Serate d'inverno

Part 2

Chapter 23,834 wordsPublic domain

— La mia padrona di casa era una signorina. Si chiamava Clelia Moris, ed aveva ventiquattro anni. Era una natura eletta, aristocratica, delicata, fatta per vivere in un ambiente di poesia; le cure materiali dell'esistenza la urtavano penosamente. Quando le domandai il prezzo del mio nuovo alloggio, me lo disse rapidamente, senza guardarmi, a bassa voce, ed arrossì fin sulla fronte. Quando la sera, appena installato in casa sua, le posi dinanzi il denaro, ella arrossì ancora di più; cercò di profferire un _grazie_ che le rimase fra i denti; tenne sempre gli occhi fissi sul lavoro, si diede a cucire con una rapidità febbrile, e lasciò il denaro sulla tavola senza osare nè di ritirarlo, nè di guardarlo.

— Al confronto di quell'estrema delicatezza, io che senza essere nè cupido, nè avaro, non avevo mai avuta l'idea di trovarmi umiliato per rapporti di denaro con chicchessia, mi sentii compreso da tanta inferiorità, che non osavo quasi più parlare, e sostenevo male la conversazione con frasi scucite, alle quali Clelia rispondeva con monosillabi, senza alzar gli occhi. Compresi che quel denaro posto là tra me e lei sul tavolino era la causa della sua confusione e mi ritirai.

— Il mio cuore d'artista, che s'era conservato entusiasta e buono malgrado la vita burrascosa d'un giovine affatto libero, era fatto per apprezzare le cose belle, per amarle con passione.

— Così non mi feci neppur un momento l'illusione di rimanere con quella fanciulla nei prosaici rapporti di padrona di casa ed inquilino, e nemmeno in quelli paradossali dell'amicizia. L'amore non mi venne addosso inavvertito. Da quel primo giorno, da quella prima ora, sentii che avrei amata Clelia con tutto l'ardore di cui era capace il mio cuore. Ma non pensai menomamente di fuggire, di sottrarmi a quel fascino: lo guardavo venire con delizia, come si guarda in aprile rinverdir la natura, gonfiarsi le gemme, sbocciare le rose.

— Quando rividi Clelia il giorno dopo, non le parlai più di pigione, di denaro. Discorremmo d'arte, di libri, di teatri, di amici lontani, di noi, di tutto. Ed allora non fu punto impacciata; le parole non le morivano fra i denti come la sera innanzi; parlava con entusiasmo, e mi guardava negli occhi senza sfrontatezza, ma con un'espressione di curiosità e di simpatia.

— Così passarono dieci giorni. Dieci giorni così belli, così inebbrianti, che darei tutto il sangue delle mie vene per farli rivivere. Amavo quella fanciulla come un pazzo; e sentivo il bisogno di dirglielo, di dirlo a tutti, di gridarlo sui tetti. E tuttavia la sapevo così delicata, che temevo d'offenderla. Esitai due giorni ancora. Ma la passione, la speranza, la gioia mi gonfiavano talmente il cuore, che mi pareva dovesse scoppiare. Tremavo da un momento all'altro di non sapermi frenare, di saltarle al collo e di coprirla di baci, senz'altro preavviso a costo di farmi scacciare come un malcreato. Non potevo più vivere così. Bisognava che ella mi amasse, o che me ne andassi per non vederla mai più.

— Una sera stavo seduto accanto a lei che lavorava. Frenai i miei impeti entusiastici, e cercai di fare la mia dichiarazione un po' indirettamente ed accartocciata, come si usa fra persone ammodo.

«Lei non ha altra affezione al mondo che per sua sorella, signora Clelia? le domandai.

«Perchè me lo domanda?

— Ella mi diede questa risposta continuando a lavorare, tranquilla, senza il menomo imbarazzo. Mi parve molto fredda. Provai nel cuore un senso di delusione penoso, e tra l'amore e lo sdegno, tutti i miei propositi di convenienza sfumarono; me le accostai all'orecchio fin quasi a toccarlo colle labbra, e con tutta la passione che mi sentivo nel cuore, le dissi:

«Perchè vi amo, Clelia. Vi amo!

— M'aspettavo un'esplosione di sdegno. Ero spaventato dalle mie stesse parole. Ma ella si voltò lentamente, e guardandomi in volto coi suoi grandi occhi limpidi, mi rispose:

«Lo so bene che mi amate, Gustavo.

— Rimasi istupidito. Era la schiettezza dell'innocenza, o era un artificio di civetteria? Quella pace, quella sicurezza, volevano dire che mi amava, o che si prendeva gioco di me? Volli saperlo, e col cuore tremante le domandai:

«Lo sapete, e non ne siete offesa?

— Ella depose il lavoro, e senza precipitazione, colla calma d'una vera beatitudine mi guardò a lungo e mi disse:

«Non posso esserne offesa, perchè anch'io vi amo.

«Voi mi amate, Clelia? Oh non avrei mai osato crederlo!

«Osatelo, Gustavo. Osatelo perchè siete un bravo giovine.

— E mi prese il capo colle sue mani bianche, e senza agitarsi, senza arrossire, mi baciò sulla fronte. Ricevetti quel bacio in ginocchio, a capo chino, senza ricambiarlo, in un religioso raccoglimento, come si riceve una benedizione.

— Vivemmo otto mesi così. Otto mesi di incantevole ebbrezza, amandoci con tutto l'ardore dei mortali, con tutta la purezza degli angeli.

— Clelia aveva in casa una serva che l'aveva veduta nascere; una di quelle donne che invecchiano nella famiglia del primo padrone, ci si affezionano come se fosse la famiglia loro e ne dividono eroicamente quando occorra, le disgrazie, i sacrifici, le privazioni, senza immaginarsi nemmeno per ombra il proprio eroismo.

— Da quel giorno ogni volta ch'io sonavo alla porta di Clelia, la vecchia Rosa, dopo avermi introdotto, sedeva anch'essa nel salotto, a qualche distanza da noi, e lavorando in silenzio, assisteva a tutte le mie lunghe visite. Era un po' sorda, e le nostre parole le sfuggivano; ma non eravamo soli.

— Ci eravamo fidanzati tra noi, da cuore a cuore; ed io lavoravo assiduamente ad un quadro che dovevo mettere all'Esposizione di Firenze, e col quale speravo di farmi conoscere per guadagnarmi una situazione da dividere con Clelia. Quando le dissi questi particolari che non mi permettevano di sposarla subito, mi rispose senza vergognarsi:

«Io pure sono povera, Gustavo. Non vi porterò altra dote che il mio amore.

— Del resto non seppi mai nulla riguardo ai suoi interessi. Evitava di parlarne; credo che soffrisse delle privazioni, ma non me le disse mai. Cercai più volte di farmi raccontare di quella sorella lontana, ma ella mi rispose vagamente, e finì col dirmi:

«Perchè cercate di indagare i miei interessi di famiglia? Dubitate di me, Gustavo? Mia sorella è maritata, ed è onestissima.

— Io non dubitavo di lei, e non domandai più nulla, e non pensai che ad esser felice.

— Una sola cosa mi tormentava durante quegli otto mesi così belli: la salute di Clelia. Non era precisamente inferma, ma era tanto gracile e delicatina, che un nulla la faceva ammalare. Parecchie volte al giorno prendeva un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, ed aveva sempre la tosse. Ma io pensavo: «Non è più tanto giovine, la tisi è la malattia delle giovinette.» E scacciavo le idee tristi guardando la serenità dei suoi begli occhi.

— Sul principio della nostra relazione, uscendo di casa, una sera incontrai alcuni amici, che m'invitarono ad una cena. Dopo la cena, si fece un po' di chiasso, e rimasi fuori tutta la notte.

— La mattina, quando andai da Clelia, fui spaventato al vedere quanto male le aveva fatto quella mia scappata. Era pallida, abbattuta, cogli occhi gonfi di pianto; sembrava che uscisse da una malattia. Non mi fece alcun rimprovero. Ma la sua sofferenza mi fu un rimprovero crudele. D'allora rientrai più presto la sera, la circondai di affettuose assiduità, ma per parecchi giorni le durò una febbricciatola che mi rodeva la coscienza.

— Ogni volta che nasceva tra noi una di quelle piccole questioni da innamorati, che sono tanto belle per la pace che le segue poi, Clelia ne aveva la febbre.

— Più volte, solo nella mia stanza, piangevo di rabbia pensando a quel che potrebbe accadere. Avrei voluto parlarne alla vecchia Rosa; ma non mi aveva più perdonato quella notte passata fuori, che aveva fatto soffrir tanto la sua padrona; e non mi badava più. E poi col suo udito, non era possibile discorrere in segreto con lei.

— Un giorno condussi a casa un amico medico, pregandolo di osservare attentamente la mia fidanzata, senza farsi scorgere. Glielo presentai e lo feci rimanere tutta la serata con noi.

— Quando uscii ad accompagnarlo mi disse che non osava dare un giudizio senza avere visitata l'ammalata, ma aveva tutta _la veste_ della tisi. Forse potrebbe ancora vivere a lungo; ma la menoma scossa, la menoma sofferenza fisica o morale potrebbe esserle fatale...

— Ebbi alcuni giorni di profondo sconforto. Ma Clelia era così serena, cosí felice; mi parlava sempre del nostro avvenire, ci credeva tanto, che tornai a crederci anch'io.

— Infine quel medico non l'aveva oscultata. Chi sa? Forse s'era ingannato sulla natura del male. Appena Clelia sarebbe mia, la condurrei a Napoli, a Madera, la farei vivere in una pineta, dove i polmoni delicati si riconfortano; ne avrei tanta cura, la renderei tanto felice, che non soffrirebbe più...

— Intanto il mio quadro era finito ed era tempo d'andarlo ad esporre. Dovevo separarmi per poco da Clelia. Ci scambiammo le solite promesse e raccomandazioni.

«Scrivimi, sai, mi diceva, non tenermi in pena, non darmi crucci, te ne prego. Io sono come quelle povere pianticine esotiche che si conservano belle e profumate, finchè sono tenute in un dato ambiente, con quelle date cure; ma un soffio d'aria, una goccia d'acqua più o meno, bastano a farle morire.

— Io promisi, di cuore, di gran cuore, perchè l'amavo più della mia vita, e tremavo per la sua. E partii.

III.

— Avevo venticinque anni. Mi sentivo pieno di vita e di speranza. Partivo lasciandomi dietro la dolcezza dell'amore, per andare incontro alla dolcezza della gloria.

— Clelia sembrava rinverdita colla primavera; da qualche tempo stava bene, ed era evidente che quel medico s'era ingannato.

— Ero contento di me, del mondo, di tutti. Quegli otto mesi di amore virtuoso, di vita casalinga, mi avevano ritemprata la salute. Il sangue mi scorreva caldo e robusto nelle vene. La natura mi rifulgeva intorno splendida e giovine come nel giorno della creazione. Ed io pure ero giovine e felice come Adamo. Ma per me pure c'era un frutto proibito; ed io pure trovai l'Eva che me lo porse.

— La incontrai nel breve tragitto di mare tra Genova e Livorno, quella Eva francese col viso dipinto di bianco o di roseo, e gli occhi dipinti di nero, e le labbra dipinte di rosso. Ho sempre avuto un profondo disprezzo per le donne imbellettate. Ma pur troppo vi sono delle ore maledette nella vita, in cui la materia vince l'anima, ed allora si accoglie volentieri una donna che si disprezza, perchè i suoi favori si ottengono facilmente. Quella straniera bionda fece due terzi della strada per avvicinarsi a me. Nelle disposizioni in cui mi trovavo, _lo spirito è pronto, ma la carne è debole_: ed io non mi feci pregare per fare l'altro terzo.

— Avevo promesso a Clelia di scriverle da Livorno la prima lettera. Ma quando presi la penna per scrivere a lei che stimavo tanto, alla mia sposa, in una camera profanata dalla presenza di quell'avventuriera, sentii una profonda vergogna di me, e per non mentire non scrissi nulla. L'amavo con tutta l'anima ma le ero infedele; cosa avrei potuto dirle in quell'ora che non ripugnasse alla mia coscienza?

— Pensai che quella relazione avventurosa sarebbe presto troncata; che quella donna se ne sarebbe andata, e quando mi fossi sentito ancora degno dell'amore di Clelia, le avrei scritto.

— Il mio quadro piacque, e fu comperato da un signore americano che lo pagò bene. Questa circostanza aumentò visibilmente la tenerezza della signora francese per me, ma diminuí d'altrettanto la mia.

— Alle emozioni nobili dell'arte, era strettamente legata ogni memoria del mio cuore. Mi svegliai da quella specie di delirio, che mi aveva tenuto unito per tre settimane ad una creatura indegna di occupare un'ora della vita d'un galantuomo.

— Pensai con angoscia a Clelia. Povera gioia! Erano tre lunghe settimane che l'avevo lasciata, e non le avevo scritto una parola. Mi rammentai con indicibile spavento la sua estrema sensibilità, la sua salute delicata. «Se l'avessi fatta ammalare? Mio Dio!»

— Forse m'aveva scritto?

— Corsi alla posta. Vi trovai infatti due lettere ferme in posta, perchè non le avevo mandato il mio indirizzo. Una aveva la data di pochi giorni dopo la mia partenza. Clelia era già inquietissima del mio silenzio; mi pregava di scriverle; era tormentata da presentimenti dolorosi e strani. Quelle fibre tanto delicate e nervose, presentono vagamente il male che noi facciamo loro, mentre noi, nature meno squisite, lo comprendiamo appena quando ne vediamo le conseguenze irreparabili.

— L'altra lettera era scritta soltanto da quattro giorni. Erano poche parole. Clelia era ammalata; l'agitazione, l'incertezza in cui l'avevo lasciata, avevano abbattute le sue poche forze. Le era tornata la febbre, e si sentiva debolissima. Ma aveva sempre fede in me. E mi pregava di tornare, di tornar subito, se non volevo che morisse di cruccio.

— Lacrime di vero cordoglio, di rimorso, di vergogna, mi bagnarono gli occhi, mi gonfiarono il cuore.

— La sera stessa lasciai quella donna malaugurata, e partii.

— Ma quella lettera era giunta da quattro giorni. Erano cinque giorni che Clelia l'aveva scritta, ed io giunsi a Milano dopo due altri giorni. Mio Dio! Cosa poteva essere accaduto in quel tempo?

— Quando sonai alla porta di Clelia il cuore mi batteva da spezzarmi il petto. La serva mi disse con amarezza:

«Ben presto l'avrà uccisa del tutto, sarà contento.

— Sentii che meritavo quel rimprovero, e la seguii senza risponderle a capo chino, cogli occhi gonfi di lacrime.

— Quando stavo per entrare nella camera di Clelia, Rosa mi disse ancora:

«Ed ora vorrebbe comparirle dinanzi così, come una bomba, per farla morire sul colpo? Il medico ha raccomandato di non darle emozioni.

— Mi fermai, ed essa entrò. Ma un minuto dopo udii una voce piena di dolore, d'amore, di pianto, esclamare:

«Gustavo! Oh vieni Gustavo!

— Mi precipitai nella camera, caddi in ginocchio accanto alla poltrona di Clelia, mi premetti sul volto le mani che ella mi stendeva in segno di perdono, e piansi, singhiozzai come un disperato. Ed essa, povera gioia, mi copriva il capo di baci e di lacrime, senza un rimprovero, senza un lamento.

— Quando cercai di accusarmi, di domandarle perdono, mi chiuse la bocca colla mano e mi disse:

«Stai zitto, Gustavo. Non parlar del passato. È stato un brutto sogno; dimentichiamolo. Ti perdono tutto, sai. Ora non pensiamo che ad amarci, ed esser felici. Forse potremo esserlo per poco.

— Io piangevo, piangevo, e dal fondo del cuore offrivo a Dio la mia vita in cambio della sua.

— Tuttavia mi sembrava che Clelia si esagerasse il suo male. Era magrissima è vero; ed aveva la voce debole. Ma non era a letto, ed il suo volto animato della gioia non aveva l'aspetto d'un volto di persona gravemente ammalata. Ed io pensavo ancora che l'avrei fatta guarire a forza di cure e d'amore; che l'avrei resa felice, che l'avrei sposata subito, anche il domani, e l'avrei portata a Viareggio, e l'avrei condotta ogni giorno nella pineta. Oh Dio! Si può forse morire quando si ama e si è amati così?

— Passai il resto della giornata accanto a lei. Ogni tanto tossiva, tossiva a lungo da rimanerne quasi soffocata. Ed io soffrivo, avrei dati dei pugni contro il cielo. Ma poi quell'accesso passava; Clelia riprendeva a discorrere del nostro avvenire; era serena, felice. Ed io pensavo che la tosse della tisi è breve, asciutta. Che quella tosse violenta non poteva essere che un'infreddatura. Non conoscevo quella malattia inesorabile se non dai romanzi, e mi facevo illusione.

— La sera quando Clelia mi congedò per coricarsi, la pregai di lasciarmi rientrare più tardi, per vegliarla durante la notte. Ella me lo permise.

— Quando fu a letto, tornai infatti nella sua camera.

«È quasi inutile che tu stia alzato, mi disse. Mi sento bene. Il tuo ritorno mi ha guarita. Ti lascio star qui perchè abbiamo tante cose da dirci, e poi Rosa ha bisogno di dormire, ha tanto vegliato le notti scorse.

— Rosa se ne andò; la udimmo chiudere gli usci, e ritirarsi nella sua stanza. Io rimasi solo accanto al letto di Clelia, più bella, più serena, più amante che mai.

— Io pure non avevo mai sentito d'amarla tanto come quella sera. Comprendevo tutti i miei torti, avevo tanto da farmi perdonare! Ed ella, povero angelo, aveva tanto sofferto, aveva tanto bisogno di conforto...

— Cercammo il perdono, l'obblìo, il conforto nel nostro amore. Quella notte fummo sposi davanti a Dio. Ma la mattina quando mi risvegliai accanto a Clelia, ella non aveva più che un soffio di vita. Il mio disgraziato amore l'aveva uccisa.

. . . . . . . . . .

A questo punto del suo racconto Gustavo aveva la voce commossa, strozzata dal pianto. Agitava furiosamente i sassolini, li prendeva in mano e li respingeva con rabbia, mentre le lacrime gli gonfiavano gli occhi e cadevano sulla tavola di sasso.

Io non cercai di consolarlo. Rispettai il suo dolore, e rimanemmo entrambi in silenzio. Finalmente scosse il capo, si asciugò coraggiosamente le lacrime, come per dire:

«Non me ne vergogno,» e riprese il suo racconto.

IV.

— Due giorni dopo Clelia era morta. Fuggii da quella casa colla disperazione nell'anima. Presi alloggio in una delle contrade più deserte di Milano, e vissi là due mesi come un condannato, senza veder nessuno, lavorando e piangendo.

— L'arte mi era divenuta più cara; era l'unica passione che avessi avuta comune con lei. Ed ormai i miei quadri si vendevano; andavo guadagnando nome ed agiatezza, ora che non avevo più quella cara per cui avevo desiderato l'uno e l'altra; ed in quell'isolamento il mio dolore si andava facendo ogni giorno più intenso.

— Poi vennero i soliti amici premurosi della salute di chi non sa più che farne, e mi costrinsero a lasciar Milano, a viaggiare, a divagarmi.

«Al passato non c'era rimedio; quella poveretta era etica, già condannata quando l'avevo conosciuta; cosa volevo fare sempre solo così! Ero giovine, avevo un avvenire dinanzi a me, avevo altri doveri che di piangere, ecc.»

— Più per togliermi la noia, che non persuaso da quei discorsi, lasciai Milano e viaggiai sei mesi, senza cercare tuttavia altra distrazione nè altro conforto che il lavoro, al quale dava grande argomento la varietà dei luoghi.

— Tuttavia non potevo viaggiar sempre. Mi fermai a Torino, dove per un anno feci la stessa vita solitaria che avevo fatta in viaggio.

— Ma a poco a poco lo smercio de' miei quadri, le esposizioni, i critici d'arte che parlavano di me nei giornali, mi obbligarono a rivedere qualcuno. Finii per riprendere in una certa misura i rapporti colla società.

— O Carlo, arrossisco nel dirlo; ma anch'io parlavo, anch'io ridevo; ridevo come gli altri. Quando pensavo a Clelia risentivo nel cuore tutto il mio dolore, ma c'erano delle ore e delle ore in cui non ci pensavo. Si dice tanto che la gioia è fugace. Ma e il dolore non lo è forse altrettanto? Noi siamo deboli. Non sappiamo soffrire a lungo; siamo incostanti in tutto. La costanza è una virtù superiore alla nostra natura imperfetta.

— Un giorno passando in via Nuova, vidi uscire da un negozio di guanti una signora alta e bruna, vestita con eleganza.

— Dopo la morte di Clelia non avevo più provata la menoma simpatia per nessuna donna. Mi erano tutte indifferenti, e le sfuggivo. Ma la vista di quella signora mi fece un'impressione strana. Mi parve che avesse in sè qualche cosa della mia povera sposa; mi parve che quegli occhi scintillanti mi parlassero di lei. Non le somigliava punto, eppure me la ricordava. Mi pareva che quella signora ed io fossimo amici da un pezzo, e che ella conoscesse tutti i miei dolori; e senza quasi volerlo, la seguii.

— Giunta in piazza Castello ella prese l'_omnibus_ della via Po. Stavo per salire io pure nell'_omnibus_, ma mi fermai. Mi pareva di commettere un'infedeltà alla memoria di Clelia. E rimasi; e l'_omnibus_ partì colla bella signora.

— Mi sentii contento di me, come quando si è fatta una buona azione o si è vinta una mala tendenza.

— Ma quando la fatalità ci si mette, tutti i nostri sforzi per combatterla non riescono a nulla.

— Pochi giorni dopo andai per sentire _Cause ed effetti_ al teatro Gerbino. Era la beneficiata della prima attrice Vittoria***. Quando uscì, riconobbi la bella signora che avevo incontrata in _via Nuova_.

— Mi dissero che quell'artista era molto ricca, molto spiritosa, molto corteggiata, e molto onesta. Quella riputazione di onestà, che i disillusi trovavano incredibile, e su cui facevano i più assurdi commenti e le più rancide facezie, mi fece molto piacere. Non avrei voluto che quella donna, che nel mio pensiero si associava all'immagine di Clelia, fosse stata una delle solite donne da teatro; mi sarebbe sembrata una profanazione. Almeno, allora attribuii a questa ragione soltanto la soddisfazione che provai a sentirne parlare con rispetto.

— Dopo la commedia un amico mi propose di presentarmi alla signora Vittoria***. Non seppi resistere a quella tentazione: accettai. Mi pareva che avvicinandomi a quella donna mi ravvicinassi alla povera Clelia; e, cosa strana, il volto gioviale dell'artista, i suoi movimenti rapidi, il suo sguardo ardito, mi rammentavano il volto mesto, il gesto lento, lo sguardo malinconico della mia fidanzata.

— Vittoria era ancora commossa della parte appassionata e straziante che aveva sostenuta egregiamente nel dramma di Ferrari. Mi accolse con una cordialità che aveva qualche cosa di intimo; come se ci conoscessimo. Mi aveva forse già notato quel giorno in via Nuova? O quella sera durante la rappresentazione? Ad ogni modo era contenta di vedermi, e m'invitò a tornare.

— Ed io tornai dopo una settimana, poi tornai dopo tre giorni, poi dopo due, poi il giorno seguente, e l'altro, e l'altro; tornai, tornai sempre.

— Anche questa volta l'amore non mi colse per sorpresa. Lo sentivo venire, lo vedevo. Ed anche questa volta non fuggii. Ma non lo accolsi sorridendo come avevo fatto accanto alla povera Clelia. Lo accettai per forza. Non avevo il coraggio di combatterlo. Era destino.

— Un mese dopo dissi a Vittoria che l'amavo, e la domandai in moglie. Così la stimavo.

— Fin allora non l'avevo veduta che nel camerino del teatro.

«Venga domani a casa mia, mi rispose stringendomi forte la mano. Le risponderò domani.

— Era una donna schietta, passionale, ardita; un carattere indipendente, un po' maschio; si riscaldava facilmente, pronta a secondare il primo impulso del cuore che credeva il migliore. Si esaltava per l'arte, si entusiasmava d'un autore, d'un attore, anche d'una attrice; voleva conoscerli, ed aveva delle parole e dei modi per esprimere la sua ammirazione che rivelavano tutto l'ardore della sua anima d'artista. Io sentivo il bisogno di riscaldare il mio povero cuore assiderato ad un cuore di quella tempra; il pensiero di essere amato così m'inebriava.

— Quando andai a casa sua il domani, mi accolse come un vecchio amico. Mi prese tutte due le mani, mi fece sedere accanto a sè, e dandomi del voi per la prima, mi disse:

«Sentite, Gustavo: l'avete compreso, nevvero, che vi voglio bene?

«Ma proprio di quel bene che intendo io? le domandai guardandola negli occhi.

«Sì, di quello.

«Mi amate?

«Sì, vi amo. Ma ho una storia. Oh Dio! Le artiste hanno tutte una storia! Soltanto la mia è vera. Volete che ve la dica?

«Ditela, Vittoria: ma ditemi prima che non c'è nulla che v'impedisca di accettare la mia proposta.

Ella sorrise, e senza tener conto di quella preghiera, mi raccontò la sua storia.