Part 7
Ci volle un bel tratto a giungere a Camerlata, e quando arrivai ero fradicia. La folla dei coscritti e dei parenti s'era riparata sotto la piccola tettoia, dove si stava pigiati che non si poteva muovere un dito. Ma io ero alta, e rizzandomi in punta di piedi, potevo cercare il mio figliolo al disopra delle teste degli altri. Dopo molto guardare, mi riescì di scorgerla in un angolo la sua testa bruna e riccioluta. Michele era là, rincantucciato in fondo alla stazione, col viso rivolto al muro; e guardava in terra. Mi sentii serrare il cuore. Ero sicura che pensava alla sua mamma, e si nascondeva la faccia, per non farsi scorgere che ci pativa tanto ad abbandonarmi; non era un ragazzo espansivo, ma in quel momento il suo cuore di figlio doveva farsi sentire. Chiamai più volte: «Michele! Michele!» Ma non mi udì. Allora feci a spintoni, senza badare alle maledizioni ed agli urti che mi rispondevano, ed a forza di fare, mi riescì di arrivargli vicino, tanto da potergli toccare una spalla. Si voltò in fretta, ed aveva gli occhi rossi e grossi come pugni. Gli stesi le braccia singhiozzando: «Sono qui, Michele, sono io». E mi pareva che dovessi morire là sul suo cuore, oppure andargli dietro dove il re lo mandava.
Ma lui non me le stese le sue braccia. Il capo solo aveva voltato verso di me, e la persona era ancora rivolta al muro, e le sue mani posavano sulle spalle d'una ragazza pallida, che piangeva senza asciugarsi le lagrime.
--Oh mamma! mi disse, cosa vi è saltato in mente di venir fuori con questo tempo?
Io non potei rispondere; avevo un gruppo in gola, ed un freddo mi correva nelle vene, come quando avevo veduto il mio uomo morire colle mani sulle mani della sua mugnaia. Mi caddero le braccia, e rimasi là senza dir nulla; egli mi susurrò spingendo il capo indietro:
--Andate, mamma, andate a casa; non lasciate sola quella poveretta, che se ne va alla malora, se ne va.
Che il signore mi perdoni, perchè in quel momento non ci ho veduto più, e gli ho gridato:
--Taci, malaugurio! Non ti basta di abbandonare la tua mamma come un cane per badare a far all'amore, mi vuoi far morire quella sola figliola che mi vuol bene! Non troverai mai bene a questo mondo, guarda!
M'era appena scappata di bocca quella parola, che ero pentita; ma avevano aperto i cancelli, e tutti s'erano pigiati per uscire. Mi trovai là, vergognosa di quanto avevo detto, abbandonata, estranea a tutti in mezzo a quella gente che si baciava e piangeva l'un per l'altro. Il cuore di mio figlio se l'era preso quella giovane che non aveva fatto nulla per lui. Ed io, che lo avevo allevato, e che m'ero distrutta lavorando per dargli pane, ero così mortificata d'essere andata là a sorprenderli, come se avessi fatta un'azionaccia.
Gli avevo portato un dispiacere e delle male parole all'ultim'ora, per mia memoria. Non osai più accostarmi. Lo vidi che dal vagone continuava a parlare con la sua ragazza ed a stringerle la mano traverso lo sportello, ed a guardarla con quegli occhioni gonfi, dove c'era tanto amore da riempiere il cuore a dieci mamme; ma non ne toccano alle povere mamme di quegli amori e di quelle occhiate là. Neppure quando il treno si mise a fischiare, per dire: «Badate, si va via; affrettatevi a salutare le vostre mamme»; neppure allora pensò a cercarmi. Le carrozze si allontanarono adagio, adagio, poi più in fretta, più in fretta, e lui sempre fisso a guardare quella giovane, come se lo avesse messo al mondo lei; e quando il treno era tanto lontano che stava per scomparire, si vedeva ancora una cosa che sporgeva dal finestrino e s'agitava adagio, adagio, con un movimento di grande malinconia: era la testa di Michele che salutava la sua ragazza.
--Ecco; l'uomo non è che un animale, disse il professore materialista, che, senza parere, aveva dato retta a quel discorso, e seconda gli istinti della natura.
E la Cecchina, che non aveva capito le sue parole, disse, appunto come se rispondesse:
--Se non fosse stato il pensiero della religione, io l'avrei strangolata quella giovane, che mi rubava il cuore di mio figlio. Ma pensavo che questa vita passa presto, e ne viene un'altra dove saremo tutti uguali, poveri e ricchi, e chi più avrà patito troverà più compenso....
Il professore mise fuori una risatina scettica, e la Cecchina, credendo che riflessa di quanto leggeva nel libro, abbassò la voce e disse, parlando alla zia Giuliana:
--È sempre la speranza d'una vita migliore che ci dà la forza di sopportare i dolori di questa vita qui.
Una mattina che Ettore doveva andare a caccia, fece un casa del diavolo perchè la Cecchina tardava a giungere con certe calze di lana forti, che aveva avuto l'incarico di preparargli per quel giorno.
--Non può tardar molto, disse la zia Giuliana; sarà andata alla messa.
--Ma è insopportabile questa beghina, gridò il giovinotto. Ci fa aspettar tutti pel suo pregiudizio della messa. Cosa spera cavarne? Il pane siamo noi che glielo diamo.
--Bisogna aver pazienza, osservò la zia; è una buona donna.
--La morale, sentenziò il professore, può svolgersi e progredire da sè, distaccandosi dalla religione.
--Ma che cosa promette la morale a questi disgraziati, che non hanno avuto un'ora di gioia in tutta la loro vita? Che compenso può dare per tutti i dolori che hanno patito? domandò la zia.
--Se fossero meno ignoranti, rispose il professore, comprenderebbero....
--Ah! se lo fossero, meno ignoranti! Ma intanto sono così; e patiscono, ed hanno patito dacchè sono al mondo; e dacchè sono al mondo si sono rassegnati, perchè hanno creduto ad un compenso nel mondo di là. Ma va ad illuminarli colla tua scienza; va a dirgli che il mondo di là non esiste; che quando avranno ben tribolato finchè resta fiato nei loro poveri polmoni, andranno sotterra, e sarà finito tutto; che delle gioie che gli altri godono, degli amori che ci consolano, de' tuoi buoni pranzi, del bel fuoco a cui ti scaldi, della poltrona morbida dove siedi comodamente a chiacchierare per distruggere la loro fede, non ne proveranno mai le dolcezze; che se furono diseredati in questa vita, peggio per loro; che l'altra non è che un sogno.... Provati ad illuminare la loro ignoranza prima di farli eguali a te, e vedrai se si rassegneranno ancora, e se non diranno che, poichè non c'è una vita migliore, vogliono ad ogni costo la loro parte di bene in questa.
La sera, nell'ora in cui il tepore del caminetto ed il caffè caldo e profumato tenevano legato il filosofo nella sua poltrona, la zia Giuliana interrogò la Cecchina sulla sua figliola.
--Oh! Dio! Di tutti i miei dolori, quello è stato il più crudele, esclamò la vecchia. Da quel giorno che Michele me l'aveva detto, non potei più levarmelo dalla mente che se ne andava. Più la vedevo rossa, e più pensavo: «Ecco; ha la febbre che la brucia di dentro». La condussi all'ospitale, ma non la vollero tenere; e mi dissero che bisognava nutrirla bene. Sempre carne e vino buono. Dove le potevo pigliare queste cose io? Lavoravo come un ciuco; tutto il giorno alla fonte a lavare, che mi si raggranchivano le gambe pel gelo; tutta la notte ad agucchiare, dormendo appena tanto da non morire; ma ci voleva altro. Quando passavo dinnanzi al caffè e vedevo dei giovinotti forti e robusti che mangiavano delle bistecche, mi sentivo tutto il sangue, tutto il mio sangue di madre, che ribolliva: e dover tornare a casa a darle della minestra di riso a quella poveretta! E così se n'è andata; l'ho vista morire ogni giorno un poco, finchè una mattina mi disse:
--Mamma, torna presto dalla fontana, perchè mi sento come se dovessi andarmene quest'oggi.
Anch'io lo sentivo, e mi si schiantava il cuore. Non andai alla fonte; andai dal parroco, e per quella volta non ebbi vergogna a dirgli che mi desse qualche cosa per fare un brodo a quella povera creatura cara.
Ma quando tornai colla carne, era già fredda. Neppure vederla morire, m'è toccato! Ah! se non fosse il pensiero di ritrovarla nel mondo di là....
--Non aveste mai una consolazione in tanti anni, che ci narrate sempre dolori? domandò la zia Giuliana.
--Mai! esclamò la Cocchina, coll'accento della verità. Poi, riprendendosi, soggiunse:
--La mia consolazione è di pregare il Signore che mi riunisca alla mia figliola nell'altra vita, e che dia del bene a' miei figli che sono tanto poveri che si induriscono il cuore e diventano persino cattivi.
La zia Giuliana prese dal tavolino il trattato di filosofia e lo porse malignamente al professore. Ma quella sera il filosofo non lesse forte, e la mattina dopo, quando Ettore ricominciava a gridare contro la bigotteria della Cecchina, che per andare a pregucchiare gli faceva aspettare il caffè, fu il babbo stesso che disse:
--Lasciala stare, povera donna.... Poichè la sua fede le fa del bene....
TRE PAIA D'ALARI.
Il maestro Cavalletti aveva la moglie, otto figlioli, sè stesso ed una servetta da mantenere; è vero che esercitava due professioni: dava lezioni di pianoforte ad una lira per lezione--prezzo da provincia,--e sonava la viola nell'orchestra del teatro, quando il teatro era aperto, che è quanto dire soltanto nel carnovale. Ma erano sempre undici persone a vivere sul lavoro di dieci dita. È facile immaginare come scarseggiassero i mobili in quella casa. Però non mancava un così detto pianoforte, vecchia spinetta scordata ed inaccordabile, sulla quale tutti i membri della famiglia sapevano eseguire un pezzo ad orecchio, non escluso l'ultimo bambino di cinque anni, che sonava la prima battuta del _Parigi, o cara,_ con un ditino solo.
Il più vecchio della casa era il babbo, che non aveva ancora quarant'anni; erano tutti sani, tutti belli, tutti allegri. Dal mattino alla sera la spinetta non si chiudeva mai, e le sue note stridenti straziavano senza posa i nervi dei vicini; ma i Cavalletti avevano dei nervi robusti, e sopportavano con serenità olimpica le stonature, le voci rauche ed affannose di quell'invalida, che da tempi immemorabili formava il diletto della famiglia.
Un'altra cosa, che durava da tempi immemorabili, e che non era tollerata con altrettanta rassegnazione, specialmente dalla signora Cavalletti, era l'assenza completa degli alari nel camino. Ogni volta che s'accendeva il fuoco, bisognava architettare con infinito studio l'edificio delle legna per tenerle sollevate senza quegli arnesi indispensabili. Ma, appena il fascio di rami era bruciato nel mezzo, _crac_, si piegava, e tutte le legna precipitavano giù nella cenere, soffocavano la vampa e spegnevano il fuoco. Bisognava ricominciare daccapo, per riescire, su per giù, agli stessi risultati, e dopo vari esperimenti, la cenere pioveva fuori dal caminetto, le legna sporgevano nere, polverose, aggressive, tutta la famiglia aveva le mani tinte, e la stanza era più diaccia di prima; le ragazze si lagnavano d'aver insudiciato il ricamo, i ragazzi ridevano, ed i parenti, visto il caso disperato, concludevano che il meglio era andarsi a coricare; si risparmiava freddo, legna e fatica. Soltanto la signora Cavalletti mentre ricopriva colla cenere quel simulacro di fuoco, diceva: «Se ci fossero gli alari!...»
Una mattina il maestro, nell'uscir di casa, vide dal portinaio due alari di ferro. Era la fine dell'anno, l'epoca dei pagamenti, ed il borsellino del maestro non era del tutto a secco.
Si pose a contemplare quei due arnesi, formati da pochi bastoncini di ferro, che parevano due croci.
--Li vuol comperare? disse il portinaio. Sono dell'inquilino del terzo piano che li vuol rinnovare.
--Quanto costano? domandò il maestro, nel quale la tentazione si era svegliata affamata, come una marmotta che si desta dopo sei mesi di sonno.
--Non saprei; ma poco di certo, rispose il portinaio; li hanno dati alla cuoca; è lei che li vende.
Si chiamò la cuoca, si scambiarono domande ed offerte, ed il maestro finì per pagare due lire e cinquanta centesimi quegli alari, che risalirono trionfalmente i tre piani da cui erano discesi, ed uno di più, e furono accolti dalla signora Cavalletti coll'entusiasmo con cui si accoglie l'appagamento d'un ideale.
Quel giorno la serva rientrando dal mercato, i ragazzi e le giovinette tornando dalla scuola, trovarono i bambini in capo alla scala, che, cogli occhi luccicanti ed il sorriso che scopriva i dentini bianchi, facevano a chi darebbe primo la grande novella e gridavano tutti col più alto tono della loro vocina:
--Sai che ci sono gli alari! Ci sono gli alari!
I nuovi venuti, senza nemmeno posare il cappello, colla cartella dei libri a tracolla, correvano a vedere, e tutti gli altri dietro per gioire della loro ammirazione. Anche il maestro, che aveva fatto l'acquisto, quando giunse a pranzo ricevette da tutta la famiglia in coro il grande annunzio, e sebbene rispondesse ridendo: «Li ho comperati io», dovette andar a vedere gli alari a posto nel camino spento, salvo ad ammirarli dopo pranzo nell'esercizio delle loro funzioni. Quel giorno il desinare fu corto. Tutti erano impazienti di dar fuoco alle legna. E la sera nessuno ebbe sonno, nessuno si tinse le mani, la signora Cavalletti non ebbe nulla da fare col fuoco, che crepitava allegro fra rami e ceppi solidamente sorretti dagli alari. Tutta la famiglia, raccolta intorno al camino, apprezzava la nuova agiatezza che s'era procurata, e ne godeva.
--Era una spesa necessaria, diceva il capo di casa.
--E ne avremo finchè vivremo noi, e poi li lasceremo ai nostri figli, soggiungeva la madre.
--Così il caminetto fa buona figura, osservavano le ragazze, e se capitasse qualche amico, non si avrebbe a tremare di vedergli rovinare il focolare domestico sulle scarpe, per disgustarlo delle gioie della famiglia.
E capitò infatti qualcheduno, e si fecero cuocere le castagne per festeggiare l'acquisto degli alari.
Tutti si coricarono tardi, ben riscaldati e contenti; il fuoco, che era stato fino allora una fonte di lagnanze, di disturbi e di liti, divenne un elemento di benessere nelle serate d'inverno, e la famiglia Cavalletti, dopo l'acquisto degli alari, ebbe un desiderio di meno ed un piacere di più.
L'inquilino del terzo piano era un romanziere; uomo d'ingegno, di spirito, colto, amabile, riesciva piacevolissimo in compagnia. Aveva la moglie ed una figliola di sedici anni, colte esse pure, che sapevano intrattenere il capo di casa, e tenergli testa nelle conversazioni, spesso un po' fantastiche, un po' sottili, colle quali rallegrava, e qualche volta turbava anche, le sue serate domestiche. Il dottor Valeri passava spesso la sera dal signor Carpi, che abitava il primo piano del casamento: un riccone che aveva molti quattrini e li spendeva allegramente.
Appunto una sera, entrando nel salotto sfarzoso del suo vicino, il dottore vide luccicare nel caminetto due alari monumentali di bronzo dorato. Non avevano gran pregio per il disegno, e non erano neppure di molto buon gusto. Ma costavano parecchie centinaia di lire, ed il proprietario, che li aveva fatti venire da Parigi, ne andava superbo, senza troppo badare alle linee più o meno artistiche; erano due alari da gran signore, tutti ne convenivano. Cosa si doveva pretendere di più?
--Che progresso! esclamava il signor Carpi giubilando. Quando penso a certi vecchi alari di ferro che ho trovati nel castello di Trestelle quando l'ho comperato, e che ornavano il focolare ospitale di quei marchesi! Io non sono marchese; i miei avi non so che fossero alle crociate; eppure con questi alari se ne comprerebbero dieci paia di quelli là. Al punto cui sono giunti ora il _comfort_ e l'eleganza, la vita riesce veramente bella.
E, sdraiato in una comoda poltrona, gioiva del suo splendido acquisto, che aggiungeva un lusso di più alle tante ricchezze della sua casa.
Fu appunto quella sera che il dottor Valeri, amante del bello come tutti i poeti, alla vista di quei sontuosi alari di cattivo gusto, sentì tutta la miseria de' suoi rustici alari di ferro, e provò il desiderio d'averne un paio più eleganti dei suoi, e di miglior gusto di quelli del Carpi. Il giorno dopo andò egli stesso nel miglior negozio della città, fece metter sossopra ogni cosa, fece una scelta, poi si pentì, poi scelse di nuovo; mutò parere una dozzina di volte, e finì per comprare due buoni alari di ferro nichellato, con _motivi_ di bronzo dorato, che pagò circa un centinaio di lire. Regalò alla cuoca i loro modesti predecessori, che passarono a deliziare la famiglia del quarto piano, e collocò nel caminetto i nuovi alari maestosi e lucenti.
Ma non si è poeti senza essere un po' filosofi, e non si è filosofi senza essere cavillosi, senza almanaccare e far lunari a proposito di tutto, senza cercare in ogni cosa il pelo nell'ovo, a costo di rendersi infelici.
Quella sera il dottor Valeri, stando accanto al fuoco, incominciò ad osservare ben davvicino coll'occhialetto i nuovi alari, poi disse:
--Questi lavori francesi hanno però sempre qualcosa che non soddisfa interamente il gusto. Li chiamano lavori d'arte industriale, ma «_Maurice ne fait rien, c'est Lazare qui fait tout_». L'arte ci entra per 5 e l'industria per 95. Sono cose fatte bene, ma, anche in quelle che hanno maggior apparenza di lusso, si vede la lesineria, la preoccuzione del far presto e del buon mercato. In ogni disegno, in ogni fregio, apparisce l'avidità del fabbricante, che pensa a risparmiare cinquanta centesimi di metallo e di lavoro.
--Via! disse la signora Valeri, non cominciamo a guastarci il piacere di quest'acquisto col troppo sottilizzarci sopra. È un fatto che di alari simili se ne vedono pochi.
--Se ne vedono pochi! esclamò il dottor Valeri. E non sai che il fabbricante ne manda migliaia e migliaia di questo stessissimo modello per tutto il mondo? Già, sono copiati, e male, da un paio d'alari del museo di Cluny, che ricordo benissimo, e che vidi anche incisi in un libro del Lacroix. Figurarsi che gusto, avere un oggetto che conoscevo a memoria prima di possederlo, e che forse m'accadrà d'incontrare domani in dieci case d'amici. Metteva conto di spender cento lire per questo!
--Cento lire! sospirò la signorina. E pensare che c'è tanta gente che muore di freddo, e che con cento lire si potrebbero comperare venti quintali di legna! Pensare che quei poveri naufraghi della _Jeannette_ vanno errando fra le nevi ed i ghiacci della Siberia, senza fuoco e senza pane!
--Ci si trovano per loro volontà, disse la mamma, nè possiamo aiutarli.
--Sì; ma la loro volontà è stata eroica, e quell'eroismo frutta a loro tanti patimenti, i piedi gelati, la tisi, l'oftalmia, forse la morte; e noi perchè siamo indolenti, ci godiamo le poltrone soffici, il fuoco e gli alari.... È la giustizia di questo mondo.
--Fortunatamente queste miserie sono rare, osservò la signora Valeri. Qui non ne vediamo.
--Ma ne vediamo delle altre non meno strazianti, ribattè la ragazza. Alla villa dei signori Icchese, che pure sono dei padroni buoni e generosi, c'è nel casamento dei contadini un vecchio, infermo da molti, molti anni. La mattina, tutti i suoi di casa vanno a lavorare in campagna, e lui rimane solo; non può voltarsi se altri non l'aiuta; deve passare la giornata, otto, dieci ore, sempre nella stessa positura; gli dolgono le ossa fino allo spasimo, gli si lacera la pelle, gli si formano delle piaghe; ma deve rimanere là, immobile sul fianco indolenzito, senza un cane che lo assista; ed è un capo di casa, un padre di famiglia. E quando i giovani rientrano dai campi, stanchi, affamati, lo voltano con mal garbo, infastiditi di quella nuova fatica. Ha il letto in una stanza a terreno, proprio di contro alla finestra; e quando io passavo nel cortile, e lo vedevo là, con quegli occhi fissi e desolati, in quell'abbandono, fra quelle coperte miserabili e sporche, vecchio, sofferente, inebetito, sentivo vergogna della mia gioventù, della mia salute, de' miei bei vestiti, e passavo tutta curva per non far nascere nella sua mente un confronto disperante.
--Tu l'hai veduto soltanto in quest'ultimo periodo della sua vita; in gioventù sarà stato felice. Intanto ha dei figli, dunque ebbe degli amori e delle gioie. Credi pure, bimba, che queste disuguaglianze profondamente ingiuste non possono esistere; la somma della felicità e dell'infelicità è distribuita equamente per ogni vita umana.
--Tu non sai forse, disse il dottor Valeri alla moglie, che questo, prima di te, lo disse il Leopardi. Io ci ho pensato a lungo, ed ho finito col persuadermi che è vero; perchè i piaceri non si gustano se non relativamente alla condizione in cui si vive. Se quel vecchio fosse trasportato nello stato nostro, godrebbe una beatitudine infinita, esulterebbe di gioia. Se egli pensasse a noi, supporrebbe che noi viviamo una vita di delizie. Invece il nostro animo è nient'altro che tranquillo, ed in un angolo del nostro cuore veglia la malinconia. E se nella condizione nostra mettessimo ora un gran signore, il signor Carpi, per esempio, si troverebbe miserabile.
--Eppure, babbo, non puoi negare che abbiamo gustati dei giorni di vera felicità, e speriamo di gustarne ancora; mentre quel vecchio....
--Quel vecchio avrà esauriti i suoi. Noi abbiamo goduti dei giorni di felicità? Li sconteremo più tardi colle ricordanze e coi confronti. L'ha detto anche Dante che la ricordanza dei giorni felici è il maggiore dei dolori. È un fatto che la somma della felicità è uguale per ogni vita umana. Quanto più uno s'affretta a goderla, a restringerla in un breve spazio di tempo, tanto più squallidi rimangono gli anni sui quali l'ha presa in anticipazione. Una donna che è molto bella, molto amata in gioventù, esaurisce tutte le sue gioie, e poi passa il resto de' suoi giorni a rimpiangere la bellezza perduta, a desolarsi della sua decadenza, del suo isolamento. Napoleone I a Sant'Elena era di certo più infelice de' suoi compagni, perchè era caduto da più alto, aveva goduto di più. A noi stessi, questa sera danno piacere questi alari nuovi, ma domani la serata ci parrà più vuota perchè non avremo un'altra novità da gustare. Qualunque cosa facciamo, non possiamo che trasportare da un giorno all'altro la poca gioia assegnata a ciascun giorno, e mangiare anticipatamente la rendita dei giorni futuri.
Rimasero tutti per qualche momento silenziosi, guardando il fuoco malinconicamente.
Intanto entrò la serva, tutta animata e sorridente, e, nell'accendere i lumi per i padroni, disse:
--Scendo ora dal quarto piano. Si è fatto un gran ridere; si sono mangiate le castagne; una vera festa per quegli alari che hanno comperato.
--Ne sono contenti? domandò il dottor Valeri.
--Altro che contenti! Felici! esclamò la serva.
--Ecco, concluse la signora Valeri; loro sono felici, e noi... Sapete che ho da dirvi? Che è un guaio lavorar troppo col cervello, che... «_Ah! ne raisonnons pas, c'est bien assez de vivre_».
NELL'AZZURRO.
Era una giornata serena dello scorso agosto. Il cielo era tutto azzurro cupo, tranquillo, senza una nube bianchiccia o cinerea, che macchiasse di un'ombra nera le pendici rocciose dei monti; senza neppure quegli screzi rosei a tinte luminose e calde, che sono, sull'infinita serenità del cielo, come l'espressione dell'affetto sulla bellezza d'un volto.
Il sole alto del meriggio spandeva una luce bianca, abbagliante, monotona sul vasto piano della Brianza, ed appena le masse enormi delle montagne gettavano delle ombre scure sulle colline sottostanti.
Nelle adiacenze della villa tutto era fresco e rinverdito dalle pioggie recenti; i fiori abbondavano, e, con quel resto di profumo scampato alle frequenti lavature degli acquazzoni, attiravano i piccoli sciami di farfalle bianche, a svolazzarci intorno il loro giorno di vita.
M'avanzai sulla scalinata fuori dalle sale vaste ed ariose, facendo lunghe inspirazioni di quell'aria buona, e pensando che i contadini, se si nutrono male, se lavorano come negri, se patiscono ogni sorta di disagi, hanno però quel grande compenso dell'aria vasta, abbondante, pura dai miasmi e dalle esalazioni malsane delle grandi città. Hanno la luce, lo spazio e l'immensa bellezza della natura....