Part 3
«Avevo diciotto anni, quando mio padre, che era notaio, morì lasciando mia madre con due figliole, di cui ero la maggiore, senz'altro avere che il suo studio. Questo si dovette vendere, e dopo molte noie di conti, di minutari, di dare, d'avere e che so io, si trovò che ci restava appena appena da vivere malamente. Io avevo recitato parecchio da dilettante, in campagna, nelle serate di beneficenza, e mi pareva di fare benino. Ad ogni modo ci avevo passione, e dissi alla mamma che mi lasciasse far carriera da attrice per aiutare un poco la nostra povera famigliola.
«Ma sì. Andate a dir codesto ad una signora di principii evangelici come la mamma! Lei ci vedeva il diavolo con tutti i sette peccati capitali a braccetto, dietro le quinte. E mi fece invece la sua brava proposta tutta morale di fare gli studi magistrali, prendere il diploma, e colla raccomandazione del sindaco e dello speziale, cercar di ottenere il posto di maestra comunale a Desio, presso Monza, dove il babbo aveva un villino, che noi si era venduto col resto.
«Pensate, Gustavo, se io ero donna da insegnare l'alfabeto e le quattro operazioni aritmetiche ad una quarantina di marmocchi tutti i santi giorni dell'anno per guadagnare trecento trentatre lire e trentatre centesimi.
«Scrissi di mia testa al direttore d'una compagnia drammatica, il quale mi aveva udita recitare più volte e mi aveva incoraggiata molto, e senza dirgli dell'opposizione della mamma, gli narrai le nostre circostanze finanziarie, la morte del babbo, e gli proposi di prendermi nella sua compagnia.
«Egli mi fece delle condizioni modeste ma accettabili, e certo migliori assai di quelle che si fanno alle maestre. Ma era inutile sperare che la mamma mi desse il suo consenso, ed io ne feci senza. Un bel giorno invece di andare alla scuola magistrale andai allo scalo, presi il mio bravo biglietto di seconda classe, perchè non avevo quattrini da sciupare, e via!
«Avevo lasciata una lettera alla mamma dicendole dove andavo e tutto, e pregandola di perdonarmi e di non farmi tornare. Ed infatti non mi fece tornare, ma mi rispose imponendomi di non portare mai più il nome della sua famiglia; di non pensare ch'ella potesse accettar mai il soccorso che io potrei offrirle coi miei guadagni, e di non andare mai più a Milano, dove il nome del babbo era conosciuto e rispettato, ed una figliola commediante gli avrebbe fatto disonore.
«Mia sorella, che mi voleva bene, mi scriveva segretamente, ma non le riescì mai di farmi perdonare, neppure quando la povera mamma stava per morire.
«Ero fidanzata da due anni ad un mio cugino che studiava legge, e dovevamo sposarci quando avesse presa la laurea.
«Appena uscirono nei giornali alcuni articoli che parlavano del mio _successo_ da artista, io glieli mandai superba di offrire a lui quel primo trionfo. Egli me li rimandò con una carta da visita in cui mi pregava di non tenermi vincolata dalle promesse scambiate con lui, perchè egli aveva creduto di fidanzarsi con una giovine _onesta_ e non con una _commediante_. Oh il pregiudizio!
«Disillusa di tutto, m'innamorai sempre più dell'arte, ed in essa almeno trovai un compenso. Mi feci quel po' di riputazione che ho, e la feci presto.
«Ora viene la storia dello spasimante ricco e nobile. Ce n'è sempre almeno uno nella storia delle donne di teatro, ed è sempre stato respinto. Soltanto, il mio, che era più ostinato degli altri, quando vide che non poteva giungere a me per le vie storte, prese quella retta del municipio, e mi domandò in moglie, a condizione che lascerei il teatro sposandolo. Risposi che lo sposerei a condizione di non lasciare il teatro. Egli si offese; se ne andò infuriato; non voleva più vedermi. Ma dopo una settimana tornò pentito, accettò le mie condizioni, e mi rinnovò la proposta. Gli domandai un giuramento che non mi farebbe lasciare il teatro, e giurò sul suo onore. Ci sposammo a Firenze.»
A questo punto del racconto mi si strinse il cuore.
— Siete maritata? esclamai dolorosamente rizzandomi in piedi.
— Abbiate un po' di pazienza, rispose Vittoria prendendomi la mano ed obbligandomi a sedere di nuovo. State a sentire.
«Dopo la cerimonia mi disse che aveva combinato tutto in segreto pel viaggio di nozze, perchè contava di farmene una sorpresa. Mi conduceva a Parigi ed a Londra. Non s'era mai parlato di quel viaggio.
«Io non posso; debbo recitare doman l'altro, gli dissi. C'è una commedia nuova.
«Ma che! Ormai ero una signora, ero entrata in una famiglia nobile; non era più decoroso che io continuassi a recitare. Sì, egli aveva giurato per farmi piacere; ma quello era un capriccio da fanciulla. I suoi parenti non potrebbero tollerarlo... Egli voleva bastar solo alla mia felicità...
«Ed invece no, non mi bastava. Amavo l'arte con passione, e poi mi offendeva il vedermi ingannata così.
— Ebbene, gli dissi, partiamo subito.
«E partimmo. Entrai in un vagone in cui c'erano parecchie persone, ed il mio sposo dovette seguirmi malgrado il suo biglietto di _coupé_. Partimmo da Firenze alle sei del mattino ed alle otto di sera giungemmo a Torino senz'essere stati soli un momento.
«Dovevamo passare la notte a Torino e ripartire la mattina seguente per Modane. Ma, appena giunti all'albergo, gli dissi che avevo sofferto tutta la strada d'un atroce dolore ad un dente.
«Mi ci voleva il chirurgo-dentista. Il dottor Camusso mi aveva curata altre volte. Era necessario che mio marito andasse subito a cercare il dottor Camusso. No; un cameriere non ci metterebbe quella premura. Doveva andarci lui. Fui inesorabile. Gli diedi l'indirizzo: via S. Tommaso, n. 3. E se ne andò.
«Appena egli fu uscito, uscii alla mia volta; andai in piazza Castello, entrai in un _omnibus_ che mi conducesse fin in Borgo Nuovo. Di là mi recai a piedi in via Vanchiglia da una cameriera che m'aveva servita qualche tempo, poi si era maritata a Torino con un operaio. La pregai di tenermi in casa sua per alcune settimane senza farne parola a nessuno. E vi rimasi più d'un mese.
«Intanto la mia compagnia lasciò Firenze e si recò a Napoli. Io scrissi al direttore che lo raggiungerei. Ed infatti dopo quaranta giorni ricomparvi in iscena ai Fiorentini di Napoli, in una prima rappresentazione che ebbe un gran successo, ed io ne ebbi la mia parte.
«Il domani il mio sposo lesse quella notizia sul _Fanfulla_ nella corrispondenza di _Picche_. Anch'egli, come il fidanzato di Milano, mi scrisse di non considerarmi più come sua moglie.
«L'avviso era superfluo. Pensavo tanto a lui come all'imperatore della Cina. L'avevo sposato unicamente nell'idea fissa di mostrare alla gente che mi aveva disprezzata, che si può essere una attrice, ed essere onesta come un'altra fanciulla, e fare un bel matrimonio, e rimanere una buona artista diventando una gran dama, ed una buona moglie. Era stata un'illusione. Dovetti rassegnarmi a vivere divisa dal marito.
«L'anno scorso seppi, non dalla sua famiglia, ma per mezzo d'un giornale, che mio marito era morto di tifo.
«Nel contratto nuziale mi aveva fatto un assegno dotale abbastanza generoso, per assicurarmi un'esistenza agiata; e, malgrado il mio abbandono, non aveva presa nessuna disposizione per annullare quella donazione. Ma quando la reclamai, i suoi parenti ed eredi mi mossero lite.
«Io sono certa di vincerla; ma per mille riguardi non è conveniente che mi rimariti prima che sia terminata questa noiosa causa. Volete aspettare alcuni mesi, e continuare a volermi bene ed a farmi la corte?
— Potete domandarmelo, Vittoria? le risposi. Farò tutto quello che vorrete; vi lascierò continuare la vostra carriera.
— No, Gustavo, m'è passata la manìa di guarire il mondo da' suoi pregiudizi. Ho capito che una vita a tesi è troppo difficile. E poi non ho più fede nella mia tesi. Siete voi che me l'avete fatta perdere. Finchè non si ama davvero si crede di poter sempre serbare una parte del nostro cuore per l'arte; ma voi m'avete fatto sentire che c'è un amore per cui basta appena tutto il cuore, tutta la vita; che non lascia più posto per nessun'altra passione.»
Quelle parole mi resero pazzo di gioia. La presi nelle mie braccia, la colmai di carezze e di baci. Tornai a gustare l'ebbrezza d'essere amato, fui ancora felice.
Quando fummo per separarci, Vittoria mi disse:
— Credete in Dio, Gustavo?
— Sì, le risposi. Quando si ama e si è felici si prova il bisogno di credere, come nei grandi dolori.
— Ebbene venite. Voglio che mi giuriate davanti a Dio che mi amerete sempre. E mi trasse nella sua camera, dinanzi ad un inginocchiatoio a' piedi del letto.
— Giurate, riprese, che mi amerete sempre come ora; che mi aprirete sempre tutto il vostro cuore, che avrete fede in me, che mi renderete felice e mi rispetterete come questa sera.
E mi aveva spinto in ginocchio, ed inginocchiata anch'essa accanto a me mi stringeva le mani e mi guardava negli occhi con infinito amore.
Il mio cuore balzava di gioia; mi sentivo rivivere in quella grande passione. Alzai gli occhi per ringraziare Iddio dal fondo dell'anima.
Ma ad un tratto un grido soffocato, un gemito, un singhiozzo, mi uscì dal petto, mi lacerò il cuore. Al disopra del Crocefisso stava appeso un bel dipinto ad olio rappresentante due teste alate.
Era il quadro di Clelia, e Vittoria era sua sorella!
Oh Carlo! Non so dirvi l'angoscia di quel momento. Stringermi al cuore una donna che adoravo, e trovarmi dinanzi all'immagine d'un'altra donna che avevo uccisa. Udire Vittoria parlare di un avvenire pieno d'incantevoli promesse, e sentirmi vile ed infame se non rinunciavo a quella felicità. Avrei dovuto gettarmele ai piedi, confessarle tutto.
«Ho amato tua sorella e disonorandola l'ho uccisa!»
E poi fuggire e non vederla mai più. Vedevo chiaro il mio dovere. Vedevo la viltà dell'azione che commettevo tacendo. Ma avevo il delirio della passione. E non la disingannai: e rimasi. E lasciai che il nostro amore aumentasse ogni giorno. Lasciai che la sua anima si esaltasse in questa passione fino a non poter più vivere senza di me.
Ma d'allora la mia esistenza è una continua tortura; una lotta disperata tra il cuore e la coscienza. La vedo, affogo i miei rimorsi nell'ebbrezza dell'amore; e poi ad un tratto penso:
«Ecco questa donna abbandonata dai parenti e dagli amici non aveva altro affetto sulla terra che sua sorella. Ed io gliel'ho tolta; ed ella si stringe al cuore l'uomo che l'ha uccisa.»
Ed in quei momenti mi sembra d'abbracciare il cadavere gelato di Clelia; e respingo la povera donna, grido, mi sfogo in pianto; le sembro pazzo, e sono profondamente infelice.
Vittoria volle che venissi a respirare un po' d'aria pura qui. Ella mi crede ammalato. È venuta ella pure ad Arona per essermi vicina, e vado a vederla ogni giorno.
Ma la sua schietta affezione, le sue tenerezze sono un continuo rimprovero alla mia coscienza. Sento che questo stato di cose non può durare. Bisogna ch'ella sappia tutto. Che mi perdoni, e mi renda la felicità e la pace; o mi disprezzi, mi scacci addirittura. Meglio morire disperato, che vivere così.
Gustavo era esaltato e commosso. Io stesso non trovavo parole per quell'angoscia; ero profondamente impietosito; comprendevo tutto lo strazio di un'anima delicata in quella situazione. La colpa era delle circostanze più che di lui; ma le conseguenze erano state terribili. Gli strinsi la mano in silenzio come per dargli coraggio. Egli riprese:
— Dimmi tu, Carlo. Cosa debbo fare? Ogni volta che vado da Vittoria ho il proponimento di dirle tutto; ed ogni volta il coraggio mi manca: ed ogni giorno commetto una nuova viltà. Cosa debbo fare? Consigliami, via.
— Mi fai pena, povero Gustavo; non ne hai colpa, ma hai ragione di sentir dei rimorsi. Non può durare così. Vuoi che faccia io qualche cosa per te? Vuoi farmi conoscere Vittoria, e lasciare che le parli io, e che le domandi io il tuo perdono?
Egli mi abbracciò con riconoscenza; mi chiamò suo salvatore, suo amico; ed il giorno dopo mi presentò a Vittoria.
V.
Era una simpatica giovine quella Vittoria; mi sembra di vederla ancora. Vestiva un abito bianco ampio, a lungo strascico, guarnito in giro di una larga striscia color d'arancia.
Aveva i capelli nerissimi, lunghi, folti, annodati con un grosso fiocco di nastro color d'arancia a sommo il capo.
Poche signore sanno vestire capricciosamente senza cadere nell'esagerazione. Vittoria possedeva quest'arte, e specialmente nelle abbigliature di casa, che non erano troppo schiave della moda, metteva un gusto squisitamente artistico.
Accompagnai Gustavo parecchie volte nelle sue visite ad Arona, per poter entrare con Vittoria in quel grado d'intimità necessaria per la missione di cui mi ero incaricato.
Fra persone giovani e schiette l'intimità si stabilisce presto. Una mattina dissi a Gustavo che quel giorno andrei ad Arona solo.
Egli si fece pallido, mi strinse le mani e mi disse:
— Credi che mi perdonerà? Quando penso come ha trattato quell'altro perchè l'aveva ingannata....
— Quell'altro non lo amava, risposi. Via, speriamo.
Ed andai solo ad Arona.
— È solo? mi domandò Vittoria agitata.
— Sono solo. Gustavo verrà più tardi, se vuole.
— Se voglio?
— Sì, se vorrà, quando saprà tutto.
— Quando saprò tutto? Ma cosa sono questi misteri? Gustavo non può avere dei segreti per me che sono stata sempre sincera e fiduciosa con lui.
— Non si affretti ad accusarlo, Vittoria, Gustavo è innamorato. Questa è la sua colpa e la sua scusa. Ma c'è un segreto, c'è una grande disgrazia di mezzo. Gustavo non ha il coraggio di farle questa confessione. L'ha affidata alla mia amicizia. Vuole sentirla da me?
— Dica, dica presto per carità.
Ed era tutta turbata e le scintillavano gli occhi.
Io le narrai tutta la storia disgraziata del mio amico; le dissi le sue trepidazioni passate, le sue angoscie presenti, i suoi rimorsi, i suoi timori, il suo immenso amore per lei. La pregai di perdonargli; mi posi in ginocchio io stesso per Gustavo; evocai, per intenerirla, la memoria della povera Clelia.
Ella mi ascoltò sempre in silenzio. Ma aveva il seno ansimante, e si fece prima pallidissima in viso, poi infiammata. I suoi grandi occhi neri mandarono lampi di sdegno, poi rimasero fissi con un'espressione implacabile.
Quando ebbi detto tutto ella mormorò:
— Disgraziato! Aveva uccisa mia sorella, ed ha accettato il mio amore! Ah non sapevo che si potesse esser perfidi cosí!
Io parlai e pregai ancora lungamente, senza che l'espressione del suo volto si rischiarasse un momento. Rifletteva e pareva che non mi desse retta. Finalmente si rizzò e mi disse seria seria:
— Gli dica che venga.
— Questa sera? domandai.
— No. Giovedì. (Era una domenica).
— Ma gli perdonerà, nevvero, Vittoria? Posso dirgli che gli perdonerà?
— Lo saprà allora.
— Mi dica almeno che gli vuol bene ancora.
— Pur troppo l'amo quel mostro; l'amo con tutta l'anima e vorrei odiarlo.
Pronunciò queste parole con un accento crudele. Ma era un momento terribile per lei. Ed io pensai che, passati quei pochi giorni in cui si calmerebbe l'impressione di quell'ora, sarebbe clemente, e perdonerebbe con tutta la generosità del suo grande amore.
Corsi da Gustavo altero e felice della nuova che gli recavo. E per la prima volta vidi la sua bella fronte farsi veramente serena. Mise un lungo sospiro di sollievo. — Ah!... come se si sentisse alleggerito da un grave peso.
La sera di giovedì lo accompagnai al battello a vapore; era bello e contento, proprio come dev'esserlo un fidanzato che va a ricevere la sposa del suo cuore. Ma quando fu partito, e rimasi solo alla sponda del lago, mi sentii triste, e mi parve d'averlo perduto.
Tutto il giorno, finchè giunsero battelli, stetti al porto guardando ansiosamente tra i viaggiatori che sbarcavano, per rivedere Gustavo e leggergli in volto com'era andata la sua visita. Si leggeva tutto su quel volto là. Ma l'ultimo battello passò, e Gustavo non venne.
— Va bene, pensai. È perdonato e felice. Lo rivedrò domani.
E rientrai in casa e mi coricai. Ma il mio cuore era agitato. Mi addormentai con difficoltà e sognai tristi sogni.
Tuttavia mi risvegliai che il mattino era già inoltrato. Dovevano essere passati due battelli; Gustavo era dunque tornato. Come mai non era venuto subito da me? Mi vestii in fretta e corsi a casa sua. No; non era giunto ancora.
— Via, è una pace completa, dissi. Rimane a colazione con lei.
E cercai di figurarmi la sua felicità. Ma invece mi pareva di vederlo triste, piangente. Finalmente nel pomeriggio non seppi resistere più. Presi il primo vapore che passò; andai ad Arona, e corsi difilato dalla signora Vittoria.
— C'è la signora? domandai alla cameriera che venne ad aprirmi.
— Nossignore, è partita.
— Partita! E... col signor Gustavo?
— No; il signore dorme; ho l'ordine di rimaner qui finchè si desti.
Entrai precipitosamente in sala. Gustavo infatti era steso sul divano e stava svegliandosi. Sbarrò gli occhi meravigliati; mi osservò ben bene; si guardò intorno come per assicurarsi del luogo in cui si trovava, poi finalmente disse:
— E Vittoria?
— Ebbene, gli risposi, dov'è andata Vittoria?
— Mi ha perdonato! sclamò con accento di beatitudine.
— Ti ha perdonato, ne ero certo. Ma perchè è partita?
— Partita? gridò balzando in piedi tutto sgomento. Ma che! È impossibile.
Io cominciavo a presentire qualche guaio.
— Via, calmati, dissi, e raccontami un po' com'è andata la tua visita, come ti ha ricevuto, e come s'è fatta la pace.
— Ecco. La trovai triste, sai; ma triste! Il suo sguardo mi faceva male. Tuttavia avevo tanti torti; era giusto che mi tenesse un po' il broncio; non poteva dimenticarli così subito. Io le domandai:
— Siete molto in collera, Vittoria?
Ella invece di rispondermi mi additò la tavola apparecchiata e mi disse:
— Pranziamo.
— No, risposi, non pranzerò se prima non mi avete perdonato.
Ella si alzò, passeggiò un momento per la stanza; batteva i piedi forte, ed era molto agitata. Poi mi si accostò e con un atto quasi furioso mi prese la testa fra le mani e se la strinse sul petto; ed in quell'atto ruppe in un singhiozzo che mi fece piangere. Era Clelia che aveva dinanzi. Ed anch'io pensai a Clelia.
Ah! Sono stato infame; senza volerlo, sono stato infame.
— E poi? domandai con impazienza.
— E poi Vittoria disse ancora:
— Ed ora pranziamo.
Sai che ha delle idee bizzarre alle volte.
Io non volli contrariarla di più. Mi posi a tavola e pranzammo.
Qui Gustavo tacque, e rimase pensieroso come se cercasse nella sua memoria.
— Tira via! gli dissi ansioso di veder la fine di quella scena.
— Non c'è altro. Ho un'idea vaga di essermi addormentato a tavola. Non si parlava quasi; di mangiare puoi figurarti se n'avessi voglia. Bevevo, bevevo, e forse ho passata la misura. Fatto sta che mi sono addormentato. Ma tu mi dicevi che Vittoria è uscita?
— Uscita? È partita, ti dico. L'ha detto la cameriera.
— Ma che! L'avrà detto per non lasciarti entrare.
— Meglio così. Ma allora dov'è la signora Vittoria? Perchè non è con te?
— Aspetta, chiamiamo Caterina. E chiamò.
La cameriera accorse.
— Dov'è la signora? le domandò Gustavo.
— La signora è partita ed ha lasciata questa lettera da dare a lei quando si sveglierebbe.
Gustavo si fece pallido come un morto.
Prese quella lettera colle mani tremanti, e si lasciò ricadere seduto sul divano. Io pure mi sentii gelare il sangue nelle vene. Accennai alla cameriera di andarsene, ed appena fu uscita, corsi a Gustavo, lo abbracciai con tutto il calore del mio cuore d'amico e gli dissi:
— Fa coraggio, via. Volevi che ti perdonasse o ti scacciasse per sempre, purchè finissero i tuoi rimorsi. Forse ti scaccia; sopporta la cosa da uomo. Io ti aiuterò con tutta la mia amicizia.
Egli mi diede la lettera, e si coperse il volto colle mani, con un atto veramente disperato.
Non osavo aprire quella busta. Egli me la riprese e mi disse:
— Leggiamo.
Tutti e due abbracciati ed in silenzio leggemmo:
«Voi avete sedotta la mia povera sorella, l'avete disonorata ed uccisa. Foste egoista, sleale con lei. Poi avete ingannata me, e foste con me pure egoista e sleale. Io vi amavo, e vi amo ancora tanto, che se non fuggissi vi perdonerei. Ma sarebbe una cosa infame, che per appagare una passione mia, sposassi l'uomo che ha sedotta ed uccisa l'unica parente che mi sia rimasta fedele. Quella memoria sarebbe sempre fra noi per farci vergognare l'uno dell'altra. Non voglio che mi cerchiate, non voglio che mi vediate più. Lo ripeto: ho la viltà di amarvi; avrei quella di perdonarvi tutto. È per questo che ho fatto preparare nei giorni della vostra lontananza uno stromento di tatuaggio come ne vidi nell'India; e vi ho fatto dormire con un po' d'oppio nel vino. Ho voluto porvi sulla mano un'immagine tale che v'impedisca di stenderla mai più in cerca di me.»
Ci guardammo l'un l'altro atterriti. Eravamo pallidi come due cadaveri. Non osammo dire una parola. Gustavo alzò lentamente e tremando la mano destra, mise un grido disparato, e gettandosi nelle mie braccia ruppe in un pianto convulso. Su quella mano stava impressa, ancora arrossata e gonfia per l'operazione recente, la figura del quadro di Clelia. Due teste alate.
VI.
Allontanai di là il mio povero amico; lo ricondussi ad Intra; cercai di distrarlo; ma fu inutile. Teneva sempre gli occhi fissi su quella mano tatuata e stava zitto delle ore guardandola. Lo indussi a venire con me a fare un giro artistico in Isvizzera sperando che quella natura pittoresca, ridestando in lui le inspirazioni dell'arte, mitigasse l'intensità del suo dolore.
Ed infatti quando si vedeva in faccia ad una bella scena, si metteva con ardore a farne lo schizzo. Ma poi sospendeva il lavoro e rimaneva cogli occhi sbarrati e penosamente fissi sulla mano tatuata.
L'indussi a portare un guanto, anche quando lavorava. Ma era la stessa cosa. Fissava il guanto, pensava a quello che c'era sotto, e piangeva in silenzio; gli cadevano dei lacrimoni che mi straziavano il cuore.
In un mese si fece magro come un'ombra. Prima parlava pochissimo; poi finì per non parlare più affatto. La solitudine ed il raccoglimento che si procurava coll'insistente silenzio, lo concentravano sempre più in quell'idea fissa.
Qualche volta faceva dei gesti disperati. Dopo qualche tempo cominciò ad accompagnare i gesti con qualche parola che non rivolgeva a nessuno. Un giorno, dopo una lunga gita, vedendolo più triste che mai, gli rizzai davanti il cavalletto nella nostra camera d'albergo, e vi posi sopra un suo quadro incominciato. Al vederlo si ritrasse con raccapriccio, respinse la tavolozza che gli porgevo, e si pose a gridare mille cose insensate.
«Ch'egli era venuto al mondo in un quadro, e con due cuori. Ed aveva sempre vissuto in un quadro: e perchè aveva due cuori era morto due volte. Ma però la vita della gente che parla e ride e cammina non la sapeva, perchè nei quadri si vive in una continua tempesta; ed omai voleva provarla anche lui quella esistenza tranquilla senza cornice...»
La sua ragione era perduta, o almeno in grave pericolo. Lo condussi a Milano dal dottor Biffi.
Egli mi disse che non c'era punto sicurezza di ricuperare quella testa malata. Tuttavia si proverebbe a curarla; era tanto giovine....
Visitai lo stabilimento. Quelle camere ariose, pulite, quel servizio accurato, quella posizione salubre, quell'insieme di cura intelligente e cordiale, mi persuasero ad affidare al dottor Biffi il mio povero amico.
Egli rimase là senza la menoma resistenza. Comprendeva vagamente di essere ammalato, o almeno fuori dal suo stato normale, e d'aver bisogno di cura.
Allontanandomi dalla via San Celso, solo in una carrozza da nolo, piangevo come un disperato. Mi ero affezionato a Gustavo di quell'affetto intenso che nasce nella comunanza dei grandi dolori. Ed in quella casa di tristezza avevo lasciata una parte del mio cuore, la più cara e la migliore.
Quanto a Gustavo mi aveva veduto allontanarmi senza dare alcun segno di rammarico, come se avesse esaurita tutta la sua potenza di soffrire. Quell'apatia straziava l'anima a me, e faceva crollare il capo al medico.