Serate d'inverno

Part 1

Chapter 13,782 wordsPublic domain

LA MARCHESA COLOMBI

Serate d'Inverno

RACCONTI

TESTE ALATE — LA PRIMA DISGRAZIA IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE — FIORE D'ARANCIO IN PROVINCIA — UN VELO BIANCO

1914 CASA EDITRICE MADELLA SESTO S. GIOVANNI

PREFAZIONE

Sono l'incubo di mezzo mondo quelle lunghe, lunghe sere d'inverno, che durano dalle sette alle dieci; tre ore per lo meno; per molte famiglie assai più.

Alle quattro e mezzo, al più tardi alle cinque, s'è accesa la lampada in sala da pranzo. Ad uno ad uno i membri della famiglia, chi da fuori, chi dallo studio, chi dal salotto, si sono radunati là, intorno alla tavola apparecchiata.

Quelli che sono usciti hanno reso conto dei gradi di freddo della temperatura esterna, della maggiore o minore densità della nebbia, dello stato delle contrade, se asciutte, fangose, gelate, ecc.

Le signore hanno riferite le visite fatte, le abbigliature della Tale e della Talaltra, le carrozze che erano al corso, le stoffe nuove esposte nei negozi di moda, le pelliccie, i cappellini.

I giovinetti hanno riportate le novità raccolte al caffè o al _club_; chi s'è sposato, o è in procinto di farlo, chi è morto, chi è innamorato; che _nuovissime_ promette il manifesto del Manzoni: chi era la signora più brillante la sera innanzi alla Scala; che cosa combinano di fare gli ammiratori per la beneficiata della prima donna o della prima ballerina.

Il babbo, i membri seri della famiglia, hanno recate le notizie politiche e quelle dei loro reumi, che aumentano o diminuiscono in ragione diretta dell'intensità del freddo, e dei loro catarri a cui l'umidità fa dei brutti tiri.

Intanto è stata servita la minestra; ciascuno ha preso il suo posto, e durante più d'un'ora tra un boccone e l'altro, si sono particolareggiati tutti gli avvenimenti messi sul tappeto, si sono analizzati, discussi, se n'è visto il fondo.

Alle sette il pranzo è finito, la tavola è sparecchiata, e la sera, l'eterna sera d'inverno, non è cominciata ancora.

Gli scrittori sentimentali che hanno l'abitudine di guardare il mondo traverso una lente azzurra come se fosse un eclissi, hanno scritto volumi di prosa soave, sulle _serate di famiglia intorno al focolare domestico_; ce le hanno dipinte come un perpetuo idillio.

Ma in realtà sono una delle tante cose, che sembrano belle soltanto quando si guardano da lontano.

Io pure a quest'ora, dopo tanti anni e tanti avvenimenti, le ripenso con dolcezza infinita le serate casalinghe della mia casa paterna.

Il capo di casa ottuagenario, che sonnecchiava in una poltrona accanto al camino, e tratto tratto si svegliava in un sussulto, o perchè le molle gli erano cadute dalle mani, o perchè la serva entrando gli aveva mandata una corrente d'aria tra capo e collo, o per qualunque altro avvenimento della medesima importanza.

Domandava l'ora, picchiava i tizzoni, osservava che io sporgevo sempre le labbra come se fossi in collera col Padre Eterno, che mio fratello non faceva mai nulla, che mia sorella aveva gli occhi rossi, che le zie dovevano annoiarsi di far sempre lo stesso lavoro.

— Maria, tira dentro quel muso.

— Mario, fa qualche cosa, fannullone.

— Teresa smetti quel ricamo che ti guasta la vista.

— Quante calze ha fatte quest'inverno signora Caterina? Deve averne per un reggimento.

— Ce n'ha sempre di bucato da raccomodare signora Rosa?

Quando aveva fatta l'una o l'altra di queste osservazioni, tanto per provarci che non dormiva, s'addormentava daccapo per un altro quarto d'ora.

La zia Rosa non amava conversare; parlava soltanto quando poteva imprendere una narrazione tutta finezze, e particolari, e dissertazioni, e commenti, che le permettesse di tener la parola per una mezz'ora o più, senza interruzione. Ma la sera non era più in lena, e preferiva star zitta.

La zia Caterina parlava sempre per proverbi. Ne aveva una raccolta immensa, colle rime che non tornavano, mezzi in lingua mezzi in dialetto, e ad ogni discorso ne trovava uno da applicare.

Quando qualcuno si meravigliava degli interminabili rammendi di sua sorella, era lei che rispondeva:

«_L'ago e la pezzuola, tengono in piedi la camiciola._»

Se si osservava a lei che, a forza di far calze tutta la vita, doveva averne una provvista sterminata, rispondeva subito:

— _Pane e panni, buoni compagni._

— Che freddo! diceva qualcuno, non s'ha voglia di uscire.

— Ma sicuro, ribatteva lei. _A Santa Caterina, chiudi i buoi nella cascina._

— Le giornate cominciano ad allungarsi un poco.

— Senza dubbio. _Natal el pass d'un gall._

Questo era uno de' suoi proverbi più infelici, perchè oltre la rima impossibile, aveva bisogno d'un discorso preparatorio per stabilire che il passo d'un gallo era la misura di cui s'era allungata la giornata a quell'epoca.

Mio fratello la chiamava il _Giusti_; e quando aveva bisogno d'una rima pe' suoi infelici tentativi poetici, ricorreva sempre a lei.

Ma quei proverbi che ora mi fanno sorridere quando li ricordo, allora li udivo ogni sera, li sapevo, li avevo in uggia.

Il nostro capo di casa aveva un fratello di settant'anni, che gli pareva molto giovine perchè aveva undici anni meno di lui; egli veniva ogni sera a sedere per un paio d'ore dirimpetto al suo primogenito dall'altro lato del camino.

Quello parlava a monosillabi, e bisognava strapparglieli con una serie di domande. S'accontentava di starsene zitto contemplando il fratello, pel quale aveva una grande venerazione, e cogliendo il momento opportuno per impadronirsi delle molle che l'altro si teneva amorosamente tra le ginocchia, per picchiare un poco alla sua volta i tizzoni.

Qualche rara volta mancava. Era il solo avvenimento che introducesse un po' di varietà nelle nostre serate.

Allora il primogenito si metteva in grande apprensione. Si alzava tutto ingranchito dal sonno, coi calzoni raggrinzati sulle ginocchia pel lungo star seduto, passeggiava barcollando fin in fondo alla stanza, e sospirava:

— Ma! Cosa sarà accaduto a quel ragazzo? Per lui il suo secondogenito era sempre un ragazzo.

E noi, coll'insolenza della gioventù, facevamo a gara a suggerirgli una serie di disgrazie infantili e burlesche:

— Sarà rimasto sotto una carrozza.

— L'avrà portato via lo spazzacamino nel sacco come i bimbi cattivi.

— Avrà fatto i capricci, e la mamma l'avrà mandato a dormire senza cena.

Ridevamo un momento, poi ricadevamo nella solita monotonia, finchè non accadeva un altro di quegli episodi profondamente insignificanti, che la nostra allegria giovanile, priva di sfogo, afferrava al volo per farsene argomento di spasso.

La massima parte ce li forniva l'eccentricità bonaria del nostro vecchio capo di casa.

Era un uomo estremamente alto e dritto, forte, magro, col volto color del legno di noce, e talmente rugoso che sembrava una collaretta arroccettata. Portava una folta parrucca bionda, sebbene nessuno si ricordasse d'averlo mai visto biondo. Egli stesso non ne aveva idea. Quando gli domandavamo com'erano stati i suoi capelli, ci rifletteva un pochino colla sua bontà condiscendente, poi rispondeva:

— Così... come i tuoi.

E questa medesima risposta la dava ugualmente a me che avevo i capelli neri, a mio fratello che li aveva biondi, a mia sorella che li aveva d'un bel castano bronzato.

Del resto egli non metteva punto civetteria nel portare la parrucca. Non aveva mai pensato che dovesse illudere alcuno. Era leale in quello come in tutto; le dava semplicemente per una parrucca; nè più nè meno. L'aveva adottata nei tempi trapassati remoti, al principio della sua calvizie, per riparare il capo dal freddo, e l'aveva serbata sempre come una parte indispensabile del suo vestiario.

Quando le giornate erano rigide egli scendeva dal letto assiderato, ed affrettava la toeletta per trovarsi più presto nella sua poltrona accanto al camino. Allora la parrucca presentava ogni sorta di novità bizzarre. Ora aveva un orecchio in mezzo alla fronte, ora sopra un occhio; alle volte era messa col davanti di dietro addirittura.

Poi quando il freddo aumentava, il riparo della parrucca non bastava più; ci voleva anche una berretta di lana. Ma per sentire il beneficio della lana sul cranio calvo, egli si metteva la berretta di sotto, giù giù fin sulla fronte, sulla nuca, sugli orecchi; poi la parrucca inalberata sopra, come Dio vuole, con un largo orlo di berretta che sporgeva tutto in giro.

— Babbo, un fenomeno! diceva mio fratello. Una capigliatura bionda cresciuta sopra una berretta.

Potrei continuare per un volume a narrare così i piccoli svaghi delle nostre sere; miseri svaghi, che si rassomigliavano tutti, e passavano presto.

Ora ripenso a quelle sere coll'animo commosso; ne risento soltanto l'atmosfera tepida della famiglia, la pace, l'intimità. L'immensa lontananza a cui le ha respinte il tempo, non permette più di vederne le ombre.

Dio, com'erano noiose quelle sere d'inverno! Sempre i due vecchi accanto al fuoco; sempre lo stesso tavolino un po' più indietro, colla stessa lampada, e le stesse zie cogli stessi lavori. Sempre mio fratello, imbronciato di non poter uscire a fare il giovinotto, che tirava certi sbadigli da destare un morto. Ed io e mia sorella, sempre occupate a ricamare fiori improbabili ed animali mostruosi, con tutta la precisione possibile, su qualche inezia elegante.

Ogni tanto esclamavamo:

— Oh Dio! Sono appena le otto! Sono appena le otto e mezzo!

E cosí via, di mezz'ora in mezz'ora, finchè veniva un'intimazione superiore del nonno, sempre impensierito del nostro bene, di smettere il ricamo perchè ci affaticava gli occhi.

— Ma non sappiamo cosa fare, si rispondeva noi.

— Leggete.

— Non abbiamo libri.

— Leggete una commedia di Goldoni.

Il nostro caro capo di casa era un uomo positivo. Si occupava, o piuttosto s'era occupato di fisica, di chimica, di scienze esatte. Non amava le vaporosità sentimentali; abborriva i romanzi.

Una volta un suo lontano parente povero, ch'egli colla sua grande bontà manteneva a Torino per gli studi universitari, ebbe l'idea di scrivere un romanzo, e trovò un editore che lo stampò, forse in penitenza de' suoi peccati.

A titolo di riconoscenza il giovine autore dedicò quell'opera al suo benefattore, e gliene spedí una copia.

È l'unica volta che mi ricordo d'aver visto in collera quell'uomo, che era l'incarnazione della indulgenza, della mitezza. Non lesse una parola; non guardò neppure il titolo. Prese il romanzo colle molle (le compagne e la distrazione costante delle sue serate) lo mise sul fuoco; e finchè lo vide interamente bruciato picchiò i tizzoni con maggiore accanimento del solito. E da quel giorno soppresse la pensione al suo parente.

— Non voglio il rimorso d'aver fomentati i suoi cattivi istinti, diceva. Quando non avrà denaro in tasca, sarà obbligato a lavorare, ed il lavoro gli rimetterà la testa a posto.

Con queste idee, è facile immaginarsi come fosse fornita la nostra libreria quanto a letture amene.

Oltre una serie infinita di opere scientifiche, c'erano il teatro di Goldoni e quello di Alfieri.

Goldoni era il solo autore letterario che avesse trovato grazia agli occhi del nostro capo di casa.

«Quello era vero; mostrava la vita com'era realmente; non inventava passioni esagerate; ritraeva uomini e donne in carne ed ossa come noi, colle nostre virtù ed i nostri vizii, e senza fantasticaggini, senza esaltazioni. Quelli erano libri che facevano buon sangue, rasserenavano lo spirito, e non guastavano la testa alla gioventù.

Più tardi aveva comperato il teatro d'Alfieri, sperando di trovarci le stesse qualità. Ma era stato un gran disinganno. Quegli eroi cattedratici, quelle passioni frementi, quelle tirate retoriche lo avevano esasperato.

«Egli non aveva mai conosciuto nessuno, in ottantun'anni di vita, che parlasse a quel modo. Quegli uomini e quelle donne sempre furibondi, che ammazzavano e si facevano ammazzare come se si fossero fatto strappare un dente, che vivevano sempre nelle nubi, gli parevano matti; gli davano le vertigini.

Appena noi ragazze eravamo tornate di collegio aveva messo l'Alfieri sotto chiave.

— Se leggono questa roba, addio lista del bucato, diceva; addio note della spesa; addio testa! Si mettono in mente di sposare un eroe e non si maritano più.

Rimaneva il Goldoni. L'autore positivo e vero delle scene casalinghe, dai pettegolezzi borghesi, dagli amori tranquilli. Ed ogni volta che sentiva il bisogno di darci una distrazione per quelle benedette sere d'inverno, era sempre il suo ritornello:

— Leggete una commedia di Goldoni.

Le avevamo lette tutte, rilette, ri-rilette; le sapevamo a memoria, le avevamo talmente negli orecchi, che per gioco i miei fratelli ed io parlavamo qualche volta per ore intere in versi martelliani (che le nove Muse ce li perdonino!) ma le sillabe e le rime tornavano sempre.

Se in quella noia profonda ci fossero capitati dei libri di racconti, in cui non si fossero narrate passioni da romanzo per far infuriare il capo di casa vecchio, e che avessero ritratta qualche scena amena e commovente per divertire i giovani, sarebbero stati una benedizione.

Si sarebbe letta una novella ogni sera, ci si sarebbe conversato sopra un quarto d'ora senza misericordia pel povero autore, e sarebbe venuta l'ora di coricarsi; ed allora si sarebbe finito per dire:

— Malgrado tutto, ci ha fatto passare la sera, però.

Ed in vista di questo gli si sarebbero perdonati i suoi difetti, e l'indomani si sarebbe fatto ancora buon viso al libro, ed ancora, ed ancora finchè si fosse giunti all'ultima pagina.

Dopo si sarebbe dimenticato; pazienza; questa è la sorte comune dei libri che non hanno altro scopo fuorchè il diletto; ottenuto lo scopo il mezzo non serve più.

Ma più tardi, giungendo fra noi un altro volume dello stesso autore, avrebbe trovata la stessa accoglienza.

Di gente che passa la sera come la passavamo noi, ce n'è un numero sterminato. Sono le famiglie modello che stanno riunite, che si amano, che s'annoiano insieme; quelle che hanno inspirata la poesia del focolare. Poi c'è un altro numero sterminato di famiglie, in cui il babbo è fuori da un lato, i fratelli dall'altro, e le signore passano la sera in casa tra loro. Poi vi sono le altre in cui la mamma è ancora giovine o crede di esserlo, e va a teatro, va in società; e le signorine che non debbono assistere alla commedia, non debbono vedere le ballerine, non debbono udire una quantità di cose in conversazione, rimangono sole a casa. Oppure è tutta la parte giovine della famiglia che esce e si diverte; ed una nonna, una zia, una vecchia parente, ha dinanzi la prospettiva d'una lunga serata tra il caldanino e la lampada.

Queste persone solitarie ed annoiate, in quelle ore di solitudine e di noia, sono disposte all'indulgenza, come eravamo io ed i miei fratelli nelle nostre serate di famiglia. Ed è a loro ch'io raccomando i miei poveri raccontini, implorando per essi quell'accoglienza ch'io avrei fatta ai raccontini di chi allora avesse avuto il pensiero pietoso di scriverli per me.

TESTE ALATE

I.

Nell'autunno del 1869 mi trovavo a villeggiare ad Intra sul lago Maggiore.

In una gita ad Arona, fra le solite figure straniere che sembrano darsi convegno da tutti i paesi d'Europa sul ponte di quel battello a vapore, avevo incontrato un giovinotto lombardo, col quale avevo stretta relazione.

Io andavo poi regolarmente due volte ogni settimana ad Arona, e nell'andare o nel venire mi trovavo sempre con quel giovine.

Gli altri passeggeri si vedevano una volta, due, poi scomparivano. Erano sempre figure nuove, quasi sempre figure ignote. Noi soli tornavamo ancora ed ancora.

Quel giovine non era facile ad entrare in discorso. Ma una volta entrato, era piacevolissimo, e qualche volta s'abbandonava ad un'allegria clamorosa. Ma bisognava che altri lo eccitasse. Sembrava una di quelle macchine che, appena montate, vanno, vanno con una celerità sorprendente; ma se le vediamo ferme, non possiamo persuaderci che quegli ammassi di ordigni muti ed inerti abbiano in sè la facoltà di tanto rumore, di tanto movimento.

Non dirò che provassi pel mio compagno di viaggio nè una misteriosa attrazione, nè quella curiosità, quell'interessamento irresistibili che si trovano soltanto nei romanzi. Fu la circostanza dei nostri frequenti incontri che fece nascere tra noi una relazione superficiale, la quale si andò facendo man mano meno cerimoniosa, più franca, più espansiva, più confidenziale, e finì col diventare una sincera ed affettuosa amicizia. Tutto questo nello spazio di un mese. Ma eravamo giovani tutti e due, ed alla nostra età le amicizie si fanno presto.

Conoscendo intimamente Gustavo, mi accorsi che, sebbene il fondo del suo carattere fosse gioviale, il suo stato abituale, in quel momento almeno, era triste ed impensierito. Però non cercai di provocare le sue confidenze con domande indiscrete; c'è una così lieve sfumatura tra l'interessamento e la curiosità!

— Se un giorno sentirà il bisogno di dirmi i suoi crucci, li accoglierò con cuore d'amico, pensavo. Se vorrà serbarli per sè, rispetterò il suo segreto.

Intanto cercavo, per quanto era in mio potere di mantenerlo divertito. Ogni mattina gli facevo un programma per passare la giornata: erano gite sul lago, pranzi alle isole, partite di pesca, escursioni sui monti, visite alle fabbriche di tela, di carta, di vetro, ecc.

Una mattina mi parve più mesto del solito.

— Cosa facciamo oggi? gli domandai.

— Quello che vuoi, mi rispose, purchè siamo soli.

— Prendiamo un canotto, e facciamo un viaggio d'esplorazione sul lago, in cerca di un luogo pittoresco per pranzare insieme?

— Io preferirei una gita su qualche monte. In barca si rimane così inerti che si cade in malinconia. Ho già tanta tristezza nell'anima; ho bisogno di movimento per distrarmene un poco.

Era la prima volta che alludeva alla sua tristezza. Ebbi la delicatezza di non rispondere a quella mezza confidenza, per non mostrare d'esserne stato all'agguato.

Gli proposi di andare a Premeno. Egli accettò, e mezz'ora dopo salivamo una stradetta di montagna, erta, tortuosa, pittoresca.

Camminavamo da quasi due ore, quando il cielo cominciò ad annuvolarsi; minacciava un temporale.

— Guarda, Carlo, mi disse Gustavo additandomi una nuvoletta scura, non ti pare che quella nuvola abbia la forma di due teste di angeli?

— Ma che! Mi sembra piuttosto che raffiguri un cane accovacciato.

— Ah! Lo sapevo, sai, che tu non l'avresti veduta come me! E disse queste parole con accento addolorato.

Non capivo perchè desse tanto peso a quella sciocchezza, e gli risposi meravigliato:

— Ti dispiace tanto che io non veda due teste d'angeli! Via, ci metterò un po' di buona volontà. Già, nelle forme vaghe delle nuvole si vede quel che si vuole.

— No. Lo sapevo già che tu non avresti veduto come me. È una mia visione, eterna, crucciosa. Vedo dovunque delle teste alate. È il mio incubo.

— È un bell'incubo. Dicono che Iddio si circondi di angeli per abbellire il Paradiso, e tu che hai la fortuna di vederne in _hac lagrymarum valle_, te ne lagni?

Gustavo chinò il capo sul petto, e stette zitto un pezzo, come discutendo qualche cosa di grave tra sè e sè. Ad un tratto si fermò, mi prese le mani, e mi disse con voce commossa:

— Senti, Carlo. Questa storia delle teste alate, che ti sembra certo una puerilità, è il segreto della mia malinconia, delle mie incertezze. È il cruccio della mia vita. E mi pesa, e vorrei parlarne con te. Tu mi sei amico, mi vuoi bene. Ti dirò tutto, quello ch'è passato e quello che mi tormenta ancora; e tu mi darai il consiglio ed il coraggio di cui ho bisogno. Lo vuoi, Carlo?

Non so dire che slancio d'affetto, e che senso d'immensa pietà mi si destassero in cuore per quella sventura misteriosa e grande. Se avessi secondato il primo impulso, mi sarei stretto Gustavo al cuore, avrei pianto con lui. Ma per quello sciocco riserbo che ci fa arrossire de' nostri sentimenti migliori, e ne imbriglia le manifestazioni, mi limitai a stringergli le mani, e gli dissi con calore:

— Con tutto il cuore Gustavo, con tutto il cuore.

Egli mi prese il braccio, continuò a salire, e lasciandosi dietro Premeno, mi trasse sopra un'altura in un piccolo spianato sassoso e disuguale, che si chiama col nome pomposo di _Piazza Garibaldi_. Vi trovammo alcune panche e delle tavole di sasso. Sedemmo sotto una specie di grondaia per ripararci dalla pioggia che cominciava a cadere. Gustavo prese alcuni sassolini sulla tavola che aveva dinanzi, li agitò un poco in silenzio, poi prese a parlare rapidamente, sempre baloccandosi con quei sassi per darsi un'aria disinvolta, mentre invece la sua voce tradiva l'agitazione dell'animo.

II.

— Tre anni sono, disse, ero un giovinotto allegro, pieno di vita, affettuoso, noncurante del domani, amante del lavoro, appassionato per la mia arte, nella quale mi sentivo capace di riescire a qualche cosa.

— Bada alla tua modestia, Gustavo. La farai arrossire.

— No; lasciami dire quel tanto di buono che ho avuto; ne avrò bisogno per farmi perdonare il tanto male che mi resta a dirti.

Poi soggiunse con un sorriso penoso come una lacrima:

— Parlo di un morto. Il Gustavo d'allora non esiste più.

E continuò a rimovere vivamente quel pugno di sassolini, a gettarli in alto ed a riprenderli, finchè l'intenerimento che gli aveva fatta oscillare la voce nelle ultime parole fu dominato. Allora riprese senza alzare lo sguardo:

— Una mattina giravo per Milano cercando alloggio. Passando in via dell'_Unione_, vidi ad una porta un _appigionasi_, ed entrai.

«È al secondo piano, l'uscio a destra,» mi disse la portinaia.

— Salii. La serva che venne ad aprire m'introdusse in un salotto, e mi lasciò dicendo:

«S'accomodi. La signora verrà a momenti.

— La prima cosa che vidi fu un cavalletto, su cui stava una tela finita, rappresentante due teste alate. Ma non erano teste di puttini. Erano due belle teste di donna, piene d'espressione e di vita. Una, pallida, con una ricchezza di capelli, di ciglia e di sopracciglia d'un bel castano chiaro e due grandi occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce. L'altra sembrava piuttosto la testa d'un'amazzone che quella di un angelo. Capelli nerissimi, occhi neri scintillanti, profilo greco, bocca stretta e severa, carnagione bruna, colorita, attraente.

— Erano due belle teste ed era un bel lavoro. Stavo assorto in quella contemplazione che mi appassionava come uomo e come artista, quando udii aprire l'uscio del salotto, ed una voce lieve lieve mi disse:

«È il signore che desidera di vedere il quartierino da affittare?

— Mi voltai a quella simpatica voce di donna; ma invece di risponderle, misi un'esclamazione di meraviglia.

— La signora che mi aveva parlato era l'originale della testa alata, dagli occhi color dell'ambra, dall'espressione malinconica e dolce.

— Ella comprese la causa del mio stupore, e mi disse:

«Ha osservato quel lavoro, nevvero? Deve trovarmi vana assai per essermi ritratta così. Ma veda: non ho che una parente al mondo, una sorella che mi è tanto cara. E viviamo lontane, lontane. Quando ho cominciato questo quadro destinato a lei, mi venne naturale di ritrarre il suo bel volto; e poi non ho potuto rassegnarmi e mettergli là accanto una testa qualunque, ideale o vera, ma indifferente. Ci voleva la testa di qualcuno che l'amasse, e ci ho posta la mia.

— Ella aveva cessato di parlare, ed io non pensavo a risponderle ed ascoltavo sempre, e quella voce lieve lieve vibrava ancora nell'aria intorno a me. Era lei l'originale del quadro; l'aveva dipinto lei! Era giovine; era bella di quella bellezza sofferente che interessa ed affascina; era artista come me.

— Trovai superbe quelle camere che dovevano farmi vivere accanto a lei; e mi affrettai ad impadronirmene.