Semiramide: Racconto babilonese

Part 3

Chapter 33,842 wordsPublic domain

E per mezzo a quella nube d'incenso che si diffondeva dall'abside, il principe vide uno stuolo di sacerdoti, i quali posavano dalle cerimonie e dai cantici, seduti su sgabelli d'ebano, il cui nero lucente faceva vieppiù risaltare la candidezza delle lunghe stole (il bianco era il color sacro a Militta) e degli ampii mantelli in cui ravvolgevano la persona. Il gran sacerdote si discerneva, tra gli altri, per la tunica sfoggiatamente trapunta e frangiata d'oro sui lembi, per l'aurea cintura tempestata di gemme e per l'aurea mitria foggiata a testa di pesce, la cui infula scendeva ad accappatoio sulle spalle, simulando le squamme dell'animale e la coda a due punte. Militta, non lo si dimentichi, era altresì Daokina, e la mitria del pesce dio, portata dai sacerdoti di Babilu, doveva coprire il capo ai ministri di ben altre divinità, posteriori nel tempo.

Una mensa di lucido argento, sorretta da figure simboliche, era collocata davanti all'altare e sovr'essa splendevano le liberali offerte dei più ricchi adoratori. Capaci coppe di bronzo si scorgeano dai lati, nelle quali ogni donna che uscisse dal tempio gittava la sua moneta, d'argento, o di rame. E tratto tratto si vedeva alcuna di esse, muoversi dal fondo, inoltrarsi fino all'altare, e deporre il suo tributo, levar le mani in atto di adorazione ed uscire.

Ciò ricondusse più indietro gli sguardi del giovine. Il sacro recinto non era anche spopolato del tutto; imperocchè, sedute in lungo ordine su panche di legno, attorniate da curiosi che le veniano squadrando degli occhi, stavano molte donne in attesa, con funicelle ravvolte intorno al capo, e, ognuna di esse giusta la sua condizione, nobilmente vestite ed adorne. Quella era per fermo la celebrazione d'un rito; nè il re d'Armenia lo ignorava, essendo allora i misteri di Militta Zarpanit famosi per tutte le circonvicine regioni.

Così voleva il costume, che ogni donna babilonese dovesse, una volta in sua vita, rimanersi nel tempio aspettando, fino a tanto non avesse pagato il suo tributo alla Dea. Ciò ch'ella riceveva dall'ignoto, il quale accostavasi a lei, rivolgendole la frase «invoco per te la dea Militta,» dovevasi gittare in offerta nella coppa di bronzo. Nè ella, poichè s'era così seduta in attesa, con la funicella intorno alle tempie, potea più respinger l'omaggio dello straniero, chiunque egli fosse. Mostruoso rito; ma non è in balìa del narratore il mutarlo. Forse era naturale corrompimento d'un alto concetto; forse reliquia di più rozzi costumi, non potuta cancellare del tutto, epperò saviamente dissimulata dalla santità della cerimonia; fors'anco, nell'uso, era temperato da acconci convegni, da gentili artifizi, che la storia non ha tramandati alle tarde generazioni, e che il senno di questo può argomentar verosimili. Ma di ciò pensi ognuno a sua posta.

Ben ci raccontano gli antichi, ed è anche agevole il credere, che le più nobili e ricche sdegnassero di mescolarsi cosiffattamente alla comune delle donne babilonesi, nella celebrazione dei sacri misteri. Elleno per fermo non si ristavano dallo accorrere al tempio; ma in lettighe coperte e accompagnate da uno stuolo di servi, che recavano i loro donativi e le debite offerte all'altare.

Una di queste felici era appunto allora nel tempio, prostrata dinanzi ai gradini dell'abside, su d'un morbido cuscino che sotto i ginocchi le avea posto un'ancella, mentre un'altra deponeva sulla mensa il presente della signora, aromi e polvere d'oro in vasi d'alabastro.

Quella donna, veduta appena, trattenne lo sguardo del giovine. O fosse la singolar leggiadria delle forme, non potuta nascondere dalle pieghe del velo che tutta le involgea la persona, o il suo rimanersi in disparte e la compagnia delle ancelle, che la dicevano donna di ragguardevole stato, od altra più riposta cagione (che molte ve n'ha, sottili, inavvertite ed arcane, per disporre in varie guise la trama degli eventi), fatto sta che quella donna velata, lontana, ignara di lui, gli occupò la mente, lo disviò da tutta quella moltitudine di aperte e sorridenti bellezze, che in lui figgevano i grandi occhi neri, pieni di schietta ammirazione a di dolci lusinghe.

Tanto può l'ignoto sull'animo nostro! Così tenui sono le fila in cui ci avvolge il destino!

Ella era inginocchiata dinanzi all'altare, in atto di preghiera, mentre alcuni adolescenti ministri del tempio venìan raccogliendo di mano alle ancelle i preziosi donativi della sconosciuta supplichevole.

— Militta ti vede e ti ascolta! — le avea detto il gran sacerdote; — ti conceda ella ciò che le tue preghiere dimandano. —

Ara non poteva distogliere lo sguardo da lei. E più la rimirava, e più si riempiva il suo cuore di dolcezza ineffabile; come se da quelle forme mal note emanasse un tiepido effluvio che, tutto investendolo, gli s'infiltrasse per ogni meato nel sangue. E una speranza, un desiderio, uno struggimento gli cresceva grado grado nell'anima, di vederla in volto, d'essere veduto, di non essere un ignoto per lei.

Donde nascono essi, questi moti repentini del cuore, soventi volte datori d'un nuovo indirizzo alla nostra esistenza, che ci fanno di punto in bianco, quasi per virtù d'incantesimo, consapevoli di noi, cosicchè ci sembri, o di vivere per la prima volta, o di non aver vissuto mai di vera vita da prima? Bagliori improvvisi nelle tenebre dell'intelletto, voci arcane all'orecchio, tumulti nel cuore, inni prorompenti dai penetrali dell'anima, donde traggono essi l'origine? Dal nulla, chi guardi all'apparenza, come dal nulla hanno vita i fantasmi dei sogno; ma il savio, che scruta i segreti della natura e argomenta le cause non viste, si raccoglie umilmente nella sua pochezza, e ciò che ancora è sfuggito al suo spirito indagatore, non deride egli, per fermo, e non nega.

Così ammaliato, ignaro di sè, il giovane s'era fatto più innanzi e più presso alla sconosciuta, quasi volesse inebbriarsi dell'arcano effluvio ond'era soggiogato, o raffigurarsi, comechè imperfettamente, il profilo di quella testa, sotto le pieghe del velo che l'ascondeva, o cogliere a volo, respirare un alito di quelle preghiere che ella rivolgeva all'altare.

— Che chiede ella a Militta? Forse il suo cuore arde, si strugge d'un amore disperato, e prega la Dea che versi sovr'esso i balsami dell'oblio? O le voci dell'affetto non hanno ancora parlato all'animo suo, e implora il conforto, fors'anche lo strazio, d'un amor vero e profondo? Ed io ti chiedo, o Militta, che quella donna mi ami. —

Fu un impeto subitaneo, irresistibile, e decisivo del pari. Ascese incontanente il primo gradino del santuario e recò la mano alla sua cintura tutta adorna di gemme. L'aveva egli portata seco d'Armenia, e per vezzo giovanile, rigirata al fianco, sulla tunica babilonese pur dianzi indossata. Un grosso e trasparente smeraldo ne fregiava il nodo, ed egli fu pronto a strapparnelo.

— È questa la mia offerta, — diss'egli avvicinandosi alla mensa, per deporvi la gemma, — se Militta non isdegna il presente d'uno straniero.

— Bellezza e gioventù spirano dal tuo volto, come una dolce fragranza, — gli rispose il gran sacerdote, accompagnando le parole con un paterno sorriso. — Il tuo aspetto è d'uom caro a Nebo, ai veggente Iddio, che dà lo scettro ai reggitori di popoli. Qual cosa dimandi tu, che Nisroc, il signor delle sorti, non t'abbia concesso il dì che nascevi? Pure, è bello il non fidarsi nei doni della natura, e tutto in quella vece aspettar dagli Dei. Essi non deludono la speranza di chi li invoca con animo riverente. E Militta, invocata, conceda a te, o giovine straniero, il compimento de' tuoi voti, conservi a te il regno de' cuori.

— D'un solo, e sarò il più avventuroso tra gli uomini! — esclamò il re d'Armenia nel ritirarsi dal santuario.

Agli atti improvvisi, alle parole del giovine, la donna velata avea rivolto il capo da quella banda; di certo essa lo aveva veduto per mezzo alla trama sottile del bisso che le copriva il sembiante. A lui parve che più d'una volta, e lungamente, gli occhi della sconosciuta si fossero soffermati a guardarlo; invero, ei non li aveva veduti, ma sentiti, e il benefico raggio gli era penetrato al cuore, che aveva dato un sobbalzo.

Bared, in quel mentre, gli si era accostato da tergo.

— Va; — disse egli concitato al suo fedele servitore; — va a riposarti, mio povero Bared!

— E tu, mio signore?

— Io? Non dormirò più questa notte.... nè poi; la mia pace è perduta. —

Bared, senz'altro aggiungere, si allontanò. E il re d'Armenia, tiratosi alquanto in disparte, per non dar più oltre nell'occhio ai curiosi, stette immobile, estatico, a contemplare la donna velata.

Poco stante, ella si alzò, e, seguita dalle ancelle, si mosse per uscire dai tempio.

Al giovine parve allora di veder cosa non mortale, una dea, la stessa Militta Zarpanit, discesa dal suo altare di diaspro, per farglisi incontro; tanta era la maestà del portamento, tanta la leggiadria delle forme. Ed egli credette di non potersi reggere in piedi, e istintivamente si appoggiò ad uno di quei colossali leoni di pietra, che sporgevano dalla parete, allorquando la vide avvicinarsi, e argomentò che gli occhi della nobil donna fossero volti su lui.

Ma si riebbe ad un tratto, volle esser forte, per cogliere al varco la fuggente occasione. Infine, che dirà ella, se parlo? E che penserà ella, se taccio?

Commosso, palpitante, combattuto da desiderio e da tema, fu per accostarsi a lei; e fatto il primo passo, si rattenne ancora. Ella si accorse dell'atto, in quella che stava per passargli dinanzi, e balenò irresoluta a sua volta.

Non era più da rimanersi perplesso. Ara si mosse verso di lei e con accento soave le disse:

— Perdonami!

— Che cosa? — dimandò ella, arrestandosi.

Il principe non rispose parola, tanto era turbato. Nè forse ella pose mente a cotesto, o se vi pose mente, non le parve irriverenza. Il rossore del giovine non era egli la più eloquente risposta e la più schietta confessione dell'animo suo?

Ella stessa, o compassionevole, o grata, ruppe l'uggioso silenzio.

— Tu se' straniero? — gli chiese.

— Sì, sono, — rispose il giovine, pigliando animo dalle cortesi parole e più ancora del soavissimo accento; — e se non t'incresce.... se nulla ti chiama così presto lontano da me.... amerei dirti, o signora, una preghiera insensata, che io feci poc'anzi alla Dea.

— Ti ascolto; — disse a lui di rimando l'incognita.

— Di vederti, — proseguì Ara sommesso, — di poter dirti che t'amo, di essere amato da te. —

Ella rimase un tratto in silenzio, forse turbata dalle inattese parole. Il giovane, temendo di averle recato offesa, già era per chieder venia del soverchio ardimento, quand'ella si fece, senz'ombra di sdegno, a domandargli:

— Mi conosci tu forse?

— No; e tu ben lo vedi, — rispose Ara, con voce carezzevole, — questa è follia. Ma son io forse più signore di me? La Dea mi ha condotto a forza quassù, perchè io smarrissi la pace dell'anima. E là, presso l'altare, ho detto a me stesso che tu eri la più leggiadra donna di Babilu. Per Militta, che tu invocavi poc'anzi, io ti chiedo in cortesia di sollevare un lembo di quel tuo velo geloso. —

CAPITOLO III.

La rosa di Sennaar.

Le dolci parole, e più l'accento d'onesta preghiera, toccarono il cuore della donna velata.

— E se tu ti fossi ingannato? — diss'ella, dopo esser rimasta alcuni istanti raccolta in sè medesima, quasi volesse aspirare gl'incensi di quel lusinghiero discorso. — Se a me non arridessero i pregi che fanno cara la donna al tuo sesso?

— Oh, gli è impossibile! — sclamò il re d'Armenia, stringendosi al suo fianco, mentr'ella lentamente, ma senz'aria di voler dargli commiato, volgeva il passo al limitare del tempio. — Me lo ha detto il cuore, che non inganna mai. Nè basta; la tua presenza, ciò ch'io vedo e sento di te, non ti palesano forse? Tu ben lo sai, mia dolce signora; leggiadri son sempre i fiori odorosi, e il gelsomino, celato nel verde cupo del bosco, non tramanda più soavi fragranze di quelle che spirano dal tuo velo, o bellissimo tra i fiori di Babilu.

— Nebo t'ha ornata la mente di grate fantasie, — soggiunse l'incognita, — e il miele della poesia scorre dalle tue labbra. Così tu dicessi il vero, come parli cortese!

— Or dunque, — ripigliò Ara umilmente; — non darai tu l'aspettato guiderdone al poeta?

— Non qui; la luce del tempio non dee rischiararmi la tua confusione. Son donna, — aggiunse ella con un fil d'ironia, — e il vero mi potrebbe apparir troppo grave dal tuo aspetto mutato. Non dirmi nulla; so già la risposta. —

Così la sconosciuta, per troncar le parole al giovine, che già stava per richiamarsi a lei dell'ingiusto sospetto. Indi, come parlando a sè stessa, mormorò, per modo che egli potesse udirla:

— Infine, mi veda egli; è la Dea che lo vuole. —

E dato un cenno alle ancelle, che tosto riverenti si allontanarono, uscì con passo rapido e lieve sulla gradinata, quasi sfiorando il suolo, mentre Ara le venìa tutto sollecito al fianco.

Discesi sulla spianata, e usciti fuor della calca, ma non così prontamente come il re d'Armenia avrebbe voluto, piegarono a destra, dove per tortuosi sentieri si scendeva all'Eufrate. Egli ebbro di gioia; ella taciturna, lievemente reggendosi sul braccio che il principe le aveva profferto, e tratto tratto volgendosi a guardarlo in viso, per mezzo alla trama sottile del velo che ancora la diniegava agli occhi innamorati del giovine.

— Ah! — sclamò ella, premendogli il braccio, al primo svoltar della strada, che le consentiva di dare una fuggevole occhiata dietro di sè.

— Che è ciò, mia divina? — le chiese Ara turbato.

— Alcuno ci segue.

— Chi lo ardirebbe, dov'io sono? —

E così dicendo, il re d'Armenia si volse e si piantò fieramente in mezzo al sentiero.

Un uomo, ravvolto nel suo mantello, scendeva per quella medesima via. Ma egli non parve darsi pensiero dell'atto, e, giunto all'incontro d'una viottola poco lunge da essi, vi s'inoltrò con passo sicuro, come chi non avesse a fare altro cammino fuor quello.

— Tu lo vedi; egli non teneva dietro a noi; — disse il principe alla sua compagna, ripigliando la via verso il fiume.

Indi a poco, giungevano in vista dell'Eufrate, ampia zona d'argento, scintillante sotto i loro occhi, ai raggi del grand'astro notturno. Una barca era legata alla riva e due donne, in cui Ara fu pronto a raffigurare le ancelle della sua sconosciuta, andavano a quella volta.

— Tu dunque mi lasci? — gridò egli sgomentito; — ed io non avrò ottenuta la grazia tua!

— Perchè dubiti? — chiese ella, arrestandosi.

E mandando gli atti compagni alle parole, sollevò il velo importuno, lo arrovesciò sulla testa, lasciando così il viso scoperto al chiaror della luna.

Il re d'Armenia mise un grido d'ammirazione. Giammai egli aveva veduto cosa più bella.

Aperto e sereno il volto, delicatissimi e in un severi apparivano i lineamenti, a cui cresceva incantesimo il morbido tondeggiar delle carni, splendenti dell'aureo colore di frutto maturo. Ampia la fronte e nitida come l'avorio, incoronata di chiome nere, ondate e lucenti, tra le cui copiose anella si nascondevano i capi d'una trecciera di perle, che ne faceano vieppiù risaltare la lucentezza corvina. Neri gli occhi del pari, sfavillanti a guisa di granati siriani, profondi come il mare, e com'esso trasparenti, facili ad esprimere le interne commozioni, o languidamente si celassero a mezzo, sotto il velo delle lunghe ciglia, o aperti scintillassero d'amore, o raccolti lampeggiassero di corruccio. Tra due grandi e sottili archi d'ebano si veniva leggiadramente incurvando la radice del naso, snello e ben profilato infino alle nari, rosee ne' delicati contorni, come il grembo delle conchiglie eritree. Le labbra di corallo acceso, tumidette e madide di voluttà, pareano invitare ai baci, siccome le dischiuse corolle dei fiori, imperlate di notturna rugiada, cercano desiose i primi raggi del sole; ma il taglio austero di quelle labbra dinotava un'alterezza acconcia a temperar gli ardori del sangue, a dissimulare, se non a padroneggiare, la impetuosità degli affetti. Il superiore, un tal po' rilevato, così che breve spazio intercedesse dalla bocca alle nari, giusta il tipo della gente semitica, lasciava scorgere, ad ogni moto di quella vaghissima bocca, due file di candidi denti, che faceano più grato il sorriso; il sorriso, che è il suggello della bellezza, come lo sguardo è il raggio dell'anima. Tre cose belle al mondo: il sorriso sul volto d'una donna; il sole nel cielo; l'amor nella vita.

Nè era manco leggiadra la persona, che già di per sè sola avea potuto cotanto sull'animo del re d'Armenia. Invano il candido pallio di bisso le si ravvolgeva dintorno, sopra la lunga stola violacea, frangiata di argento. Da que' veli trasparivano le elette forme d'una Dea, che solo tra' Greci aveva a rinvenire uno scalpello degno d'effigiarla nel marmo; e que' veli, lasciando indovinare i maestosi contorni di quella sfolgorata bellezza, le conferivano quel non so che d'arcano, donde lo spirito nostro attinge le sue voluttà più profonde. Il collo, che si mostrava ignudo, dintornato da una filza d'amuleti, le braccia del pari scoverte, intorno a cui si allacciavano i simbolici serpenti, disviatori dello influsso maligno, erano miracoli di grazia, che avrebbero ingelosito Militta ne' cieli, e trattenuto sulla terra, immemore dei gaudii superni, uno spirito immortale.

Così splendida di vezzi, cinta del suo candido pallio, di cui la lieve brezza notturna agitava mollemente le pieghe e i lembi disciolti, lumeggiata da quel mite chiaror di luna, che la faceva parere quasi uno vaporosa visione del sogno, eretta della persona, atteggiata ad un placido riso che diceva tutto l'intimo compiacimento della conscia bellezza, ella si stava immobile al cospetto di Ara.

Commosso da quella vista, che di tanto superava la sua medesima aspettazione, il re d'Armenia rimase alcuni istanti muto, estatico, a contemplarla. E bevve in quegli istanti per gli occhi, fino all'ultima goccia, l'amoroso veleno, che aveva a conquiderlo, a farlo altro uomo da quello di prima.

Si sentì perduto, allora, tratto fuori di sè, in balìa di quella donna, per lei forse felice come un dio, o disperato come l'ultimo dei viventi; nè gli dolse di ciò. L'amore è un abisso, di cui non si misura la profondità, se non quando s'è affacciati in sull'orlo periglioso. L'ignoto tira a sè; voci lusinghiere chiamano dal profondo, e in così alto mare è dolce il naufragio.

— Lascia che io t'adori! — le disse, cadendo a' suoi piedi.

Ella gli sporse con grazioso atto la mano, per rialzarlo da quella umil postura.

— No! — soggiunse egli. — Adorarti! adorarti! Concedimi di rimanere a' tuoi piedi, siccome al cospetto d'un nume. Non sei tu stessa una dea? Militta ha assunte le tue forme, io lo vedo, io lo sento, per farmi il più lieto, o il più triste degli uomini. —

Arcana virtù delle parole che sgorgano dal cuore! Colpita da quell'accento di preghiera, soggiogata da quell'aura misteriosa che sempre accompagna un amor vero e profondo, ella si lasciò cadere, senza far motto, su d'un sedile di sasso, nè ritrasse altrimenti la morbida mano, che egli avea stretta fra le sue, in quell'impeto di amorosa follia.

Ella seduta, in atteggiamento pensoso, turbata nell'intimo del cuore da un misto di nuove sensazioni; egli inginocchiato a' suoi piedi, palpitante, cogli occhi fisi ne' suoi; rimasero a lungo muti. Ma quante cose non disse quel loro silenzio!

Gli astri del firmamento piovevano una tacita luce su quelle fronti leggiadre; la brezza notturna recava loro le inebrianti fragranze del bosco, insieme col dolce mormorio dell'Eufrate vicino; da un'agil barca, che venìa rasentando la sponda, giungevano al loro orecchio i grati accordi d'un'arpa e i suoni indistinti d'una cantilena, lenta e malinconica come tutte le melodie della vecchia stirpe cussita. Il cielo, la terra e l'onda, tutto era, intorno ad essi, un soave inno d'amore.

Ad ambedue grato il silenzio; e la novità del caso loro lo facea necessario del pari. L'uno all'altro stranieri fino a quel giorno e a quell'ora, senza pure avvedersene, o presentirlo, senza esservi tratti da quella ordinata progressione di piccoli eventi che dissimula spesso, o fa parer meno singolare la prepotenza del destino, s'erano essi incontrati a mala pena, e già sostavano l'uno a fianco dell'altro. Occorreva loro anzitutto riaversi da quel subitaneo tumulto, misurare la via in così breve spazio di tempo percorsa, raccapezzarsi infine, leggersi scambievolmente nell'anima.

L'amore è cosa di tutti i tempi, naturale portato di tutti i cuori; cionondimeno, chi ben guardi, è sempre maraviglioso il suo nascere, siccome è miracolo la cosa più comune del mondo, il nascere del fiore sul ramo, il suo svolgersi rapidamente in tenere foglioline, il colorarsi dei petali, il vaporare ai primi raggi dei sole in soavi fragranze. Così il maraviglioso fior dell'amore era nato ad un tempo in quei due cuori, improvviso, spontaneo, alla prima veduta; ed essi, respirandone i primi effluvii, a vicenda confusi e rapiti, dimenticarono l'universo in quell'ora.

Il re d'Armenia (meglio sarebbe il dire lo schiavo di quella ignota bellezza) fu il primo a rompere l'amoroso silenzio.

— Parlami, te ne prego! — esclamò; — fammi udire il dolcissimo suono della tua voce.

— Che dirti! — chiese la sconosciuta. — So io forse ciò che tu pensi ora di me?

— Ah sì! — ripigliò Ara sollecito. — Perdonami! Io mi stavo qui muto, ad assaporar la dolcezza della tua vista, non d'altro curante che della mia felicità senza pari. Ma potrei io operare diverso? Che dire, quando si contempla e si adora? Ho io mai provato ciò che oggi provo? Ho io mai veduto figlia di donna, la cui beltà reggesse al paragone della tua? Mai, lo giuro pei sacri platani di Van, donde a noi si rivela il consiglio dei Numi, mai ho sentito così fiero, e in un così dolce tormento; nè tra' miei monti natali, o nella istessa Armavir, famosa per le sue donne leggiadre, ve n'ha una che ti somigli da lunge.

— Sei tu d'Armenia? — chiese ella con piglio curioso. — E il tuo nome....

— Ara; — rispose brevemente il giovane; — e il tuo, mia divina? Non mi sarà egli dato di udirlo, soave al certo come il suono della tua voce? —

Ma la sconosciuta non pose mente alla dimanda, o non la udì; tutta la sua attenzione essendo rivolta a quel nome.

— Ara! hai detto? Ara, figlio d'Aràmo? Esso è nome di re; — soggiunse ella, veduto il cenno affermativo di lui.

— Son io quel desso; — rispose egli umilmente; — re del popolo aicàno, e tuo schiavo. Ma dimmi, o bellissima; come ti è egli noto l'oscuro nome del figlio d'Aràmo?

— E a chi, lungo le rive dell'Eufrate e del Tigri, non è noto il nome del giovine re d'Armenia, del vincitore di Masciag, dov'egli ottenne ad un punto la palma della vittoria e la benda di perle? Non è ella forse una benda di perle che voi cingete in capo, o figli di Aìco, quasi a testimonianza del vostro corso vittorioso dalle cime dell'Ararat fino ai lidi eritrei?

— Tempi di gloria! — esclamò il principe, con malinconico accento. — Ora i leoni di Cus regnano sulla vasta pianura; le aquile aicàne si raccolsero crucciose sui greppi.

— Donde volarono spesso a settentrione, per piombare sui mobili campi dei predatori Turani, o ad occidente, per annientare la potenza dei figli di Canaan. —

Così parlava la sconosciuta, e le sue parole eran balsamo al cuore del pronipote d'Aìco.

— Grande è Babilonia, — proseguì ella nobilmente, — e non invidia la gloria ai suoi amici della montagna. Aìco e Nemrod si guerreggiarono aspramente; ma vivono in pace ed amistà i loro discendenti. E tu, glorioso tra tutti i forti della tua stirpe, da quando giungesti alle nostre mura ospitali? Ancora non hai veduta la regina? —

La fronte del giovine si rannuvolò a quelle parole.