Part 6
La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po' calva; le mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d'un orecchio spaccato. Da un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto. Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in quell'arnese, se s'imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere di _partizioni_, di _scritture_, di _quartali_, d'impresari, di soprani _pastosi_, di tenori che _baritoneggiano_, di _do di petto_.... conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava. Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:
--Ha avuto un _gran successo_ a Lisbona. Ha fatto furore al Covent Garden nella _Linda_. È _scritturato_ a Bukarest con quaranta mila lire per venticinque recite e la _beneficiata_....
--Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!
E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell'innominato che chiamavano sempre _lui_, e l'Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a narrare dei particolari gloriosi della carriera di _lui_: dame che se n'erano innamorate, giovani dell'_alta aristocrazia_ che avevano staccati i cavalli dalla carrozza e l'avevano strascinata all'albergo, serenate, doni di gran valore, versi.... Chiunque li avesse uditi parlare con quella passione, con quell'entusiasmo, avrebbe creduto che quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e l'amore della famiglia.
Invece _lui_ era stato l'amante dell'Ernesta; l'aveva trascinata con sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato, facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e l'Ernesta era tornata a casa coll'orecchio fesso da uno schiaffo, che le aveva fatto saltare l'orecchino da un capo all'altro del teatro.
E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva mandato ogni sorta d'imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre state rivolte alla moglie. Tutto l'odio dell'Ernesta e della sua famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi suoi denari, presto o tardi l'Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed ora sarebbe moglie d'un grande artista, e ricca, ed in grado di aiutare i suoi....»
La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di _lui_, s'erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch'egli saliva in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano lusingate solo dall'idea che essi avevano avuto in casa il tenore famoso, che l'Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora delle lettere sue!
Intanto la figlia minore era cresciuta e s'era fatta una bella giovane. A quindici anni, prima assai d'avere ben imparato il mestiere di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.
Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia. L'aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l'aveva creduta in grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella, e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze mobiliate. Quei signori l'avevano vezzeggiata da bambina, e corteggiata appena s'era fatta adolescente. Un giovane tenente, che aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po' di francese, usando per libri di testo i romanzi di _Dumas père_. La Maddalena se n'era appassionata. Credeva d'averci imparata la storia di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l'aria di saperla lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n'era saputo più nulla; gli era succeduto il cronista d'un giornale teatrale, che aveva portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d'opera, e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a Maria dell'Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte lagrime, all'indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.
Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano stravagante e la burlavano.
Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva ancora il mestiere, tra che pensava a tutt'altro, fece un grande sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.
Nello stesso casamento, al pian terreno, c'era un giovane tappezziere che s'era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti destini, e diceva che «_colla sua educazione_, non avrebbe mai potuto adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere _in una società più alta_». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.
Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell'Ernesta, ne traevano degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po', dicevano, che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se l'Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli artisti; il mondo è per loro.
Che l'Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi all'incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe certo più fortunata.
C'era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d'ingresso pei teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia: «Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena sapeva accaparrarselo....»
Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.
La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei l'ingegno era tutto. Si innamorò d'un attore drammatico affatto ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria. Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene, che _nessun altro attore sapeva interpretare_. Tutta la famiglia si commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle persone d'ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d'opera, che erano la sua passione; ce n'erano di quelli che la facevano sempre piangere, specialmente quelli della _Traviata: «Croce e delizia al cor»_.
Per la Maddalena e per l'attore fu il contrario. Cominciarono dalla delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel accento romano, che andava _«a cogliere allori per la sua fanciulla»_.
E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d'amore, e dal parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll'idea di dare all'assente una prova di fedeltà. Ma l'assente non ne tenne conto, e la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza, cresce fino alla disperazione.
La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che punto fossero andate le loro relazioni».
In un giorno di scoraggiamento l'Ernesta, che aveva sempre in mente delle scene teatrali, disse:
--Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t'amo sempre, perdono tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»
La Maddalena crollò il capo e rispose:
--Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta che giocava per terra:
--Quando l'Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d'opera) baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.
FEDE.
/* O let him whose sorrow No relief find, Trust in God and borrow Ease for heart and mind.
_(Inno protestante)_.
Ormai non era più possibile negare che l'unico figlio ed erede del professore Trestelle, filosofo materialista, aveva un'ombra scura intorno al labbro superiore. E, dacchè questa verità era stata riconosciuta, le esigenze del signorino avevano rotto ogni freno. Le sue scarpe non erano mai lucide a sufficenza; ed i colori e la finezza delle calze erano argomento di lunghe e minute istruzioni, e di altrettante lagnanze; i solini riescivano sempre o troppo o poco insaldati, e nessuna tavolozza possedeva la tinta precisa di turchino che avrebbero dovuto avere.
La zia Giuliana, sorella del professore materialista, e la serva, erano affaccendate tutto il santo giorno per tenere in ordine il guardaroba del Don Giovanni in erba; ed intanto il governo della casa, la cucina ed il resto, andavano alla peggio.
Un giorno il professore filosofo, che nella sua qualità di materialista, alla tavola ci badava molto, chiamò sua sorella, posò gli occhiali sul volume di Darwin che stava leggendo, e disse:
--Così non si va avanti. Bisogna prendere una donna che si occupi esclusivamente della cucina.
La zia Giuliana cominciò le ricerche, e le aspiranti si succedettero a processione, e ciascuna aveva da narrare una storia commovente per raccomandarsi.
Il professore materialista rideva del suo riso da scettico a quelle narrazioni, e rimandava le postulanti.
Finalmente si presentò una vecchia smilza e lunga, vestita di nero, tutta ravviata e pulita, con uno scialle nero che le copriva il capo e veniva ad incrociarsi sul petto.
--Come vi chiamate? domandò la zia Giuliana.
--Cecchina.
--Siete maritata?
--Sono vedova.
Il professore, che assisteva a quel dialogo, smise di leggere, accavallò le gambe, e, preparando il sorriso scettico, stette a sentire la barbarie del marito. Ma la Cecchina non diceva nulla. Allora cominciò lui per incoraggiarla:
--E vostro marito....
--Mio marito è morto, che Dio l'abbia in gloria.
Il sorriso scettico si accentuò terribilmente, ed il professore ripresa:
--E non v'ha lasciato nulla?
--M'ha lasciato tre figlioli.
--E con questi tre figlioli siete obbligata a servire?
--Sono poveri ed hanno famiglia; se lavorano loro, è giusto che lavori anch'io.
--E vivete sola?
--Nossignore. Sto col più giovane dei miei figli e colla nuora.
--Andate d'accordo colla nuora?
--Si cerca di sopportarsi con pazienza, da buoni cristiani....
Il professore, senza alzar gli occhi dal libro, disse:
--Non credo che facciate al caso nostro. Si cercava una cuoca.
--Scusi tanto, riprese la Cecchina. Mi era stato detto che si contenterebbe d'un mangiare semplice.... Scusi tanto.
E s'avviò verso l'uscio. Ma la zia Giuliana le teneva dietro cogli occhi. Sapeva che la cucina casalinga e pulita era il debole di suo fratello, e la pulizia di quella donna la incantava. Perciò indovinò che non sarebbe disapprovata trattenendo la cuoca, e le domandò:
--E voi lo sapete fare un mangiare semplice e buono?
--I miei signori si contentavano, rispose la Cecchina.
--Perchè li avete lasciati i vostri padroni?
--Perchè i figli s'erano fatti grandi e volevano un cuoco.
La zia Giuliana disse che prenderebbe informazioni; ed infatti le fu confermato quanto la Cecchina aveva detto. Per dieci anni aveva servito nella famiglia d'un avvocato. La signora aveva una malattia in una gamba, e la povera donna l'aveva sempre curata, medicata, assistita. Poi l'aveva vegliata assiduamente quand'era stata per morire; ma morta lei, i figli avevano trovato che un cuoco avrebbe dato alla casa più lustro di quella povera vecchia, ed avevano licenziata la Cecchina senza nessun compenso pe' suoi lunghi e fedeli servigi, tranne il salario convenuto.
La Cecchina aveva cinquantasei anni, ma ne dimostrava almeno dieci di più. Aveva pochi capelli, quasi tutti bianchi, gli occhi infossati nelle orbite, e due solchi alle tempia, che facevano pensare ai crani umani allineati negli ossari; le guance erano due cavità, ed il mento sporgeva innanzi pel ravvicinamento delle gengive, a cui erano mancati quasi tutti i denti. Eppure dalla fronte, dalla linea diritta del naso, dalla piccolezza della bocca, e dall'ovale del volto, si capiva ancora che quella donna era stata bella.
La zia Giuliana disse che, fra le cuoche che s'erano offerte, quella era la migliore per ogni rispetto, ed il professore, sempre brontolando che era una beghina, una baciapile, un'ignorante, finì per accettarla al suo servizio.
E beghina era infatti la Cecchina. Ogni mattina, prima d'andare dai padroni, entrava in chiesa a sentire la messa, e la sera, nel tornare a casa sua, passava ancora a dire un'Avemmaria. Ma era laboriosa, discreta, onesta; e la zia Giuliana, che badava a mantenere l'ordine della famiglia ed era tollerante per il resto, lasciava che suo fratello gridasse contro la «strana confusione d'idee di quella donna e gli errori grossolani, e fatali al progredire della civiltà», e si teneva preziosa la nuova serva, e le pigliava a voler bene, e la interrogava sul suo passato.
C'erano degli episodi strazianti, delle scene tragiche in quell'esistenza oscura e desolata.
La Cecchina era figlia d'un salumaio di Como, che aveva un po' di quattrini e soltanto quattro figlioli; tre maschi e quell'unica fanciulla. S'era maritata a diciassette anni con un uomo vicino ai quaranta, che aveva una vecchia relazione con una mugnaia di Borgovico.
Naturalmente, di quella relazione la Cecchina non ne sapeva nulla allora; ma il marito, che era un barocciaio e faceva continui trasporti di grano al mulino, aveva sposato quella giovinetta più per i soldi del babbo che per lei; tanto più che il babbo salumaio, aveva una cera da moribondo pel mal di fegato che soffriva, e non gli si sarebbero dati sei mesi di vita; i figli maschi se n'erano andati pel mondo, chi a Lecco, chi a Varese, ed uno fino a Milano; ed il barocciaio calcolava che, morto il vecchio, avrebbe fatto casa comune colla suocera, e sopratutto banco comune nella bottega. Tutto questo andava molto a sangue alla mugnaia, la quale, per il denaro, avrebbe venduta l'anima al diavolo, e tanto più facilmente aveva venduto il suo carrettiere a quella giovinetta, sicura come era di ricomprarlo con un'occhiata furba de' suoi occhi trentenni.
Non occorre dire che, dopo il matrimonio, Ambrogio continuò, grazie al grano ed al mulino, la sua tresca colla mugnaia grassa come una quaglia, serbando alla giovane sposa gli amplessi violenti delle sue ore d'ebbrezza, e le busse delle ore tristi, quando l'altra lo tribolava per avere i quattrini, che il suocero si ostinava a serbare, con quel filo di vita epatica, che gli durava Dio sa come.
Intanto madre natura, che non è punto sentimentale, badava a fare il suo compito senza curarsi se il carrettiere fosse ubbriaco od innamorato; e nella casa della giovine sposa i bambini si tenevano dietro l'uno all'altro come le canne dell'organo; ce n'erano già tre, due maschi ed una bimba.
Ed il salumaio non moriva. Anzi, contro ogni aspettativa, un bel giorno gli morì la moglie di polmonite. La povera Cecchina pianse amaramente la perdita della sua mamma; ed il carrettiere riformò il suo programma, e pensò di andar a vivere col suocero il quale, oltre a mantenergli la moglie ed i figlioli, gli avrebbe lasciato metter mano nella cassetta del banco.
Ma il suocero, epatico e malandato com'era, si trovava per l'appunto nella stessa condizione di lui; aveva un'amante; e la recente vedovanza gli permetteva di sposarla. Figurarsi se voleva in casa tutta quella tribù di figlia e genero e bambini, a disturbargli la luna di miele! Lo avesse pur voluto lui, c'era la seconda moglie che ci metteva riparo, perchè alla cassetta del banco voleva starci lei; era quello l'unico amore che l'aveva spinta nelle braccia magre del vecchio salumaio.
Allora il barocciaio sfogò contro la Cecchina tutta l'amarezza della sua delusione, e furono rampogne, busse, miserie d'ogni sorta, fino al giorno tremendo in cui la poveretta si vide portare a casa il marito moribondo sopra una barella.
--Aveva il viso, i capelli, il collo, tutti coperti di sangue, narrava la Cecchina; e non si capiva neppure dove fosse la ferita. Quando vidi quell'orrore, mi posi a gridare: «Madonna santa! com'è stato?» E gli uomini che lo avevano portato mi risposero: «È per quella strega bionda di Borgovico. Ha saputo che Ermanno il barcaiolo le bazzicava in casa, e ci andava dopo di lui; e lui, nell'uscire, lo ha aspettato alla porta, e quando l'ha visto venire, gli è balzato incontro colla sua frusta da carrettiere, gridando:--«Vai dentro se n'hai il cuore, che ti stacco il collo con questa corda, guarda!» Ma l'altro, che va sempre col coltello affilato in tasca, ha detto: «Serbala per le bestie la tua corda da frusta, villano: questo taglia meglio, per Dio santo!» E lo ha steso in terra d'un colpo».
La Cecchina abbassava la voce nel raccontare quelle infamie, e sopratutto le bestemmie, come se temesse che il Padre Eterno avesse a sentirla di lassù. Ma la zia Giuliana la interrogava con tanto cuore, che lei si faceva animo a raccontar tutto, e proseguiva:
--Mandai una vicina a chiamare il medico, e misi in fascie un lenzuolo buono, per bendare la testa a mio marito, e mi veniva il pianto dal cuore, perchè, malgrado tutto, era il mio uomo, ed avevo quei figlioli; ed avrei fatto ogni cosa per assisterlo ed alleviargli il male. Ma appena potè parlare, egli domandò la sua mugnaia; la chiamava piangendo, «che quell'altro brigante non gliel'avesse a portar via». Cosa farci? Era moribondo, e la volontà dei moribondi non si deve contrariare. Mi toccò a me d'andarla a cercare, e pregarla di venire se non voleva farlo morir disperato. E poi dovetti starmene in un canto a veder lui che si buttava con le braccia fuori dal letto incontro a quella donna, e la supplicava:
«Oh Maddalena, non mi abbandonare, che t'ho voluto tanto bene; non mi abbandonare!» E morì pregando lei come se fosse stata la Madonna.
Rimasta vedova, la Cecchina aveva dovuto provvedere per parecchi anni a sè ed ai figli col solo lavoro delle sue mani. Aveva fatto la lavandaia, la serva, la barcaiola, la filatrice. Poi i figli avevano cominciato a guadagnare qualche cosa. Ma, avvezzi ad esser mantenuti dalla mamma, si facevano tirare pei denti a dar qualche soldino in casa, e soltanto la figliola, tornando dalla filanda, portava tutti i denari della settimana alla Cecchina, e non domandava nulla.
C'era un altro giorno doloroso, un altro nuvolone nero su quell'orizzonte grigio, su cui il sole non aveva mai mandato un raggio di calore nè di luce.
La Cecchina, istigata dalla zia Giuliana, narrava la partenza di suo figlio per l'esercito, mentre il professore sorbiva, lento lento, il caffè.
--Giovanni era stato esente dalla leva perchè era il primo ed io era vedova, diceva la vecchia; e pochi mesi dopo aveva preso moglie e se n'era andato a Dongo a lavorare nella fabbrica di ghisa. L'anno dopo dovette andare Michele alla leva; quello non c'era modo di salvarlo. Quando dovette partire, spogliai la casa di tutto quanto avevo. Quella poca tela messa da parte per la ragazza la vendetti; e poi gli diedi fin il mio anello nuziale, che lo vendesse a Milano per procurarsi qualche soldo. La mia figliola, poveretta, diceva: «Dategli tutto, mamma; accontentatelo, perchè sarà lui che dovrà darvi pane quando sarete vecchia; io me ne vado con questa tosse; m'ha uccisa la filanda». Io non credevo, perchè era tanto giovane e, dalla tosse in fuori, non pareva malata; era più stanca che altro; con un po' di riposo avrebbe ripreso colore e sarebbe tornata come prima; ne ero sicura. Quello che mi crucciava era Michele, che se ne andava via fin in capo al mondo, dove c'erano i briganti.
--Quella mattina, me la ricordo sempre. Tirava un vento che il battello a vapore saltava sul lago come un cervo nel bosco, e veniva giù una pioggerella diaccia, che era come sentirsi cadere addosso tante punte d'aghi. Quando mi alzai, Michele era già uscito; e la Teresa dormiva nel mio letto tutta rossa in volto come un fiore; dormiva il dolce sonno della gioventù; ed io pensai: «Che morire! questa la salvo per me; il re non me la prende questa, e fra un mese sarà guarita; non si muore con quei colori, e con quel sonno profondo».
--Ed uscii in punta di piedi pensando a quella consolazione che mi restava, in mezzo a tanti guai. Quando mi accorsi che pioveva, non tornai neppure indietro a pigliare l'ombrello per non svegliare la mia figliola. Per che cosa svegliarla? per condurla a piangere laggiù alla stazione? C'è sempre tempo di piangere a questo mondo.