina, non si mostrò punto risentita. Sonò «_Parigi, o cara_» senza variazioni, e ridendo per la prima di quello scherzo, disse che non sapeva altro.

Ma ritirandosi nella sua camera, camminava lenta, a capo chino, ed era tanto impensierita che non s'avvedeva d'un'infinità di goccie biancastre, che la candela stearica le lacrimava sull'abito color di rosa.

Ella pensava:

— Se l'amore rende invidiose ed intriganti le anime belle come quella di Odda, meglio essere scettica e sposare un invalido, che guastarmi il cuore. Però non cercherò di sposare il suo invalido. Lui o un altro, mi è tanto indifferente!

* * *

Odda invece era trionfante, e le balzava il cuore di gioia.

— Sono ancora riescita ad innamorarlo, diceva tra sè guardandosi allo specchio mentre si scioglieva i magnifici capelli. E sorrideva al proprio volto, e ad un'idea giuliva che aveva in mente.

L'indomani si alzò per tempo; vestì un elegante abito da mattina sciolto, color di bronzo, con rabeschi di velluto lontra profilati in oro, raccolse i capelli in una retina di filo d'oro brunito, infilò due pianelline di pelle bronzata con una grossa fibbia dorata, lucente come il sole; sorrise ancora nello specchio a quella sua abbigliatura da civettuola, e s'affrettò nel salotto dicendo tra sè:

— Verrà; sono sicura che mi sta spiando.

Infatti ebbe appena il tempo di sedere in una poltroncina e di far mostra di leggere un giornale, che Leoni entrò.

Dopo il buon giorno scambiato e qualche preliminare senza costrutto, egli le domandò il permesso di fumare un sigaro.

Odda non ebbe nulla in contrario; anzi le piaceva l'odore di sigaro.

— Sono molto contento che le piaccia, disse Leoni appoggiando su quelle parole per farle capire che avevano un senso recondito.

Odda s'affrettò a rilevarle colla compiacenza soverchia d'un'innamorata.

— Che cosa può importare a lei? domandò.

— M'importa assai perchè fumo sempre.

— Anche le locomotive fumano sempre, e non hanno punto piacere che io ami il loro orribile odor di carbone.

— Le locomotive non sentono nulla. Io non sono una locomotiva.

— È però ugualmente sempre in giro pel mondo. Fra un mese fumerà a Londra o a Parigi o al Paraguay, ed il suo fumo non mi farà più nè piacere nè dispiacere.

— Sa perchè ho viaggiato finora? domandò Leoni con piglio confidenziale.

— Per divertirsi, credo.

— No. Ho viaggiato perchè ero solo, e la mia casa era fredda.

— Non ci aveva i caloriferi?

— Via, non mi canzoni. Era fredda moralmente; e non trovavo una donna che la riscaldasse.

— Ha viaggiato perchè non aveva moglie, insomma.

— Appunto.

— E non era più semplice ammogliarsi che fare il giro del globo? A questo modo le azioni ferroviarie aumenteranno in proporzione diretta del numero dei celibi.

— Dimentica i viaggi di nozze, signorina. Poi rifacendosi serio, riprese:

— È presto detto ammogliarsi, e presto fatto anche. Ma io conoscevo molto le donne. Trovavo in tutte più vanità che cuore; molta civetteria, poca serietà; gli affetti di famiglia non abbastanza compresi; una smania esagerata di divertimenti. Via... avrei voluto una donna perfetta e non la trovavo.

— Allora può ripartire col primo treno; di donne perfette non ce ne sono. E neppure di uomini, veda; tanto meno.

— Le abbandono gli uomini, ma difendo le donne in una. Ce n'è una perfetta; una sola.

— E non l'ha sposata?

— La conosco soltanto da ieri.

— Mia zia?

— Che! Ho la memoria delle date. Un'afflizione....

— Mia cugina allora?

— Punto.

— A quella non può nuocere la memoria delle date.

— Non le ho badato nemmeno.

— Badi che potrei prenderla per una dichiarazione.

— La prenda, disse Leoni abbassando la voce d'un semitono per portarla alla nota della passione. E senza lasciarle il tempo di rispondere continuò:

— Ho trovato in lei la bellezza, lo spirito, l'istruzione che ho cercato invano nelle altre. So che ha un bel talento da artista ed un bel cuore di donna. So che è buona, casalinga, coraggiosa; che ha tutte le virtù...

— Ed in compenso mi offre il suo cuore disilluso, il suo passato... che non voglio conoscere, il suo avvenire che sarà quel che sarà. In compenso a _tutte le virtù_ offre la sua persona. Il premio Montyon!

— Perchè mi deride? Perchè mi disprezza? Ho fatto la vita di tutti i giovani infine; non sono più colpevole d'un altro; e mi offro per quel che sono.

— Ma in compenso a _tutte le virtù_. È molto modesto. Però anch'io, veda, fra tutte le virtù ci ho pure la modestia, ed il premio Montyon ch'ella mi offre, lo rifiuto.

Leoni era uomo di mondo; e ricevette quella staffilata coll'aria compunta, e col rispetto che un gentiluomo serba sempre dinanzi ad una signora. Ma il suo amor proprio era profondamente ferito, e quando Odda stava per uscire dalla sala disse con voce sommessa:

— O ieri sera la mia vanità m'ha ingannato assai o lei ha voluto punirmi del mio passato con uno scherzo crudele.

Odda tornò indietro, gli porse cordialmente la mano, e gli disse:

— Che le pare! Che la mia pedanteria debba arrivare a voler punire il passato di chicchessia? No. Mi perdoni. Non ho agito bene forse, ma le giuro che non mi sono permesso un cattivo scherzo. Tutto questo è serio, molto serio...

— Ma allora.... interruppe Leoni cogliendo al volo un raggio di speranza che gli pareva balenare da quelle parole.

— Mi dia retta. Temevo, ero certa anzi, che mia cugina avrebbe attirata la sua attenzione e la sua simpatia. Dalla lettera che lei scrisse allo zio avevo saputo il suo proposito di scegliersi una sposa qui, ed avevo saputo anche la sua età, il suo passato... Dica, in coscienza, crede d'aver ancora tanta poesia nel cuore, tanto sentimento giovanile, tanto avvenire, da rendere felice una giovane di ventitrè anni? Dica, lo crede?

— Ma io non pensavo a sua cugina, rispose il _lion_ mortificato, forse per la prima volta nella sua vita, e convinto. Pensavo a lei, che è seria, generosa, che non ama la società...

— E che ho ventotto anni, lo dica pure. Ma se io non mi fossi messa innanzi, se non avessi cercato di attirare la sua attenzione su di me con una civetteria che fa ridere me stessa, sarebbe stato a Valeria che avrebbe pensato; ed a quest'ora avrebbe domandato lei e non me. E quella ragazza, che non conosce il mondo come lo conosco io, avrebbe potuto accettare la sua proposta per l'infelicità d'entrambi.

— _D'entrambi_, è un complimento.

— Se poi vuol dirmi anche che non ha più abbastanza cuore per soffrire della infelicità di sua moglie... Ad ogni modo questa è la ragione per cui mi sono data qualche ora alla civetteria. Volevo deprezzare la sua offerta con un rifiuto, per impedire a lei di ripeterla a Valeria, ed a Valeria di accettarla. Ed ora, mi perdona?

Leoni s'inchinò, e le strinse la mano con profonda stima. Non la profonda stima kristophle che si presta a firmare qualunque lettera sconclusionata; ma quella vera, che trova la via anche dei cuori disillusi. Ed avrebbe dati volentieri dieci anni della sua vita, non della passata, per poter ripetere con qualche speranza a quella simpatica zitellona, la proposta che ella aveva rifiutata.

* * *

Quel giorno stesso Odda ricevette una lettera dell'Accademia di Brera in cui le annunciavano che il suo quadro era fra i scelti per essere acquistati dall'Accademia stessa, e la invitava presentarsi per regolare le condizioni del contratto.

Odda non aveva la menoma attitudine agli affari, non ne capiva nulla. Era ancora il caso di rivolgersi ad un parente, ad un amico, a qualcuno che s'incaricasse di rappresentarla, e di fare i suoi interessi.

Ma il parente, l'unico, lo zio Giorgio, aveva un nuovo rancore contro la pittrice.

La sera innanzi era stato al di là d'ogni meraviglia vedendo Odda mettersi in galanteria con Leoni. In fondo, ben in fondo, era buon uomo, e, pennelli a parte, quell'unica figliuola d'un unico fratello gli era cara. A patto di non rimetterci nulla della sua borsa, nè delle sue opinioni, avrebbe fatto di tutto per vederla maritata.

Così non s'ebbe a male di quella specie di soperchieria che Odda faceva alla cugina beccandole lo sposo sotto gli occhi.

— Ciascuno fa il suo interesse, diceva colla sua logica d'uomo d'affari. Odda ha già ventotto anni; è più urgente per lei che per Valeria di maritarsi. E se questo deve guarirla dalle sue ubbie sull'amore e sull'arte, e farne una donna come le altre, mi rassegno volentieri a rinunciare al mio disegno per adottare il suo.

Ma quando il mattino udì da Leoni che Odda aveva rifiutata la sua domanda, non seppe più cosa pensare, e si sentì profondamente offeso.

— Dacchè non lo voleva per sè, perchè portarlo via a Valeria? La sapevo originale, ma non a questo punto. Così non l'avranno nè l'una nè l'altra. Un partito perduto. E diceva questo come se dicesse: Un capitale non impiegato.

In queste disposizioni di spirito, si può figurarsi come accolse la preghiera di Odda per l'affare dell'Accademia.

— Se vuoi che stiamo in pace, le disse, non parlarmi mai più de' tuoi quadri.

Dunque per aiutare la povera Odda, ora come prima, il parente non c'era.

L'amico neppure.

Dovette rivolgersi daccapo al qualcheduno; lo stesso qualcheduno che aveva ricevuto e presentato il suo quadro all'esposizione, il signor Fulvio... ed un cognome.

Odda gli scrisse un altro biglietto, annunciandogli che si trovava a Milano, che desiderava di conoscerlo, e che le brighe per quel noto quadro non erano anche finite.

— Voleva continuargli la sua tutela? Voleva recarsi da lei?

Nel pomeriggio erano tutti nel salotto, e stavano prendendo il caffè dopo la colazione, quando il servitore annunciò il signor Fulvio.

Odda si fece rossa, e rimase un momento confusa. Le sussultava il cuore. Non osava parlare per paura che le oscillasse la voce. Erano più di due anni che pensava a lui, se n'era fatto un ideale, e se ne era appassionata. Tuttavia seppe vincere la propria commozione, gli porse la mano, e disse sorridendo:

— Ma io non ho il diritto di parlarle, nè di presentarla a chicchessia, dacchè nessuno l'ha presentata a me. Poi rivolgendosi al servitore gli ordinò seriamente:

— Annuncia anche noi.

Il servitore obbedì, e ripetè i nomi di tutti.

Quella trovata originale fece ridere la compagnia, e ciascuno alla sua volta s'inchinò e porse la mano a Fulvio.

— Ecco fatta la presentazione, disse Odda, è adesso soltanto che ci conosciamo.

La zia Evelina, che aveva gli occhi intenti su di lei, con un sentimento affatto differente da quello che la faceva travedere il giorno innanzi, s'avvide del turbamento di Odda, si ricordò di quanto le aveva detto, del suo amore ideale per una persona che non conosceva, e facendosi accanto a lei le susurrò:

— È lui?

— Sì, rispose Odda, stringendole la mano.

— Perdonami, Odda, avevo sospettato di te, ripigliò la zia.

— Che amassi Leoni?

— Sì.

— Non hai creduto di farmi torto, dacchè tu stessa lo ami.

— Lo sapevi?

— No. Ma questa mattina non sei fuggita abbastanza presto. Uscendo dal salotto, dove ero stata con Leoni, ho veduto il tuo abito da camera che scompariva in fondo al corridoio ed ho indovinato.

— È vero, t'ho seguita, ed ho ascoltato tutto.

— Povera zia! disse Odda pensando alla delusione che doveva provare.

Questo scambio di parole sommesse fu fatto in un minuto, mentre lo zio Giorgio presentava seriamente Leoni e la sua famiglia a Fulvio.

Quando Odda e la zia si voltarono per unirsi alla compagnia, lo zio diceva accennando Valeria:

— E questa è mia figlia.

Valeria era rossa come una fiamma, ed imbarazzata come una collegiale, lei che non si confondeva mai; mormorò senza guardare Fulvio:

— Noi ci conosciamo già.

— Sissignore, disse il pittore. Ebbi il piacere di vedere la signorina, e di esserle presentato all'ultimo ballo del casino.

La zia Evelina, che non si ricordava di questo, e non osava dirlo per non offendere Fulvio, guardava lui e Valeria in atto di stupore.

— Tu non c'eri, zia, rispose Valeria indovinando il suo pensiero. Ti ricordi che all'ultimo ballo sono andata colle signorine Tali e colla loro mamma?

Si parlò dell'esposizione. La zia e la nipote c'erano state due giorni prima. Valeria, che, passato il primo momento, aveva riacquistata l'usata sicurezza ne parlava con grande interessamento.

E quante cose sapeva!

Sapeva che il signor Fulvio aveva esposto tre quadri di genere ed una marina. Il quadro della prima sala era collocato bene, in luce; otteneva tutto il suo effetto. Che effetto! Peccato che lo avesse comperato il signor Flidgeby (fin il nome inglese sapeva!) Peccato! con quel nome là, il meno lontano che poteva portarlo era a Londra. Invece il quadro della seconda sala era così mal collocato dietro quell'enorme cornicione d'un quadro di battaglia, che lo adombrava tutto... E così in alto! Ne aveva provato un tal dispetto.... Fortuna che lo aveva scelto l'Accademia, e dopo l'Esposizione si potrebbe vederlo collocato meglio. E quel puttino del terzo quadro nella quinta sala! Quel puttino lo aveva sempre dinanzi; faceva greppo così bene, che nell'allontanarsi ella si era voltata per vedere se non era ancora scoppiato in pianto....

Odda, coll'occhio fisso, ed il cuore serrato come in una mano di ghiaccio, osservava la cugina mentre parlava cosí.

I modi indifferenti, la sua affettazione di scetticismo, erano affatto scomparsi. Aveva gli occhi scintillanti, il volto acceso, e da tutta la persona bella spiravano l'entusiasmo e la passione.

Che momento fu quello per Odda! Povera giovine. Ripensò i _suoi_ entusiasmi, la _sua_ passione che aveva coltivati per tanto tempo in fondo al cuore. Ella pure aveva in mente tutti quei quadri, li aveva analizzati, copiati, con infinito amore, e colla mente rivolta a quell'autore ignoto, studiandone l'ingegno, il cuore, l'ispirazione.

Ed ora, dopo due anni era venuto il giorno di conoscerlo quell'autore. Lo aveva aspettato palpitando e domandando a sè stessa coll'angoscia dell'incertezza:

— Sarà bello e cortese?

Sì, era bello e cortese. Ma là, accanto a lui, c'era una fanciulla che lo amava anch'essa, e che egli pure amava. Povera Odda!

Un momento la sua parte di debolezza umana le ricordò che il giorno innanzi coi suoi ventotto anni ella aveva potuto eclissare la cugina. Si ricordò la propria figura riflessa nello specchio; era nobile e bella. Leoni, l'uomo delle avventure galanti, malgrado la sua lunga esperienza, era caduto ai suoi piedi.

— Se anche Fulvio mi trovasse bella? Se apprezzasse il mio ingegno? Se mi amasse come Leoni? Chissà?

Ma fu un pensiero che passò di volo. Il nobile cuore di Odda non era di quelli che la passione può indurre a commettere una slealtà.

— E Valeria? rispose subito a sè stessa. Valeria che lo ama, che me l'ha confessato; perchè era di lui che mi parlava ieri.

E qui la speranza, la terribile ingannatrice, le suggerì un dubbio.

— E se non fosse di lui?

Allora s'accostò al pianoforte dove i due giovani stavano discorrendo, fece scorrere il dito su la tastiera come aveva fatto Valeria il giorno innanzi, poi le domandò:

— E adesso le senti tutte quelle note?...

— Sì, tutte, tutte, anche i diesis, disse la signorina facendosi rossa, troppo rossa per un discorso affatto musicale.

Addio fallace speranza! Non fu che un disinganno di più.

Odda andò a sedere in disparte, e ripensò la sua arte, il successo del suo quadro, i suoi lavori finiti, i disegni audaci d'altri lavori. Ma tutto questo lo ripensò senza passione, perchè ormai le mancava il sentimento entusiasta che le aveva dato coraggio, ambizione, fermezza. Pure non si lasciò abbattere. Era quello o non mai il momento di sentire il vantaggio d'un'altra passione che non fosse l'amore.

— Perchè ho imparato un'arte? Perchè il babbo me l'ha data, se non per preservarmi dal vivere esclusivamente all'amore, dal rendermi ridicola nell'età matura cogli sterili rimpianti d'un sentimentalismo incompreso? Egli non mi ama? Pazienza. Il mio lavoro, un lavoro assiduo, interessante, studiato, mi occuperà la mente e il cuore. Sarò forte.

* * *

Lo zio Giorgio invitò Fulvio a pranzo perchè potesse avere il tempo di mettersi d'accordo con Odda circa il quadro.

Odda scese a pranzo vestita di nero, senza la menoma pretesa all'eleganza.