Part 11
Ma, accanto ad ogni maschia figura d'eroe, egli trovava una dolce figura di donna, il cui nome si confondeva con quello della patria nel pensiero del guerriero innamorato. E, a misura che il tempo passava, il conforto che il povero seminarista aveva trovato nell'idea di farsi cappellano di reggimento, prete-soldato, non gli bastava più; tornava a sorgergli nell'anima, più ardente di prima, la ribellione contro il suo destino. Alle scene di guerra che avevano turbata la sua fantasia, ora succedevano le scene d'amore, che la turbavano ben più. Gli bastava di portare lo sguardo sulla tonsura de' suoi compagni, per sentirsi tutto ardere di sdegno. L'uscire in istrada colla lunga fila dei seminaristi era un supplizio per lui. Gli pareva che gli uomini ridessero nell'incontrarlo, e che le donne, nel guardarlo, non arrossissero come arrossivano guardando gli altri giovani della sua età. Si ricordava la contadina rubiconda che sulla strada di Santhià gli aveva detto: «Che bel prete!» E si mordeva i pugni e piangeva di rabbia. Egli non sarebbe mai altro che un bel prete!
Quei due anni, dal sessantaquattro al sessantasei, furono due anni di tortura per lui. La sua veste nera gli era divenuta addirittura odiosa. Non osava confidare a Vicenzino le angoscie segrete che lo agitavano; si vedeva preso inesorabilmente nella fatale alternativa di essere un cattivo prete o un figlio crudele, troppo debole per accettare il sacrificio, troppo buono per liberarsene ad ogni costo.
Intanto Vicenzino viveva nell'azzurro di un bel sogno d'amore. Stando in casa coll'Elena, omai vicina ai quindici anni, bionda, pallida, sentimentale come lui, dal cuore generoso, dalla mente elevata, era venuto a poco a poco a trattarla con intimità fraterna.
La Laura era nata massaia. Trottava tutto il giorno per la casa, dalla cantina al solaio, badando alla cucina, alla guardaroba, alle provviste per l'inverno, dando ordini, ricevendo conti. La Maria andava ancora alla scuola, e quand'era in casa correva sempre sulle calcagna della sorella più attiva. L'Elena invece aveva dei gusti signorili. Le sue mani erano sempre bianche, e ne aveva una cura grandissima; portava i suoi vestiti, più che modesti, con un garbo squisito, e trovava sempre modo d'avere un fiore nei capelli e qualche nastro sul petto. Delle faccende domestiche aveva scelta la più pulita. Riceveva e raccomodava il bucato. Il tavolino da lavoro dove altre volte si occupava come sapeva meglio la Caterina, ora era diventato il posto dell'Elena, che ne aveva coperto il cuscino con un ricamo, e ci aveva messo accanto un bel cesto di vimini ricamato anch'esso, nel quale riponeva la biancheria da rammendare. Nella cassetta del tavolino teneva sempre qualche libro, e tratto tratto lasciava il lavoro per leggere un poco.
Vicenzino studiava allo scrittoio poco discosto, e quando aveva finito, non aveva che da voltare la sedia per trovarsi accanto al tavolino dell'Elena, in faccia a lei. Le parlava del libro che stava leggendo, delle lettere di Vincenzo, della sua infanzia triste da fanciullo malato, dell'America; le confidava i suoi disegni d'avvenire.
--Sono avvezzo a studiare da solo. Nel tempo che sarò soldato studierò sempre, assiduamente, e quando ritornerò, potrò avere il diploma superiore per insegnare nei licei. Allora avrò una buona situazione.
Non diceva di più. L'Elena era troppo bambina perchè egli osasse parlarle d'amore. Ma pensava che nei due anni che gli rimanevano, avanti di essere chiamato alla coscrizione, la bambina sarebbe diventata una giovane, e l'avrebbe amato, e prima di partire per quella lunga assenza, col cappotto e la giberna, egli le avrebbe svelato il suo segreto, ed avrebbe portato con sè, nella vita rumorosa delle caserme, nelle marce faticose, nell'uggia delle manovre, nell'eccitazione della guerra, la soave fiducia d'essere amato, di trovare al suo ritorno quella dolce fanciulla bionda che lo avrebbe aspettato, che gli porgerebbe la mano, e gli direbbe «sono tua». E la situazione, guadagnata con tanto studio e tanta fatica, egli potrebbe dividerla con lei, colla sua sposa, solo con lei, in un lungo avvenire d'amore e di pace.
IX.
Ma prima che la coscrizione chiamasse Vicenzino a portare il cappotto e la giberna, il movimento del 1866 per la liberazione del Veneto, venne a fare un'utile diversione nelle idee dei due giovani. Appena Vicenzino potè scrivere segretamente all'amico, che Garibaldi raccoglieva i volontari per una prossima guerra, il povero seminarista dimenticò i suoi segreti dolori, e, bollente di patriottismo, non pensò che ad ottenere da suo padre il permesso d'uscire temporariamente dalla sua prigione per andare a battersi. Il signor Anselmo Dogliani non era uomo da opporsi.
Verso la fine di maggio i due cugini partirono per Milano, eccitati dalla novità del viaggio, dei nuovi paesi, della guerra, comperando ad ogni stazione giornali e proclami, stringendo amicizia coi giovani della loro età che viaggiavano verso la stessa meta, sognando la camicia rossa e la vittoria.
Ma furono presto separati. Vicenzino rimase ferito nel primo scontro a Ponte Caffaro, e fu trasportato all'Ospedale di Salò. Vincenzo andò solo a Monte Suello ed a Bezzecca, col cuore diviso tra l'entusiasmo della guerra e l'ansietà per l'amico lontano; ed appena i corpi volontari furono sciolti, corse a raggiungerlo. Vicenzino era fuor di pericolo, ed in istato di essere condotto a casa. Ma era ancora debolissimo; il viaggio era lungo, il caldo opprimente. Bisognò farlo viaggiare comodamente, lasciarlo riposare una notte a Milano, un'altra a Novara. Vincenzo lo accompagnava con una sollecitudine affettuosissima, scegliendo i treni del mattino per evitargli l'ardore dei vagoni infocati dal sole di agosto, procurandogli i brodi sostanziosi di cui aveva bisogno, reggendolo fra le sue braccia quando doveva fare qualche passo. Vicenzino, colla mente confusa dalla eccessiva debolezza, senza voce per parlare, sentiva dolcemente quella tenerezza da amico, e la confondeva nel suo pensiero coll'altra tenerezza lungamente sognata; e, malgrado le sue sofferenze ed i disagi del viaggio, assorto in una specie di vaneggiamento sereno, si sentiva felice.
Vincenzo invece, appena cessato l'eccitamento della battaglia, aveva pensato con raccapriccio al ritorno in seminario, ove doveva ricevere gli ordini maggiori alla fine d'agosto, dopo pochi giorni soltanto: gli ordini maggiori che lo consacravano prete, che lo obbligavano a rinunciare per sempre ai sogni inebrianti della sua gioventù. E si era fatto cupo, silenzioso, scoraggiato, e tratto tratto un impeto d'ira gli faceva salire il sangue al volto, o la profonda disperazione gli strappava le lagrime.
Quando, arrivati a Santhià, i due giovani entrarono in casa, l'uno appoggiato all'altro, le fanciulle, che erano corse ad incontrarli, nell'entusiasmo che in quei giorni riscaldava tutti i cuori, li abbracciarono tutti e due come due fratelli. Vincenzo, coll'animo in tempesta, rimase freddo; non era più il giovane ardente di due mesi prima: un'ombra di tristezza profonda oscurava il suo volto. Ma la fine inaspettata e sconfortante della campagna, gli forniva un pretesto per nascondere i suoi veri sentimenti. Alle domande inquiete dell'Elena e di suo padre, rispondeva:
--Non credevo che le cose dovessero finire a questo modo.
Vicenzino solo non s'avvedeva di nulla. Appena aveva sentito sulle sue guancie le labbra della Elena, s'era messo a tremare, ed era scoppiato in un pianto convulso. Era troppo debole per quella sorpresa di felicità.
--È la stanchezza, s'era detto in casa; è un accesso nervoso. E Vincenzo, che non vedeva l'ora di sottrarsi agli sguardi del padre e delle sorelle, aveva portato quasi di peso il cugino in camera, e l'aveva fatto coricare. Sfinito, in uno stato di prostrazione, vicino a svenire, Vicenzino sorrideva come un estatico. Poco dopo Vincenzo gli domandò:
--Come stai?
--Sono felice, susurrò l'ammalato.
Vincenzo si scostò dal letto premendosi i pugni sugli occhi, battendo i piedi in terra, fremendo per tutto il corpo. Rimase a lungo colla faccia rivolta alla finestra aperta, come se contemplasse lo splendido tramonto che irradiava la cima delle Alpi lontane, come tante punte d'oro, e chiudeva l'orizzonte turchino con un'immensa striscia d'un rosso infocato. Ma il povero giovane non vedeva nulla, e stava voltato così per divorare le sue lagrime senza farsi scorgere. Era una precauzione superflua. Vicenzino guardava nel vuoto, nell'ideale; non si accorse di quella disperazione, e, con un filo di voce, chiamò:
--Vincenzo!
L'eccesso della sua felicità gli pesava sulla coscienza come un rimorso. Sentiva di doverla rivelare all'amico; l'aveva attinta nella sua casa, gli era venuta da lui, ed aveva potuto fargliene un segreto! Alla sua fantasia indebolita questo sembrava un atto di mala fede, una colpa. Vincenzo si avvicinò, cupo, senza parlare, e l'ammalato gli disse:
--Ho un segreto da rivelarti.
L'altro non rispose, ed egli, credendo che aspettasse quella rivelazione, riprese:
--Ora non ho forza. Ti scriverò. Poi mormorò: Sono tanto felice!
Vincenzo lo abbracciò con impeto, tanto stretto che gli fece male, poi uscì singhiozzando.
Rimase ancora alcuni giorni in famiglia, finchè vide Vicenzino un po' rinforzato dalle cure e dall'agiatezza della casa. Ma il tempo stringeva. Era martedì, e la domenica seguente doveva ricevere gli ordini maggiori. Il signor Dogliani sembrava inquieto, temeva che Vincenzo non avesse tempo di prepararsi alla cerimonia, e lo esortava a tornare in seminario. Vincenzo non si fece più pregare. La mattina del mercoledì salutò con infinita tenerezza tutti i suoi, abbracciò il padre piangendo, e partì. Ma quando fu per salire in vagone disse a Vicenzino che l'aveva accompagnato in carrozza col signor Dogliani alla stazione:
--Non ti senti la forza di venire fino a San Germano? Sono pochi minuti di corsa in ferrovia; anche tu, babbo; accompagnami ancora questo trattino.
--Temo che Vicenzino si stanchi, rispose il signor Dogliani, e non sia poi in grado di venir domenica a Novara per la cerimonia; vogliamo esserci tutti; è una gran giornata domenica....
Vincenzo non rispose altro. Strinse forte la mano a tutti e due, e salì in fretta nel vagone.
X.
Vicenzino si rimetteva rapidamente. L'Elena, dacchè era tornato così malato, gli usava delle cure gentili ed amorevoli che lo inebriavano. Nell'eccesso della gioia il giovane convalescente doveva far violenza a sè stesso per non lasciar irrompere la passione che lo agitava. Voleva confidarsi prima a Vincenzo; subito dopo la cerimonia, la domenica, sperava di averlo un momento solo con sè, e di rivelargli quel segreto che non poteva più contenere.
--Sarà la prima confessione che riceverà, pensava; e mi sembrerà d'essere già unito a lei quando mi avrà ascoltato....
Il venerdì, dopo pranzo, si era trovato solo coll'Elena presso il solito tavolino, che gli richiamava tante dolci memorie. Parlavano di Vincenzo, del gran giorno dell'ordinazione; ma Vicenzino era distratto. Dalla finestra aperta la luce chiara batteva sul capo dell'Elena, ed un leggero soffio d'aria le agitava i riccioli sulla fronte e sul collo. Egli la guardava avidamente, pallido, tremante, e ripensava il bacio di quelle labbra che aveva sentito sulle guancie la sera del suo ritorno.
--Non l'hai osservato anche tu? domandò la Elena che aveva parlato fin allora della tristezza misteriosa di Vincenzo.
--Che cosa? rispose Vicenzino che, assorto nella sua estasi d'amore, non aveva capito nulla. L'Elena lo guardò meravigliata, co' suoi grandi occhi grigi e limpidi. Ma, all'incontrare quello sguardo, Vicenzino si fece rosso come una fiamma, e, sentendo di non poter tacere più a lungo, si alzò ed uscì in giardino.
Passeggiò un pezzo, agitato, nervoso, commosso, ma profondamente felice. Gli era sembrato di leggere una speranza in quegli occhi grigi. Non aveva più che un giorno da aspettare, poi potrebbe parlare del suo amore; parlarne a lei. Vincenzo glielo avrebbe permesso. Si figurava quel momento, ripeteva fra sè: «O Elena, quanto ti amo!...»
In quella vide uscire in giardino la piccola Maria con una lettera in mano. Mentre si avanzava verso di lui per consegnargliela, guardava la soprascritta e diceva, come se parlasse tra sè:
--Sembra la mano di Vincenzo; ma non può essere perchè non viene da Novara. Non viene neppure dalla posta; l'ha portata un contadino.
Però quella lettera era proprio di Vincenzo. Anche Vicenzino nell'aprirla pensava: «Come mai non viene da Novara?» Ma appena n'ebbe scorse poche righe, gridò:
--Ah per Dio! poveri noi!
E, respingendo la bambina che gli stava curiosamente dinnanzi, prese la rincorsa ed uscì senza cappello, correndo come un matto.
Quella lettera era il solito addio dei suicida, e cominciava colla solita frase:
--«Quando riceverai questa lettera avrò cessato di vivere». Poi spiegava disordinatamente le sue ragioni: «Non posso ricevere gli ordini maggiori senza commettere un sacrilegio; e d'altra parte non posso rinunciare alla carriera ecclesiastica perchè ridurrei mio padre, che si fa vecchio e malaticcio, alla miseria. Capisco che la mia morte non rimedia a nulla, ma non ho il coraggio di vivere. Non ho voluto rientrare in seminario. Ho errato tutti questi giorni per la campagna come un'anima in pena, cercando la soluzione al terribile problema della mia vita; ma non l'ho trovata. Non so far nulla, non sono in grado di guadagnar nulla. Dopo aver rovinato mio padre ne' suoi ultimi anni, dovrei vivere a sue spese. Vedi che non è possibile; sarebbe una vergogna, un delitto. Preferisco morire...»
Vicenzino fermava tutti i contadini che vedeva per domandare affannosamente, fremendo d'impazienza:
--Sei tu che hai portata questa lettera a casa Dogliani?
Tutti dicevano di no; ed egli correva, di su, di giù, come un matto, agitando la lettera in alto, guardando tutti supplichevolmente, e gridando:
--Chi l'ha portata? Ma chi l'ha portata? Dove posso cercarlo? Mio Dio, dove? dove?
Poi, mentre si avviava, sempre di corsa, per una strada che metteva fuor dal paese, senza sapere dove andasse, si vide venire innanzi il signor Dogliani seguito da un contadino, e l'udì gridare tutto stupito:
--Ho trovato quest'uomo, che dice d'aver portata una lettera di Vincenzo, che è a San Germano, all'albergo del Gallo...
--Ah! a San Germano! Sei chilometri! urlò Vicenzino; e via, con una corsa disperata verso la strada maestra.
--Seguitelo, seguitelo; non vedete che impazzisce? gridava il signor Dogliani tremando tutto sulle vecchie gambe. Intanto il contadino era riuscito a raggiungere Vicenzino, e gli aveva strappata la lettera che egli continuava ad agitare in alto senza sapere quel che facesse. Ma non potè fermarlo.
Il signor Dogliani guardava quell'uomo venire verso di lui col foglio in mano, e pareva che ne avesse paura. Quando l'ebbe preso fece per leggere, ma era già troppo buio, e dovette accostarsi al lume d'una bottega; mormorava:
--Che cos'ha? Cos'è accaduto?
Poi, quando ebbe cominciato a leggere, vacillò come un ubbriaco. Scosse due o tre volte nervosamente il capo, ma continuò a leggere cogli occhi fissi sul foglio, tremando a verga, e sussultanto di tratto in tratto. Ma non gridava, non diceva nulla, e guardava sempre il foglio.
I pochi contadini che, allarmati dalle smanie di Vicenzino, si erano fatti intorno al vecchio, furono pronti a sorreggerlo quando barcollò, e videro che aveva gli occhi vitrei come impietriti e non leggeva più da un pezzo.
XI.
Intanto Vicenzino proseguiva la sua corsa sfrenata, fremendo all'idea di non giungere in tempo, singhiozzando, smaniando ad alta voce. Dopo un tratto vide venire una carrozza, e le si precipitò contro a rischio di farsi sfracellare, gridando colla voce strozzata dall'ansimare violento:
--Lasciatemi salire; presto; bisogna che io sia a San Germano fra un quarto d'ora.
Era la carrozza di una famiglia signorile di Santhià; il cocchiere conosceva il piccolo Dogliani, l'_americano_, e lo tirò su quasi senza fermare, dicendo:
--Perchè non pigliare la strada ferrata, se aveva tanta fretta?
A quel pensiero Vicenzino si cacciò le mani nei capelli e mise un grido furioso.
«Aveva lasciato morire il cugino per la sua balordaggine!» Come mai non aveva pensato alla strada ferrata? Era impazzito di certo...
E fece per balzar giù dalla carrozza, come se volesse prendere il treno. Davvero il dolore e lo spavento lo facevano delirare. Il cocchiere lo trattenne, e, un po' colle buone, un po' colla violenza, riuscì a persuaderlo che il treno era passato da mezz'ora, per conseguenza prima che egli avesse ricevuta la lettera di Vincenzo. Era commosso anche lui da quella disperazione, e frustava i cavalli senza pietà, e li faceva volare addirittura sulla strada maestra. Ma Vicenzino si impazientiva di rimanere inerte in carrozza; batteva i piedi furiosamente, si mordeva i pugni, si strappava i capelli.
Appena vide il campanile della chiesa di San Germano, cercò un'altra volta di buttarsi giù, come per arrivare più presto all'albergo; ma il cocchiere lo frenò ancora giurandogli che arriverebbero prima colla carrozza; ed infatti, dopo due minuti, si fermava all'albergo del Gallo, dove Vicenzino saltò nell'atrio e infilò la scala, senza neppur aver aperto lo sportello della carrozza.
L'oste corse fuori dalla cucina, e gli gridò dietro:
--Dove va? Eh, signore, dove va? E l'altro, senza fermarsi:
--C'è qui mio cugino; un giovane che si è chiuso in camera per uccidersi; se pure non s'è buttato in acqua.... Presto, presto, per carità!...
Fu un allarme generale. Oste, ostessa, tutta la famiglia, tutto il vicinato invase la scala e si avventò all'uscio dell'unico ospite dell'albergo.
--Ha detto che si coricava presto perchè non istava bene..... borbottava l'oste tutto impaurito. Chi poteva pensare?...
L'uscio non era neppure chiuso a chiave. Vincenzo sapeva che in quella modesta locanda di villaggio non c'era caso che i camerieri entrassero a sorprenderlo. Il povero giovane era steso sul letto, colle vene dei polsi aperte, pallido, freddo, morto. Il braccio destro pendeva giù dal letto, ed il sangue sgocciolava ancora per terra. Il sinistro era steso lungo il fianco ed immerso nel sangue che aveva inzuppate lenzuola e coperte. Ma un grumo che si era fermato sulla ferita aveva arrestato l'emorragia.
--Oh mio Dio! Se gli fosse rimasto tanto sangue da farlo rivivere! esclamò Vicenzino; e, mentre fasciava stretto l'altro braccio, gridava:
--Chiamate il medico, il farmacista, chiunque può aiutarlo.
L'oste spinse un ragazzo fuori dell'uscio, dicendogli:
--Va, corri.
Ma si strinse nelle spalle sfiduciato, e tutti crollavano il capo. Quel giovane era morto.
La voce di una tragedia all'albergo del Gallo, era già corsa da un capo all'altro del paese; e il medico, che passava la serata in farmacia, si era affrettato spontaneamente, e s'avviava su per le scale, appunto quando il ragazzo scendeva in cerca di lui. Lo respinse per salire più presto, ed entrò affannato nella camera, domandando:
--Cosa c'è? Cos'è stato?
Tutti si scostarono per lasciarlo avvicinare al cadavere; ma appena egli lo vide, gridò:
--Per Dio! è troppo tardi. L'avete lasciato morire!...
--No, no! urlò Vicenzino. Senta, non può essere morto. Guardi; qui il sangue si è rappreso.
Il medico esaminò il povero giacente, gli applicò un orecchio sul petto, e rimase quasi un minuto oscultando; quando si rizzò, il suo volto non esprimeva nulla di consolante. Strinse forte il torace del paziente, lo scosse ripetutamente, poi oscultò di nuovo. Nella camera regnava un silenzio solenne. Tutti gli occhi erano fissi sul medico. Vicenzino, che lo spiava più avidamente di tutti, appena lo vide risollevare il capo, mise un grido di gioia. Infatti il medico disse:
--C'è un battito lievissimo, irregolare, ma c'è. E subito prendendo il moribondo per le spalle, lo tirò sino alla sponda del letto, e gli abbassò il capo fin quasi in terra, poi si mise a stropicciargli forte tutto il corpo. Dopo alcuni minuti la pelle cominciò ad arrossire un pochino, e le pulsazioni si fecero più distinte. Ma il malato era talmente dissanguato, che non ricuperava i sensi. Il rum, l'etere, tutti i cordiali portati sollecitamente dal farmacista, non riescirono a farlo rinvenire.
--Povero giovane, disse il medico; questo non è di quelli che si suicidano soltanto un poco per commuovere la gente. L'ha fatto sul serio.
--Ma non morrà? implorò Vicenzino. Non è possibile, non deve morire!
Il medico si strinse nelle spalle, ed applicò al paziente due vescicanti che aveva fatti preparare. Sotto l'azione di quella prova dolorosa, Vincenzo ebbe un lieve sussulto, e poco dopo mosse una mano, come per portarla alla parte dolente.
Ma non fu che un cenno, a cui le forze non risposero, e, dalla bocca aperta, non uscì alcuna, voce. Tuttavia la respirazione si era fatta quasi regolare, e, dopo circa mezz'ora di cure energiche, Vincenzo aperse gli occhi e fissando le pupille dilatate sul volto di Vicenzino che gli stava dinnanzi, parve riconoscerlo.
Tuttavia la sentenza del medico non fu consolante.
--Ha perduto troppo sangue, disse; è impossibile che si riabbia da sè. Soltanto la trasfusione potrebbe salvarlo.
Vicenzino si rizzò, impetuoso ed ardente come un eroe che corre al sacrifizio, gridando:
--Oh il mio sangue, tutto il mio sangue per lui!
Ma anche questa volta il suo eroismo fu inutile.
L'oste possedeva un agnello, ed il medico preferì aprire le vene di quella bestia, che quelle di un essere umano, il quale non sembrava neppur averne di troppo. L'operazione fu fatta con rapidità, e l'effetto ne fu quasi immediato.
L'infermo mise due o tre gemiti, girò gli occhi intorno, fece un lieve cenno di saluto a Vicenzino, ingoiò qualche cucchiaio di marsala, poi ricadde in un assopimento profondo ma tranquillo. Allora il medico dettò le prescrizioni per la notte; brodo ristretto, vino, cordiali, ed il più assoluto riposo; poi si ritirò, promettendo di tornare il mattino, e lasciando buone speranze.
Vicenzino rimase solo dinnanzi a quell'ombra dell'amico adorato, del fanciullo forte e felice, che era andato a cercarlo nel suo abbandono, che gli aveva dato una casa, una famiglia.
XII.
Vicenzino stette un pezzo accanto al letto, contemplando quel bel volto di una pallidezza marmorea, quegli occhi profondamente infossati, curvandosi coll'orecchio sulle labbra di Vincenzo per udirne il respiro lieve come un soffio. Oh! era così felice di poter udire quel respiro! Era stato lui che glielo aveva dato. Gli pareva che Vincenzo gli appartenesse come cosa sua, dopo che, in un modo qualunque, aveva contribuito a richiamarlo alla vita. Provava un sentimento grave di responsabilità, come se omai toccasse a lui di render conto al mondo della felicità di quell'esistenza che aveva voluto ad ogni costo strappare alla morte. La sua amicizia si riscaldava d'una tenerezza protettrice, paterna. Sentiva un gran desiderio di togliere all'immobilità quella creatura che aveva un po' messa al mondo lui, di abbracciarla, di farla parlare, di sentirla vivere. Dovette allontanarsi per resistere alla tentazione.
Pian piano, camminando in punta di piedi, andò a sedere accanto alla finestra aperta. Nell'immenso buio di quella notte soffocante d'agosto, nel silenzio profondo del villaggio addormentato, la sua fantasia da poeta evocava come un'oasi laggiù, lontano, la casa di Santhià, coi vetri delle finestre scintillanti al sole, e la porta aperta, e sulla soglia il bel vecchio coi capelli bianchi, e le fanciulle sorridenti, e tutte le braccia stese verso di lui, portatore della lieta novella. Si ricordava tremando il bacio dell'Elena quand'era tornato dal campo. Ora tornava da ben altra battaglia. Aveva lottato colla morte e riconduceva un figlio a suo padre.