Semiramide: Racconto babilonese
Part 8
Ed ora questa donna, che finalmente avea trovato chi meritasse l'amor suo, di quali cose aveva ella a conferire con lui? Gravi cose, avea detto; ma ve n'erano forse di tali, che non fossero quelle dell'amor loro? No certo, e pensandoci meglio, e meditando le ultime parole di lei, parve ad Ara di aver colto nel segno. E così in nube egli vedeva la sua diletta Armavir rappicciolirsi man mano, allontanarsi nel fondo e sparire. La sua Armenia, il reame con tanta cura e con tanto sangue difeso dalla cupidigia degli Accad e dalle correrie dei cavalieri Turani, doveva cadere per tal guisa in balìa de' suoi vecchi nemici? Egli, il pronipote di Aìco, avrebbe lasciata la sua piccola, ma nobile reggia tra i monti dell'Ararat, per salire sul trono di Nemrod? A cotesto intendevano le parole di Semiramide; cotesto traspariva dagli occhi, era voluto dalla potenza medesima dell'amor suo.
Ma, per contro, non c'era egli altra via? In cambio d'innalzarlo a sè, non potea la regina discendere a lui? Ninia era un adolescente: ma a qual principe ha mai fatto ostacolo l'età giovanile, per cinger corona di re? E Semiramide, fatta grande dalle nobili arti del regno, non sarebb'ella diventata grandissima, celebrata in tutte le età future, per alto esempio di amore, al cui cospetto impallidiscono e sfumano i gaudii del potere, i sogni dell'ambizione? Piccolo era il popolo aicàno, ma forte, ed egli, confortato dall'amore di quella donna, fatta compagna delle sue sorti, non dubitava di poterlo condurre animoso sul cammino della vittoria e di dare all'amata un nuovo regno, che nulla invidiasse all'antico.
In queste dubbiezze, in questi sogni dell'anima amante, si stava il giovane Ara; nè sempre pensando, imperocchè talfiata il pensiero ama posarsi e dormire, mentre gli occhi son desti, e vagano intorno, vedendo, senza guardare, o guardando, senza vedere.
Un mite chiarore si diffondeva per la camera dai lucignoli d'una gran lampada di rame, che pendea dal soffitto, illuminando le storiate pareti. Tenui fragranze di eletti aromi vaporavano da bracieri d'argento, collocati negli angoli. Poco lunge era il letto, sormontato da un sopraccielo di porpora e coperto d'una coltre, la cui lana era di cammello non nato. Ma rifuggendo ancora dal sonno, il re d'Armenia se ne rimaneva seduto sopra un lettuccio di morbidi guanciali, di contro al monopodio di cedro, il cui piede era bizzarramente intagliato, e la tonda lastra si nascondeva sotto uno di que' tappeti, vagamente intessuti, che mandava a Babilonia l'arte famosa di Tiro e di Sidone. Su quel tappeto era posata una lucernuzza da mano, e poco discosto da quella un rotolo di papiro, collocato per modo da attirare lo sguardo.
E tuttavia, il giovine Ara, così sovra pensieri com'era, non ci aveva anche badato. Più e più volte i suoi occhi s'erano volti a quel rotolo, ma senza che l'animo lo avvertisse del pari. Senonchè, in uno di quegli intervalli che l'innamorato garzone metteva nelle sue fantasticherie, gli occhi posarono tanto sul misterioso involucro, da destare la sua attenzione, e finalmente la sua curiosità.
Rimase un tratto dubbioso a guatarlo; indi stese la mano e lo afferrò, in quella che si accostava alla fiamma della lucerna, per considerarlo più da vicino. Un suggello di argilla rossa chiudeva il margine del foglio, e in quel suggello si vedeva l'impronta d'un cigno. Un brivido gli corse, a quella vista, per l'ossa. Il cigno era l'emblema consueto di Sandi, del soave cantore, amico dell'anima, compagno fedele della sua giovinezza.
Che voleva dir ciò? Un senso d'angoscia ineffabile penetrò il cuore del giovane, e una voce arcana gli bisbigliò nel profondo che in quel rotolo suggellato si chiudevano le sorti della sua vita.
Sandi! Che voleva in quell'ora l'estinto da lui? Veniva forse a rimproverarlo di qualche suo mancamento verso la memoria dell'amico? Egli per fermo non lo aveva dimenticato; ma doveva egli altresì chiudere ad ogni affetto il suo cuore? E perchè il triste fantasma veniva egli a turbargli il suo primo giorno di gioia?
Ma forse la presenza di quel ricordevole emblema altro non era che un giuoco del caso. Ara lo sperò e ruppe avidamente il suggello.
Pochi versi di scritto, ne' caratteri accadii, allora comuni alle genti della pianura e della montagna, si leggevano sulla interna faccia del papiro, i primi nereggianti e visibili, gli altri man mano più incerti e sbiaditi.
Ed ecco ciò che Ara vi lesse:
«Tu ami e credi di essere amato. Ora, vuoi tu conoscere il vero? Sandi, il tuo Sandi, te lo dirà egli stesso, pur che tu il voglia. La gran luce ti aspetta. Ma bada, per giungere ad essa, v'hanno terribili prove a sormontare, fatte soltanto per animi forti.
«Hai tu ardire? Hai tu sete di verità? Ricordi tu l'antica amicizia? Davanti a te, a' piedi della parete che reca scolpita l'immagine del leone alato, si apre un vuoto, che ti guiderà fino a me. Pensa e risolvi.»
Null'altro si leggeva nel foglio. Soltanto seguivano alcuni segni scoloriti, che ad Ara non venne dato d'intendere. Da que' segni, gli occhi del re d'Armenia corsero alla parete. Il leone alato vi si vedeva scolpito sopra una tavola di alabastro dipinto, e pareva guardarlo, co' suoi occhi di smalto. Un sudor freddo gli corse a quella vista per l'ossa, e le chiome gli si rizzarono sulla fronte.
Senonchè, a' piedi della parete si vedeva il pavimento liscio e lucente, senza alcun segno che indicasse una apertura sotterranea. Il re d'Armenia balzò in piedi, corse laggiù e guatò lungamente il suolo, ma invano. Tornò allora al lume della lucerna e si fece a legger da capo il papiro. Un altro verso di scritto era apparso nel foglio.
«La botola è aperta; mettivi il piede, animoso....»
Ara tornò a guardare. E appunto allora gli venne udito un rumor sordo, un cigolìo come di serrami smossi. E tosto una cateratta si aperse, discese, e una buca spalancata si mostrò nel pavimento.
Il re d'Armenia era prode tra i prodi; ma quello spettacolo, e dopo quella lettura, non era tale da lasciarlo tranquillo. Tuttavia, non apparve inferiore al suo nome. Vi hanno uomini che il pericolo imminente, non che abbattere, rinvigorisce. Un nemico ignoto e invisibile? Un agguato? Suvvia! egli è dei valorosi il farsi innanzi, checchè avvenga, e solamente a conforto della propria dignità. Mancano gli spettatori; che importa? La coscienza del prode non è ella presente a sè stessa?
Ritto, immobile, cogli occhi sbarrati, rimase un tratto, guardando da lunge la buca; indi, come trascinato da una arcana virtù, mosse a quella volta, si affacciò in sull'orlo e cacciò lo sguardo avido nel profondo.
Un pozzo di scale gli venne veduto là dentro. Si scorgevano i larghi gradini di mattoni scender giù ad un pianerottolo, donde un altro braccio si partiva, voltando ad angolo retto; ed altri man mano andavano in giù digradanti, la cui sequela si perdeva nel buio. Nessun rumore di passi, od altro simigliante, giunse all'orecchio del giovine; tutto era silenzio in quel baratro; solo un alito, un senso lievissimo, quasi un odor di frescura, venne di là dentro a sfiorargli la guancia, come per dirgli che quello non era un sepolcro e che l'aria respirabile non vi faceva difetto.
Senonchè, era opera di uomini o di spiriti ignoti, quella via che gli si parava dinanzi? D'uomini forse, pensò Ara in cuor suo. E tornato prestamente alla tavola di bronzo, afferrò il suo coltello dalla fulgida lama, che già aveva deposto, e lo rimise alla cintola.
Frattanto, gli occhi suoi correvano da capo al misterioso papiro. Altri versi di scritto nereggiavano, dal mezzo insino al piè della pagina. Il re d'Armenia non lesse, divorò i nuovi caratteri, che gli offriva lo scrittore invisibile.
«.... scendi; quanto più scenderai, tanto più sarai innalzato alla conoscenza del vero.
«Odi una triste istoria. È già gran tempo che due purissimi spiriti, inviati da Dio a spargere la sua luce sulla terra di Sennaar, dimenticarono qui, per l'amore di una figlia di Babilu, il loro celeste mandato. L'ingannatrice strappò dal labbro di quegli illusi il motto d'entrata alle eterne dimore, dov'ella fu pronta a sollevarsi in lor vece.
«Però il santo Iddio li punì, confinandoli in una chiostra profonda, sotto la torre delle sette sfere. Colà vivono in tenebre fitte; colà rimarranno, sospesi per le ciglia, fino al dì del perdono.
«Pari a costoro è il tuo Sandi. Qui sta dolorando il suo spirito, sotto la medesima terra ov'egli ha amato e pianto, sotto le medesime acque in cui ha trovato la morte. Respingerai tu l'invocazione di un'anima, la quale non attende che te? Vorrai tu essere maledetto in eterno?»
— Ah no! — proruppe Ara, gittando il foglio e correndo alla botola. — Chiunque tu sia, spirito immortale o astuto ingannatore, eccomi a te! Dovess'io lottare col negro fantasma di Nemrod, son pronto. Aìco, fortissimo Aìco, proteggi invocato il tuo sangue! —
E si cacciò entro la botola, giù per la segreta scalèa, da prima con passo veloce, soccorrendogli il lume che pioveva dalla sovrastante apertura, quindi man mano più tardo, poichè la luce veniva scemando sempre più, ad ogni svolta di scale.
Del resto, anco quel fioco raggio gli venne meno ben tosto. Un cigolìo si fe' udire alle sue spalle, indi un fragore, un urto, quasi di pietra con pietra. La cateratta si richiudeva su lui. Il re d'Armenia era come sepolto in quel baratro.
Nè di cotesto gli dolse, quantunque il richiudersi della cateratta, togliendogli ogni speranza di ritorno, gli dicesse tutta la gravità del pericolo. Il dado ormai era tratto. Non lo aveva egli forse voluto?
Brancolando con le palme distese lunghesso le mura, proseguì allora il cammino e potè sincerarsi che le scale giravano a pozzo, coi loro ripiani tutti ad uguali distanze. Però, abbastanza spedito, siccome gli veniva fatto, procedendo tentoni, andava egli allo ingiù, null'altro udendo che il rumor dei suoi passi, sordamente ripercosso nel vuoto. E nello scendere, gli ricorrevano al pensiero i lieti splendori del convito, gli sguardi amorosi della regina, tutte le allegrezze di poche ore addietro, finite così malamente per lui, in quel buio, in quel silenzio di tomba.
Per altro, seguitando egli a calare nel cieco abisso, incominciò ad udire un suono lontano, come un susurro, un mormorio dal profondo. Da principio, gli parve inganno dei sensi; ma il suono si faceva più distinto; nè egli poteva intendere che fosse, poichè di voci umane non gli pareva certamente. In quel mezzo anche un po' d'aria manco soffocata era venuta a soffiargli sul viso. Certo ella spirava da fori aperti nello spessore dei muri. Intanto il suono cresceva, cresceva, sordo, fragoroso, fiottante; indi, da sotto che egli l'udiva, incominciò a farglisi sentire di fianco, e poscia sul capo, a grado a grado men forte, mutato in brontolìo sommesso, fino a tanto si tacque del tutto, lasciando il giovine Ara nel sepolcrale silenzio di prima.
Egli argomentò che quel fragor d'acque scorrenti venisse dall'Eufrate vicino, e che, mettendo la scala sotto il gran fiume, la incognita meta del suo tenebroso viaggio non dovesse ormai esser lunge. Nè male erasi apposto nel suo giudizio. Diffatti, pochi istanti dopo, il pozzo delle scale finiva, ed egli, sempre attenendosi alla parete, conobbe di inoltrarsi sul piano, per un androne sterminato, in fondo al quale gli parve di scorgere un lieve barlume, simile a quello che precede, nelle fredde regioni, il sorgere di un nebbioso mattino.
Guidato da quel tenue filo di luce, il giovine studiò il passo per afferrare la meta. Ma, giunto colà, si avvide che il suo viaggio non era anche finito. L'androne riusciva ad una svolta, d'onde un più vasto sotterraneo gli si parò improvvisamente dinanzi.
Il chiarore là dentro appariva men fioco, ma incerto sempre, confuso, torbido di vapori, che davano sembianza di un denso fumo. Per altro, nessun senso di oppressura al petto, o di irritamento alle palpebre, accennava a cotesto; senonchè, per mezzo a quella nube immobile e fissa, tornava malagevole discerner la via a pochi passi più oltre.
Il re d'Armenia, abbacinato, ristette sotto il grand'arco dell'ingresso, che era sorretto da smisurati piloni. Doveva egli commettersi là dentro? Doveva egli dar volta? Prima di appigliarsi ad un partito, volle averne l'intiero, e con voce sonora, con accento deliberato, gridò:
— Ho io fallita la strada? —
CAPITOLO IX.
La porta di bronzo.
La voce del re d'Armenia si ripercosse, più e più volte ripetuta sotto le invisibili arcate. Egli per alcuni istanti aspettò inutilmente una risposta. Alla perfine, una voce si udì, o, a dire più veramente, un'eco di voce lontana, che gli diceva:
— No; fàtti innanzi per mezzo ai vapori, se brami giungere a noi. —
Quella voce, sebbene aspettata, turbò profondamente il giovine, gli fe' batter forte il cuore e correre il sangue precipitoso alle tempie. Ma egli si riebbe tosto da quell'assalto di terrore istintivo, e con atto deliberato si cacciò dentro a quel vortice bianco. Ai primi passi che egli ebbe fatti là entro, maravigliò grandemente di non riceverne alcun senso spiacevole, od altrimenti molesto. Quel vapor bianco, anzichè fumo, potea dirsi una nebbia, un nembo di polvere diffusa nell'aria, e così fitta, che non gli concedeva di vedere la strada due passi più avanti. Ed egli vi navigava per entro, senza fatica, o disagio; la fendeva facilmente, siccome un raggio di sole si apre la via nel grembo d'una candida nuvola, che, librata sull'orizzonte, vorrebbe contendergli l'estremo saluto alla terra.
Dopo alcuni istanti di quel viaggio nel vaporoso strato, la nube bianchiccia ed opaca cominciò a diradarglisi intorno, ed egli a mano a mano potè scorgere una sequela di arcate e di smisurati piloni di pietra, in mezzo ai quali s'inoltrava, andando verso un punto luminoso, che ancora non poteva distinguer che fosse. E allora gli venne alla mente il valico segreto sotto l'Eufrate, opera di Semiramide, ne' suoi primi anni di regno, e per tutto il mondo celebrata audacissima tra le meraviglie di Babilu.
Per costruire questo valico sotterraneo, la regina aveva fatto deviare il corso dell'Eufrate, mandandolo a scaricarsi in uno sterminato serbatoio, già scavato a tal uopo, che era largo trecento stadii per ogni suo lato e trentacinque piedi profondo. Così, mentre il fiume veniva colmando il serbatoio e allagava da ultimo la pianura a mezzogiorno della città, si era posto mano alle fondamenta del sotterraneo, facendo girare su enormi piloni di granito gli archi delle vôlte, le quali erano di mattoni cotti, cementati d'asfalto. La vôlta aveva quattro cubiti di spessore; le pareti erano rafforzate da una profondità di venti mattoni, e il sotterraneo misurava dodici piedi d'altezza, quindici di larghezza. La fama, che tutto ingrandisce, aveva a far credere più tardi che all'opera meravigliosa fossero bastati sette giorni di assidue fatiche; e certo, ad esaltare degnamente l'impresa, non era bisogno di cosiffatte invenzioni. Comunque fosse dei giorni spesi in quell'opera, a mala pena essa era stata condotta a termine e ricoperta da parecchi strati di bitume e d'argilla, il fiume tornava nell'alveo e la regina aveva il suo varco sotterraneo, che congiungeva celatamente i palazzi delle due rive, siccome il ponte congiungeva le due parti della città, alla luce del sole.
Ed egli stava per l'appunto in quel sotterraneo. L'immagine dell'amata regina era per tal guisa sempre davanti agli occhi dell'ospite. Mirabil donna, che, così giovane ancora e risplendente di tutte le grazie del suo sesso, aveva potuto metter l'animo in tutte le cure più svariate e più gravi, contender tutte le palme ai più forti, ai più illustri, ai più fortunati re della terra! Per lei cresciuto a dismisura il regno degli Accad; per lei Babilonia innalzata a tale di possanza e di fasto, che nessun'altra città doveva emulare mai più; per lei sorte a gara le opere stupende, la cui memoria aveva a durare quanto il mondo lontana.
I piloni di granito succedevano ai piloni, le arcate alle arcate, in tre ordini disposte pel lungo, siccome nelle tre navate d'un tempio. E gli smisurati piloni uscivano man mano dagli ultimi vapori, siccome escono a poco a poco più spiccate le larve notturne dal sogno, o le linee dei monti dal crepuscolo del mattino. Intanto, una luce peritosa si diffondeva dai lati, che egli, indi a poco, notò esser tramandata da piccole lucerne collocate entro le sporgenze dei cornicioni e dietro le capricciose spire dei capitelli. A quell'incerto chiarore si illuminavano sinistramente mille forme fantastiche, condotte a rilievo lunghesso i muri, uomini pesci, leoni alati e simiglianti a chimere, che assumeano vita e moto dintorno a lui, e ad ogni suo passo pareano fremere, agitarsi irrequiete, pronte a scagliarsi sull'audace turbatore dei loro eterni riposi.
Calmo e sereno, compreso di quella onesta baldanza che conferisce agli animi forti il pericolo, procedeva il re d'Armenia in mezzo a quelle ostili parvenze. Strani rumori si levavano a' suoi fianchi, gemiti, grida, sordi ululati, fischi di serpi e baturli di tuono; ma egli animoso a nulla badava e proseguiva sicuro la via. Così giunse in capo al sotterraneo, dove le pareti si ristringevano intorno ad una porta di bronzo, su cui erano impressi caratteri arcani. Era quella la meta; là dietro lo aspettava l'ignoto.
Pochi passi lo dividevano da quell'uscio misterioso, ed egli muoveva risoluto alla soglia allorquando un cupo rombo s'intese, che lo fece ristare ad un tratto.
— Sciagurato, dove t'inoltri? — tuonò una voce minacciosa alle sue spalle.
Ara si volse indietro, turbato; ma nulla vide, nè intese donde venisse la voce. Incrociò allora le braccia sul petto, e, sorridendo amaramente, esclamò:
— Non mi avete chiamato? son qua!
— E non temi di farti più oltre? — gli chiese un'altra voce da fianco.
— Temere? io? — gridò il giovine con piglio superbo. — Chiunque voi siate, sappiatelo; ignoro che sia la paura.
— Non fidar troppo nelle tue forze! — soggiunse la voce. — Esse non valgono contro le arcane potenze Sai tu forse ciò che ti aspetta?
— La morte? — ripigliò il re d'Armenia. — Fosse pur questo il mio fato, nol temo. —
E così dicendo, il pronipote d'Aìco volgeva intorno la fronte, quasi volesse sfidare i suoi interlocutori non visti.
— Ah! — rispose la voce con accento sarcastico. — Ben altro si può farti.... Ben altro.... Tal colpo si può ferire su te, che ti faccia docile e pauroso siccome un fanciullo. Sacri misteri ti circondano, non uomini pari tuoi, contro i quali basti snudare il ferro, di cui la tua mano ha già accarezzata l'impugnatura più volte. Tu sei nel grembo della terra, ricordalo, nel grembo della terra, in cui si celano le idee madri, le virtù arcane della natura.
— Sta bene, ed io le venero, queste arcane virtù; — rispose Ara tranquillo. — Sono avido di sapere, chiedo di leggere nel passato e nel futuro, se pure è in poter vostro di farmelo palese. Vengo a voi fiducioso; e che mi date voi, dopo avermi chiamato? Come rispondete voi alla mia fede, dopo aver turbato il sereno dell'anima mia, dissipati i dolci miei sogni, avvelenato il nappo delle mie contentezze? M'involgete nelle tenebre, mi niegate accoglienza, mi fate minaccia di tormenti inauditi.
— Uomo cieco! — disse a lui di rimando la voce. — Le tenebre dell'errore ti circondavano; le vane voci del mondo ti suonavano all'orecchio. Or ti avvicini alla luce del vero, alla quiete santissima del giusto. Se ti soccorre l'ardimento, batti dunque a quell'uscio. Ma bada; non si torna più indietro, se non educati alla scienza del bene e del male; e l'albero della scienza dà frutti amarissimi. —
Il re d'Armenia crollò alteramente le spalle e s'inoltrò verso l'uscio di bronzo. Aveva appena posato il piede sulla soglia, che questa diè un suono metallico, uno schianto rumoroso, a cui rispose un sobbalzo del giovine, un tremito di tutta la persona, siccome avviene ai più animosi e ai più calmi, per ogni inaspettato fragore, o traballìo, che accenni non esser più sicura sotto i lor piedi la terra.
— Ah! — suonò beffardamente la voce. — Già ti sgomenti, pronipote di Aìco? —
Ara non rispose parola. Tornato in sulla soglia, spinse l'uscio con urto poderoso che ne fe' andare i cedevoli battenti fin contro agli stipiti, e si cacciò dentro sollecito.
Ma appunto allora un orrendo frastuono si udì, come di cento dischi di rame l'un contro l'altro percossi, e con essi un rombo di tuono, una confusione di grida e di urli feroci. Intronato, strinse egli ambe le palme alle tempie per turarsi gli orecchi, che gli pareva dovessero andarne in frantumi. E così avesse chiuso gli occhi del pari! Un bagliore improvviso venne a ferirgli lo sguardo e gli si parò dinanzi come una fornace, anzi un lago di fuoco, per entro a cui si agitavano confusamente mille figure strane, bocche sgangherate, lunghe braccia e mani armate di unghioni minacciosi, mostri alati che arrotavano gli occhi uscenti fuori dell'orbite, guerrieri di smisurata statura, che brandivano spade roventi, e si raccoglievano sulle gambe tese, in atto di avventarsegli contro. Egli rimase un istante attonito, guatando l'orrida scena; indi, si dispose ad attendere i colpi della molteplice schiera.
Aspettava tranquillo la morte, ma la morte non venne; l'alito di fuoco sul volto, ma esso non giunse fino a lui. Per contro, quel torrente di luce ad un tratto si spense, cessò il frastuono, e fu d'improvviso un buio, un silenzio di tomba.
— Ah! — sclamò egli allora, sorridendo amaramente. — Vi prendevate voi giuoco di me? —
E allora la voce rispose:
— Son queste le false parvenze della vita, i pericoli che circondano l'uomo, nel suo viaggio sulla terra. Guai a chi si smarrisce d'animo, imperocchè egli è dannato a perire. Il savio non teme la morte; essa non è che la liberazione dalle catene dei sensi. Da valoroso hai superata la prova. Gli spiriti arcani non t'impediscono il cammino. Va innanzi. —
Ara obbedì al comando e si mosse.
Intanto al suo cospetto si diradavano le tenebre e un mite chiarore si diffondeva all'intorno, rendendo le sembianze smarrite alle cose. Per altro, ciò ch'egli vide non era più il sotterraneo, bensì un vasto loggiato, sorretto e chiuso da alte colonne, per mezzo alle quali vedeasi il cielo sereno e l'onda tranquilla d'un lago, che spirava fino a lui un alito di soave frescura.
Non era quello per fermo un inganno dei sensi. Una copia di cigni correva speditamente sull'acque, incalzando alla riva uno stuolo di giovani donne, le quali si sollazzavano su quella superficie di liquido argento. Ed egli ammirato le vide emergere dall'onda, rasciugarsi le candide membra, e poscia, mal chiuse in sottilissimi veli, entrare sotto il loggiato. Colà, anch'esse si avvidero della presenza del forastiero, e timorose da prima, indi fatte dal suo stupore più audaci, si condussero con agili passi alla volta di lui.
Bellissime eran costoro e niente que' sottilissimi lini negavano di lor membra prestanti allo sguardo. Una tra esse, la più leggiadra di certo, splendida a vedersi per sovrumana eccellenza di forme, pe' sciolti crini, neri come bitume, che facean risaltare viemmeglio la perlata bianchezza delle carni, venne a rigirarsegli intorno con atti cortesi, e movenze, donde traspariva il desiderio di piacergli e di vincerlo. Si schermiva egli, e già avea ricusato di bere alla coppa che la vaghissima ignota gli profferiva, allorquando ella, avvicinatasi in atto supplichevole, mentre le compagne intrecciavano a tondo le danze, gli gittava le braccia attorno al collo, s'avvinghiava amorosa a lui e gli susurrava all'orecchio:
— Tu sei bello; io ti amo! —
Ara si divincolò tosto da quella stretta, sebbene in quel modo che più gli venne fatto cortese. I baci di Atossa gli tornavano in mente. Ora l'amplesso dell'ignota non era egli una profanazione dell'amor suo?
— Lasciami! — esclamò, nell'atto di allontanarsi da lei.
E si spiccò da quel luogo, rompendo con le sue mani la cerchia che le mute danzatrici gli avean fatta dintorno.