Semiramide: Racconto babilonese
Part 4
— Son giunto poc'anzi, — rispose, — e la mia gente è qui presso, negli alloggiamenti a noi assegnati dalla possente regina. Soltanto domani oltrepasserò il baluardo di Nivitti Bel, con la pompa che s'addice ad un re... ad un re tributario! — aggiunse egli, mal reprimendo un sospiro. — Tu sei cortese, o mia divina; ma che giova il nasconderlo? la gloria dei figli d'Aìco s'è grandemente offuscata, ed io, l'ultimo tra essi, reco a Babilonia il tributo dell'amicizia, come il minore al maggiore. Felice, invero, dacchè ti ho veduta e t'amo; più felice, se mi saprò riamato da te; ma domani, pur troppo, io vedrò Semiramide!
— Pur troppo! e perchè?
— Perchè.... deggio dirtelo? Infine, sì; non sei tu la signora del cuor mio, e non debbo io aprirtelo intiero? Perchè il mio pensiero rifugge da costei; perchè, al solo profferire il suo nome, sento nell'anima come un misto di terrore e di odio.
— Tu la conosci già?
— Non lei, la sua fama. Ella è possente, ma crudele; grande il regno, ma feroci gli amori. —
Si riscosse a quelle parole la sconosciuta, e un lampo di sdegno le balenò dagli occhi, promettitore di più fiera risposta. Senonchè, nell'atto di guardare il compagno, così bello, così candido nel sembiante, le venne meno il proposto; l'ira si spense e il pietoso affetto prevalse. E allora, non senza un tal po' d'amarezza, ella prese in tal guisa a rispondergli:
— La fama? E tu credi a questa vile menzogna? Anzitutto, sai tu donde nasca? Non già dalla lode, così scarsa pei vivi e restìa; bensì dalla invidia, dal maltalento, a cui giova il perfidiare, e dalla stoltezza, cui torna agevole il credere. Semiramide ha i suoi nemici e non li cura; ma per fermo le dorrà di vederti fra costoro. In che t'ha ella offeso, perchè tu creda così ciecamente il peggio di lei?
— Tu l'ami, lo vedo; — le disse il re d'Armenia, con malinconico accento; — ma io pure ho amato, e l'amico del mio cuore non è più tra i viventi. Povero Sandi! Era egli il compagno della mia fanciullezza, egli il mio fratello d'armi, di caccie e di giuochi, egli il gentile poeta che mi allegrava lo spirito con le sue leggiadre canzoni. Vaghezza di gloria lo trasse pellegrino alle mura di Babilu. Chi non lo avrebbe amato, vedendolo? E lo vide costei, il biondo garzone d'Armenia, che avea cantata nei suoi versi innamorati la bellissima rosa di Sennaar; lo vide e lo amò, per ucciderlo. Così fu narrato in Armavir; una sera egli salìa chetamente ai pensili orti della regina; all'alba vegnente, l'Eufrate accoglieva nei suoi gorghi un cadavere.
— Ah, menzogna! — gridò ella balzando in piedi, con piglio iracondo. — E chi ha osato calunniarla in tal guisa? Ella non vide il tuo Sandi, io te lo giuro pe' sommi Dei, che ci stanno sul capo. Non dar vanto di regali amori, siano essi pure feroci, come tu pensi, o re d'Armenia, a chi forse lasciò la vita in un laccio volgare.
— Perchè ti sdegni? — le chiese Ara turbato. — Amica della regina, troppo poco lo sei di chi t'ama. E sia pure! L'oracolo di Peznuni me lo aveva pur detto, innanzi ch'io lasciassi Armavir! «La terra di Sennaar ti sarà fatale!» Accusami alla regina; domani non andrò al suo palazzo, sibbene alla morte. Non mi dorrà il morire, se dalle tue labbra mi verrà la sentenza. —
L'accento appassionato commosse la sconosciuta.
— T'inganni; — soggiunse ella, ad un tratto mutata. — Troppo facile trascorsi allo sdegno; ma non temere! Chi t'ha veduto una volta non può tradirti, per fermo. A te l'amicizia offuscò la ragione; a me l'amicizia dettò le irose parole. Se tu conoscessi Semiramide, — e qui la voce di lei assunse un tono d'infinita mestizia, — sventurata la diresti, non rea. Nessuno amò la povera regina, nessuno! Ella è sola, si sente sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare. Chiede affetto (e chi, tra i nati all'amore nol chiede?) ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vede e desidera la regina; nessuno ha amata la donna. Tu la vedrai, re d'Armenia, e se non somigli a quanti le stanno tementi dintorno, se hai virtù di penetrare con lo sguardo oltre il fasto regale che la circonda, vedrai dolore che non ha uguale in terra, e che mal si tenta di nascondere nel profondo dell'anima; vedrai fastidio d'ogni grandezza, d'ogni vanità, d'ogni ossequio bugiardo; vedrai desiderio infinito di verità, di schiettezza e di fede. E allora... allora non crederai alla fama, allora, forse, tu amerai quella donna. —
Il giovane crollò mestamente il capo, come chi, non potendo assentire, non ardisce pure far contro.
— Perchè, — entrò egli a dire, — ci diam noi pensiero di ciò? Tristi ricordi hanno fatto forza all'animo mio; lasciamo ora in disparte ogni cosa che non sia l'amor nostro; te ne prego. Parliamo di noi; parliamo di te, — aggiunse con voce carezzevole, — di te, che sei tanto leggiadra, anco negl'impeti dello sdegno. Celebrata è Semiramide nel mondo per maravigliosa bellezza; ma ella, mentre tu l'ami e la difendi, per fermo invidia la tua. —
E rimase ad attendere una sua parola, curvo in atto amoroso di fianco a lei, che s'era di bel nuovo seduta, modesto e ardente ad un tempo, lo sguardo fiso in quei grand'occhi neri, che lo guatavano tra curiosi ed incerti.
— M'ami tu molto? — gli chiese ella cedendo ad un moto repentino dell'animo.
— Lo chiedi? — gridò egli, nell'atto di afferrarle la destra e di stringerla al petto, come se volesse farla consapevole degli ardori ond'era tutto compreso. — Odimi, o figlia di Babilu, odimi, ignoto astro di luce! Nei miei monti natali, sono i costumi più semplici e rozzi, ma forti. Si ama una volta sola, ma per tutta la vita. Veloce, prepotente a guisa di fulmine, scende l'amore nel cuor nostro e lo strugge; però sono una cosa sola il vedere e l'amare. Io ti ho veduta e ti amo; non ti amavo io già, prima di vederti in viso, di udire il suono della tua voce? E tu, dimmi, nel nostro incontro non vedi, non senti, alcun che di fatale?
— Fatale, sì, tu l'hai detto, fatale! — ripetè con vibrato accento la sconosciuta. — Così è bello, non altramente, l'amore; così s'avrebbe mai sempre a volerlo: o incendio o nulla. Amare è darsi intieramente, è confondersi, vivere in una due vite, se felici o sventurate, non monta, ma gloriose, ma ardenti, fino al punto di consumarsi a vicenda e morire, a guisa degli astri, in uno sprazzo di fuoco.
— Così t'amerò, — disse Ara; — fosse anco la morte nei tuoi baci. Chi ama, ha vissuto.
— E dimmi... — soggiunse ella peritosa, fissando i suoi grandi occhi neri in quelli del giovine, — per questo tuo medesimo affetto, non potrai tu farti più umano nel giudicar la regina?
— Che chiedi tu ora? — esclamò egli turbato.
— Gli è un mio capriccio, — rispose ella prontamente. — Donna amante non si reputi amata, se prima non abbia messo il cuore dell'uomo alla prova.
— Ah! — proruppe Ara. — Dubiteresti ancora di me?
— Non dubiti tu ancora delle mie parole? — diss'ella di rimando. — Non dài tu orecchio, anzi che alla mia voce, alle perfidie del volgo?
— No, t'inganni; io non dubito, ma il mio cuore sanguina tuttavia; concedi al tempo di rammarginare la piaga. Tu taci? Deh, mia diletta, non t'offenda il diniego! Più tiepido amico, ti parrei forse più fervido amante?
— Amore, dolore! — mormorò ella tra sè, quasi rispondesse ad una voce segreta dell'anima. — E sia così, come vuole la Dea!
— Rispondimi, te ne supplico! — incalzò il re d'Armenia, cadendo in ginocchio e tendendo le palme verso di lei. — Non mi lasciare in questa tormentosa incertezza, peggior d'ogni morte! Vedi, non sempre si è padroni di sè: v'hanno cose da cui l'animo rifugge. Comanda che io m'allontani; comanda che io ti dimentichi; potrà forse il mio cuore obbedirti?
— Giuralo, dunque; — diss'ella con piglio risoluto; — giura che mi ami, e che, qualunque cosa avvenga... Bada bene; qualunque cosa avvenga, — ripetè solennemente, — tu sarai mio, sempre mio!
— Che vuoi nascondermi? — chiese il giovine attonito. — Che vedi tu nel mio futuro?
— Tremi già? — soggiunse la sconosciuta.
— Oh, se tu credi che io m'arresti per tema... — rispose egli sollecito; — ecco, io lo giuro; qualunque cosa avvenga, sarò tuo, sempre tuo! —
Un divino sorriso irradiò il volto della bellissima donna, che si fece allora a chiarirgli il suo pensiero con più dolci parole.
— Tu domani vedrai la regina, e chi sa? forse in vederla, ti fuggirebbe dal cuore ogni affetto per me.
— Di ciò temevi! — gridò Ara, con accento d'amoroso rimprovero.
— Di ciò, d'altro ancora, di tutto! — rispose ella trepidante.
— Oh, crudele! — ripigliò il garzone innamorato. — Io giuro nel santo nome di Militta, che ti ha fatta pietosa alle mie preghiere, giuro per la mia fede di re, che non s'è macchiata di tradimento mai, giuro per la sacra memoria di Sandi, che fu sino ad oggi l'unico affetto vero della mia vita, giuro di non amar che te sola, te sola e sempre, checchè mi serbi il dio delle sorti! Sei paga? Non accoglierai tu il mio giuramento? —
E stette anelante, lo sguardo fiso, in atto supplichevole, ad aspettar la sentenza dalle labbra di lei, che rimase un tratto immobile e muta a contemplarlo.
— Acerba pena ti preparo forse, o mio cuore! — mormorò ella, raccogliendosi sgomentita in sè stessa. — Ma sia! non l'ho io chiesto poc'anzi a Zarpanit, d'essere amata per me, per me sola, checchè potesse accadermi? —
Il giovine era tuttavia ai suoi piedi, spiando ogni suo moto, chiedendole mercè con la muta eloquenza degli occhi. La luna, librata a mezzo il suo corso, accarezzava, coi candidi raggi, quell'amoroso sembiante. Ed ella, impietosita, chinò il viso sul viso di lui, lo trasse a sè, lo guardò ancora; un ricambio d'ansiose interrogazioni, di fervide promesse, di soavi languori, parlò in quegli sguardi confusi; indi, un'arcana virtù ravvicinò le labbra alle labbra, le strinse in un bacio, lungo, intenso, come il desiderio che ardeva nei cuori.
— Ti credo; — ella disse quindi, gettandogli al collo le braccia e nascondendo il bellissimo volto sul seno palpitante del re; — ti credo e son tua. —
Così l'uno all'altro ristretti, a guisa di due giovani fidanzati, ebbri d'amore, dimentichi d'ogni cosa creata, ripigliarono leggieri la via del tempio, guardandosi in volto, bisbigliandosi all'orecchio cento di quelle parole, soavemente vane, che l'aura stessa non può udire, nè l'eco ripetere, senza toglierne il pregio.
Si erano essi a mala pena partiti di là, che una testa curiosa sbucò fuori da un vicino cespuglio. Indi, raffidato dalla solitudine, un uomo ne uscì con tutta la persona, ravvolto in un bruno mantello; strisciando a guisa di serpente, attraversò il sentiero, e si cacciò da capo nell'ombra, in una macchia di lentischi, che risaliva lunghesso l'erta del colle.
CAPITOLO IV.
L'onniveggente.
Già impallidiva Istar, la lucida stella del mattino, e il cielo biancheggiava all'orizzonte, allorquando, sul più remoto terrazzo della reggia di Semiramide, apparve un uomo, o troppo nemico del sonno ristoratore, o desideroso di respirare le prime e le più pure aure del giorno.
Egli era alto della persona e di valide membra; indossava una gran tunica nera, frangiata d'oro sui lembi e lunghesso il giro delle ampie maniche ricadenti sui fianchi; portava, a mo' di diadema, intorno alla fronte, un cerchio d'oro, donde la folta capigliatura gli ricadeva inanellata sul collo; la barba, folta del pari, nerissima e riccioluta, gli scendeva sul petto, dando risalto al viso, notevole per le maestose fattezze e pel colore bianco smorto della carnagione, a contrasto colle labbra porporine e colle sopracciglia d'ebano, sotto cui scintillava il mobile smalto delle profonde pupille. Era una bellezza di granito, la sua; bellezza nobile, contegnosa e fredda, che comandava l'ammirazione e non ispirava l'affetto. Così apparivano terribilmente belli i colossi di pietra sul limitare dei templi; così, mirabilmente severe, lungo le pareti babilonesi, le immagini dipinte dei sacerdoti e dei re.
Immobile come un nume di pietra, egli stette a lungo lassù, colle braccia conserte, ritto sull'altana, in atto di guardare agli estremi confini del cielo, donde veniva man mano crescendo un'ampia lista di luce, zona ranciata da prima, indi accesa di porpora, che circondava la nereggiante pianura.
Egli non era lieto per fermo; ben lo dicevano le ciglia aggrottate e lo sguardo fiso, che parea cercare le invisibili regioni, dove ha la sua culla il sole, mentre forse lo spirito irrequieto si addentrava negli abissi inesplorati, donde scaturisce il pensiero. E così rimaneva, guatando e pensando, raccolto in sè medesimo, come un colosso circondato da tenebre, il quale aspetti la luce, o come un'anima smarrita, sopraffatta dai casi, la quale aspetti da lontano evento un consiglio.
Poco stante fu giorno; lo splendido sole asiatico, improvvisamente apparso all'orizzonte, levandosi maestoso in un cielo di madreperla azzurrina, investì de' suoi raggi la dormente città e sfolgorò in più punti, riflesso dal dorso lucente delle sue cupole, dalle facce delle sue piramidi, dai fianchi delle sue torri.
Quella vista lo riscosse dalla sua immobilità pensosa. Egli si volse allora ad un altare di pietra, che sorgeva nel mezzo della piattaforma; frugò tra le ceneri che ingombravano il focolare e ne scoverse i carboni ardenti tuttavia; vi accatastò la stipa in bell'ordine; poscia si fece, in atto religioso, a soffiarvi su, per destarne la fiamma. Indi a poco la vampa si accese e crepitò, cercandosi la via per mezzo agli aridi tronchi, mentre egli, inginocchiatosi, e sollevando le palme alla crescente fiammata, venìa mormorando le sue preghiere al dator della vita.
— «Io invoco te in questa purissima fiamma, io celebro te, creatore Ahuramazda, luminoso, risplendente, massimo ed ottimo, perfetto nelle opere tue, mente e bellezza suprema, possessore della vera scienza, fonte di gioia, tu che ci hai creati, formati e nudriti, tu il santo, tu l'intelligente tra gli esseri.
«Tu sei vero, tu lucido e splendente, tu causa prima di tutte le ottime cose, dello spirito che è nella natura, di ciò che nasce dal suo fianco generoso, dei corpi luminosi e di quelli che splendono di luce propria; tu il verbo creatore, esistente avanti il cielo, avanti l'acqua, avanti la terra, l'albero, il toro ed il fuoco tuo figlio, avanti l'uomo veridico, avanti i Devas e gli animali carnivori, avanti tutto l'universo, avanti tutto il bene da te creato, e avente il suo germe nella verità.
«Come il verbo dalla volontà suprema, così l'effetto non sussiste se non perchè procede dalla verità. La creazione di ciò che è buono nel pensiero e nell'azione, appartiene nel mondo a Mazda, e il regno appartiene ad Ahura, che il proprio suo Verbo costituì distruttore dei tristi.»
Dette in ginocchio queste preghiere, l'ultima delle quali ogni sacerdote di Ahuramazda dee ripetere cento volte al giorno, egli trasse di sotto all'altare una coppa di argento e vi spremè il succo dell'amòmo, dell'arbusto nodoso, che porta, per insigne privilegio celeste, il nome più antico di Dio, nella sacra lingua dell'Iran. L'_hom_ (tale è il suo prisco nome) si riputava per ciò il primo degli alberi, come il toro era detto il primo tra gli animali. Consacrato davanti all'altare, esso era la medesima sostanza di Dio; bevuto dal sacerdote, esso era Dio che si trasfondeva nel petto dell'uomo.
— «Io ti volgo la mia prece, o Hom, elettissimo Hom, che dài la giustizia, la purità e la salvezza, ottimo di forma, splendido di luce, vittorioso, che hai nome di aureo!»
Spremuto il succo nella coppa, alzò questa con ambe le palme verso la fiamma, e ne sparse alcune goccie sugli ardenti carboni.
— «Per questa sola coppa che io ti presento, o dator d'ogni bene, rendimi tu quattro, sei, sette, nove, dieci per uno; ricompensami tu in questa guisa; dà la purezza al mio corpo. Veglia su me, purissimo Hom, ottima tra le sostanze, scendi tu stesso in me, sorgente di vita. Aprimi, o santissimo, allontanator della morte, aprimi le dimore celesti, sfolgoranti di luce, piene di felicità, superbe di gloria.» —
Ciò detto, accostò la coppa alle labbra e bevve il consacrato liquore dolcissimo, a mala pena spremuto, ma che tornerebbe fatale a chi lo bevesse dopo fermentato. Tale era il sacrifizio del fuoco, tale l'offerta dell'amòmo, presso le antichissime genti dell'Iran.
Il sacrificatore proseguì, levando le palme all'altare:
— «Come tu ardi in questa fiamma, come tu regni nei cieli, così regna in terra, o possente Ahuramazda; così stendi il tuo divino impero dai culmini dell'Iran fino alla pianura del Sennaar e più oltre ancora, fin dove stridono i flutti del mare allo inabissarsi del sole. Possa Babilonia, possa il popolo delle quattro favelle, inchinarsi alla tua legge, o spirito di verità! I suoi astri venerati, che sono essi al cospetto della tua luce? Le sfere celesti, le forze arcane della natura, dovranno sempre usurpare il tuo luogo, o creatore di tutto ciò che è, nell'ordine degli spiriti eterni e delle cose mortali?» —
Così disse, con fervido accento nella sacra lingua di Javan; così diè fine alla preghiera e si alzò per chiudere il rito. Un lieve moto del capo gli consentì di vedere dietro di sè, pochi passi discosto, ov'era un altr'uomo genuflesso, e un sorriso di superba contentezza sfiorò le sue labbra. Fingendo tuttavia di non avvedersi della presenza di quell'altro, egli attese con minuta cura a rasciugare la coppa e a gittar sul fuoco gli avanzi del sacrificio; quindi finalmente si volse e andò, con piglio affettuoso, incontro al nuovo venuto.
Era questo un giovinetto, le cui strane sembianze comandavano l'attenzione. La grazia ingenua degli atti e del sorriso, la eleganza un tal po' impacciata delle forme e una certa inconsapevol ferocia dello sguardo, pareano contendersi l'impero su quell'aspetto di adolescente e lo faceano rassomigliare ad un lioncello, dai cui moti leggiadri, ma già di soverchio baliosi, trasparisce la forza e la crudeltà degli anni maturi. Sorridevano le labbra coralline, ma tumide di voluttà e d'orgoglio, lievemente ombreggiate dai peli vani della pubertà nascente; si rappicciolivano gli occhi sotto le ciglia, in atto tra ossequioso ed amorevole, ma lucidi e fissi, promettitori di lampi; soavi erano i contorni del viso, ma sotto quella bruna carnagione si vedeva correre vivace, impetuoso, il sangue della stirpe cussita. Egli appariva un misto di fierezza più che virile e di dolcezza femminea; cose del resto assai facili ad accoppiarsi nella umana natura. Per altro, la sua tenera età lo ravvicinava più ancora al femmineo; aiutando a questa apparenza la sua bianca tunica frangiata d'oro, con sopravveste violacea, la mitra aggraziata, dai capi pendenti sugli òmeri, e la collana di gemme, che dintornava un collo soavemente tondeggiante, siccome è delle donne o dei giovani.
Alzatosi in piedi sollecito, l'adolescente si mosse anch'egli, per farsi incontro al maggiore.
— Padre mio, — diss'egli inchinandosi, nell'atto di ricever l'abbraccio di quell'altro, — sia Ahuramazda con te, e i sommi Dei di Babilonia del pari! —
Aggrottò l'altro le ciglia a quelle parole del giovone.
— E' sono inferiori suoi; t'è già noto, o Ninia; — rispose egli con aria di paterno rimprovero; — eglino, quanti sono, adorati dalla stirpe degli Accad, obbediscono a lui, come i sei santi immortali e la innumerevole schiera degli spiriti da lui creati nel tempo. Da lui viene la luce, che dà splendore agli astri del cielo e infonde virtù agli elementi; in lui solo è la verità suprema, la bellezza e la forza, l'origine e il fine di ogni cosa creata.
— È vero! — disse l'adolescente, reclinando la testa sul petto.
Piacque all'altro l'arrendevolezza giovanile, a cui del resto s'aspettava, e il suo accento si fece ad un tratto più dolce.
— Or dunque, mio Ninia, consacriamo queste ore agli utili studi. Purificato dalle mattutine abluzioni e dalla preghiera, tu leggerai le prime tavole del Vidaè Vadàta, che è la legge di Ahuramazda contro gli spiriti malvagi. Tu vedrai come egli abbia create le schiere celesti per combattere la potenza del male, i sei genii Amsciaspandi, i benefici Izèd, e da ultimo i Ferveri, custodi dell'uomo nelle pugne della vita.
— Savio Zerduste.... — entrò a dire peritoso il giovinetto.
— Orbene?
— Questa mattina non puoi tu concedermi libertà? I miei giovani compagni mi attendono per una cavalcata fuori Imgur Bel. Si va fino al villaggio di Lahiru, donde si cominciano a scorgere le alte torri di Sippar.
— E dove è così dolce il riposo sotto le palme di Gomer; — aggiunse Zerduste, con accento da cui trapelava il sarcasmo. — Non è egli vero?
— Che vuoi tu dire? — esclamò Ninia, arrossendo. — Si rimane per breve ora colà, a ristorarci dalla fatica e far posare i cavalli all'ombra dei tamarischi.
— Bada a te, Ninia, bada a te! — proseguì Zerduste, senza por mente alle scuse. — Ahriman ti vuol suo. Il negro spirito ti fa velo agli occhi di gioie terrestri, per disviarti dal retto sentiero. —
Il volto dell'adolescente si rannuvolò.
— Ma dimmi, sapiente maestro, — disse egli, non senza un tal po' d'amarezza, — questa diritta via sarà ella dunque e sempre, la via del dolore?
— Non già; — rispose Zerduste; — fine della vita è la gioia; ma il savio impara a vivere, innanzi di prender cammino. Due sentieri guidano alla meta; aspro e malagevole il primo, irto di rovi e povero di ombre consolatrici; facile l'altro e piano, smaltato di fiori, liberale di liete fragranze, ricco d'amabili incanti. S'attenga al primo, ne patisca animoso le angustie, chi vuol giungere speditamente al fine desiderato; guai a chi sceglie il secondo, imperocchè Ahriman s'appiatta insidioso tra i rami, persuade all'animo i fallaci consigli, e ad ogni fior che si coglie, ad ogni ora di soave riposo che si gusta, fugge la vita veloce e l'intento s'oblìa. Odimi, o dolce figliuolo, chè tale ben posso chiamarti per l'affetto del cuor mio; non cedere alle blandizie dello spirito malefico, tu che hai potuto intravvedere gli arcani splendori del vero; non ti adagiare nelle mollezze anzi tempo, tu che sei nato alle nobili cure del regno. Strana fiacchezza è la tua, o sangue di Nemrod! Dov'è la tenacità di propositi, dove l'ardire e l'ambizione, che ti facciano degno de' tuoi possenti maggiori?
— Faticose virtù! — rispose Ninia, sospirando. — Pur troppo dovrò conoscerle un giorno e saper come pesano! Babilonia ha un gran re, mia madre, e vogliano i sommi Dei.... voglia Ahuramazda, — soggiunse prontamente il garzone, — serbarla lunghi anni all'amore, alla gloria del suo popolo.
— Ti ascolti Bahman, lo spirito protettore della regia autorità; — disse asciuttamente Zerduste; — ma egli è debito tuo di prepararti ai supremi voleri; è colpa grave in te il non far degna stima dei doni celesti. Oh Ninia! — incalzò egli con accento inspirato; — che vuoi nascondermi? Il tuo Ferver, il tuo genio tutelare, ti vede; egli ti accompagna dovunque; egli ti legge nel cuore; egli non m'ha nulla celato.
— Che dici tu mai? — chiese Ninia, con aria da cui trapelava più incredulità che sgomento.
— Che tutto mi è noto; — incalzò Zerduste; — che i tuoi giovani amici ti traggono su d'una via perigliosa e che io non ho abbastanza vegliato su te.
— Ma, infine.... — balbettò l'adolescente; — di che mi riprendi? Io non so di avere in cosa alcuna fallito. Se ignoti nemici ti hanno dato a credere....
— Non ischermirti così! — interruppe quell'altro. — Zerduste non ha bisogno di gente che venga spiando i tuoi passi; egli tutto sa, tutto vede, e perfino i più riposti pensamenti dell'animo. Ne dubiti? Orbene, alla prova, ed ascoltami; narrerò a Ninia il segreto di Ninia. —
Il giovinetto, tremante, confuso, si lasciò cadere sopre un sedile, di contro al parapetto del terrazzo. Zerduste, in piedi davanti a lui, tranquillo e severo a guisa di un giudice, così prese a parlargli: