Semiramide: Racconto babilonese

Part 5

Chapter 53,853 wordsPublic domain

— Era il mattino del terzo giorno di Bagayadisc, che è detto a Babilonia il mese di Sivan; giorno sacro, pei seguaci della vera luce, al divino Ardibehest, pei vostri sacerdoti al sanguigno Nergal. Non sono adunque trascorsi da quel giorno molti altri, — notò Zerduste, — poichè Bagayadisc non è giunto ancora a mezzo il suo corso. Un regio adolescente, diletto ad Ahuramazda, sebbene e' non sia nato sotto la sua legge, nè ancora egli creda alla sua onnipotenza, galoppava, seguito da uno stuolo di cavalieri, tutti coetanei suoi, scelti tra i primi di Babilonia, fuori di Imgur Bel, sulla via che risale lunghesso l'Eufrate, fino al villaggio di Lahiru. Colà giunti, fecero sosta nella macchia di tamarischi che scende con dolce pendìo fino alla riva del fiume. Il sole, alto nel firmamento, dardeggiava sulla pianura gli ardenti suoi raggi, consigliando i baldi garzoncelli a chiedere un'ora di riposo al meriggio degli alberi. Uno di essi, tratto da giovanile vaghezza, era andato più oltre a ristorar le membra nelle acque scorrenti. E là, mentr'egli, già tornato alla riva, stavasi contemplando quell'ampia striscia di liquido argento che volgeva con poderoso corso agli amplessi della sua città prediletta, gli venne veduta, nuotante a fior d'acqua, una leggiadra figura di donna...

— Padre mio! — esclamò Ninia, turbato.

— Sì, — proseguì Zerduste, senza por mente alla interruzione, — era una vezzosa fanciulla, che venia nuotando verso di lui, là dai palmeti di Gomer, di cui si vedeano sorgere i tronchi sottili e incurvarsi i lunghi rami verdeggianti dalla riva sinistra dell'Eufrate. Un candido lino le custodiva il capo e gli òmeri dalla vampa del sole; una ciotola di terra le posava sulla manca, alzata fuor d'acqua, mentre con la destra ella venia fendendo il flutto, per avvicinarsi alla sponda, dov'era il garzone, immobile, estatico, a contemplarla.

«Vieni a me, vezzosa fanciulla! le gridò egli, come fu certo che ella potesse udirlo. E la fanciulla poggiando a destra sul braccio disteso, si fece più presso alla riva. Certo ella conosceva per lungo uso quel tratto dell'Eufrate; imperocchè, come fu giunta a forse cinquanta passi distante da lui, si lasciò cader ritta, per toccare il fondo col sommo dei piedi, e leggiera, saltellante, a guisa di danzatrice, si affrettò al lido, con la sua ciotola eretta sulla palma all'altezza del viso. Così man mano egli vide sorger dall'acque il suo corpo snello e flessuoso come un tronco di salice, coperto di una bianca tunica che le si aggiustava, così molle com'era, alla persona, seguendone fedelmente i graziosi contorni.

«Neri, lucenti i capegli, vivide le pupille per profondi riflessi di zaffiro, ma velate a mezzo da lunghe e morbide ciglia, colorate le guancie come il frutto del melagrano, parea la voluttà discesa sulla terra in forma di donna, per volere di Mazda, innanzi che lo spirito tentatore la volgesse a danno degli uomini. Il collo nitido a guisa di avorio, svelto ed agile come quello del cigno, sorgeva con soavissima curva dai mal celati tesori del seno palpitante. Sorrideano timidamente le labbra di corallo, lasciando scorgere due file di perle, che non han le più candide i meravigliosi recessi del mare.

«Timido, palpitante del pari, il giovinetto si accostò a lei, che balzava sul lido, profferendogli la sua ciotola ricolma di latte. E bevve a lenti sorsi, più lenti che gli venisse fatto, il fresco umore che gli era ministrato da quelle mani leggiadre, mentre i suoi occhi, più sitibondi a gran pezza, beveano da tutta la persona di lei i primi effluvi d'un'arcana dolcezza.

«— Come ti chiami? — le disse egli amorevole.

«— Anaiti, — rispose la giovinetta.

«— Il nome di una dea! — soggiunse il garzone. — Invero, al primo vederti, io t'avevo tolta per Daokina, la moglie di Ao, emersa dai flutti del mare; chè certo la vezzosa regnatrice delle onde non è più bella di te.

«Il volto della fanciulla si tinse del color della fiamma, e il cuore di lui ne fu colmo di ebbrezza. E così amabile sulle guancie d'una donna il rossore che le nostre parole fan nascere! Ambedue rimasero un tratto in silenzio, commossi, anelanti, ella con gli occhi a terra, egli col guardo fisso in quel raggio di giovanile bellezza. Indi, facendosi anche più rossa, e con accento che diceva tutta la commozione dell'animo, la fanciulla chiese a lui di rimando:

«— E tu, mio signore, come ti chiami?

«— Il mio nome è assai men leggiadro del tuo; — le rispose egli; — son Ninia.

«— Ninia! — esclamò ella alzando i suoi grand'occhi verso di lui ed abbassandoli tosto; — il principe di Babilu!

«E fu per cadere al suolo, tanta era la sua confusione. Ma Ninia si affrettò a sorreggerla, e in cosiffatta guisa, Ahriman, che vigila ai danni della creatura, li ebbe gittati, senza loro saputa, l'una nelle braccia dell'altro.

«Fu questo il primo incontro, e non fu il solo. Due volte ancora la vezzosa nuotatrice varcò la corrente del fiume, recando la sua ciotola di fresco latte all'assetato garzone. Il terzo dì, fatto più ardito, egli non volse già ai tamarischi di Lahiru: bensì, uscendo da Babilonia sulla riva sinistra del fiume, e lasciatisi indietro i giovani amici, cavalcò ansioso fino ai palmeti di Gomer. Vuoi tu udire ciò che si bisbigliasse ieri, sulla quinta ora del giorno, in quel nido di verdura, celato agli sguardi profani? Pon mente, e vedi se alcuna cosa è sfuggita al vigile orecchio del tuo genio tutelare.

«— Ti son io così cara? — dicea la fanciulla. — Non mi dimenticherai tu un giorno, o mio principe?

«— Principe! — ripetè con accento di amarezza il regio garzone. — Tutti mi chiamano così e il nome mi suona sgradito. Tu chiamami Ninia, il tuo Ninia, il fratello, il giovine amico del tuo cuore. Dimentichiamo la reggia; nessuno mi ama laggiù!

«— E tua madre? — gli chiese Anaiti.

«— Mia madre, tu dici? Io l'amo, e credo che ella mi ami; ma le gravi cure del regno la distolgono sempre da me. Mi ama Zerduste, il savio principe dei Medi, che la regina mi ha dato a maestro e custode. Mi ama! — aggiunse sospirando il garzone. — Lo dice; soventi volte lo dice; ma io non ho mai visto il sorriso di quell'uomo, il sorriso, in cui si manifestano i dolci sensi dell'anima, il sorriso, che mi fa parer più leggiadro il tuo volto e m'innonda il cuore di così nuova dolcezza! Sempre grave, cupo, accigliato, è Zerduste, pauroso come il suo dio, circondato di spiriti invisibili, che riempiono le mie notti di arcani terrori. Con te son lieto, Anaiti; bella e pietosa come l'aurora, tu sperdi le tenebre addensate su me, tu mi rinfranchi lo spirito abbattuto, mi rechi la fede, la speranza e l'amore. Non son queste le tre consolazioni della vita? E non è bello che mi vengano tutte da te?

«Così ragionando egli, e la fanciulla rispondendogli con la muta eloquenza degli occhi radianti, errarono a lungo sotto i palmeti di Gomer. Colà Ninia vide per la prima volta la casa di lei, umile tugurio di pescatori, dove si nasconde quel miracolo di leggiadria, come entro vil gleba il diamante. Ma essa non vi rimarrà a lungo, se a Ninia sarà dato di colorire i suoi amorosi disegni. Nel cuore della rusticana fanciulla si agitano confusi i desiderii e le ambizioni della donna. È soltanto dell'uomo il restarsi ignaro e contento nell'umile stato a cui lo condannò la natura; la donna, in quella vece, sol che le arridano gioventù e bellezza, può levarsi in alto, fors'anco apparir degna di un trono. Non è egli vero, o Ninia? Non è ciò che tu pensi?» —

Così Zerduste, con progressione implacabile, era venuto scoprendo i più riposti segreti di quell'anima giovanile. Ninia, attonito da prima, indi sgomentito, esterrefatto, lo aveva ascoltato tacendo.

— Padre mio, — gridò egli finalmente, con voce lagrimosa, nell'atto di buttarsi ai piè di Zerduste, — se tu la vedessi! Ella è così bella, ed io l'amo tanto! Strappami il cuore, se così ti piace, ma non strappar Ninia da lei! —

Zerduste lo rialzò, senza profferir verbo.

— Non mi dirai tu nulla? Non mi perdonerai tu? — chiese il garzone con supplichevole accento. — Se io ti ho mal conosciuto finora, non vorrai tu condonarlo alla mia giovinezza inesperta? Sì, io lo vedo, lo sento; tu sei il ministro d'un Dio, tu che sai ogni cosa, tu che leggi nel profondo dei cuori, onniveggente maestro!

— Non io, — soggiunse umilmente Zerduste, — ma i santi Amsciaspandi, gli Ized, e i Ferver, invisibili spiriti che ti incutono spavento. Eglino, per altro, non fan paura ai saggi; chi segue la legge di Mazda non ha nulla a temere da essi. O Ninia, ed è il tuo labbro che ha potuto giudicarmi così malamente? Non t'amo? Non hai veduto mai Zerduste sorriderti! E che? Dovrei io allegrarti di vane lusinghe, come una vil femminetta, io che ho sacrata la mia vita agli arcani della divinità, io che consumo le notti sulle tavole sacre, io che nutro il tuo spirito dei reconditi veri?

— Padre mio! — gridò Ninia, piangente. — Sono colpevole; qual pena m'infliggi?

— La preghiera, mio figlio, la preghiera che innalzerai al trono di Mazda, nel fervore dell'anima tua. Ancor lungo cammino ti è mestieri di correre, innanzi di giungere alla vera sapienza; ma la fede e la preghiera possono farlo più breve. Tu allora accosterai sicuro le labbra al calice delle umane delizie, che non avrà più veleno per te.

— Maestro, — disse il garzone, riaprendo il cuore alla speranza, — e se io avessi questa fede... se io ti giurassi...

— Va; — interruppe Zerduste, sorridendo la prima volta al discepolo; — Ahuramazda non è un tiranno dei cuori. Va coi tuoi giovani amici; ma pensa...

— Che egli regna in cielo, — proseguì il giovinetto esultante, — e che tu sei il suo ministro sulla terra. Io lo adoro e ti amo. —

Così dicendo, Ninia era per inginocchiarsi ai suoi piedi. Zerduste lo trattenne con piglio amorevole e lo strinse al suo seno.

L'adolescente col cuore in festa, il volto sfavillante di gioia e il piè leggero, si dipartì poco stante da lui. Lieto al pari di Ninia, ma di più profonda allegrezza, Zerduste rimase solo lassù.

— Grazie, — esclamò egli, levando gli occhi e le mani al cielo, — grazie a te, Ahuramazda, lume delle anime, signore della gente di Javan! Sei tu che vinci quest'oggi, e l'abbattimento di questo lioncello del sangue di Nemrod mi è presagio felice. —

Indi misurando la piattaforma a passi concitati e sicuri, come d'uomo che ha piena balìa di sè medesimo e degli eventi, si volse a guardar la città sottoposta e le alte moli scintillanti da lunge al cospetto del sole.

— Bitzida, Niprùti, — soggiunse fissando lo sguardo sulla torre delle sette sfere e sulla piramide sacra alle fondamenta della terra, — i vostri Dei cadranno; la fiamma purissima di Mazda arderà sulle vostre cime. E tu, superba regina, disprezzami! Il mio giorno verrà; nè te salveranno i favoleggiati natali dal grembo di Derceto, o venturiera d'Ascalona! —

In quel mezzo, un uomo apparve sul terrazzo.

— Mio signore... — diss'egli.

— Che vuoi, Thuravara?

— Il re d'Armenia si è mosso, con la sua cavalcata dal baluardo di Nivitti Bel. Tra un'ora egli sarà in vista del ponte, per venire alla reggia.

— Ben venga! — esclamò Zerduste. — Tu vanne e sii pronto al comando. Io sarò tra breve nella gran sala di Nebo, ad aspettar la regina. —

Thuravara s'inchinò e disparve giù dalle scale onde era venuto.

— Ben venga, sì! — proseguiva Zerduste. — È pena acerba la mia, ma sarà acerba la vendetta del pari. Ah, tu l'hai voluta, Semiram? E sia! Militta Zarpanit, che ti ha ministrato il dolce veleno, non potrà profferirti altrimenti il rimedio. —

CAPITOLO V.

La reggia di Semiramide.

Siccome il vigile Thuravara avea riferito a Zerduste, la cavalcata degli Armeni, entrando dal baluardo di Nivitti Bel, aveva già fornito buon tratto di strada per mezzo ai quartieri occidentali della città, avviandosi al ponte, che ne congiungeva le membra vastissime, attraversate dal fiume.

Ristorati da una notte di riposo, astersi dal sudore e dalla polvere del lungo viaggio, coperti dei loro arnesi più sfoggiati, i cavalieri del re d'Armenia faceano vistosa mostra di sè ai cittadini accalcati lunghesso le vie. Si notavano le sciolte criniere dei cavalli sbuffanti, le lunghe spade pendenti dal fianco, le luccicanti faretre, i lunghi archi ad armacollo e le mitrie folte di negri peli che davano ai montanari di Peznuni e di Armavir un così marziale aspetto, facendo così spiccato contrasto con le gentili e quasi muliebri fogge del popolo babilonese.

Ma gli sguardi della moltitudine erano in particolar modo attratti dalla nobil figura del re. Era costume dei monarchi lo andare in cocchio, con l'auriga dai piedi e il portatore d'ombrello da tergo. Il giovine Ara veniva in quella vece più modestamente a cavallo, ma con assai più vantaggio per la sua grande bellezza. Calze di porpora si aggiustavano alle gambe nervose ed eleganti; una tunica di bianca lana, ricamata d'oro sui lembi, gli si stringeva a' fianchi; la clamide regia, anch'essa di porpora, gli scendeva in molli pieghe dagli òmeri; la benda di perle portata da' suoi maggiori, gli girava intorno ai biondi capegli. Il piede, chiuso in un sandalo di morbido cuoio, posava su staffa d'oro; la mano leggiadra stringeva i capi delle redini gemmate, splendenti sul poderoso collo del suo bianco palafreno, a cui una pelle di leopardo servìa di gualdrappa.

«Ara il bello! Ara il bello! — gridavano i cittadini di Babilonia, come già, vedendolo passare, aveano il giorno addietro gridato i volghi suburbani. — Invero, egli non si è mai veduto un più leggiadro garzone sulla terra di Sennaar. Come la regina nostra risplende per sovrumana bellezza tra tutte le donne, così questo nobile straniero tra gli uomini. Ara il bello, sii tu il benvenuto in mezzo al popolo delle quattro favelle!» Così, per tutta la lunghezza del cammino che il re di Armenia aveva a percorrere, il mormorìo d'ammirazione destato dalla sua vista, venia man mano rompendo in esclamazioni, in grida di esultanza, in affettuosi saluti, come di popolo ossequente e devoto al suo re, anzichè di nazione avventurosa e superba al suo tributario. E tutti, come potevano, a spingersi innanzi e far ressa intorno al suo palafreno, che durava fatica ad innoltrarsi, sebbene una fitta schiera di soldati babilonesi lo precedesse, per isgomberare il passo al regale corteo.

Nel cuore di Ara il bello tornava a regnar la mestizia. Egli già sentiva la vicinanza di Semiramide; pochi istanti ancora e si sarebbe trovato al cospetto della grande regina d'Assiria, di colei che signoreggiava il più vasto impero del mondo. E l'immagine di Sandi, del suo povero amico galleggiante sull'acque dell'Eufrate, gli stava sempre nell'anima. Per discacciare quella crescente tristezza, egli pensava allora alla notte vegliata nel sacro bosco di Militta; pensava alla sua bellissima sconosciuta; pensava ai dolci colloqui, alle ineffabili ebbrezze che ancora gli scaldavano il sangue. E quella donna adorata non avea forse giurato esser la regina innocente della morte di Sandi? Poteva egli mentire, quel dolcissimo labbro? No certo, ed egli credeva alle parole di lei; ma, per contro, poteva amar Semiramide chi l'avea tanto odiata fino a quell'ora? Poteva andarne con allegrezza alla regina, chi ricordava d'esser sangue d'Aìco e non sapeva dissimulare a sè stesso di venire in atto di tributario alla gente di Accad? Poteva avvicinarsi desideroso alla donna, celebrata per insigne bellezza nel mondo, chi aveva pur dianzi veduta ed amata la bellissima tra tutte?

Atossa, era il suo nome, il soavissimo nome che la sconosciuta gli avea susurrato all'orecchio. Altro non aveva egli saputo dell'esser suo, ma bene aveva argomentato com'ella fosse una tra le più riguardevoli donne di Babilonia. E non avrebbe egli dovuto vederla tra breve, in mezzo alle nobili compagne della regina? A volte lo sperava, o almeno gli pareva che ciò fosse probabile: ma un dubbio acerbo gli stringeva il cuore e vi soffocava per entro quella lieta speranza. Una così meravigliosa bellezza! Mai più Semiramide avrebbe patito la vicinanza e il paragone di così splendida amica! Eppure, non gli aveva ella detto, a lui dolente di abbandonarla sui primi albòri del giorno, non dubitasse, non temesse di nulla, che presto ei l'avrebbe di bel nuovo veduta, ed ella medesima sarebbe stata la prima a farglisi incontro? Così procedeva, tra speranza e timore; frattanto venìa rispondendo con atti cortesi alle grida e ai saluti del popolo.

Indi a non molto, la cavalcata giunse alla svolta del ponte, miracolo dell'arte babilonese, che collegava le due sponde dell'Eufrate e i due palazzi regali, l'uno a riscontro dell'altro, ambedue meravigliosi a vedersi. Il primo, che era posto sulla riva destra, girava trenta stadii, rinfiancato di alte mura merlate, su cui si vedevano impresse figure di combattenti, città assediate, e lunghe file di prigionieri supplicanti. Di là dal ponte torreggiava la gran mole dell'altro, sopra un terrapieno di sessanta stadii, a cui si giungeva per ampie salite laterali, vigilate ad ogni ripiano da colossi di pietra. Aveva un giro di quaranta stadii il secondo recinto, ornato di ogni specie animali, così diligentemente condotti e coloriti, che pareano spiranti di vita. Nel terzo recinto, che era la cittadella, si ammiravano rilievi e dipinti di più egregio lavoro; tra essi una caccia, in cui le figure apparivano alte di quattro cubiti e più. Quivi era effigiata Semiramide su d'un focoso destriero, nell'atto di scagliare il giavellotto contro una pantera. Poco lunge da lei era Nino, il suo sposo, che d'un colpo di lancia trafiggeva un leone.

Tutto ciò era stupendo a vedersi da lunge, vera montagna di edifizi sovrapposti, selva intricata di strane forme e di svariati colori. Immani architravi e fregi e merlature correnti per lunghissimo ordine su colonnati di palme; tori e leoni alati con faccia umana, qua e là fieramente piantati a custodia degl'ingressi; lunghe aste variopinte, dalle cui cime sventolavano stendardi e orifiamme di porpora; scale e balaustrate di marmo; mura lucenti di smalto; varietà infinita di cose, che confondeva lo sguardo, senza nuocere alla grandiosa unità del complesso! E sui terrazzi più alti, l'occhio discerneva padiglioni e velarii, tesi a riparo del sole, fra mezzo ad alberi verdeggianti, òasi sospese tra cielo e terra da un capriccio di donna, da una fantasia di regina.

Come fu giunto il corteo sull'altra riva del fiume, la scorta dei babilonesi si fermò e si aperse in due ale, per cedere il passo agli Armeni. Il giovin re attraversò la spianata e andò difilato verso l'ingresso della reggia, che gli era addimostrato da due leoni colossali, l'uno a riscontro dell'altro, in atteggiamento di riposo.

Colà stavano ad attenderlo, per fargli le prime accoglienze, i grandi della corte, il gran maggiordomo, il gran coppiere, il capo degli eunuchi, il comandante delle guardie reali, con numeroso seguito di ufficiali minori e di servi. Tranne questi ultimi, tutti indossavano il candi, lunga tunica di lana scarlatta, con frangia d'oro sui lembi, la quale risaliva sul dinanzi infino alla cintura, parimente d'oro, donde pendeva la spada, con le insegne dell'ufficio di ciascheduno. Gli appartenenti alla milizia, in cambio di mitria, portavano in capo una tiara foggiata ad elmo chiuso, che copriva loro le guancie ed il mento.

Il gran maggiordomo, facendosi incontro al re d'Armenia, così parlò, levando in alto le mani:

— Ben giungi, o discendente d'Aìco, alla reggia di Semiramide, nostra gloriosa signora, cui Belo ha concesso la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra. In quella guisa che Sanì regna nel cielo e diffonde per ogni dove i benefizi della sua luce, così ella regna in Babilonia e sparge i tesori della sua amicizia sui regnatori di popoli che la circondano. —

Il re d'Armenia chinò leggiadramente il capo, ma senza risponder parola. Gli eunuchi, fattisi innanzi a lor volta, pigliarono ossequiosamente le redini del suo cavallo, per condurlo entro il primo recinto e su per l'ascesa che metteva al piano superiore. Così salendo in compagnia degli ufficiali babilonesi, il giovine Ara potè, alla prima svolta dell'ampio viale, scorgere dietro a sè la lunga fila de' suoi, e il popolo di Babilonia accalcato sul ponte e sulle rive del fiume.

A quel grandioso spettacolo, un altro ne seguì, quando egli fu giunto all'altezza del secondo ripiano, vasto piazzale, dintornato da nobili edifizi, ov'erano gli alloggiamenti di tutti i grandi della corte. Colà stavano in bell'ordinanza schierati i guerrieri della regina, splendidi a vedersi nelle loro corazze di lino, coi loro tondi scudi imbracciati e gli elmetti di rame luccicanti al sole. Alla vista del re d'Armenia squillarono le trombe, rimbombarono i timballi percossi, e il canto guerresco degli Accad si levò fino al cielo.

La cavalcata proseguì fino al secondo ingresso, vigilato da due enormi tori dall'aspetto umano. Cessarono i canti ed i suoni ad un tratto e sul limitare comparvero i sacerdoti de' sommi Iddii protettori di Babilonia. Alle vesti d'oro si conoscevano i sacerdoti di Sam, il dio sole, a quelle d'argento i ministri di Sin, che è il dio luna. Vestiano di nero i sacerdoti di Ninip, di aranciato i sacerdoti di Merodac, scarlatto i seguaci di Nergal, bianco quei di Militta, azzurro i dedicati al culto di Nebo. Di pietre preziose apparìano tempestate le tuniche e le tiare dei venerandi; frangie d'oro ne ornavano gli orli, e ghiande di smeraldo pendevano dai lembi.

— Gli Dei ti proteggano, o re d'Armenia; — gli disse il gran sacerdote, levando le mani in atto di benedirlo.

— Insegni a te la prosperità di questa reggia come soltanto dal patrocinio degli Dei gli uomini derivino ogni loro fortuna. Soltanto mercè l'aiuto celeste i re salgono in fama per le loro virtù, camminano nelle vie della giustizia e si raffermano nella santità, che li fa degni, dopo morte, degli onori divini. —

Ara chinò gravemente il capo e rispose:

— Tu parli il vero, o santissimo. Un re a cui venga meno il soccorso celeste, vaga nelle tenebre a guisa di cieco. Gli abitatori del firmamento azzurro, comunque nomati tra le genti vostre e le mie, assistano sempre il popolo delle quattro favelle! —

Ciò detto, spinse il cavallo sul limitare e, seguito dal venerando stuolo, penetrò nel terzo recinto, donde si ascendeva all'ultima spianata della regia piramide, innanzi al palazzo della grande signora di Babilonia.

Lassù lo aspettava una scena più meravigliosa a gran pezza. Davanti a lui si stendeva una piattaforma, lunga cinque stadi e larga per modo che dieci cavalli vi si potevano muover di fronte, senza occuparne i margini di pietra, l'uno dei quali correva lunghesso il parapetto, ornato a giuste distanze di figure simboliche, e l'altro circondava, come una fascia di candido lino, il magnifico peristilio del palazzo, formato da colonne di palma, che sorreggeano capitelli di granito, stranamente foggiati a chimere, sirene, ed altre creazioni fantastiche. La piattaforma era vuota, in attesa degli ospiti, che dovevano schierarvisi in bella ordinanza; per contro, l'intercolonnio appariva folto di gente, tra cui erano primi i trecento portatori di scettro, ministri dei regali voleri, splendidi a vedersi per le lunghe vesti di porpora e d'oro e per le ricche tiare che stringean loro le chiome inanellate e lucenti. Infine, sul peristilio, per quanto era lungo, si scorgeva un terrazzo, chiuso da una balaustrata di mattoni dipinti a smalto, e sormontato nel mezzo da un padiglione, o velario, partito a liste di varii colori, sotto il quale, circondata dalle sue ancelle, stavasi la regina ad attender l'arrivo del suo tributario d'Armenia.