Part 8
Pensavo codesto allontanandomi via via dalla villa, isolata nel suo largo piano di giardini e pergole e boschetti, ed avviandomi verso un gruppo di case coloniche sferzate dal sollione. Mi ricordavo i bei quadri del Santoro Rubens, tanto ammirati all'Esposizione di Torino, ed un po' trascurati dai critici; quei gruppi di case bianche, un po' screpolate, un po' scrostate, battute dal sole ardente del mezzodì, povere, nude, di cui la grande bellezza è la verità. E pensavo, come avevo pensato dinanzi ai quadri del Santoro, che avrei voluto vivere in quelle case, che il bello non è soltanto nelle ville e nei palazzi signorili; che, forse, la villa maestosa che mi ero lasciata dietro, era meno pittoresca di quei casamenti miserabili, a cui l'arte non avrebbe avuto bisogno d'aggiungere nulla, nulla fuorchè il loro immenso sfondo di cielo azzurro, per farne un bel quadro.
In tutto questo c'è la bellezza della semplicità, della natura. I contadini godono il meglio della creazione: vivono una vita primitiva, che è la vera vita, naturale, senza artifizi, e crescono più forti di noi, ed hanno meno impegni e meno crucci; e non hanno il cuore avvelenato dai nostri dubbi e dal nostro scetticismo, e conservano gli affetti vergini e forti. Oh, la pace serena delle campagne!....
Di passo in passo, e di paradosso in paradosso, giunsi nel cortile dei coloni. Sebbene avessi gli abiti corti, dovetti rialzarli qua, e poi là, e poi ancora là, per non insudiciarli in certe pozzanghere melmose, che le oche sorseggiavano beatamente, dimenando la coda in segno di piacere.
Una serie di pollai e di porcili, catapecchie di canne e di legna erette alla peggio, facevano un semicerchio di fronte alle case. Ogni famiglia aveva il suo, ed il cortile ne era circuito ed enormemente ristretto. Ed ogni famiglia possedeva il suo letamaio appena fuori dell'uscio. Sotto la vampa del sole, quelle grandi masse in putrefazione fermentavano, ed esalavano un puzzo atroce che avvelenava l'aria. E tra casa e casa, i fasci di canapa, rizzati ad asciugare, confondevano le loro esalazioni pestifere con quelle dei pollai, dei porcili, del letame. Erano ondate di malaria che mi sentivo entrare per la bocca, pel naso, per tutti i pori, e mi davano un senso di paura che mi limitava il respiro, come se, ad ogni inspirazione, dovessi ingoiare i germi di una malattia.
Ma i contadini non ne facevano caso. Le donne erano sedute sui rispettivi usci coi bambini in collo; i fanciulletti ruzzolavano in terra nel sudiciume, mangiucchiando un resto di zuppa, fatta con pane dì granturco e brodo di acqua e lardo. E gli uomini, che avevano finito quel banchetto, s'occupavano, chi a rassettare la canapa, chi a frenare col badile certi rigagnolotti nerastri e viscidi, che sfuggivano dalla base dei letamai, ricchezze disperse, che s'infiltravano nel suolo infecondo del cortile e delle stanze terrene.
Una giovane bruna, massiccia, con due larghi occhioni stupidi e chiari, annaspava matasse di seta, piangendo in silenzio; un pianto cruccioso, soffocato, punto drammatico, un vero pianto di dolore; un pianto di madre.
Non poteva parlare; furono le altre donne della sua casa, Maddalena la cognata, e la vecchia nonna, che risposero per lei. Aveva una bimba moribonda.
--Sono i denti, disse la nonna. È più d'un mese che sta male a quel modo; ma ora avrà presto finito.....
--In casa nostra i maschi sono forti, ma le bimbe non si salvano, soggiunse la Maddalena. Io ne ho perdute sei.... o sette?....
--Sette, suggerì la nonna.
--È vero, sette. Sono morte tutte. Cosa farci? Sono cose preparate.
--Il Signore ce le dà, il Signore ce le piglia, tornò a dire la vecchia, a cui il puzzo del letamaio insegnava l'apatica rassegnazione di Giobbe,
Un singhiozzo infrenabile della povera mamma; desolata, rispose a quella sentenza crudele. Continuò a girare l'aspo con una mano sola, mentre coll'altra alzava il grembiule, e vi nascondeva dentro le sue lagrime silenziose.
Salii al piano disopra per vedere la bimba malata. La finestra della stanza da letto era chiusa, e, di fuori, una specie di tettoia di paglia scendeva giù come una tenda, per intercettare quella poca luce che avrebbe potuto entrare da quell'apertura troppo stretta. Un odore di granturco, di frutti conservati, di saponata e di panni sporchi, respingeva indietro. La bimba moribonda era stesa sulla culla, e ravvoltolata in una quantità assurda di pannolini, di fascio, di gonnellino, di scialli, tutta roba di colore sospetto, che esalava un odore scellerato. Aveva coperto anche il viso con un cencio di salvietta.
In quell'ora ardente, in quei giorni canicolari, la cosa che faceva più spavento a quel cuore di madre, era l'aria; e soffocava la sua creaturina sotto quel mucchio di sudiciume per preservarla dal freddo.
La piccina era tutta gonfia, e sulle sue piccole membra arrotondate dall'edema, dovunque c'era una di quelle fossette che sono la grande bellezza dei bambini, il tempo aveva deposto una traccia nera. Non potei a meno di farlo notare alla madre, e di domandarle se non lavava la sua figliola.
Mi rispose che attribuiva la sua malattia all'averle lavati i piedini un mese prima, _in luglio, coll'acqua del pozzo_.
Le diedi un po' sulla voce; cercai di persuaderla che l'acqua non fa male, che la nettezza è il primo elemento di salute, che i bambini vanno lavati spesso, ecc., ecc.
Quelle donne m'ascoltavano meravigliate e la Maddalena disse:
--Ecco. Noi s'ha tanta paura a toccare i bambini coll'acqua fredda, e loro, che sono signori, non ci badano manco. _Forse_ non si farebbe male a lavarli, come dice lei.
E la nonna, dopo un momento di riflessione, fece questa scoperta peregrina:
--E sarebbero anche più puliti!
Ridiscesi quel rompicollo di scala buia, e tornai nel cortile, seguita dalle tre donne.
La Maddalena teneva in braccio una piccola trovatella, che aveva presa a baliatico dall'ospedale, dopo aver sepolta, come la madre dei Macabei, la sua settima figliola. Era una bimba sottile fino alla trasparenza, delicata e bianca come un gelsomino, ma bella come l'amore dei mortali ne crea di rado.
--Madonna santa! Dice che è bella codesta? esclamò la nonna. Se pare un morticino!
--Sarebbe forse bella, disse la Maddalena che ci metteva dell'ambizione, se non fosse tanto distrutta e senza colore.
--Ma come volete che i bambini stieno bene con questo putridume d'intorno? Perchè avete messo la canapa qui? Non sapete che guasta l'aria, che la rende malsana?....
--Lo crede, signora? disse con aria di dubbio. Noi ci si è avvezzi e non si sente nulla. Si potrebbe ben metterla un po' più lontano la canapa.
--E i letamai? soggiunsi incoraggiata da questa mezza concessione. Perchè non li trasportate giù nei campi lontano dall'abitato?
--Oh provvidenza cara! esclamò la nonna ridendo. E tutti si misero a ridere; poi un uomo si fece innanzi appoggiato al badile con un atteggiamento dottorale e mi disse:
--Ce lo metterebbe lei il suo scrigno, laggiù nei campi? Il letamaio, si figuri che sia il nostro scrigno; è di lì che caviamo quel poco pane. Se lo mettiamo lontano, come si fa a sorvegliarlo perchè non ce lo rubino?
--Ma intanto qui l'aria si guasta, ed i bambini muoiono. Sospirai scoraggiata da quell'argomentazione troppo convincente.
--Questo è vero che ne muoiono tanti, confermò la madre dei Macabei. Ma cosa farci?
E la vecchia soggiunse:
--Vanno a star più bene di noi. Hanno finito di tribolare.
La madre della piccola malata continuava ad annaspare in silenzio, ingoiando tratto tratto un singhiozzo; ed ogni tanto mi guardava con certi occhi ebeti, traverso le lagrime, che facevano piangere. Non avevo mai visto dolore più represso e muto nella sua intensità. Se ne vergognava, e faceva sforzi inauditi per dissimularlo.
Il giorno dopo, quando tornai nel cortile, la bambina era morta.
--E la Teresa? domandai. È lassù presso il cadaverino della sua figliola?
--Che! mi risposero. È andata alla Madonna del Bosco. Dice che vuol star là tutto il giorno.
Se n'era andata, mentre il corpo della piccola morta era sempre là nella culla.
--È andata sola? domandai. Suo marito non è con lei?
--Oh signora! Suo marito è nei campi a lavorare.
--Povera donna! sospirai, addolorata dalla grande sventura che le era toccata.
--Crede, che m'è dispiaciuto anche a me? disse la nonna, dubitando quasi ch'io potessi prestar fede a tanta sensibilità.
--Ed alla mamma rincresce _anche_ di più; soggiunse la Maddalena, che era riescita a questa scoperta dopo i suoi sette esperimenti.
Più tardi vidi il marito della Teresa seduto sul sasso davanti all'uscio col figliolo primogenito sulle ginocchia. Lo carezzava leggermente colle sue grosse mani; pareva un padre amoroso; credo che lo fosse realmente per quel fanciullo robusto; ma una bimba di pochi mesi, è troppo piccola e fragile cosa, per quelle rozze nature; non ha ancora una personalità; sembra a loro una puerilità il piangere per quell'inezia muta ed inerte nelle sue fasce, come si piange per una persona matura. Gli domandai della moglie, e mi rispose con aria da uomo che la sa lunga:
--Io gliel'ho detto alla mia donna, che non istia a far scene: che non va bene. Vuol ammalarsi anche lei?
--E la lasciate laggiù sola, alla Madonna?
Pietro mi guardò, poi si guardarono l'un l'altro, lui, la nonna e la cognata un po' confusi. Non capivano cosa pretendessi.
--Quando tornerà? domandai.
--Ma! disse la nonna. Non l'ha detto. Ha i suoi parenti da quelle parti; forse anderà da loro.
--Ma verrà prima di sera?
--Chissà! rispose il marito. Potrebbe restare a dormire da' suoi.
Erano tutti tranquilli. Nessuno si mostrava afflitto per la bimba morta, nessuno era inquieto per la madre, il cui dolore, in mezzo a quella rozza apatia, pareva un caso patologico, un esaltamento. Cercavano anzi di scusarla, mi dicevano che era giovane, che era la prima volta che le moriva una creatura, e che era accaduta la disgrazia quando non ci era ancora preparata. E ripetevano come per riabilitarla ai miei occhi:
--Ma fra qualche giorno le passerà, e non ci penserà più.
Ero tormentata dal pensiero di quella donna abbandonata a sè stessa, con quel gran dolore, in un luogo solitario. Pensavo ad alcune mie amiche inconsolabili, che, dopo molti anni, piangono ancora amaramente i figlioletti perduti, e soffrono al vedere un bambino di quell'età. Pensavo di che compianto, di che doglianze, di che venerazione noi circondiamo quel santo dolore di madre, senza che ci riesca tuttavia di mitigarlo. E fremevo all'idea di quell'anima desolata e sola nell'isolamento della campagna, senza una parola amica per confortarla, senza uno sguardo amoroso che vegliasse su di lei. Ai piedi della Madonna del Bosco sapevo che scorre l'Adda; e sapevo pure a che consigli estremi e disperati può condurre un gran dolore.
Tutto il giorno fui in pena; e quando cominciò a farsi buio indussi Pietro ad andare in cerca della moglie. Ci andò per compiacermi, senza comprendere di cosa avessi paura.
Non c'erano che due chilometri, e tornò presto, tranquillo come quand'era partito.
--È andata da' suoi, mi disse. Gliel'ho detto ancora che non deve crucciarsi a quel modo. S'avrebbe pari se s'avesse a far così. Anche a mio fratello è morta una bimba quest'inverno; e bella, e prosperosa! È morta in due giorni di quel male in gola; ed aveva già quattro anni....
--Ma anche a lui sarà dispiaciuto...., osservai.
--Siii; sulle prime gli è dispiaciuto tanto; ma cosa farci? È venuto con me una giornata; siamo stati fino alla sera a Lecco.....
Prima di lasciare la campagna andai daccapo a vedere della Teresa. Era tornata, ma non era in casa. Domandai come stesse:
--Oh le è passato, mi risposero parecchie voci; poi la Maddalena soggiunse:
--_Forse_ di dentro le rincresce ancora; ma ora è _ragionevole_.
Passando nell'orto vidi la Teresa, curva a terra che raccoglieva delle patate. La chiamai e si rizzò per salutarmi. Aveva gli occhi rossi e le lagrime le rigavano il viso. Se le asciugò in fretta col rovescio della mano, e si sforzò di sorridere nel dirmi:
--Buon giorno, signora.
Aveva il pianto alla gola e le tremava la voce, povera donna. In quella venivano in su due contadini, un giovane ed un vecchio, curvi sotto il carico enorme di cinquanta chilogrammi di fieno, che portavano sul capo. Sotto quella frangia di erbe penzolanti che li soffocava, il loro volto era violaceo, le vene erano turgide, gli occhi iniettati per lo sforzo. Le goccie di sudore, dalla fronte scendevano sulle ciglia, e prima di cadere pendevano tremolando come lagrime. Nel passarci accanto il più vecchio guardò la Teresa, e fece l'atto di crollare il capo, che però il peso esorbitante gli constringeva all'immobilità, e disse con voce strozzata dallo sforzo:
--È ancora giovane, povera figliola. Lasci passare degli anni, e poi lo capirà anche lei, che quelli che stanno meglio sono quelli che se ne vanno in paradiso.
Tenni dietro coll'occhio a quella vecchia figura ricurva, schiacciata sotto quel carico inumano. Dio gli conservi la fede consolante del paradiso!
SENZ'AMORE.
I.
--Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo, che ha lo stesso nome di me! esclamava un fanciulletto di undici anni, in sottanella da chierico, entrando tutto affannato nella cucina del signor Dogliani, colla cartella a tracolla, e il panierino della colazione sul braccio.
--Oh!
--Ah sì!
--Che ridere! risposero ad una ad una le tre sorelline alle quali aveva parlato; ma risposero sbadatamente, senza distogliere la loro attenzione dalla cuoca che stava girando lo sprone intorno agli agnellotti per frastagliarli a bei festoncini uniformi.
--Tutti e due i nomi! tornò a dire lo scolaretto accostandosi alla tavola. E guardava le bambine aspettandosi di vederle molto meravigliate.
--Tutti e due i nomi! Vincenzo Dogliani!
Ma le bambine avevano ben altro da fare pel momento che dargli retta. La Laura prendeva ad uno ad uno gli agnellotti, e li disponeva giro giro sulla tafferia. La Maria, un po' più piccina, che poteva avere sette anni, raccoglieva i ritagli di pasta man mano che la cuoca li staccava, e li passava all'Elena, la sorella maggiore, già vicina ai dieci anni, che ne faceva una pagnotta, la rimpastava e la rispianava, col matterello.
Vincenzo stette un tratto a guardarle, poi, vedendo che nessuno gli badava, cercò di togliere il matterello all'Elena, col pretesto ch'egli aveva maggior forza per maneggiarlo, e la fece stizzire. Tentò aiutare la Laura, e si fece dar sulla voce dalla cuoca perchè toccava gli agnellotti colle mani sudice; e finì col prendere il vasetto della tafferia, e, colla scusa di infarinare gli agnellotti, fece cadere una tale pioggia di farina sulla tavola, sulle mani della cuoca, sul capo delle bambine, dappertutto, che la cuoca, spazientita, li cacciò fuori tutti quattro, e chiuse dispettosamente l'uscio della cucina.
L'Elena si mise a correre ridendo e scotendo il capo per farne cadere la farina, e gli altri dietro, tenendosi per gli abiti.
Così entrarono come una raffica nella stanza da pranzo, dove il signor Dogliani leggeva un giornale accanto al fuoco mezzo spento, ed una giornante stirava la biancheria di bucato sulla tavola a ribalte, che più tardi doveva essere allargata ed apparecchiata pel pranzo, ed intanto, colle ribalte pendenti e coperta dallo stiratoio, serviva ad un uso più modesto.
In casa Dogliani tutto era modesto. Non c'era salotto, nè studio; quella stanza da pranzo teneva luogo di tutto; era vasta e ben rischiarata da due porte a vetrate che mettevano nel giardino. Presso una di quelle porte, che non si apriva mai, c'era un tavolino da lavoro dove la Caterina, ch'era l'unica serva di casa, sedeva la sera a rammendare il bucato, ed a prepararlo per quella stiratora, la quale andava a giornata una volta ogni settimana. Alla parete di contro era addossata una vecchia credenza, e presso la credenza c'era l'uscio. Le altre pareti erano occupate, una dal camino colla rispettiva cassina per la legna, l'altra da una scrivania sulla quale i ragazzi facevano i compiti di scuola, quando il signor Dogliani non ci sedeva lui col suo librone dei conti.
Il signor Dogliani era un uomo sulla cinquantina, taciturno, spesso accigliato, un po' scontroso. Voleva un gran bene ai figli, ma non lo sapeva dimostrare, o non voleva; di certo non li accarezzava punto, non si intratteneva a chiacchierare e ridere con loro, ed essi erano sempre in suggezione col babbo. Del resto era spesso fuori a sorvegliare i suoi fondi, ed i figlioli passavano la giornata a scuola. Si riunivano soltanto all'ora del pranzo.
Quel giorno, dopo essere entrati con tanto chiasso, le tre bimbe ed il fanciulletto ammutolirono subito appena s'avvidero che il babbo era già in casa. Lo salutarono, poi si raggrupparono intorno al tavolo per guardare la stiratora, che badava a dire: «Laura, non appoggiare i gomiti sulla salvietta che non la posso piegare. Maria, tira indietro le manine, bada che il ferro scotta.»
Vincenzo credette il momento buono per richiamare l'attenzione delle bambine sulla grande nuova che aveva riportata dalla scuola, e che in cucina non aveva suscitata tutta la meraviglia ch'egli si era promessa.
--Date retta dunque, disse a mezza voce. Oggi è venuto alla scuola un ragazzo nuovo che ha lo stesso nome di me; nome e cognome....
Questa volta il risultato fu più inaspettato ancora della prima, perchè, mentre le bambine stavano per rispondere, la stiratora urtò col piede Vincenzo sotto la tavola, poi si mise un dito sulla bocca, accennando che stesse zitto, e che anche le bambine stessero zitte, che c'era il babbo.
--Che male c'è?... cominciava a dire Vincenzo, alzando apposta la voce, perchè gli pareva che anche il babbo dovesse interessarsi di quel fatto, ed ammonire la stiratora che lo lasciasse parlare.
Ma il babbo non intervenne, e l'altra daccapo ad urtargli il piede con più forza, ed a fargli dei cenni misteriosi perchè stesse zitto. Poi disse:
--Fammi il favore, Vincenzo, domanda alla Caterina se l'altro ferro è caldo.
Era una buona donna, vecchia di casa, avvezza a trattare i ragazzi senza cerimonie, e Vincenzo obbedì, ed uscì correndo per andare in cucina. Ma non poteva capire perchè non s'avesse a parlare dinanzi al babbo di quel suo compagno fenomenale. Era così bello d'aver quella cosa meravigliosa da raccontare! Dacchè aveva udito la combinazione strana di quel nome, era stato ansioso d'andarlo a ripetere a casa, di chiacchierarne colle sorelline, e colla Caterina. Perchè mai glielo proibivano?
--Perchè mai? domandavano impensierite le bambine che erano corse tutte in cucina sulle calcagna del fratello, secondo una loro abitudine di partire e di arrivar sempre in frotta come una volata di passeri.
--Zitti, ragazzi! esclamò la stiratora, entrando anche lei in cucina col ferro in mano col pretesto di cambiarlo. Non parlate di quello scolaro nuovo dinanzi al babbo.
--Ma perchè, Rosa? Di', perchè? esclamarono in coro i bambini, piantandole in volto i loro otto occhi sbarrati, curiosi, come otto punti interrogativi. E la Rosa, sempre affaccendata e misteriosa;
--Perchè gli farebbe dispiacere. Lasciatemi andare, via....
--No, no. Di', che cosa gli importa al babbo? Che cosa c'è da far dispiacere?
--Non gli fa dispiacere, lo irrita.
--Ma perchè? Perchè?
--Ve lo dirò poi; lasciatemi andare, che non s'avveda che sono uscita per parlare di questo. E cercava di svincolarsi; ma i ragazzi la stringevano davvicino:
--No, no. Dillo ora, Rosa. Perchè?
--Perchè quel ragazzo è figlio d'un suo fratello; ma zitti; vi dirò tutto questa sera. E profittando dello sbalordimento prodotto da quella rivelazione, la Rosa sfuggì alle otto braccia che la trattenevano, e tornò al suo lavoro.
Questa volta sì che lo stupore fu grande! Esistevano un fratello del babbo, ed un suo figliolo! Dunque essi avevano un cugino! I ragazzi perdettero la parola dalla stupefazione, ed invece di correre tutti in sala da pranzo dietro la stiratora, come non avrebbero mancato di fare in tutt'altra circostanza, rimasero aggruppati sull'uscio della cucina a fare delle congetture, a parlare tutti insieme, finchè la cuoca li chiamò perchè aiutassero a preparare la tavola, mentre la Maria stava ancora domandando a tutti «se un cugino che non si è mai visto resta cugino egualmente» senza aver ottenuto una risposta che schiarisse il suo dubbio.
Di solito a pranzo il babbo domandava:--Cosa c'è stato di nuovo alla scuola? Ed i ragazzi cominciavano a raccontare, si animavano, parlavano forte, ridevano o si bisticciavano; e, ad ogni modo, il signor Dogliani poteva tacere e pensare a tutt'altro, senza che per questo regnasse nel desinare di famiglia quel silenzio glaciale, che toglie l'appetito e fa cattivo sangue. Ma quel giorno non la fece la domanda che dava la stura alle chiacchiere. Di certo aveva udita la famosa nuova di Vincenzo, e non voleva che se ne riparlasse.
Fu un pranzo silenzioso, sbrigato alla lesta; e subito dopo il signor Dogliani uscì.
Si può figurarsi con che furia i ragazzi si precipitarono in cucina intorno alla Rosa che finiva di mangiare, per farle dire di quello zio e di quel cugino.
II.
--Sì; il vostro babbo aveva un fratello, disse la Rosa; ed erano venuti su insieme come voialtri, e, da uomini fatti, vivevano ancora uniti. Possedevano questa casa in Santhià, ed un po' di terreno che non bastava a farli vivere. Quell'altro, il signor Teodoro, faceva dei grandi affittamenti di prati e risaie; e vostro padre dirigeva i lavori, teneva i conti, badava al raccolto, alle vendite. Così gli interessi comuni prosperavano. Ma quando tutti e due pigliarono moglie quasi nello stesso tempo, dovettero separarsi. Allora il babbo si tenne la casa; al signor Teodoro toccarono quei pochi fondi di famiglia; e ciascuno tirò via ad affittar terreni ed a farli fruttare per suo conto. Questo fratello qui era di umore tranquillo, pensava a lungo prima di fare una cosa, e non la faceva se non la credeva buona; e la vostra povera mamma era una donnina di casa, modesta, che lavorava dalla mattina alla sera. Quegli altri invece, se il marito era allegro e sbadato e temerario, la moglie lo era due volte tanto. «Se si facesse quell'affidamento di diecimila lire?» diceva lui. «Facciamolo anche di quindicimila», diceva la moglie. E, conchiuso il contratto, badavano a raccogliere i frutti del terreno, ma punto punto a pagare l'affitto; ed a fine d'anno i raccolti erano goduti, quattrini non ne restavano, bisognava ricorrere ai mezzi rovinosi, ipotecare quei pochi fondi che erano rimasti dall'eredità paterna, vendere. Poi, appena avevano ripiegato alla meglio, non pensavano più a malinconie, e ripigliavano la loro vita allegra. C'erano sempre frotte di signori di Vercelli invitati in casa loro, e pranzi e cene che era una baldoria, e viaggi ad ogni tratto.
I bambini stavano a sentire esterrefatti quelle narrazioni che parevano una fola, e tratto tratto scambiavano tra loro degli sguardi che esprimevano una grande ammirazione per quello zio splendido e giocondo. La stiratora continuò:
--Bisogna anche dire che qui voialtri venivate al mondo in fretta e in furia, uno sulle calcagna dell'altro, come fate ora quando correte per la casa, e la vostra mamma, buon'anima, non aveva tempo d'uscir dall'uscio; mentre laggiù c'era un solo bambino, un po' infermiccio che stava seduto in una carriola, e non dava da fare a nessuno.
--Era quello lì della mia scuola? domandò Vincenzo che non poteva figurarsi quel ragazzo tanto lungo, seduto in una carriola da bimbo infermiccio.