Semiramide: Racconto babilonese

Part 9

Chapter 93,929 wordsPublic domain

La lusinghiera lo saettò d'uno sguardo corrucciato.

— Ah! tu mi disprezzi? — diss'ella. — Bada, o re d'Armenia! Tu fuggi dalle mie braccia, per correre incontro alla morte.

— Che il mio destino si compia! — mormorò il giovine, ripigliando il cammino.

E intorno a lui svanirono man mano quelle femminili parvenze, infoscò la scena, fu notte da capo. Il re d'Armenia tornò a brancolar nelle tenebre.

— Ed ora? — chiese egli, fermandosi. — Che è egli, questo vostro raggirarmi tra vane lusinghe e più vane paure? —

Un ghigno beffardo rispose all'inchiesta del giovine.

— Non ti dolere, o figlio di Aràmo! I dolci misteri di Militta Zarpanit non ti lusingarono forse? Non ti trattennero essi più del bisogno? Perdona a queste leggiadre abitatrici dell'Eufrate, se, memori dell'amorosa vigilia, ti credettero più arrendevole alle loro carezze. Invero, esse non aveano pensato che dalle braccia della gran maliarda l'amico di Sandi doveva ritrarsi sfinito. —

Al crudele motteggio Ara non ebbe virtù di rispondere. Tutto era noto colà, e il ricordo di Sandi veniva pensatamente a inchiodargli la lingua.

— Suvvia! — proseguì rabbonita la voce. — Ormai gli è tempo per te di avvicinarti alla luce. Fàtti innanzi e dammi sicuro la mano. —

A queste parole, e mentre egli si disponeva a muovere il passo, sentì una mano che afferrava la sua.

Era quella una mano poderosa, e la sua stretta diceva assai più l'odio d'un giurato nemico, che non la benevolenza d'un patrono, o la sollecitudine d'una guida. Ed egli, il prode Ara, non potè rattenere un senso di ribrezzo, un brivido di arcano terrore, che gli corse per l'ossa. V'hanno tocchi lievissimi, che avvertono di danni, imminenti o lontani, assai meglio dei più aperti presagi.

Il re d'Armenia procedette, così trascinato, una ventina di passi. L'urtare che fece il compagno contro una parete gli fe' intendere che erano giunti alla meta.

— Ci siamo, — disse infatti la voce: — ascendi la soglia.

Ara obbedì, dopo aver tastato del piede l'ostacolo. E allora tre colpi furono battuti dal compagno sopra un disco di rame.

— Apriti, porta della verità! — gridò questi con pienezza di accento.

— Chi ardisce accostarsi? — dimandò dall'altra parte una voce cupa, che parea venir di sotterra.

— Un profano; — rispose il primo interlocutore.

— E che vuole?

— La luce.

— Ha egli superate tutte le prove?

— Sì; ha varcata la tenebrosa via dell'errore; ha sfidato il pericolo della fiamma e della spada, morte del corpo, e quello dei sensi, morte dell'anima.

— E sa egli che cosa l'attende? Sa egli che la gran luce potrebbe acciecarlo e l'amara scienza mutarsi in veleno per lui?

— Lo sa ed è pronto a patire ogni cosa pel conquisto della luce e della scienza.

— Orbene, s'inoltri! Ben venga egli alla scienza, alla luce. —

E la porta, come per incanto, girò tacitamente sui cardini.

Entrarono in un vestibolo partito a grosse colonne di pietra, illuminato da lampade di nafta. Un guerriero vi stava a custodia, col volto coperto di un negro velo, e con una larga spada scintillante nel pugno.

— Deponi il tuo ferro! — diss'egli con piglio severo al giovine Ara. — A nulla potrebbe esso giovarti qua dentro. —

Ara si tolse dalla cintola il coltello dalla impugnatura gemmata, che avea preso con sè, innanzi di perigliarsi nella scala misteriosa. Frattanto, si volse a guardare il suo introduttore, di cui fino a quel punto egli non conoscea che la voce.

Era questi un uomo di alta statura, di membra robuste, ma la sua faccia non era dato vederla. Anch'egli portava un velo nero ravvolto intorno al capo, siccome il guerriero che vigilava l'ingresso.

Deluso nella sua onesta curiosità, il re d'Armenia si inoltrò dal vestibolo fino al limitare d'una gran sala, le cui pareti si vedevano impresse di simboli svariati e di segni arcani, che accennavano a scritture di popoli stranieri. Se egli avesse potuto por mente a tali cose, gli sarebbero apparse in que' simboli le deità antiche di Mesraim, poste colà a riscontro di quelle del Gange, e delle più vicine di Bakdi; nelle arcane leggende egli avrebbe poi ravvisati i caratteri sacerdotali dei tre popoli, a cui si riferivan quelle sacre figure.

Ma il giovine non si trattenne a guardar le pareti, i suoi occhi essendo corsi ad un palco che sorgeva nel fondo, dietro a cui, siccome a tribunale di giustizia, stavano seduti tre uomini, o, per dire più veramente ciò che gli apparvero, tre simulacri d'uomini immoti, vestiti di candide stole, cinte le tempia di bende dorate, le quali scintillavano per mezzo a' veli, ond'erano coperti i venerabili aspetti. Aveva uno di loro tra mani il fiore del loto, emblema della vita; l'altro una foglia di papiro, sacro ai dettami della sapienza; il terzo un ramoscello di amòmo, dell'ottima tra le piante.

Una negra cortina scendeva dall'alto, dietro alle loro spalle, celando l'adito sacro, il penetrale del tempio. Sui lati, e sotto il lume di parecchie lampade pendenti da bracciuoli di bronzo, il re d'Armenia vide altre figure, ma coperte di nero dal capo alle piante, siccome il suo introduttore, immobili, con le mani appoggiate sul pomo di lunghe spade, dalle cui larghe lame a due tagli balenava una luce sinistra.

Il giovine era rimasto tra ammirato e confuso, a guardare quei tre, che bene non sapeva discernere se uomini o spiriti, o muti simulacri di Dei. Ma poco stante, uno di loro si fece a trarlo di dubbio, rivolgendogli la parola in tal guisa:

— «Fatti innanzi, profano! Dalle vie dell'errore, tu giungi alla luce del vero. Alla nuova aurora tornerai tra i viventi, ma rigenerato, più savio e più forte di loro. Nulla di ciò che hai veduto ed udito, nulla di ciò che vedrai ed udrai, ha da uscirti dal labbro. Non giurare; ciò non t'è chiesto; ciò non è necessario. Quelle spade che vigilano il nostro tribunale, ti seguiranno invisibili ovunque. Oltre di che, il varco per cui se' giunto fino a noi, fu aperto dalle possanze arcane, e già non ne resta più traccia. Nessuno aggiusterebbe fede a' tuoi racconti; ognuno li avrebbe per sogni di mente inferma, frutto dei vapori perniciosi del liquor della palma. Gli uomini hanno occhi e non vedono, orecchi e non odono; soltanto a pochi eletti è dato di conoscere il vero, che si nasconde sotto l'aspetto ingannatore, o manchevole, delle cose create.

«Invero, l'uom savio ha due viste; quella infida dei sensi, e l'altra, più pura e più certa, dell'anima. Egli ha altresì due scienze: quella che insegna al volgo e quella che custodisce gelosamente per sè. La prima è involucro, la seconda è sostanza; quella adombra, questa disvela; nell'una è il simbolo, nell'altra la ignuda ragion delle cose. Tre diverse dottrine, ad esempio, ti stanno dinanzi: Memfi, Battro, Ayodìa. Il Nilo, l'Arasse ed il Gange, sono i tre fiumi per cui primamente è discesa la sacra verità. L'Eufrate, nelle sue torbide acque non travolge che errore; però sia maledetto, fino a tanto egli scorra ossequente ai superbi regnatori della stirpe di Nemrod.

«Costoro, violenti, oltracotanti e feroci, radunarono sotto il loro scettro le genti sparse sulla pianura, non popolo vero, ma avanzi di un popolo, che la collera dell'Eterno aveva sepolto tra l'acque. Naufraghi campati a fatica, non videro che sè medesimi al mondo, e dissero: ecco, i forti siam noi! Tirannica mistura di favelle, di credenze e di costumi, pretendono di dettar leggi alle più antiche nazioni della terra del sole. Già le loro armi hanno invase le regioni sacre dell'Iran, dove regna il purissimo culto della parola di Dio. A mezzogiorno, di là dai vinti Nabatei, già volgono il cupido sguardo agli avventurosi figli di Mesraim, dov'è prosperità d'arti e scienze, dove l'ascosa verità si adora in effigie e templi degni di lei. Nè basta. Per mezzo ai popoli vinti, non domi, della stirpe di Iavan, ai Medi, ai Battriani, ai Sogdiani, s'inoltrano audaci ad insidiare i remoti confini dell'India. Dove non corre, in quali imprese non si periglia, lo sterminato orgoglio degli Accad? Non hanno essi, nel loro folle ardimento, tentato di giungere al cielo? Rispetteranno essi alcuna parte di terra, che faccia ostacolo ai mostruosi disegni della loro ambizione? E l'Armenia, alle cui balze ospitali si erano essi aggrappati nel grande naufragio, non tentarono forse di assoggettarla del pari? Il grande Aìco rintuzzò l'orgoglio dei superbi, ma essi non hanno già dimenticalo lo sbaraglio del loro esercito, e fremono vendetta della uccisione di Belo. Fatti possenti su noi, si scaglieranno su te. Aquila delle montagne, vuoi tu collegarti con noi, per fiaccare questa minacciosa potenza, per distruggere il covo dei serpenti che tutti ne stringerebbero un giorno nelle molteplici spire?»

— Io sono, — rispose Ara, — l'alleato della regina.

— Il tributario della regina eri tu, ed oggi sei lo schiavo della donna. Sì, schiavo, ed imbelle; non ti sdegnare; qui tutto è noto. Chi ti ha chiamato quaggiù nulla ignora dei tuoi facili amori. Lui forse pretenderesti ingannare? —

Il giovine, che già, nell'impeto dell'ira, aveva dato un sobbalzo, chinò raumiliato la fronte. Un turbine di confusi pensieri lo assalse. Che era egli tutto ciò che udiva? E tra qual gente era egli disceso? Lo avevano chiamato alla luce del vero, nel regno delle ombre, in mezzo a spiriti arcani; ed ecco, si vedeva in balìa di uomini congiurati. Per altro, la chiamata di sotterra non eragli apparsa nel misterioso papiro come cosa sovranaturale? E se l'estinto amico doveva mostrarsi ai suoi occhi, non erano quei tre uomini velati gli arbitri del passato e del futuro, credibili e venerandi maestri di alto sapere alla sua mente in angustie?

Il dubbio del giovine non isfuggì per fermo allo sguardo acuto del suo interlocutore; il quale fu pronto a soggiungere:

— La verità dee risplenderti intiera. Per gli increduli, ella si cela dietro a questa negra cortina, che ci basterà sollevare. Pei credenti, ella si svolge dai penetrali del pensiero, raccolto saviamente in sè stesso. Tu sceglierai. Prepàrati ora al grande arcano, ascoltando la voce del vero, che si sprigiona dai veli discreti delle sante dottrine. Le storie dell'errore ti furono narrate poc'anzi, tra i fumi del regio convito; odi ora le nostre. Ma anzitutto, bevi alla coppa ospitale, purifica il tuo cuore coi tre sorsi della sacra bevanda. —

Uno dei muti servi del misterioso tribunale si mosse allora, e profferse al re di Armenia una coppa d'argento, in cui tremolava un liquore biancastro. Egli vi intinse tre volte le labbra, e il liquore gli seppe di dolce, misto con alcun che di aromatico e di frizzante al palato. Indi si assise su di uno scanno, che gli era pôrto in quel mezzo, e stette in attesa, guardando i tre uomini velati.

Allora uno di essi, quegli che aveva tra mani il fiore del loto, cominciò in questa guisa a parlare.

CAPITOLO X.

La dottrina dei savi.

«Uno è il Dio vero, uno per tutti i popoli della terra; ma la sua semplice e profonda grandezza non risplende che allo intelletto dei savi, mentre il volgo lo intravvede a mala pena da lungi, siccome lampo tra nubi, e lo adora moltiplicato nelle sue manifestazioni terrestri, ascoso nel fitto involucro dei simboli, trasformato in mille guise e parvenze, come porta l'indole varia e il costume mutevole delle genti. Uno per tutti, egli è trino in sè stesso; alto mistero disvelato a pochissimi, contemplatori, custodi ed interpreti della sublime verità, che tu sei per grande ventura chiamato ad intendere.

«Odi colui che siede alla mia manca, il savio di Mesraim; egli ti dirà ciò che è scritto nel sacro papiro, chiuso agli sguardi profani. Prima di tutte le cose ora esistenti, era un Dio, immobile nella sua unità. Chi sei? gli domandò il savio, prostrandosi nella polve davanti a lui. E allora per mezzo alla gran notte scintillarono le tre sacre parole _Nuk pu Nuk_ (Io son chi sono). Egli il solo generatore in cielo e sulla terra, nè egli è generato; egli il solo Dio, generator di sè stesso, che è fin dal principio, increato creator d'ogni cosa. Da lui, che ha tra gli uomini il nome di Knef, emana Fta, lo spirito onnipossente; da ambi procede Oro, o Frè, il demiurgo celeste.

«Odi colui che siede alla mia destra, il savio di Bakdi, nella terra di Javan; egli ti dirà ciò che è scritto nel libro della legge a lui dettato nella caverna del monte Elburz, dagli spiriti immortali. Da principio era Zervane Acherene, l'essere assorto nella propria eccellenza, il tempo senza misura, l'eterno senza estremità e senza radice. Con lui ed in lui esisteva Honnover, il verbo, procedente da lui, fonte ed esempio d'ogni perfezione, produttore degli esseri. Da lui è nato Ahuramazda, il principio del bene; da lui Ahrimane, il principio del male; ambedue in lotta continua tra loro, fino alla consumazione dei secoli.

«Seguimi ora con la mente, seguimi alle fortunate sedi degli Aria, alla sacra vetta del monte Merù, culla del vero, che illuminò l'universo. Dal grembo di Jarvam Akiaram, il tempo senza misura, esce Brama, il dio che esiste per sè medesimo. Egli è in ogni cosa, ed ogni cosa è in lui. Il Grange che scorre, il mare che rugge, il vento che freme, la nube che tuona, la folgore che splende, tutto è sostanza, forma, immagine sua. Il creato era nella sua mente fin dall'eternità; tutto ciò che esiste reca l'impronta della sua mano. Egli è la vita e il moto; egli Naraiana, lo spirito che va sulle acque; egli il creatore del mondo e degli spiriti inferiori, che attestano la sua gloria. In lui sono tre essenze e l'una procede dall'altra. Brama il creatore, Visnù il protettore, Siva il trasformatore d'ogni cosa.

«La luce, l'aria, le acque e la terra, sono opera di Brama. Egli dall'anima sua alitò la vita comune alle piante e ad ogni sorta d'animali: dall'anima sua la coscienza, l'intelletto e la parola nell'uomo. Fu questa l'ultima creazione del Dio; e l'uomo, per volere di Brama, fu da più di tutti gli animali della terra, inferiore soltanto agli spiriti celesti[2].

«Ora, siccome le piante e gli animali furono creati per modo che potessero riprodursi, così avvenne dell'uomo, che fosse creato in due corpi, maschio e femmina; al primo dei quali Iddio diede la maestà e la forza, al secondo la bellezza e la soavità. E al maschio impose il nome di Adìma, che significa il primo uomo: alla femmina il nome di Eva, cioè a dire compimento di vita.

«Andate, diss'egli poscia, amatevi e procreate esseri che siano a somiglianza vostra sulla terra, fino a' tempi più lontani da voi. Io, signore di ogni cosa che esiste, vi ho creati perchè m'adoriate tutta la vita, e tutti coloro che crederanno in me parteciperanno alla mia beatitudine, dopo la consumazione dei secoli. Insegnate ciò ai figli vostri, affinchè eglino si ricordino di me; imperocchè io sarò con esso loro, fino a tanto pronunzieranno il mio nome.

«E avendoli collocati in un'isola, di cui non è la più bella, nè la più ricca, sui mari, il sommo Iddio proseguì:

«Sia vostro ufficio di popolare questo lembo felice di terra, e di spargere il mio culto tra coloro che di voi nasceranno. Tutto l'altro del mondo è inabitabile ancora; ma se in progresso di tempo il novero dei figli vostri crescesse in tal guisa che l'isola non bastasse a nutrirli, lasciate lor detto d'interrogarmi in mezzo ai sacrifizi, ed io farò loro conoscere la mia volontà.

«Ciò detto, disparve. E in quel punto Adìma si volse alla sua giovine compagna; la guardò, e il sangue gli riarse nelle vene, alla vista di così splendida bellezza. Ella stavasi ritta dinanzi a lui, sorridente nel suo virgineo candore, palpitante d'arcani desiderii. Il morbido volume dei neri capegli le ricadeva disciolto sui bianchi òmeri e intorno al colmo seno, che l'interno tumulto degli affetti incominciava a commuovere.

«Adìma le si avvicinò trepidante. Lontan lontano, il sole stava per inabissarsi nell'oceano e i calici dei fiori si alzavano desiosi per suggere le vespertine rugiade; migliaia d'uccelli variopinti cantavano tra i rami il loro inno all'amore; le lucciole fosforescenti cominciavano ad aliare per l'azzurro dell'etra e tutti i mille rumori dell'operosa natura salivano a Brama, che si rallegrava in cuor suo, dall'alto delle celesti dimore.

«Ed in quel punto, Adìma stese la mano a carezzare le morbide chiome fragranti della sua vezzosa compagna. Egli sentì come un tremito scorrere per le membra di lei, e quel tremito invase eziandio le sue vene. La strinse allora tra le sue braccia e impresse il primo bacio sul viso della donna diletta, sommessamente chiamandola per nome. Adìma! mormorò ella con soavissimo accento, e tremante, confusa, si abbandonò nelle braccia di lui.

«La notte era giunta: gli augelli tacevano nel bosco, e Iddio era lieto nel profondo del cuor suo, imperocchè l'amore era nato. Ciò egli voleva, il sapientissimo Iddio, dirittamente vedendo esser cosa brutale, indegna di puri spiriti, l'amplesso, la confusione di due vite, a cui non presiedesse l'amore.

«Così felici vissero a lungo i due primi mortali; nè mai nube di tristezza era venuta a turbare il sereno di quella beata esistenza. Ma un giorno, una vaga inquietudine cominciò a serpeggiare nei candidi cuori. Invidioso della loro felicità senza pari e dell'opera perfetta di Brama, lo spirito del male bisbigliò al loro orecchio arcane parole, spirò in quell'anime desiderii ignoti. Andiamo a diporto per l'isola, disse Adìma, alla sua leggiadra compagna, e vediamo se non ci è dato trovare un luogo più dilettoso di questo.

«Eva seguì obbediente il marito, ed entrambi andarono oltre; viaggiarono per giorni e per mesi, soffermandosi al margine delle chiare sorgenti e al meriggio degli alberi giganteschi, che celavano ad essi la spera del sole. Ma più s'innoltravano, e più la donna si sentiva sopraffatta da un arcano sgomento. — Adìma, diceva ella al marito, non andiamo più innanzi, che per fermo noi facciam contro al comandamento di Dio. Non ci siamo noi già dipartiti dal luogo che egli ci aveva assegnato a dimora?

«Non temere, rispose Adìma alla donna diletta. Vedi? Non è già questa la terra inabitabile che egli ci disse. Avanti sempre, avanti; l'uomo non è nato per poltrire nell'angolo in cui egli ha veduto la luce.

«E andarono innanzi; ella obbediente ed amorosa, egli sempre più ansioso, tormentato dal desiderio di vedere e sapere. Così giunsero alla punta estrema dell'isola, donde poterono scorgere ai loro piedi un breve tratto di mare, e di là da questo una lista di terra, che parea dilungarsi all'infinito sui margini del lontano orizzonte. Uno stretto e malagevole passo, formato di scogli a fior d'acqua, collegava l'isola al continente ignoto.

«I due viandanti si fermarono ammirati. La terra che si stendeva dinanzi ai loro occhi, appariva vestita di alberi svariati e largamente frondosi; augelli dai mille colori correano cinguettando di frasca in frasca, o s'inseguivano a volo. — Splendida vista! — esclamò Adìma. E come hanno ad essere gustosi i frutti di quegli alberi! Vieni, o diletta; andiamo ad assaggiarne, e se quella terra è miglior della nostra, noi laggiù metteremo dimora.

«La donna tremante supplicò Adìma, che non volesse tentare più oltre la collera celeste. — Non viviamo noi bene in questa isola? Non abbiamo noi chiare, fresche e dolci acque per dissetarci, e frutti soavi, che nulla più, dopo i tuoi baci? Perchè cercheremmo noi altro?

«E sia; torneremo, disse Adìma a lei di rimando. Che facciam noi di male, a visitare questa terra ignota, che si profferisce ai nostri occhi?

«Così dicendo, s'innoltrò verso la scogliera. Eva lo seguì tutta tremante in cuor suo. Egli allora, sollevata la donna da terra, si recò il dolce peso sull'òmero e, mutando i saldi passi tra pietra e pietra, si fece a valicare, quanto più speditamente potè, quel tratto di umida via, che lo disgiungeva dall'argomento dei suoi desiderii.

«Avevano essi a mala pena raggiunto il lido vietato, che un terribile schianto si udì. Lido verdeggiante, alberi, fiori, famiglia di pennuti, ogni cosa che prima aveano veduta di là dal mare, in un baleno disparve. La scogliera per cui erano venuti si sprofondò nei gorghi frementi e solo alcune creste qua e là rimasero ritte fuor d'acqua, come indizi d'una via per sempre distrutta.

«La lieta verzura, che i due infelici aveano veduta colà, non era che una mostra ingannevole, suscitata dal principe degli spiriti malvagi, per tirarli alla disobbedienza. Adìma conobbe allora il suo fallo, e così perduto dell'animo, com'era stato baldanzoso da prima, cadde piangendo sull'inospite arena. Ma in quel punto Eva gli si accostò, pose le braccia intorno al suo collo e gli disse: — Non ti affliggere, amor mio; preghiamo in quella vece il Signore, che voglia condonarci il nostro peccato!

«E una voce si fece udir dalla nube, che parlò ad essi in tal guisa: — Donna, tu hai peccato soltanto per affetto all'uomo, che io ti ho comandato di amare, ed hai posta in me la tua fede. Io ti perdono, ed anche a lui, mercè tua. Ma udite; voi non riporrete più il piede in quel luogo di delizie, che io avevo creato per la vostra felicità. A cagione della disobbedienza vostra, ecco il malvagio ha invaso la terra. I figli vostri, condannati a patire e a romper le glebe in penitenza del vostro fallo, intristiranno nel corso dei secoli e dimenticheranno il mio nome. Non piangere, o donna; il dì della clemenza verrà. In quel giorno, Visnù prenderà umana veste nel grembo d'una figlia tua, recando a tutti la mia parola, e con essa la speranza di un premio futuro e il modo di alleviare i lor mali nella ardente preghiera.

«Raffidàti dalla voce di Brama, si alzarono i due piangenti da terra e ripigliarono la via dell'esilio. Ma, da quel giorno, furono costretti a duro travaglio, per ottenere il nutrimento dal suolo.

«E, giusta il comando di Dio, si venne popolando la terra. I figli di Adìma e di Eva si moltiplicarono ed intristirono per guisa, che più non poterono durarla in pace tra loro. Dimenticarono essi il nome e le promesse di Dio, ed egli si stancò finalmente del rumore di loro aspre contese. La sua folgore tuonava tra le nubi, salutare ammonimento ai perversi; ma gli uomini non conobbero la voce di Brama, e il re Dayta non si peritò di scagliare le sue maledizioni alla folgore, minacciandola, se non tacesse, di salire co' suoi guerrieri alla conquista del cielo.

«Allora il Dio deliberò d'infliggere alle sue creature un tremendo castigo, che fosse d'insegnamento ai superstiti e alla discendenza loro. E avendo rivolto lo sguardo sulla terra, per conoscere tra tutti l'uomo non indegno della celeste clemenza, vide il giusto Vaiwasvata e si rallegrò delle opere sue.

«Il virtuoso uomo, l'unico che ancora temesse ed onorasse il Signore, faceva le sue mattutine abluzioni nelle sacre acque della Viriny. E in quel mezzo, un pesciolino, dalle squame lucenti di vivi colori, venne a lui con le ultime spume del flutto.

«Salvami, disse il pesciolino a Vaiwasvata, imperocchè i più grossi di me, che vivono nei fiume, minacciano d'ingoiarmi.

«Impietosito, il sant'uomo lo colse, lo ripose nel vaso di rame, che gli serviva ad attinger acqua dal fiume, e lo portò sotto il suo povero tetto. Ma il pesciolino incominciò a crescere ad occhi veggenti, per modo che, non bastando un più capace vaso a contenerlo più oltre, Vaiwasvata fu costretto a recarlo in uno stagno vicino.

«Uomo virtuoso e benefico, disse il pesce, che andava crescendo a dismisura, portami nel Gange.

«Come lo potrei io? chiese Vaiwasvata. Io non ho forza da tanto.

«Fanne la prova! rispose il natante. E Vaiwasvata, poi che l'ebbe preso tra le palme, lo sollevò agevolmente e lo portò nel gran fiume. Ora il mostruoso pesce, non pure era leggero come un fuscellino di paglia, ma spandeva intorno le più soavi fragranze. Donde il sant'uomo pensò che quello era messaggio di Dio, e stette in attesa di mirabili eventi.