Part 5
«Ma lui era giovane, diceva il villano. Alla sua età non doveva aver bisogno di coprirsi, nè poteva soffrire dell'umidità; e se non fosse stato un principio di pellagra a renderlo così pigro e malandato, un ragazzo come quello, a sedici anni, avrebbe dovuto esser forte come un toro. Ed invece non era buono a nulla; e bisbetico! In certi momenti si buttava in terra, e si rotolava, ed urlava come un pazzo; e dicevano che anche quello era un effetto della pellagra; un brutto effetto per un padrone che si teneva in casa quel ragazzo da quand'era poppante. Ma lui era un buon padrone; e purchè, malato o sano, il ragazzo lavorasse, anche pellagroso non lo mandava via, e continuava, a dargli la polenta come gliel'aveva data sempre, ed a lasciarlo dormire sul fienile. Il fienile era aperto ai quattro venti, e la polenta era fatta col grano fermentato; ma a sedici anni non si è sensibili a queste cose, e se Pietro non avesse avuto la pellagra, avrebbe dovuto esser forte come un toro.»
Scendevano dal carro tutti e due; il padrone entrava all'osteria per mangiar un boccone. Pietro apriva la cassetta sotto il sedile del carro, e tirava fuori un pezzo di pane di gran turco; poi prendeva un secchio, e col secchio in una mano ed il pane nell'altra, mangiucchiando ed andando a trasciconi, cominciava il trasporto della rigovernatura.
Quando usciva col secchio pieno, riponeva il pane nello sparato della camicia, alzava il secchio con tutte e due le braccia, e versava nella botte una broda scura e densa, nella quale nuotavano degli avanzi spoltigliati. Qualche volta, prima di versare il secchio, lo posava sulla botte, immergeva il braccio fino al gomito in quel luridume, e lo rimoveva per far venire a galla quello che c'era di solido; e se vedeva qualche avanzo di carne o di pesce, li pescava, li rinvoltava in un cencio di pezzuola turchina, e li nascondeva sotto una coperta umidiccia che faceva da cuscino al sedile del carro; poi tra un secchio e l'altro, quando il suo-padrone non c'era, andava a sollevare la coperta ed addentava avidamente quei rimasugli.
I monelli ed i guatteri si divertivano di quel selvaggio. Lo spiavano per coglierlo sul fatto, e quando stava per mordere al suo pasto, gli gridavano imitando i camerieri che servivano i signori nell'osteria: «Filetto al sugo! Costolette alla marsigliese! Servito!» Pietro non capiva la burla, ma capiva che lo burlavano, e mostrava i pugni ai monelli.
Quasi alla stess'ora della botte di Pietro, sovente assai prima, arrivava il carro d'un ortolano che veniva a prendere le spazzature. Era tirato da un asino magro e piccino. L'ortolano staccava il ciuco, lo legava con una corda ad un anello infisso nel muro, poi apriva la botola delle spazzature, e prima di buttarle sul carro, le rimoveva per vedere cosa c'era di buono; e trovava sempre qualche limone ammuffito, qualche mela mézza, che metteva da parte sull'orlo della botola; anche il ciuco adocchiava delle cose appetitose, dei torsoli di frutta o di cavolo. Ma la corda era troppo corta e non poteva arrivarci; ed il padrone gli legava il muso in un sacco di fieno ispido come paglia: doveva mangiar quello; mangiarlo col muso legato per non distrarsi. Intanto tutti i monelli che passavano gli tiravano la coda: ci si attaccavano per dondolarsi, abbandonandosi a quell'appoggio con tutto il loro peso. Il povero ciuchino scuoteva la testa.
Avevo preso a cuore quell'essere umano e quella bestia che morivano lentamente, ogni giorno un poco, per la crudeltà degli uomini.
Una mattina di febbraio mi alzai ed apersi le imposte un po' più presto del solito. Il ciuchino era solo al suo posto: ma non aveva il muso legato nel sacco: era troppo malato. Aveva un largo tumore in fondo al dorso sopra la coda, e teneva, le orecchie basse, e tratto tratto rabbrividiva tutto. Pioveva da tutto il giorno innanzi, da tutta la notte: una pioggia fitta, incessante, diaccia. Il cielo era grigio come di piombo, l'aria rigida, un fanghiccio nerognolo copriva il cortile e la pioggia cadeva, cadeva.
La botte di Pietro entrò, tutta lucente dalla lunga lavatura. Il padrone ed il cavallo erano coperti da un cencio di lana inzuppato. Pietro era vestito co' soliti abiti: stava tutto raggrinchiato, come se volesse farsi entrare le gambe e le braccia nel torso per riscaldarle. Si lasciò cadere dal carro tutto d'un pezzo, e rimase là tremando e scotendosi, colla facciona gialla così grossa che pareva ingrassato.
Il padrone gli buttò contro il secchio, e lo spinse verso l'uscio dell'osteria gridandogli:
--Muoviti, fannullone!
Rabbrividì lungamente dondolando il capo, poi s'avviò strisciando i piedi nel fango o col dorso curvato, mentre il padrone gli veniva dietro borbottando:
--E dire che ha sedici anni! Ho avuto fortuna con costui!
Quella mattina Pietro immergeva più lungamente il braccio nella rigovernatura fumante. Quel calore gli faceva bene. Ma era lento, lento: penava a muoversi, e le vene della fronte erano turgide come se stessero per iscoppiare. Nel terzo secchio trovò un pezzo di costoletta, e s'affrettò a cavar fuori la pezzuola umida ed a rinvoltarcelo dentro: ma non fece in tempo a portarlo sotto il sedile: udì la voce del padrone che veniva fuori coll'ortolano e ricacciò la pezzuola e tutto nello sparato della camicia. I due uomini s'accostarono al ciuco, ed esaminarono il tumore. I monelli, a forza di tirargli la coda, l'avevano ridotto in quello stato.
--Non mi riesce di farlo suppurare per quanti impiastri ci metta, disse l'ortolano impensierito dalla paura di perdere la bestia.
--Bisogna tagliarlo, suggerì l'allevatore di maiali.
--Sie? Chiamare il veterinario, che mi prenderà due lire!
--È sempre meglio che condurlo alla scuola dei veterinari, dove, invece di curarle, le bestie malate le fanno morire con un'acquetta, per guardarci dentro e studiare le malattie.
L'ortolano rimaneva impaurito dinanzi a quest'alternativa, e l'altro riprese:
--Del resto si può fare anche senza del veterinario. Se aveste un temperino....
Il padrone del ciuco entrò nell'osteria, e ne uscì con un cameriere in abito nero e sparato bianco, che pareva un signore. Aveva anche un temperino in mano, e sorrideva di quei due villani, e dell'asino, e del male, e di tutto.
--Dov'è che si deve fare questa grande operazione? domandò con aria di sprezzo, accostandosi al ciuco ed arricciando il naso, perchè la botola delle spazzature aperta mandava un puzzo atroce.
I due contadini, un guattero, un carbonaio, alcuni garzoni delle botteghe vicine, gli si fecero intorno curiosi.
--Ma piove, gridò il cameriere; non sentite che la pioggia bagna? E diede uno spintone all'asino per cacciarlo più contro il muro e mettersi lui al riparo sotto la grondaia mentre lo operava. Gli altri non badavano a quella pioggerella minuta, e strinsero il cerchio per veder a tagliare e ad uscire il sangue.
Pietro pure voleva vedere, e cercò di farsi posto; ma il suo padrone lo cacciò via. Egli si mise a strascicarsi intorno, tentando di rizzarsi sulle spalle degli altri; ma tutti lo respingevano, ed era troppo piccolo per vedere stando dietro. Allora s'affrettò, inciampando e dondolando, fino al suo carro, e salì in piedi a cassetto. Era un po' lontano, ma era alto, e di là vedeva tutto. Fremeva d'impazienza e di curiosità. Allungava il collo, protendeva la testa enorme, e la sua facciona gialla, più gialla del solito, quasi livida, sembrava animarsi in quell'eccitazione dell'aspettativa feroce. Fissava gli occhi iniettati e lucenti sulle mani del cameriere, sul dorso gonfio dell'asino, come assetato di sangue, come se dovessero cavarlo alla bestia per darlo da bere a lui.
Rideva di un riso muto, colla bocca aperta e le labbra tese sui denti grigi; rideva da far paura.
Il bel cameriere immerse il temperino nella pelle tumefatta, e lo spinse forte innanzi, aprendo un largo taglio. Il sangue sprizzò, si stese, fece una larga macchia rosseggiante sul dorso della povera bestia, che tremò tutta ed alzò prodigiosamente il capo in uno spasimo silenzioso. Alla vista del sangue il pellagroso, dall'alto del carro, lasciò sfuggire una risata rauca e stonata, una risata da briaco o da pazzo. Poi sciolse frettoloso la sua pezzuola bagnata, e morse avidamente il pezzo di costoletta.
--_Filet de boeuf_ al madera! Servito! gli gridò sghignazzando un guattero che usciva dall'osteria. Pietro alzò i pugni; ma l'altro tornò a dire: «Ecco il madera!» E gli scaraventò nel viso un rimasuglio di rigovernatura rimasta nel secchio.
Il pellagroso rivolse a lui la faccia grondante di quel luridume, coi denti stretti, ed i pugni serrati e tremanti in atto minaccioso. Il guattero continuò a ridere, ed a contraffarlo; e Pietro più rabbiosamente gli scoteva contro i pugni irrigiditi, e si faceva più rosso negli occhi e più livido nel viso. Poi cominciò a ridere, a ridere forte con un suono opprimente di rantolo; e ad un tratto, coi pugni alti e senza cessar di ridere, parve che si spingesse innanzi come se si avventasse contro il guattero, e piombò dal carro.
Tutti gli corsero curiosamente intorno, abbandonando il ciuco che era stato medicato e non divertiva più, Pietro si dibatteva ed ululava sommesso, e dalla bocca gli usciva una schiuma bianca.
--È il _brutto male_, disse l'ortolano dal ciuco.
--È l'epilessia, corresse il cameriere elegante, ripulendo il temperino nel grembiule del guattero.
--No; è la pellagra, disse il padrone di Pietro. Mi fa spesso questa scena. Ora mi toccherà di metterlo sul carro come un morto, e per tutto il giorno non lavorerà più.
E mentre, coll'aiuto dell'ortolano e del carbonaio, lo sollevava con mal garbo, andava borbottando:
--E dire che ha sedici anni! Un bell'affare che ho fatto a pigliarmi questo mangiapane!
Intanto l'asino, abbandonato a sè stesso, scosse lungamente il capo ed il dorso indolorito; poi adocchiò il mucchio di frutta mézze e di torsoli raccolti dal suo padrone sull'orlo della botola; allungò il collo, allungò il muso, si spinse tutto innanzi tendendo la corda, che scricchiolò sull'anello e parve vicina a spezzarsi, fiutò lungamente, sfiorò col muso la provvista appetitosa, e riuscì ad afferrare colla punta delle labbra un torso di cavolo.
Guardò il carro della rigovernatura che usciva lento e cigolando dal cortile, ed a piedi del sedile, raggomitolato come un cencio, il solo ragazzo che non gli aveva mai fatto alcun male, che non gli aveva mai tirata la coda. Scosse le orecchie, poi addentò beatamente quel torsolo bianco e succoso, vero cibo da ciuco malato, che non gli sarebbe toccato di certo, se quel ragazzo, cadendo dal carro, non avesse fatto accorrere l'ortolano lontano da' suoi averi. E, se mai gli asini pensano, dovette pensare che la provvidenza è grande.
LE AFFITTACAMERE,
I.
La prima che conobbi diceva d'appartenere ad una famiglia patrizia. Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l'affittacamere. Ad ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva d'una piccola pensione che le pagava il governo come figlia d'impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano fosse ancora sotto il governo austriaco.
Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano, non si vedeva mai l'ombra. O erano morti, o non pensavano punto a quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè, nell'isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a' suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano.
La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni; forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro, colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i capelli, altra volta biondi, ora d'un grigio giallognolo, e li pettinava alla moda de' suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia dentiera, dono d'una sua nobile parente, la quale non poteva più servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d'uno degli interminabili discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s'affrettava con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca chiusa, con un rumore d'ossame che dava i brividi. Aveva l'abitudine di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili, mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere, metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!...» e doveva fuggire in camera a togliersi la dentiera per poterla richiudere.
Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili, avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto l'anno.
Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del tutto, nella quale l'unico fuoco che s'accendeva era la fiammella a spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle che affittava.
Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava l'ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera, faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva affittare alle donne. Vergognosa com'era della sua povertà, viveva affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo, dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori, pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata; lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva domandato: «Chi è quella bella _popola?_» Un'altra volta ci doveva essere _un concorso a premio per le più belle gambe di Milano;_ poi era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello; soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.
Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull'imbrunire, e rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva, a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel boccone, si rinchiudeva durante un'ora e più, dicendo pomposamente: «Vado a pranzo.»
Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i legni senza lucido, le cornici scrostate, s'univano alla signora Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito, qualche pezzo d'argento Cristophle che ricordava l'incoronazione di Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver fatto cinquant'anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone, qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali, rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell'acciaio. Ma il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro macchiato, sul quale soltanto l'entusiasmo cieco della signora Giuditta s'illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa. Quel salotto, l'affittacamere lo metteva a disposizione de' suoi pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e quand'era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva l'aria d'aver fatto una larghezza all'inquilino che aveva ricevuta la visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.» Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver gente famosa in casa sua.
Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano meglio delle altre, non le nominava mai.
La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo un'assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per salire a vederla.
--È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero all'ospedale.
--Perchè all'ospedale? domandai.
--Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo male, ed era rimasta sola.
--Ed i suoi parenti?
--È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo che era morta per portar via i mobili.
--Non furono venduti pei funerali?
--Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad abitare una delle sue camere mobigliate.
--Quale donnina?
--Non la conosceva? È la moglie d'un commesso viaggiatore, e, quando il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l'unica che andasse a prendere sue nuove all'ospedale....
Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera vecchia non me ne aveva mai parlato.
Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro quella magra industria rappresenta la fine d'una vita delusa; una tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d'inedia, quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni.
Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono dal popolo; per quelle la professione dell'affittacamere non è una fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente.
II.
La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa era tornata in famiglia a deplorare co' suoi la spilorceria della morta.
--Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite, uscire senza farsi scorgere, e senza l'aiuto della cameriera non fanno nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il denaro; per noi se non capita una circostanza....
La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.
Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di dir grazie, buoni da far legna per l'inverno, che una donna ricca avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi adagiò sopra le sue speranze.
--«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l'idea concepita ed approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto un punto di vista speciale.
--I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa sarò io sola, suggeriva l'orgoglio della Teresa.
--Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname, calcolava l'infingardaggine del marito.
--S'avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era l'ideale delle ragazze.
E tutti d'accordo pensavano:
--Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di cavarne partito.
Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano l'affittacamere.
L'ideale della Teresa s'era avverato in parte. La faceva da padrona dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove c'era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione, l'ingratitudine degli uomini....
Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa, ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia; ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri, lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare come un gatto domestico.