Serate d'inverno

Part 5

Chapter 53,847 wordsPublic domain

Egli mi guardò ben bene dalla testa ai piedi. Forse non aveva mai visto nessuno così ben vestito. Poi riprese:

— Ma è molto presto.

Io sorrisi della sua ingenuità. Egli non sapeva con che ansietà mi aspettasse quella povera dama, che dubitava persino della giustizia di Dio per causa mia.

— Se potesse tornare più tardi... soggiunse.

— No, no. Lasciate pure che pranzi con comodo. L'aspetterò. E mi posi a sedere in un angolo dell'anticamera dicendo:

— Quando avrà finito mi riceverà.

— Chi dovrò annunciare? domandò il servitore avviandosi per uscire.

— Ernesto Rossi.

Egli si fermò di botto, poi tornò indietro e mi disse con premura:

— Scusi. Può aspettare in sala. Favorisca.

Ed aprendo i due battenti della porta di contro, s'inchinò per lasciarmi passare in una sala tutta piena di fiori e di specchi, con un tappeto su cui si camminava senza rumore come fanno i fantasmi.

— Anche i servitori sanno il mio nome e mi ammirano, pensai; ed andai a contemplare in uno specchio la mia persona divenuta celebre.

* * *

Quello specchio era un uscio, ed era socchiuso. Dall'altro lato si udiva tratto tratto il leggerissimo tinnire d'un bicchiere, d'una posata, d'un piatto, subito represso. Doveva essere la sala da pranzo. I signori usano pranzare pian piano come se avessero paura di venir sorpresi.

— E così? domandò una voce d'uomo.

— E così, rispose una vocina di donna, gli ho scritto, e l'ho invitato per questa sera al nostro tè.

Capii che parlavano di me, e stetti a sentire coll'orecchio all'uscio.

— È una pazzia, Emma. Un'imprudenza. Ti crederà una donna leggera, ripigliò l'uomo.

E la vocina graziosa:

— Ma che! Non è un vanerello. Tutti mi parlano di lui, del suo ingegno; io non posso andarlo a sentire, e mi struggo di curiosità. Era naturale che lo invitassi a farmi una visita. Di sera poi, in pubblico, presente mio marito, perchè spero che ti fermerai in casa... Via, che male ci trovi?

— Trovo che metti troppo entusiasmo nella tua curiosità. Questa sera sarò io che mi chiamerò Otello.

Questa mi parve curiosa che per ricevermi volesse cambiar nome anche lui. Del resto se gli piaceva di chiamarsi Otello, era un'idea come un'altra; ma non potevo a meno di ridere al pensiero delle disgrazie che gli tirerebbe addosso quel nome, più strampalato del mio Eustacchio.

In quella entrò il servitore e disse:

— Il signor Ernesto Rossi aspetta in sala.

S'udì un susurrìo sommesso, poi un rumore di sedie.

Io mi allontanai in fretta dall'uscio; e quasi subito il servitore lo aprì, e vidi entrare la contessa, piccolina e pallida, che zoppicava leggermente e si reggeva al braccio del marito.

* * *

Io mi feci innanzi, stendendole la mano quant'era larga, e le dissi:

— Sono venuto un po' presto! ma so che, _aspettare e non venire è una cosa da morire_, e non ho voluto farla aspettare.

Invece di rispondermi la contessa guardò suo marito tutta confusa come se non avesse capito.

Egli si mise a ridere, forse della semplicità di sua moglie, poi mi disse:

— Perdoni. Non abbiamo il bene di conoscerla...

— Ernesto Rossi, risposi. La signora mi ha scritto...

— Ernesto Rossi il tragico? interruppe guardandomi nel bianco degli occhi come se volesse cavarmeli.

— Nossignore, io non sono tragico. Ho sempre avuto un carattere mite.

— Ma cosa fa? Cos'è?

— Sono studente.

La contessa si mise a ridere come se non l'avesse saputo. Poi mordendosi le labbra per star seria domandò:

— Studente di legge?

— Nossignora.

— Di matematica?

— Nossignora.

— Di medicina?

— Nossignora.

— Ma studente di che cosa?

— Studente droghiere.

Fu come se le avessi sparato contro una fucilata. Cadde di piombo sopra un divano in una convulsione di ridere. Pareva che soffocasse. Ne ebbe per un quarto d'ora.

Io non capivo nulla di quell'allegria straordinaria. Finalmente quando le riescì di riavere il fiato, mi domandò:

— È lei che mi ha mandato il caffè! e fuori a ridere daccapo.

— Sissignora, risposi. Mi sono presa la libertà...

— Guarda un po', Emma, a che cosa ti esponi colle tue imprudenze da ragazzetta! le disse il marito coll'aria indulgente con cui si rimproverano i bambini malati.

— Via, ribattè la signora pigliandogli la mano e facendoselo sedere accanto. Ora è inutile che tu faccia l'Otello. Vedi bene che Desdemona potrebbe offrirgli una dozzina intera di fazzoletti, senza nessun pericolo.

Capii che la signora Desdemona doveva essere una persona della famiglia che offriva una dozzina di fazzoletti in compenso dello zucchero e del caffè. Allora presi una sedia, apersi con cura le falde dell'abito e curvai pian piano le mie ginocchia strette, per mettermi a sedere ed aspettarla. Ma in quella la signora diede uno strappo al cordone del campanello che mi fece balzare in piedi daccapo.

Il servitore si presentò all'uscio e la padrona gli disse:

— Pagate a quest'uomo il caffè e lo zucchero che ha mandato quest'oggi, ed accompagnatelo. È il droghiere; fu un errore introdurlo qui.

E mi fece un cenno colla mano, non tanto per salutarmi quanto per mostrarmi la porta.

Maledizione! Anche quel nome d'Ernesto che mi pareva tanto bello mi portava disgrazia come l'altro.

Non ero io, per caso, che portavo disgrazia ai nomi?

Corsi a casa colla testa in fuoco.

Bruciai le carte di visita; strappai il nome dall'uscio; e ripresi il mio primo battesimo di Eustacchio. Per quello che ne avevo cavato, non metteva conto di cambiare.

Ma quella scena m'aveva talmente scombussolata la mente, che il giorno dopo, quando mi presentai agli esami, tutti i miei studi di un anno mi erano svaporati dalla testa; non ne sapevo più assolutamente nulla.

Tutti i tentativi che feci negli anni seguenti ebbero gli stessi risultati. A qualunque domanda rispondevo Ernesto Rossi, Eustacchio Rossi. Non sapevo dir altro.

D'allora il cervello mi è andato in acqua, e si coagula appena qualche rada volta nei freddi intensi, e per breve tempo. Sono i lucidi intervalli di cui mi valsi per narrare alla meglio la mia prima disgrazia.

IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE

Odda aveva ventotto anni. Era orfana e senza marito. Abitava sola una sua villa ad Ameno sul lago d'Orta. Sola, coi suoi pennelli che sapeva adoperare maestrevolmente, colle massime del suo babbo, e con un'illusione tutta sua.

Le massime del babbo, che Odda aveva adottate, si riassumevano, o quasi, nel proverbio:

«Impara l'arte e mettila da parte.» Soltanto che il proverbio era applicato alle fanciulle, alla loro educazione.

Quanto all'illusione di Odda... ma è meglio, signore lettrici, che la vedano da loro, tenendo dietro al racconto.

Ecco come andò la cosa.

Odda aveva finito un quadro di genere, e l'aveva mandato all'esposizione di Brera. Non quest'anno però; le prego signore lettrici; non cerchino sul catalogo, non voglio fare personalità.

Mandare un quadro all'esposizione è cosa facile senza dubbio. Ma occorre sempre un parente, un amico, qualcheduno, che lo riceva, si assicuri che il viaggio non l'ha avariato, lo presenti, lo faccia collocare, e molti etcetera.

Il parente Odda l'aveva; un fratello del babbo. Ma era un uomo d'affari, che non ammirava l'arte in generale, e la odiava addirittura nelle donne, le quali, secondo lui, sono create e messe al mondo unicamente... per creare e mettere al mondo non già quadri, nè libri, nè statue, s'intende.

Dunque il parente Odda l'aveva, ma era come non l'avesse.

L'amico non l'aveva punto.

Dovette ricorrere al qualcheduno. Il qualcheduno era un pittore, di cui Odda aveva ammirati, studiati, copiati i quadri. Alcuni li aveva anche comperati, ed era superba, e più ancora felice di possederli. Si chiamava Fulvio... ed un cognome.

Ma qui finivano le informazioni di Odda. Chi era? Com'era? Giovine? Vecchio? Ricco? Povero? Bello? Brutto?

Di tutto questo non ne sapeva più di loro, signore lettrici. Sapeva però che ne era idealmente innamorata, e questo lo sanno anche loro a quest'ora. Colla loro penetrazione di donna l'hanno indovinato da questo esordio.

Dunque Odda aveva scritto un biglietto al signor Fulvio e lo aveva pregato per la loro fratellanza in arte, e per la sua cortesia verso una signora, a volersi incaricare di ricevere il suo quadro, presentarlo, farlo collocare e molti etcetera.

Ed il signor Fulvio, da uomo cortese, aveva risposto ringraziandola dell'atto di fratellanza, ed accettando l'incarico con entusiasmo. — E più tardi aveva sfogato in quattro «piedi» d'appendice d'un giornale quotidiano, la sua ammirazione pel talento artistico della signora Odda, la quale lesse quel giudizio colla gioia con cui i pochi eletti fra i molti chiamati leggeranno la loro parte di giudizio universale, nella valle di Giosafatte; lo imparò a memoria, e fabbricò un castello in aria colossale su quella base di carta.

* * *

L'esposizione stava per essere chiusa; lo zio Giorgio, il parente iconoclasta, era tornato dalla campagna colla famiglia: una figliuola di ventitrè anni, ed una sorella vedova — anni x.

Odda era giunta anch'essa in casa dello zio, per sapere cosa avvenisse del suo quadro, ritirarlo, o ritirarne il prezzo se si vendeva.

Era arrivata col treno della mezzanotte; s'era coricata subito, ed il mattino, alzandosi tardetto, aveva trovato lo zio in sala da pranzo che si bisticciava colla sorella per cagion sua.

— L'arte delle donne, diceva lo zio, è di essere buone mogli e buone mamme. Ecco la sola idea vera e sana che voi altre possiate avere; ecco la vostra felicità, la vostra gloria. La famiglia; non altro che la famiglia.

— E chi glie lo nega, zio? entrò a dire Odda che aveva udite quelle ultime parole.

— Tu stessa lo neghi, figliola, ed i paradossi del tuo povero babbo. S'è visto mai una stramberia simile? Avete una ragazza bella, robusta, buona, ed invece di farne una madre di famiglia, farne un'artista, un fenomeno!

— Ma crede che, se avessi trovato un uomo come l'avrei voluto, non l'avrei preferito ai pennelli ed alla tavolozza? E che il mio babbo non avrebbe approvata quella preferenza? Ma che! Le pare? Il babbo ha voluto che imparassi un'arte, e se l'avessi preferito mi avrebbe fatto imparare una scienza, o tutt'altra cosa, unicamente per prepararmi una passione di ripiego. Egli diceva:

«Le ragazze che non fanno nulla di serio, si mettono in testa d'essere al mondo soltanto per trovare un marito, e non pensano che a quella _x_ incognita e sospirata. Si fanno belle per piacere alla _x_; acquistano una certa coltura, per interessare la _x_; non ne acquistano troppa, per non adombrare la _x_; sono casalinghe, economiche, oneste, per rassicurare la _x_. E quando invecchiano senza averla trovata, non sanno più per chi serbare tutte le qualità coltivate per la _x_, e le lasciano andare. E si persuadono che hanno fallito lo scopo della vita, e diventano stizzose, sfiduciate, invidiose; o, se sono buone, diventano beghine. Diamo loro un'occupazione nobile e seria, che le appassioni per sè stessa, indipendentemente dall'idea del marito. Se il marito verrà, lo ameranno malgrado la loro occupazione; se non verrà, continueranno a lavorare e ad amare il loro lavoro. Avranno sempre un'idealità, un amore nella vita.» Ecco quel che diceva il babbo.

— Ma quello che non capisco, osservò lo zio, è appunto che una ragazza quando non è un mostro, non abbia a trovare un marito.

— Eppure è facile capirlo, rispose Odda, dacchè il mondo è pieno di zitellone. Ma anche quelle che trovano marito, non lo trovano tutte come avrebbe voluto il babbo, e come vorrei io. Allevate nell'idea fissa che debbano maritarsi presto, e che il non maritarsi è una vergogna, le ragazze a vent'anni cominciano ad inquietarsi se non sono ancora spose. Hanno paura del celibato come dell'inferno. Pensano il giorno e sognano la notte domande di matrimonio. Ed appena si presenta un partito conveniente, lo accettano, non perchè amino quell'uomo-partito, ma per fuggire il pericolo di rimaner zitellone.

— Mettiamo capo alla teoria dell'amore prima del matrimonio, disse lo zio Giorgio con molta ironia.

— Precisamente, affermò Odda. L'amore ci dev'essere. È la sola guarentigia di felicità che abbiano gli sposi. Due persone che si uniscono senza amore, può darsi che si amino vivendo insieme; ma può anche darsi che non si amino; e mi pare troppo ardito tentare la prova. Bisogna amarsi per sposarsi, e non sposarsi per amarsi.

— Questo è un bisticcio, malignò ancora lo zio.

— Lo spiego. E, se la zia Claudina lo permette, lo spiego con un esempio.

— Fai pure, disse la vedova indovinando che Odda voleva parlare di lei. Fai pure. Siamo in famiglia.

— Ebbene. La zia aveva venticinque anni... Non ti preme di nasconderli, vero?

— No, no, tira via.

— Quelli là non li nasconde, disse ridendo lo zio Giorgio. Sono gli altri...

— Aveva venticinque anni, continuò Odda, ed era innamorata di qualcuno. Il qualcuno non sapeva il suo amore.

— Scusa, interruppe la zia, lascia che questa storia la racconti io che la conosco meglio. Il qualcuno sapeva perfettamente d'essere amato, ed aveva fatta la sua brava corte per riescirci. Ma se gli era caro farsi amare, ed essere preferito in società dalla zia che era una bella signorina molto elegante, gli era anche più cara la sua libertà; e respingeva sempre nelle penombre d'un avvenire indeterminato la famosa catena coniugale, il cui nodo gordiano gli faceva paura. Un giorno si presentò al babbo della signorina il signor Tale dei Tali, che aveva trent'anni, una bella situazione, quindici mila lire di rendita, e nessuna paura del nodo gordiano.

«Cosa fare? pensò la signorina. Se quell'altro non si decide ho da rimaner zitellona?» E spaventata da quella minaccia di ridicolo, sposò il giovine bello, ricco stimato, dicendo:

«Col tempo lo amerò.»

Ma invece non lo amò mai.

Egli sentì il contraccolpo della freddezza della moglie; ne fu afflitto, poi annoiato, poi disgustato.

Onesti entrambi, si resero infelici a vicenda. Ed alla fine, quel nodo gordiano che avevano stretto nella speranza di amarsi poi, dovettero invocare d'accordo la spada d'Alessandro per tagliarlo.

Vissero tre anni divisi e poi il marito morì in Inghilterra, lontano dal suo paese e dalla moglie, che rimase in una casa non sua, di peso a se stessa ed agli altri.

La zia stette un po' impensierita dopo quel riassunto della sua vita uggiosa, e Odda accennandola allo zio disse:

— Ora veda. Se quella signorina, invece di passare tutte le sue ore di libertà ad aspettare lo sposo, e le altre ad occuparsi per lui, avesse diviso il suo tempo fra i doveri di casa ed un'arte, se ne sarebbe appassionata, e non avrebbe trovato il tempo lungo fino a venticinque anni, e l'avvenire senza marito non le sarebbe apparso deserto. Avrebbe pensato: «Se quel tale si deciderà a superare l'avversione del nodo gordiano, sarò felice tra la mia arte e lui; altrimenti mi resterà sempre l'arte, non sarò inutile al mondo.» E non avrebbe sposato quell'altro per fare infelice se stessa e il marito.

— Sì; ma queste sono le eccezioni, ribattè lo zio.

— Non sono _le_ eccezioni; sono _fra le molte_ eccezioni. Poi c'è l'altra eccezione di quelli che si sposano senza amore, e dopo qualche tempo si danno a vivere ciascuno a suo modo, hanno appartamenti differenti, abitudini differenti, e differenti relazioni. Poi l'altra eccezione del marito che ama la moglie, e dell'amico che ne è amato. Poi l'altra eccezione della moglie amante ma trascurata, che fila in casa il sentimento e la noia, mentre il marito si spassa fuori. Poi ancora l'altra eccezione della moglie coscenziosa, che combatte nel suo cuore un sentimento estraneo alla famiglia, ed è onesta ma infelice.

— E tu senza figlioli, senza sposo, sola nella tua casa deserta, sei felice perchè fai dei quadri?

— Ora non si tratta di me, zio. Le ho detto che l'arte è una passione di ripiego. Se fossi infelice, essa varrebbe a consolarmi, a preservarmi dalle invidiuzze, dai sentimenti meschini; a darmi un valore personale, che mi farebbe evitare il ridicolo, ed all'occorrenza mi aiuterebbe a guadagnarmi la vita.

* * *

Questo battibecco minacciava di durare tutto il giorno, col solito risultato delle discussioni, di lasciare ciascuno del proprio parere.

Ma fortunatamente per loro, signore lettrici, entrò un servitore con una lettera che lo zio Giorgio comunicò alle signore.

«CARO GIORGIO.

«Ho fatto come l'ape, che vola di giardino in giardino, sugge i fiori, e passa, senza voltarsi a guardare se il suo bacio li ha avvizziti; poi, quando la primavera è passata, ed il suo corpo s'è fatto grave al volo, si richiude nell'alveare a deporvi il miele.

«Io ho svolazzato rubando dolcezze di baci traverso la Francia, l'Inghilterra, la Germania; ed ora che il sole di primavera è tramontato dietro i miei quarantacinque anni, portando seco le curiosità giovanili, i giovanili ardimenti, torno anch'io al mio bell'alveare ambrosiano.

«Non mi rimane più molto miele da deporvi, ma se tu mi aiuterai a trovare una collaboratrice giovine, onesta, buona, ho in mente che tra due ne avremo abbastanza per comporre a una discreta luna di miele.

«In volgare desidero di ammogliarmi. Pensaci un poco, e, prima di tutto, pensa a prepararmi da pranzo, perchè col treno che segue questa mia, sarò a Milano.

«_Tuo_

«LEONARDO LEONI».

— Un buon partito per Valeria, disse l'incorreggibile zio Giorgio.

— Ma che! Tua figlia è troppo giovine per lui, osservò la zia facendosi rossa.

— Cosa importa l'età? Se stando qui per alcuni giorni gli riescisse di farsi amare.....

— Ma non deve riescirgli, insistè la zia. È un uomo leggero, disilluso, che ha fatto una vita galante.

E la signora Claudina diceva questo con enfasi, perchè quel Leoni era appunto il giovinotto che l'aveva corteggiata quand'era giovine lei, quello che aveva avuto paura del nodo gordiano. Ed ora che tornava disposto ad ammogliarsi, ed ella era vedova...

Ma lo zio non voleva saperne.

— Ubbie, ubbie, gridava.

Erano tutte ubbie per lui, dinanzi al fatto positivo d'una domanda di matrimonio. Le galanterie di Leoni erano cose passate; aveva fatte le sue scappate in gioventù, ma ora pensava a prender moglie, ed il proverbio dice «Prendendo moglie si fa giudizio».

Odda invece, colle sue idee ed i suoi principii, fu addirittura indignata dell'idea di maritare a quel modo Valeria. E disapprovò lo zio, e fece un'opposizione così calorosa, che la zia, la quale aveva cominciato dal farsi rossa, finì per farsi pallida, ed ebbe il sospetto che Odda fosse segretamente innamorata di Leoni.

L'aveva forse incontrato in società quando aveva ancora il babbo ed abitava a Milano; ed era per lui che non aveva mai voluto maritarsi, e s'era ritirata ad Ameno, dove aveva passato nell'isolamento e nel lavoro, tutto il tempo che Leoni era stato in viaggio, ecc., ecc.

* * *

Tutto il giorno la zia Claudina andò almanaccando prove in appoggio del suo sospetto. Verso sera, trovandosi sola con Odda le disse:

— Insomma, perchè ci opponiamo a questo matrimonio? Se alla ragazza piacesse?...

— Anche tu, zia! Ma ci opponiamo perchè Valeria è giovane e Leoni è vecchio. Perchè Valeria è buona ed affettuosa, ed egli ha logorato quel poco che aveva di bontà e di sentimento negli attriti di una vita leggera. Perchè Valeria, che ha paura di rimaner zitellona e ridicola, e, senza la prospettiva del matrimonio non saprebbe cosa fare della sua attività e dei suoi entusiasmi, accetterà quel partito, tanto per maritarsi. E poi s'accorgerà che non ama e non è amata, e sarà infelice.

— Ma, se invece di Valeria che ha ventitrè anni, fosse una donna più matura che sperasse in Leoni?

— Se lo sperasse soltanto, come un partito ignoto di là da venire, qualunque fosse l'età di quella donna direi a lei pure:

«Non vada incontro al matrimonio a sangue freddo, mia signora. Lasci che l'amore glielo conduca per mano. Non dubiti; l'amore è nel suolo, è nell'aria, è nella natura. Verrà.

— E se il suolo, l'aria, la natura avessero già esaltata questa loro produzione? Se quella donna matura amasse Leoni?

— Allora non avrebbe di meglio a fare che cercare d'esser corrisposta e sposarlo.

Parlava per se stessa? Era per cercare di esser corrisposta lei, che si opponeva a quel matrimonio? La zia Claudina non sapeva cosa pensarne. E tuttavia le premeva assai di saperlo.

Pensò che era meglio pigliare la questione di fronte, e, passando l'acqua dov'è più stretta, domandò a bruciapelo:

— E tu, Odda, non senti la mancanza dell'amore intorno a te? La nostalgia della famiglia?

— Fino all'anno scorso ebbi il babbo...

— Che! La famiglia ascendente non basta alle aspirazioni della vita giovanile.

— È vero, confessò Odda con sincerità. Ho sognato anch'io la _mia_ famiglia colle sue cornici color di rosa e d'azzurro. Ma è là nell'azzurro. Cosa farci? Vorresti ch'io stessi giorno e notte colla testa in mano pensando se verrà o se non verrà? Oppure che, per farlo venire, prendessi il primo _partito_ venuto, e gli facessi fare la parte del protagonista come in una commedia, a rischio di trovare poi che quella parte non gli va, e di rovinare la produzione?

— Allora vuol dire che là nell'azzurro, ci sarebbe il tuo protagonista?

— Sì, ma molto nell'azzurro. Figurati zia che non lo conosco ancora.

— Allora è un'idealità?

— No; è un uomo vero. Ma non mi fu presentato, e nella nostra società, per quanto si apprezzi l'ingegno d'una persona, per quanto s'abbia pensato a lei degli anni, non si può dire di conoscerla finchè un fantoccio qualunque non abbia detto fra noi:

«Il signor Tale; la signora Tale,» e che noi ci siamo inchinati l'uno all'altro.

— Questo non è accaduto, dunque non lo conosco, e può darsi ch'egli pensi a me come alla questione d'Oriente.

* * *

È una proprietà fatale della gelosia, di trovare delle ragioni per tormentarsi, anche nelle cose che sembrano fatte apposta per rassicurarla. La zia Claudina pensò:

— Ecco. È proprio lui. Lo conosce, ma non le fu presentato. Lo avrà veduto, udito discorrere con quella disinvoltura che possiede lui solo, saprà delle passioni che ha ispirate, delle sue avventure, e si sarà esaltata.

Ma mentre si angustiava con queste fisime, la povera zia aveva una rivale assai più pericolosa di Odda.

Lo zio Giorgio era andato dalla figliola, e le aveva detto il suo disegno:

— Leoni aveva tanto, e tanto. Agli anni non ci si doveva badare, perchè gli uomini, che Dio li benedica! non invecchiano mai. Lei invece a ventitrè anni non era più giovine. E però, dacchè Leoni era disposto ad ammogliarsi, egli, babbo, credeva conveniente di non lasciarsi sfuggire quel partito.

Valeria aveva trovato che il babbo aveva perfettamente ragione. Aveva provata una fitta al cuore, ed un momento il suo avvenire le era apparso triste come un annuncio di morte. Ma tuttavia aveva aderito a conoscere Leoni, e si disponeva a presentarsi a lui sotto l'aspetto più favorevole, a cercare di piacergli, ed a sposarlo se le riesciva.

Odda, che contava unicamente sull'opposizione della ragazza, si sentì scoraggiata quando la vide comparire in sala con un'abbigliatura che in casa non portava mai, e mettersi al pianoforte ad esercitarsi in un terribile pezzo, che avrebbe messi in fuga tutti i partiti della terra, se la bella figura di Valeria non avesse distratta la loro attenzione da quel supplizio acustico.

— Perchè ti sei fatta così bella, Valeria? domandò Odda.

— Per farti onore, disse la signorina continuando a precipitare i diesis ed i bemolli.

— _Esclusivamente_ per far onore a me?

— Tu pretendi un omaggio esclusivo?

— Domandare non è rispondere; ma ho già capito che, se lo pretendessi, sarei delusa. Ed accostandosi a Valeria, ed appoggiandosi alla spalliera della sedia, continuò:

— Confessa, bimba, che quell'abbigliatura non l'hai fatta per me.

— Non _soltanto_ per te, via!

— Bene. Ora cominci ad esser sincera. E quell'affastellamento di crome e di biscrome, chi deve sedurre?

— Oh questo, non te sicuramente, che metti sempre in burla _il pezzo della signorina di casa_. Che pretendi si studiino le arti fino nelle viscere...