Part 10
Non salì nelle nuvole come il sentimentale Vicenzino; però, appena copiata la famosa traduzione latina, corse fuori dalla scuola, impaziente di saltare al collo del suo salvatore per ringraziarlo. Ma Vicenzino non lo aveva aspettato. Egli non isperava dei ringraziamenti. Al confronto delle gesta eroiche che aveva sognate di compiere per Vincenzo, quanto aveva fatto gli pareva troppo piccola cosa. Ma era felice ad ogni modo di essersi creato un rapporto con lui, ed era corso via per la campagna, per deliziarsi con una delle sue visioni, non più fantastica ed inverosimile, ma rievocata dal vero in tutti i suoi particolari: le lagrime silenziose di Vincenzo che sgocciolavano sul foglio bianco, lo sforzo fatto da lui, Vicenzino, per avvicinarlo senza essere veduto dall'assistente, ed il turbamento e la passione che aveva posta nel compiere quell'atto tanto comune nelle scuole, dove è considerato semplicemente una burla ai maestri.
In casa Dogliani fu un gran chiacchierare dei ragazzi sul bel tratto di Vicenzino, e le cuginette lo ammirarono molto.
A pranzo il signor Anselmo domandò a Vincenzo con piglio severo:
--E così? l'esame di latino?... e crollò il capo come per dire che non ne sperava nulla.
--L'ho fatto bene! gridò Vincenzo con uno scoppio di voce. Tutta la pagina senza un errore..... E gesticolava pavoneggiandosi come se credesse realmente di averlo fatto lui quel lavoro.
--Oh! Oh! esclamò il babbo. Dio ti benedica, figlio mio. Dio ti benedica! E mise un gran sospiro di sollievo, e si rasserenò tutto, poi stese la mano traverso la tavola, e disse:
--Via, diamoci una buona stretta di mano come due amici. Ti avevo giudicato male, ma vedo che non vuoi affliggermi. Ti ringrazio di questa buona nuova.
Vincenzo mise la sua mano in quella del babbo, e scoppiò in un pianto dirotto. Era il rimorso, ridestato dalla tenerezza di quelle parole, che lo faceva piangere. Ma pochi minuti dopo non ci pensava più, e, felice di aver contentato il babbo, guardava le sorelline con orgoglio, dall'alto della sua gloria.
Finito il pranzo, tornò ad uscire in cerca di Vicenzino; ma quello strano ragazzo non si lasciò vedere, ed egli portò in giro per tutto il paese la sua riconoscenza, a rischio di farla raffreddare. Fu soltanto pochi giorni dopo che lo incontrò.
Vincenzo s'era fermato a confabulare in istrada con alcuni compagni per uno spasso che dovevano pigliarsi la mattina seguente, quando vide passare Vicenzino, che s'era fatto rosso al vederlo e camminava lesto lesto, come se non lo avesse riconosciuto.
--Oooh! Vicenzinooo!... strillò Vincenzo con quanta voce aveva in corpo, e rialzando la sottana, e lasciando cadere in terra il largo cappello da prete, raggiunse di corsa il cugino, gli buttò le braccia sulle spalle per obbligarlo a voltarsi, e gli disse tutto eccitato:
--Anche tu verrai a cercar fanghi con noi domani. È bello, sai, ci si diverte tanto...
E rivolgendosi ai compagni che l'avevano seguito da lontano, gridò:
--Verrà anche lui! Voglio che venga perchè è mio cugino, e mio amico... e perchè... perchè...
Non lo potè dire il perchè. Gli pareva che gli altri dovessero burlarsi di lui, se sapevano che faceva tanto caso di quell'avvenimento scolastico. Si voltò invece a guardare Vicenzino e soggiunse:
--Lo sappiamo noi il perchè. E, dandogli un'altra stretta alle spalle, lo fece girare due volte intorno a sè, in segno di tenerezza, poi lo piantò là, corse a pigliare il suo cappello e se ne andò, gridando da lontano:
--Ricordati, Vicenzino! Domattina alle sei, qui, sulla piazza.
Vicenzino fu puntuale come un innamorato, e da quel giorno i due fanciulli furono inseparabili. Vincenzo inventava ogni sorta di chiassate per quegli ultimi mesi che gli rimanevano di libertà, si ubbriacava d'allegria, di rumori, di giochi; correva fino a perdere il fiato, faceva salti da rompersi il collo, metteva grida da schiantarsi il petto, ed era felice.
Vicenzino lo seguiva dovunque assorto nella gioia di aver raggiunto il suo ideale. Avrebbe voluto Vincenzo più quieto, più esclusivamente suo. La brigata dei compagni, che si tirava sempre dietro, lo manteneva così distratto, che non poteva fissarsi sopra un'idea, e la continua eccitazione dei giochi che lo attraevano, paralizzava la sua immaginazione ed il suo cuore. Non era possibile ottenere da lui un discorso intimo, una confidenza, uno sfogo d'espansione. Era troppo divagato. Ma tuttavia era là accanto a Vicenzino; tratto tratto gli saltava al collo o gli dava un urtone, non erano più estranei l'uno all'altro, si davano del _tu_...
Tutti e due pensavano qualche volta al seminario, che doveva separarli. Vincenzo ne parlava con orgoglio. Il seminario era il primo passo verso la sua futura grandezza.
--Quando dirò la prima messa, diceva, si farà una gran festa. Il babbo darà un pranzo magnifico, perchè il benefizio è mio. Tu mi scriverai un sonetto apposta, ed il municipio farà i fuochi d'artificio...
Vicenzino lo ascoltava con deferenza, poi gli domandava dolcemente:
--Mi scriverai quando sarai in seminario? E si consolava un poco della loro prossima separazione, riflettendo che, nelle lettere, avrebbe osato meglio esprimere tutta la sua tenerezza, domandare un equo ricambio di quell'amicizia che sentiva con tanta intensità, e che Vincenzo pigliava un po' troppo alla leggera.
VI.
Tutto questo accadeva nell'autunno del 1859. Ai primi di novembre Vincenzo, che aveva appena compiti i tredici anni, partì da Santhià per andare in seminario a Novara.
Il benefizio, legato alla famiglia Dogliani da uno zio arcivescovo di Vercelli, non era molto grasso. Era un capitale di trentamila lire investite nella casetta abitata dal signor Anselmo ed in un fondo che egli coltivava con ogni cura per cavarne il maggior frutto possibile.
Nei piccoli paesi si vive con poco, e quel fondo e un altro dell'egual misura all'incirca, che il signor Dogliani prendeva in affitto, gli fornivano un'entrata magra, ma sufficiente per vivere co' suoi quattro figliuoli.
Aveva indugiato a mettere Vincenzo in seminario finchè non avesse passate tutte le classi che poteva fare in paese, dove c'era un ginnasio di terza classe per tardare quanto più era possibile ad aggravare il bilancio di famiglia con quella pensione.
L'avversione che Vincenzo aveva sempre dimostrata pel latino aveva tenuto in pensiero il signor Anselmo tutti quegli anni. Se suo figlio fosse fallito agli esami, se fosse stato dichiarato assolutamente inabile a quello studio, avrebbe dovuto rinunciare a fargli percorrere la carriera ecclesiastica, e per conseguenza al benefizio; e la famiglia sarebbe rimasta senz'altro mezzo di sussistenza che il lavoro di lui, già avanti negli anni, che poteva mancare da un giorno all'altro e lasciare i figli nella miseria.
Per tutte queste considerazioni la buona riuscita dell'esame aveva assunta tanta importanza, ed aveva disposto l'animo del padre ad una gran deferenza per quel fanciullo, che considerava come il sostegno della casa e delle bambine.
Nella quiete del seminario Vincenzo si propose di lavorare seriamente per non deludere le aspettative di suo padre, che aveva riposta tanta fiducia in lui. L'intelligenza non gli mancava, e meno libero, meno distratto, fra condiscepoli già avvezzi alla disciplina della comunità, che giuocavano poco e studiavano seriamente, potè egli pure applicarsi con ardore a vincere le difficoltà dello studio. Non riescì mai a distinguersi fra i primi della scuola, ma superò d'anno in anno gli esami, e, compiuti gli studi liceali, ricevette gli ordini minori, e fu ammesso al primo corso di teologia.
Fin dai primi mesi della loro separazione, Vicenzino aveva cominciato a scrivergli, e quelle lettere, giungendogli nella lontananza di tutti i suoi, nel raccoglimento di una vita uniforme e quieta, gli avevano risvegliata la fantasia. Quelle proposte d'amicizia fervente ed eroica lo avevano appassionato, ed egli aveva riposto in quell'affetto tutto l'ardore che metteva prima nei giochi e nei piaceri. Si erano scambiati giuramenti di completa fiducia, e di reciproco aiuto, a costo di qualunque sacrificio.
Anche Vicenzino aveva lasciato quasi subito Santhià. Suo padre era riescito a collocarsi come fattore in un tenimento signorile presso Vercelli, dove mandava a scuola il figlio per fargli continuare gli studi liceali, dopo i quali intendeva che andasse a Torino all'Università, e prendesse una laurea. Era la sua ambizione, ed in essa aveva attinto il coraggio di cercare un impiego e di adattarvisi, il che gli costava non lieve sacrifizio, sebbene lo avesse ridotto ad una specie di sinecura. Si consolava facendola da despota e signore coi contadini suoi dipendenti. Intanto il fanciullo, intelligente ed amante dello studio, faceva progressi meravigliosi.
Così i due giovani amici erano giunti uno a diciotto, l'altro a dicianove anni, senza essersi più riveduti. Nell'inverno del 1864 Vincenzo trovò nella biblioteca del seminario, fra i libri che era permesso agli alunni di leggere: _Il primato morale e civile degl'Italiani_, di Gioberti. E, dopo avere scorse le prime pagine con fatica, si era venuto via via interessando a quella lettura, che gli aveva ravvivato nel cuore il sentimento patriottico fino allora latente. Provò un vivissimo desiderio di saperne di più, e, non trovando altre opere di quel genere, ne domandò ad un compagno, il quale poteva avere dei libri per mezzo di un fratello, che glieli consegnava di nascosto nelle visite domenicali. Cosi lesse _Le speranze d'Italia_, del Balbo. E quelle vecchie speranze, in gran parte conseguite, gli fecero palpitare il cuore. Ripensò quell'immenso passaggio di soldati francesi che aveva veduti nel 59. Suo padre, con una coccarda tricolore sul cappello, lo aveva condotto a Vercelli, dove, in piedi sopra un tavolino da caffè, aveva veduto per ore ed ore sfilare soldati e baionette, ed aveva udito gridare: «Viva l'Italia! Viva l'Italia!» Anche lui aveva gridato colla sua esile vocina da fanciullo, ed i soldati si erano messi a ridere, dicendo: «_Le petit prêtre_».
Allora non aveva capito gran cosa; ma ora, a diciotto anni, tutto quelle scene gli tornavano in mente, ed il solo ricordo di quelle masse esultanti, di quelle armi, di quelle grida di popolo, lo esaltavano. Dopo le _Speranze d'Italia_ lesse una raccolta di poesie patriottiche, del Berchet, del Foscolo, del Manzoni. Imparò a mente i cori del _Conte di Carmagnola_, e la sera li ripeteva tra sè nel silenzio del dormitorio buio, e si addormentava mormorando con fervore quei canti di guerra. Erano le sue preghiere.
La sua testa si esaltò, il suo sangue giovane cominciò a ribollirgli nelle vene, e le mura del seminario gli parvero una prigione, e la sottana nera gli riescì grave. Passò dei giorni di ansietà crudeli, combattuto tra la smania di correre da suo padre, di gettare la veste ed il tricorno, e di dirgli: «Sono italiano, mi devo alla mia patria, non voglio essere prete», ed il dolore di portare un colpo simile al povero vecchio che aveva fede in lui, e che quella sua risoluzione avrebbe ridotto alla miseria. Non aveva più testa allo studio, evitava i compagni, smaniava, si strappava i capelli, piangeva disperatamente, non scriveva neppure più a Vicenzino, gli pareva d'impazzire. Nelle ore di ricreazione, mentre i piccoli seminaristi giocavano, ed i grandi discorrevano ad alta voce, egli profittava di quel chiasso, che impediva di distinguere i vari suoni, per cantare i vecchi inni del 1848, che si udivano ancora qualche volta nelle campagne del Piemonte. Un giorno fu sorpreso da un assistente mentre strillava con tutta la forza de' suoi polmoni--_Va' fuori d'Italia, va' fuori, o stranier!_--e fu rinchiuso per castigo in un camerino di penitenza. D'allora confuse l'assistente coi tiranni della patria, e quando pensava alla redenzione d'Italia, pensava di redimersi dall'Austria e da lui.
Circa quel tempo le lettere di Vicenzino cominciarono a farsi meno verbose, meno sentimentali. Aveva realmente qualche cosa da scrivere all'amico, un'angoscia da confidargli. Suo padre era ammalato. Egli cessò di fantasticare sull'amicizia, per descrivere le sofferenze dell'infermo, la tosse, l'affanno, le veglie; per riferire i giudizi del medico.
Vincenzo aveva voluto bene a quel parente senza conoscerlo, forse per una certa analogia nei loro caratteri. La sua malattia lo distolse alquanto dai pensieri turbolenti che lo agitavano. Aspettava le nuove dell'infermo con ansietà, ed aveva ripreso a scrivere all'amico, per dargli coraggio e dirgli parole di simpatia. Un giorno ricevette un biglietto brevissimo: «Mio padre è morto quasi improvvisamente, quando pareva che cominciasse a star meglio. Sono solo al mondo.»
Erano vicine le feste di Natale. Vincenzo domandò una licenza per andar a passarle in famiglia, e partì, impaziente come Damone accorrente alla salvezza di Pizia.
Prima di andare a Santhià scese a Vercelli, e corse a vedere il cugino nella fattoria dove aveva vissuto quegli ultimi anni con suo padre, e dove l'aveva perduto. I due fanciulli erano molto cambiati, ma si riconobbero subito. Tutti e due erano cresciuti. Vincenzo era forte, quasi grasso, colorito in volto, ed una folta barba nera, sebbene accuratamente rasa, gli coloriva di una tinta azzurrina le guance ed il mento. Vicenzino invece, più alto del cugino di quasi un palmo, era pallido e magro. I suoi dolci occhi turchini erano abbattuti dalle veglie e dal pianto, ed i capelli biondi, arruffati sulla fronte gli facevano una bella aureola, da arcangelo.
La loro lunga corrispondenza li aveva fatti conoscere così intimamente l'uno all'altro, che ogni soggezione era scomparsa fra loro, ed al primo vedersi si stesero le braccia, come se, prima di quella separazione, avessero già vissuto molto tempo insieme. Vicenzino pianse lungamente in silenzio, e Vincenzo non cercò di consolarlo. Se lo teneva abbracciato come per fargli sentire che, dopo quel grande amore che aveva perduto, gli restava ancora la sua amicizia; ma non glielo diceva. Vicenzino però sentiva il cambiamento avvenuto nel cugino in quei quattro anni. Lo sentiva egualmente impetuoso, ma espansivo, riflessivo, serio, e questo gli faceva bene. Era l'amico che egli aveva sognato.
Sfogato l'impeto del dolore, Vincenzo disse:
--Vieni con me. E, con quel fare sicuro ed imperioso che gli aveva guadagnata altre volte una facile superiorità sui compagni, gli buttò addosso mantello e cappello, e lo condusse alla stazione di Vercelli, dove presero il treno che doveva condurli a Santhià.
Arrivati in paese si diressero subito verso la casa Dogliani. Erano passate le quattro del pomeriggio, e nevicava; era quasi buio. Quando furono a pochi passi dalla porta videro il signor Anselmo che si avanzava dalla parte opposta.
--Babbo, gridò Vincenzo. E la sua voce echeggiò nel silenzio della via deserta. Il signor Dogliani si fermò; rizzò il capo, che teneva chino per ripararsi dal freddo col bavero del mantello, e, vedendo una figura lunga e nera da prete, esclamò stupefatto:
--Vincenzo! Sei tu?
--Sì, rispose Vincenzo. Vengo a condurti un figlio di più. E spingendo innanzi Vicenzino soggiunse mestamente:
--Suo padre è morto.
Il signor Dogliani tremava tutto come côlto da brividi, e non rispondeva, e Vicenzino, mortificato da quel silenzio, vedendosi respinto, fece per andarsene. Ma Vincenzo gli riprese il braccio, poi accostando il volto a quello del padre e parlandogli sommessamente, gli disse:
--Siamo amici da anni, e mi ha reso dei servigi....
Ma il signor Anselmo lo interruppe colla voce tanto commossa, che spiegava il suo lungo silenzio:
--È figlio di mio fratello, e basta. Poi, accennando la porta di casa colla mano che tremava come una foglia scossa dall'aria, disse a Vicenzino:
--Entra.
Nella stanza da pranzo le ragazze aspettavano il babbo per mettersi a tavola. L'Elena aveva quattordici anni, e pareva già una signorina. Le altre due pure erano cresciute, ed avevano gli abiti troppo corti e le gambe troppo lunghe.
Al vedere entrare i due giovani egualmente inaspettati, misero un'esclamazione, e balzarono incontro al fratello. Ma il volto pallido del signor Anselmo che comparve subito dietro al figlio, aveva qualche cosa di più grave del solito, che le fece ammutolire. Egli però disse semplicemente alle fanciulle, mettendo una mano sulla spalla di Vicenzino:
--Vi conduco un nuovo cugino, lo conoscete?
--Sì, risposero le due ragazze maggiori. E quell'affermazione non meravigliò affatto il babbo, che di certo aveva indovinato che da un pezzo le sue figlie prendevano a cuore quel parente. Egli le presentò ad una ad una, dicendo:
--Elena, la mia primogenita; Laura, la nostra piccola massaia, e Maria, che ti farà sopportare i suoi capricci, perchè tra tutti l'abbiamo viziata un pochino.
Fu la sola allusione che fece all'installamento del nipote in casa sua. Poi tutti si misero a tavola, e la Laura cominciò a scodellare la minestra.
VII.
Vincenzo doveva passare dieci giorni a Santhià per cominciare l'anno nuovo colla sua famiglia. Ma, malgrado la presenza dei due giovani, la casa era malinconica e silenziosa. Vicenzino aveva il cuore riboccante di riconoscenza, ma sentiva che non avrebbe potuto parlarne senza commoversi, ed evitava quell'argomento. Guardava lungamente Vincenzo, ed i suoi occhi si empivano di lagrime. La stessa povertà della casa che lo aveva ospitato lo commoveva. Le ventimila lire date a suo padre acquistavano un valore assai maggiore, dacchè sapeva che il signor Anselmo viveva quasi meschinamente, e la sua ammirazione per quello zio, facendosi più grande, aumentava la sua tristezza per i ricordi del passato.
Anche Vincenzo, con grande stupore delle sue sorelle, parlava poco ed era spesso impensierito. Quando, con una vecchia burla che aveva sempre lusingata la sua vanità, lo chiamavano arcivescovo, non s'insuperbiva più affatto, e con quella cortesia che si usa tra fratelli e sorelle, scoteva le spalle e borbottava: «Stupide».
La Laura, discorrendo coll'Elena di quel cambiamento, diceva:
--Non è più tanto vanitoso Vincenzo; si va migliorando.
Ma l'Elena, che non era assorta nelle faccende di casa, per le quali non aveva gusto, ed aveva più agio di studiare il fratello, rispondeva impensierita:
--Chissà che cos'abbia, povero Vincenzo!
Una mattina che i due giovani erano usciti a fare una lunga passeggiata sulla neve gelata della strada maestra, incontrarono un gruppo di contadine con dei panieri di ova e pollame, che andavano a vendere a Santhià. Una bella donnona sulla trentina, che camminava davanti a tutte, dondolandosi sui fianchi, guardò arditamente in faccia Vincenzo, poi, ammiccando alle compagne con un riso maligno che le scopriva dei bellissimi denti, susurrò abbastanza forte per essere udita:
--Che bel prete!
Le altre risero forte.
Vincenzo si fece rosso, i suoi occhi lampeggiarono di sdegno; mosse un passo innanzi come se volesse attaccar briga; ma subito si frenò, e mormorò con rabbia:
--Sciocche! Villane!
Vicenzino, che aveva abbassato gli occhi per pudore, fu meravigliato di quel risentimento, e disse:
--Via, non t'ha detto nulla di male, infine.....
--Sono villane, ripetè Vincenzo con denti stretti. Non sanno veder un uomo vestito di nero senza chiamarlo prete.
--Ti fanno un onore anticipato, tornò a dire Vicenzino con piglio conciliativo; se non sei ancora prete lo sarai.
Vincenzo stette un po' senza rispondere, guardando in terra, poi disse colla voce strozzata:
--Già, lo sarò.
Vicenzino si fermò sui due piedi e fissò in volto il cugino. Questi era acceso come una fiamma, teneva gli occhi chini a terra, e si mordeva rabbiosamente le labbra. Vicenzino gli prese le mani e gli domandò con affetto, ma coll'accento imperioso di un amico che ha diritto di conoscere i segreti dell'amico:
--Che cos'hai?
Vincenzo non rispose e scosse il capo come per dire: «A che serve? È un caso disperato». E due lucciconi, che gli tremavano sugli occhi, caddero come due perle sulle mani congiunte dei due amici.
--Non sei contento di far il prete? tornò a domandare Vicenzino.
--Saresti contento tu? rispose l'altro con uno scoppio di voce che tradì un singhiozzo.
--Io non ho la vocazione.
--Ed io l'ho la vocazione? Ho il benefizio; ho il dovere di conservare quella rendita al babbo che è vecchio, alle sorelle che non hanno dote... Eccola la mia vocazione! Debbo sagrificarmi per gli altri; sagrificarmi tutta la vita.
--Eri pur contento del tuo stato, prima.... insistè Vicenzino.
--Prima ero un ragazzo. Non pensavo neppure d'aver una patria. Credevo che le guerre si facessero solamente nei libri di Storia. Perchè non avevo mai visto un Tedesco qui, non pensavo che vi sono delle provincie d'Italia che essi invadono.....
E raccontò le sue letture, le sue febbri d'entusiasmo patriottico, le lagrime divorate in segreto.... Parlava con enfasi, piangeva, tremava tutto ed esclamava disperatamente:
--Dovrò rimanere inerte come un vile! Come un vile!
Vicenzino aveva già espresso all'amico il suo piano d'avvenire: compiere da sè in casa quell'anno di studi per non obbligare lo zio a pagargli una pensione a Vercelli; poi prendere il diploma di maestro superiore, e collocarsi come insegnante nel ginnasio pareggiato di Santhià per guadagnarsi la vita, durante il tempo che gli mancava ancora prima di essere chiamato alla coscrizione. Ma egli pure aveva sentimenti patriottici e si proponeva, se durante quei tre anni Vittorio Emanuele od altri avessero _fatto qualche cosa_, di arruolarsi come volontario.
Egli comprese dunque l'afflizione di Vincenzo, la sua lotta crudele tra il dovere di figlio e quello di cittadino, e, non vedendo altro mezzo di consolarlo, gli disse:
--Chi impedisce ad un prete di battersi quando occorra per la sua patria?
--Nulla glielo impedisce nell'eccitamento di una crisi politica, nell'ardore di una battaglia; ma il giorno dopo tornerà ad essere estraneo a tutto quel che si fa pel suo paese; sarà sempre un prete, ed io sento che son nato per essere un soldato. Oh, se non avessi quel benefizio che mi lega...
--Se tu fossi cappellano d'un reggimento..., del _mio reggimento_...., disse Vicenzino.
Nella sua desolazione Vincenzo s'aggrappò a quell'idea che gli permetteva di fare una vita attiva, di vivere in caserma, di battersi, di raccogliere i feriti, di assisterli, di conservare alla sua famiglia il benefizio del quale viveva, essendo meno prete ed un po' soldato. Ne parlarono a lungo, e Vincenzo, coll'ardore che metteva in ogni cosa, finì coll'innamorarsi della sua missione di cappellano, e gli ultimi giorni della sua vacanza apparve animato, eccitato, contento, e partì colla fantasia riscaldata, facendo giurare a Vicenzino di tenerlo informato di quanto si preparerebbe per la liberazione di Venezia, e di chiamarlo al primo sintomo di prossima guerra.
VIII.
Prima d'andare a rinchiudersi, Vincenzo pensò a provvedersi di libri, per isfogare colla lettura, la passione che gli ferveva nel cuore. Comperò i romanzi di Guerrazzi, di Massimo d'Azeglio, di Tommaso Grossi, e li lesse e rilesse con l'avidità di chi morde un frutto proibito.