Serate d'inverno

Part 4

Chapter 43,879 wordsPublic domain

Seppi che Vittoria si trovava a Genova ed aveva lasciato il teatro. Vi corsi subito. Le narrai lo stato di Gustavo e la rimproverai acerbamente. Oh mi dimenticai che fosse una donna per rimproverarla. Ed ella chinò il capo e mi ascoltò col più profondo pentimento, e pianse come non piangono che le anime buone.

Imprecò a sè stessa, al destino, al teatro.

— Maledetto il teatro, esclamò. È quello che m'ha guastata la testa. Ero avvezza a vedere delle catastrofi, ed avevo bisogno di metterne una in fondo al mio dramma. Mi pareva che dopo dovessimo ritrovarci tutti dietro le quinte, e darci la mano sorridendo tra noi, per venir fuori a sorridere al pubblico. Aveva ragione la mamma. Ecco quello che ho guadagnato. Mi sono guastata la testa ed il cuore. È la sua maledizione che mi colpisce. Poi, gettandosi addosso un mantello senza guardarsi allo specchio, senza prender nulla con sè, uscì in furia con me, e ci recammo allo scalo. Per fortuna c'era un treno in partenza e potemmo partir subito per Milano. Vittoria mi diceva traverso i singhiozzi e le lacrime:

— E se sapesse come l'amavo, e che vita miserabile ho fatta in questo tempo. L'aspettavo sempre, mi pareva di vederlo entrare, gettarmisi in ginocchio davanti; e di stendergli le braccia, e di piangere insieme. Era il colpo di scena che aspettavo. Non ero che una commediante; che Dio disperda tutti i teatri del mondo!

Era una bella mattina di marzo quando giungemmo insieme a Milano e con una carrozza da nolo ci facemmo condurre allo stabilimento del dottor Biffi. Gustavo passeggiava in giardino. Ci lasciarono andar soli ad incontrarlo.

Al vederlo mi si strinse il cuore.

I romanzieri ed i poeti dipingono la pazzia in un modo malinconico e bello: la pazzia d'Amleto e d'Ofelia. Ma la realtà non è così. Sembra che in quegli esseri privi di ragione la macchina umana si sfasci. I loro abiti sono mal messi e cadenti, spesso anche sudici; una gran parte ha la manía delle nudità indecenti. In tutti, la persona perde ogni grazia, ogni decoro di contegno. L'uomo aristocratico, l'artista dalle grandi ispirazioni, il contadino ignorante sono tutti uguali là dentro come nel campo santo. Tutti camminano, gestiscono, si muovono colla medesima trivialità. Quelli che per una manìa di grandezza vogliono serbare un contegno dignitoso, lo esagerano e fanno da caricature: About-Hassan nel palazzo del Califfo.

Ci accostammo a Gustavo che ci guardava senza riconoscerci. Vittoria con uno de' suoi slanci drammatici gli si gettò ai piedi gridando:

— Oh Gustavo! Mio caro, perdonami per carità...

Egli non si mosse; non comprese nulla. Ella si alzò, gli prese le mani, le baciò, le riscaldò sul suo petto; gli parlò del passato, di lei, di Clelia; lo chiamò coi più dolci nomi.

Sempre impassibile.

Volle abbracciarlo, egli si schermì colla selvatichezza d'uno scolaro.

Allora presi a parlargli io; cercai di condurlo ad un altro ordine d'idee; di rammentargli le partite di campagna, i viaggi, i conoscenti comuni.

Mi rispose con un sorriso idiota che mi fece piangere.

Vittoria pensò di poterlo ridestare da quel torpore col mezzo dell'arte che aveva amata. Corse nello stabilimento, e tornò portando un bel quadro ad olio, rappresentante la Madonna dei dolori.

Ma prima che gli fosse vicina, Gustavo, alla vista del quadro, si diede a fuggire urlando e facendo salti spaventosi.

Fu arrestato a fatica e gli si dovette mettere la camicia di forza. Voleva frantumare il quadro e chi lo portava; tornava alla storia della sua vita, trascorsa tutta in una cornice; voleva essere libero, e ricominciare un'esistenza fuori dai quadri.

Forse aveva creduto di vedere il dipinto di Clelia colle teste alate. Tutte le volte che vedeva un quadro dava in quelle smanie; diceva che le teste che hanno ali fanno morire i cuori, e strappava i capelli agli infermieri ed a se stesso, credendo di strappare le ali.

Partimmo di là colla morte nell'anima, senza recare con noi nessuna speranza. Vittoria, violenta nel dolore, come era stata nell'amore e nella vendetta, si disperava, e mi faceva tremare di vederla subire la stessa sorte del suo povero amante.

Ci lasciammo a Milano, e non ci rivedemmo più. Ella rimase, per essere sempre vicina a Gustavo, e continuò a visitarlo, e ad amarlo, ed a vivere per lui.

Gustavo morì dopo un anno senza aver ricuperata neppur un'ombra di intelligenza, senza aver riconosciuta mai quella povera donna, che implorava in ginocchio una parola di perdono.

Nella lettera in cui mi annunciava la morte di Gustavo ella mi scrisse:

«Abbiamo sempre torto quando vogliamo ribellarci alle leggi della natura. Egli ha cercata la felicità in un amore impossibile; ed io ho cercata la giustizia in una separazione inumana. E Dio ci ha puniti entrambi. L'ho fatto portare al cimitero di Monza, ed ho presa una casa vicina per andarlo a visitare ogni giorno finchè vivrò.»

Erano due anime buone e meritavano una sorte migliore.

LA PRIMA DISGRAZIA

M'era caduta addosso quasi colla vita, la mia prima disgrazia, e da quel giorno fummo inseparabili, immedesimati l'uno coll'altra; io ero essa ed essa era me; mi chiamavo Eustacchio.

Eppure passarono degli anni assai, prima che m'accorgessi che quella era una disgrazia.

La mia mamma era vedova, ed aveva un negozietto di droghe a Fossano. Io passavo le giornate sullo scalino della bottega, mentre la mamma accartocciava caffè e zucchero con tanta arte, che si sarebbe detto che quello zucchero e quel caffè fossero nati in quei cartocci come frutti nella buccia.

Venivano i figliuoli dei vicini a trastullarsi con me; e, naturalmente, si giocava alla bottega. Due pezzi di carta appesi ad un bastoncino con tre fili di refe, facevano da bilancia; un po' di terriccio, sassolini e mattone pesto, costituivano il fondo di negozio.

— Mi dia un'oncia di caffè, diceva il ragazzo che rappresentava l'avventore; e lo diceva gongolando e frenando a stento le risa come se fosse la cosa più umoristica del mondo.

Ed io, che, come proprietario dello scalino di bottega su cui si giocava, avevo sempre la più bella parte, che è quella del bottegaio, mi affrettavo a mettere un po' di terriccio sulla bilancia di carta, poi ad accartocciarlo studiando i movimenti simultanei delle mani, che col pollice e l'indice tengono uniti i due capi della carta ai lati, e col medio ripiegano gli orli, salendo man mano, e restringendo sempre.

Tratto tratto la mamma mi chiamava per presentarmi a qualche sua cliente, la quale mi trovava sempre cresciuto.... uno sproposito! e mi domandava quasi invariabilmente:

— Come ti chiami?

Io stavo zitto e cercavo di tornare al gioco. — Ma la mamma andava superba della mia intelligenza precoce, ed insisteva:

— Via, rispondi. Di' alla signora come ti chiami.

— Tacco Locci! Rispondevo un po' per ubbidienza un po' per vanità di sentirmi lodare. Ed infatti erano esclamazioni ammirative da non finir più:

— Carino! Come parla bene! Che cosa ha detto?

Eustacchio Rossi, chiosava mia madre insuperbita da quel successo. Lui dice Tacco per dire Eustacchio.

— Oh caro! Quant'è caro! Che intelligenza! Quanti anni ha?

— Ne ha tre; ne ha quattro, ne ha cinque; ne ha sei; rispondeva la mamma crescendo d'anno in anno, finchè arrivò a dire:

— Ne avrà presto sette.

Ma la mia intelligenza e l'ammirazione delle vicine erano sempre le stesse. Intanto la mamma aveva cominciato per vezzo a chiamarmi Tacco come dicevo io, poi aveva fatto il diminutivo Tacchino, ed era diventato un nomignolo di famiglia, dato e ricevuto come una carezza.

* * *

Fu soltanto il primo giorno che andai a scuola, che mi accorsi che quel diminutivo vezzeggiativo era ridicolo.

Dopo avermi raccomandato lunghissimamente alla maestra, la mamma se ne andò dicendomi:

— E stai buono, sai Tacchino?

— Oh! oh! oh! Tacchino! s'udì susurrare sui banchi, si chiama Tacchino!

— Chi?

— Il ragazzo nuovo.

— Come si chiama?

— Tacchino.

— Ah! ah! ah! Tacchino!

— Oh! oh! oh! Tacchino!

E tutti a ghignare guardandomi; e man mano che passavo loro accanto per andare al posto che m'era assegnato, facevano _glu... glu... glu... glu..._ E daccapo a ridere.

Io non sapevo cosa volesse dire quella specie di gorgoglio, come se gargarizzassero; ma alla lunga capii che credevano d'imitare il grido del tacchino quando fa la ruota.

E questo durò per tutti gli anni di scuola.

Io cercavo di nominarmi spesso per poter dire il mio nome senza diminutivo. Ma che! L'avevano udito una volta; non potei più liberarmene.

Finii per fare l'abitudine a quegli scherzi, che erano poi sempre gli stessi, ma la scuola mi venne in uggia. La mamma trovava quelle burle insistenti, estremamente sciocche; ed infatti ripensandoci ora, non capisco come potessero alimentare per tanto tempo l'ilarità di quei monelli. Ma generalmente gli scherzi che divertono i ragazzi non sono più sensati di così.

* * *

A quattordici anni mi sentii abbastanza forte e testardo per far fronte a tutte le obbiezioni della mamma, e ribellarmi risolutamente alla scuola. Del resto avevo in mio favore un argomento irresistibile: non imparavo nulla.

Mi posi al banco nella mia bottega; firmai parecchie ricevute col mio bravo nome tutto intero, feci perdere a mia madre il vezzo di chiamarmi Tacchino, gli avventori presero l'abitudine di dirmi signor Eustacchio; e mi credetti salvato dal ridicolo.

Furono buoni anni quelli. Nella mia bottega ero una potenza; ero padrone; e non avevo altra fatica fuorchè quella di accartocciare, pesare, contar denari e dire paroline inzuccherate alle servotte giovani, ed anche a quelle che non lo erano più tanto.

Ma _cosa bella e mortal passa e non dura_. Il vecchio garzone patentato che avevamo in negozio morì. Non era lui la _cosa bella_; ma la mia vita beata, che fu interrotta da quell'incidente funebre. Non potevo continuar a tener bottega aperta senza procurarmi una patente da droghiere; oppure un altro garzone patentato. Ma questo mi sarebbe riescito dispendioso ed umiliante.

Decisi di prendere gli esami io stesso. Non si richiedevano studi molto profondi, ma sufficienti per turbare la mia pace, e farmi svaporare quel poco cervello che avevo.

Si fece venire interinalmente un garzone patentato per rappresentarmi in bottega, ed io partii per Torino.

* * *

Affittai una camera mobigliata al quarto piano, in una gran casa sotto i portici della Cernaia; e mi affrettai a prenderne possesso appiccicando all'uscio un cartellino su cui avevo scritto: E. Rossi.

Sul pianerottolo c'era un altro uscio proprio di contro al mio, e ci abitava una sarta. La mia unica finestra verso il cortile, era in faccia alla finestra del laboratorio.

Io ci guardavo dentro. C'era un gran paniere di vimini, pieno di stoffe e ritagli d'ogni colore, e di abiti in via d'esecuzione, intorno a cui cucivano, sedute in giro, cinque ragazze dai quindici ai diciotto anni.

Avevo diciotto anni io pure; e sapevo che gli studenti a Torino trovavano delle avventure. Dacchè ero a Torino per prepararmi ad un esame e pigliare una patente, mi consideravo uno studente anch'io, ed aspettavo le avventure. Sentii vagamente che per me dovevano cominciare da quel laboratorio; e non fui malcontento di quella persuasione.

Dal bel primo giorno passai subito tutto il mio tempo alla finestra per attirare l'attenzione, e non mi riuscì difficile.

Era un gruppo irrequieto, garrulo, giocondo, come una nidiata di passeri.

I primi a volgersi dalla mia parte furono due occhietti furbi, neri come il nerofumo che avevo in bottega, lucenti come la lampada a petrolio del mio banco; due occhietti che ridevano senza bisogno d'averne un pretesto. Una parolina susurrata e due colpetti di gomito a destra ed a sinistra, fecero alzare due grandi occhioni fieri e terribili, e due occhi azzurri come due pallottole d'indaco per la biancheria.

Le altre due fanciulle che compivano il circolo intorno al cesto, volgevano il dorso alla finestra, e per guardarmi dovettero torcere il collo e volgere lo sguardo indietro, ed io vidi i loro occhi soltanto di sbieco, e mi parvero loschi.

Stavo là ritto, impalato, lasciandomi ammirare.

La mattina seguente mi parve che ci conoscessimo un po' di più, dacchè c'era il precedente delle occhiate del giorno innanzi.

Mi credetti in diritto di fare un saluto, e mi si rispose con un cinguettìo sommesso fra le cinque testine raggruppate, con uno scoppiettìo di risate mal represse, con una serie di occhiatine furtive, maligne, rapidissime.

Quell'armeggio durò una settimana. La nostra muta conoscenza si andava facendo sempre più intima; ci sorridevamo in faccia; appena comparivo alla finestra i dieci occhi brillavano come dieci becchi di gaz; ed io aspettavo ansiosamente la prima avventura che non poteva tardare.

* * *

La sera del sabato udii sul pianerottolo una vocina giuliva che chiamava:

— Signor Enrico!

Provai una fitta al cuore. Era la voce della bella fanciulla dagli occhietti nerofumo; quella che m'aveva guardato per la prima, e che udivo cicalare tutto il giorno nel laboratorio in faccia.

E chiamava un altro sulla scala. Chi poteva essere? Stetti a sentire, e dopo un minuto la udii chiamare daccapo:

— Signor Eugenio!

Un altro ancora! Ed io che aspettavo l'avventura da lei?

Era quella che mi piaceva di più... Ed invece dovrei accontentarmi della bionda dagli occhi come pallottole d'indaco.

— Signor Emilio! riprese la fanciulla.

Un terzo!

— Signor Ercole!

— Misericordia! esclamai. Si chiaman legione.

— Signor Ernesto! Signor Ernesto! gridò ancora; e questa volta picchiò al mio uscio.

Ma non poteva rivolgersi a me. Non mi chiamavo Ernesto.

Stetti zitto, ma il cuore mi batteva come il pestello di sasso nel mio mortaio da caffè.

— Signor Ernesto! Signor Ernesto! chiamò daccapo picchiando più forte. Non c'era più dubbio; l'aveva con me. M'affrettai ad aprire.

Era proprio lei che rideva colla bocca, cogli occhi, con tutto il viso.

— Misericordia! mi disse, quanto mi ha fatto chiamare! È sordo? Mi si è spento il lume.

Corsi a prendere il mio per riaccenderglielo ed intanto risposi:

— No, non sono sordo, la udivo benissimo. Ma non sapevo che chiamasse me. Non ho nome Ernesto!

— Che ne so io? C'è soltanto un E sul suo uscio. Ho chiamato tutti i nomi in E che mi sono venuti in mente.

— Ma non ha chiamato il mio.

— Come ha nome allora? Ettore?

— No.

— Edoardo?

— No.

— Oh Dio? Ma come ha nome? dica?

— Eustacchio.

— Eu...?

— Stac-chio.

— Ah! ah! ah! ah! ah! ah! E giù dalla scala sghignazzando come una matta. Credo che rida ancora.

* * *

Rimasi intontito.

Non bastava il nomignolo che mi aveva avvelenati gli anni di scuola? Anche il mio nome pronunciato con tutta serietà faceva ridere? Dovevo ricominciare a tribolare per quel disgraziato nome? Come aveva fatto ad invecchiare quel balordo zio materno che mi aveva legata col battesimo quella funesta eredità? Udivo ancora echeggiare le risate di quella ragazza. Ero ridicolo anche per lei, per tutti!

La mattina seguente mi accostai alla finestra pian piano, in punta di piedi, peritante, intimidito come un cane scottato. Ma non arrivai neppure ad affacciarmi. Le cinque bocche rosate si spalancarono ad un coro di risate sonore, ed i dieci occhi scintillanti mi trafissero come dieci lame d'acciaio.

Dal fondo della mia camera le udivo sghignazzare ripetendo il mio nome.

— Eu-stacchio. Ah! ah! ah!

Se dovevano esser queste le mie avventure, pensai che non valeva la pena di desiderarle tanto!

E tuttavia, se non fosse stata quella miseria del nome l'avventura sarebbe cominciata. Quella fanciulla era venuta a bussare al mio uscio per farsi riaccendere il lume; ma il lume era un pretesto. Era venuta per parlare con me; era stato il mio nome che l'aveva fatta fuggire.

Ah, se mi fossi chiamato Ernesto come diceva lei! Ernesto!

* * *

Era come se quel nome fosse fatto di pece o di trementina. Mi si era appiccicato al cervello, e non potevo staccarmelo più. Avrei dati fin gli scaffali della mia bottega per potermi ribattezzare.

Tentai ancora più volte di riaffacciarmi alla finestra; ma suscitai sempre la stessa ilarità. Dovetti rinunciarvi.

Ad un tratto mi venne, improvvisa come se un amico me la susurrasse all'orecchio, una idea luminosa.

— Perchè non potrei chiamarmi Ernesto? Chi me lo impedisce? C'è forse qualcuno che ha acquistata la proprietà di quel nome? Posso pigliarla io quanto un altro. A Torino nessuno sa che mi chiamo Eustacchio, fuorchè quelle fanciulle. Che non mi vedano più, ed in un paio di giorni mi avranno dimenticato, ed avranno trovato un altro argomento da divertirsi...

Avevo preso in affitto la camera per una settimana. La mia pigione scadeva appunto il giorno seguente. Invece di rinnovarla feci fagotto, mandai un sospiro alla finestra del laboratorio, senza affacciarmi per non udire quelle risate schernitrici, e via per Torino in cerca di un altro alloggio.

Lo trovai in via Pio Quinto, all'altro capo della città. Mi presentai sotto il nome di Ernesto, e posi il cartellino collo stesso nome sull'uscio. Poi scrissi a mia madre che avevo conosciuto un altro Eustacchio Rossi, e la pregai di dirigermi le sue lettere al nome di Ernesto per evitare confusioni.

Quel nome mi portò fortuna. Nessuno mi derideva più. Ebbi quasi subito un'avventura colla serva d'un salumaio sotto i portici di San Salvario. Non era bella come la sartorina dagli occhietti lucenti, ma era meno insolente. Mi voleva bene, mi trovava bello, e mi chiamava Ernesto.

Io glielo facevo ripetere cinquanta volte in un'ora. Non potevo saziarmi d'udire quel nome che mi accarezzava l'orecchio e mi compensava di tutti i dispiaceri che m'aveva dato quell'altro.

A poco a poco stando a Torino divenni elegante fino a farmi delle carte da visita. Non facevo visite, veramente. Ma ne avevo data una alla mia amante che l'aveva piantata nella cornice dello specchio, ne avevo piantato un'altra nello specchio della mia camera, ed una sull'uscio al posto del cartellino manoscritto.

Ormai nessuno poteva più negare che mi chiamassi Ernesto; era stampato. Erano le mie carte da visita quelle. Il giovine del trattore dove andavo a pranzare mi chiamava famigliarmente signor Ernesto; e mi faceva un piacere...

Fu un anno felice. Ero completamente libero. Prendevo sempre l'alloggio di settimana in settimana, e quando la mia servotta cambiava padrone, io cambiavo di casa per andarle vicino.

Da via Pio Quinto andai in via Vanchiglia, poi in via Plana, poi in Dora Grossa, poi d'un balzo fino in Borgo Nuovo. Ero perfettamente padrone di fare a mio modo. Non avevo bisogno neppure di scriverlo alla mamma, perchè aveva cominciato a mandarmi la prima lettera ferma in posta aspettando il mio indirizzo, ed aveva poi continuato sempre cosí.

Ci volle un anno intero per prepararmi all'esame. Gli altri si sbrigavano più presto; ma io non avevo un cervello vulcanico. Però quell'anno era passato presto.

Stavo per avere la patente.

Poi sarei tornato a Fossano carico d'allori, avrei preso il mio posto di padrone nella mia bottega, ed in quella circostanza gloriosa, non disperavo che anche la mamma consentisse a chiamarmi Ernesto. Soltanto non avrei potuto metterlo sull'insegna in causa della patente. Ah! questa pur troppo non si poteva avere senza presentare quella disgraziata fede di nascita!

* * *

La vigilia degli esami andando alla posta, trovai una lettera profumata come una scatola di canfora; ma non aveva odore di canfora, e portava tanto di cifra e di corona sulla busta.

Cosa poteva essere? Un'avventura con una corona! Doveva essere una regina.

Ed io che m'ero andato a perdere con una serva! Cosa vuol dire esser troppo modesti!

Tagliai la busta pian piano col temperino, per non guastare la corona che volevo far vedere a Fossano, ed apersi la lettera.

Erano poche parole. Ma che parole, Santa Sindone... immacolata! che parole! Sottili che si vedevano appena, e tutte cascanti come donnine gentili che cadono in svenimento.

«Mio signore,» cominciava... Suo signore! Il cuore mi diede un tal balzo che credetti vedermelo uscire dalla bocca.

«Sono una povera inferma...

— Ah! è per questo, pensai che le parole cadono svenute.

«Quando tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a portarle il suo tributo d'ammirazione...

— Diamine! esclamai, io non ho ricevuto nulla! Dove l'hanno portato? Forse all'indirizzo di via Pio Quinto. Ecco cosa si guadagna a cambiar casa ad ogni momento. Bisognerà ch'io passi a vedere dal portinaio.

«... il loro tributo d'ammirazione, io, che sono condannata a starmene in casa, dubito della giustizia di Dio.

«È un dubbio pericoloso per la mia anima cristiana; e dipende da lei il togliermelo dal cuore, e restituirmi la fede. Vuole? Acquisterà merito dinanzi a Dio. Basterà che mi provi che un po' di giustizia c'è sempre, venendo questa sera a prendere un tè in casa mia perchè possa anch'io conoscerla ed ammirare il suo ingegno. — Contessa Tale dei Tali. — Via Tale, numero Tale.»

Era soltanto una contessa. Ma quasi lo preferivo. Una regina mi avrebbe data un po' di soggezione.

* * *

Quel giorno avevo stabilito di ritirarmi in casa a ripassare i miei studi per esser pronto l'indomani all'esame. Ma dopo quella lettera capii che ne sapevo abbastanza. Del resto, avevo ben altro in testa che gli studi in quel momento.

Erano già le undici e dovevo prepararmi per la sera ad andare dalla contessa Tale dei Tali.

Scrissi subito una cartolina a mia madre, per sfogare la soddisfazione immensa che mi gonfiava il cuore.

«Cara mamma. I miei studi sono compiuti gloriosamente; l'esito dell'esame è più che sicuro; credo anzi che mi manderanno la banda municipale per farmi onore, perchè pare che io abbia un ingegno sorprendente. Tutti ne parlano; una contessa _di mia intima conoscenza_, mi assicura che _tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a portarmi il suo tributo d'ammirazione_. Io però non l'ho ancora ricevuto in causa di uno sbaglio d'indirizzo; ma prima di partire ne farò ricerca e te lo porterò.

«Domani coll'ultima corsa arriverò a Fossano colla patente. Annuncia ai parenti ed amici la buona novella ed invitali a cena per festeggiarla.

«Tuo aff. figlio «ERNESTO ROSSI «Droghiere approvato.»

* * *

Ero sempre stato economo; lo ero per natura. Ma in quella circostanza non era il caso di badare a miseria. La contessa m'invitava a prendere il tè; bisognava renderle cortesia per cortesia.

Entrai da un droghiere e le feci mandare a casa una bella provvista di caffè moka ed un pane di zucchero.

Poi, contento di me, pensai al modo di vestirmi per la sera.

Dovendo stare soltanto un anno a Torino, non mi ero provveduto di un abito da serata; tanto più che avevo l'abitudine di passare le sere al giardino della Stazione colla serva del salumaio, la quale non era esigente sulla toeletta.

Ma ero sicuro che non si poteva andare da una contessa senza avere l'abito a coda di rondine, i calzoni neri, la cravatta bianca.

Era una spesa enorme. Ma in quel momento non badavo più a spese; avrei ipotecata la mia bottega, avrei messo sul lastrico me e mia madre per non sfigurare.

Andai dai fratelli Bocconi e comperai tutto il vestiario, perfino le scarpe lucide. La stoffa era ordinaria; poichè doveva servire soltanto una volta, non metteva conto che durasse. Ma tutto era nuovo fiammante; e tutto stretto stretto; le contesse amano gli uomini magri come croci, ed io avevo una salute... oh, ma una salute, che mi arrotondava tutto dai piedi al cervello.

Spesi ottanta lire. Uno spropositone! Ma infine tutti fanno qualche pazzia in gioventù; e, d'altra parte, quel vestiario poteva ancora servirmi quando avrei preso moglie.

* * *

La sera quando entrai nell'anticamera della contessa, così ben chiuso ne' miei abiti che stentavo ad alzare le braccia per togliermi il cappello, non erano ancora le sette.

— La signora è a pranzo, mi disse il servitore.

— Non importa, risposi. Ditele che son io. M'ha invitato pel tè; mi aspetta.